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lavoro pubblicato martedì 18 febbraio 2014
ultima lettura domenica 18 agosto 2019

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Attesa

di Nivea. Letto 336 volte. Dallo scaffale Pensieri

Fissavo il pavimento.Erano passate almeno due ore.Fissavo sempre il pavimento.Il granito, bianco con macchioline nere e marroni, si disperdeva per tutta la casa.Ancora nessuna notizia dall’ospedale.Fissavo il pavimento.Forse fu quel ragg...

Fissavo il pavimento.
Erano passate almeno due ore.
Fissavo sempre il pavimento.
Il granito, bianco con macchioline nere e marroni, si disperdeva per tutta la casa.
Ancora nessuna notizia dall’ospedale.
Fissavo il pavimento.
Forse fu quel raggio di luce, ma come una fresca rivelazione, quel rigido granito parve nuovo ai miei occhi.
Le stupide macchie nere nuotavano ora in quell’infinità di candore bianco, come i pesci nuotano nel mare.
Mi ricordai quell’estate sull’oceano, era stata l’estate più bella della mia intera vita. Papà stava ancora bene, ricordo che mi portava sempre a raccogliere conchiglie e mi diceva «un giorno saranno preziose, un giorno non ci sarà più niente di questo bel mondo e tu, mia cara, potrai solo raccontarlo ai tuoi figli. Tienile. Varranno una fortuna.»
Era sempre stato un po apocalittico, forse perché due anni prima avevano disteso un velo di cemento sopra il parco verde in cui era cresciuto e dove, per molti anni, aveva fatto crescere anche me.
Quel fatto l’aveva sconvolto; non solo le nostre vite erano legate a quel luogo, ma era li che aveva conosciuto anche il suo primo vero amore, la mamma.
Ed ora che mamma non c’era più da molti anni, quel fattaccio del parco aveva riportato la sua realtà ad una mera illusione, l’ultimo appiglio che parlasse di lei nel mondo era ora sparito. Non credo l’abbia mai superato.
Papà tentava in ogni modo di insegnarmi a pescare, diceva che era una nobile arte quella dell’attesa. Io però non facevo altro che immaginare di essere una sirena e, sovente, mi tuffavo a nuotare con i miei amici abitanti del mare.
Papà si arrabbiava, non solo perchè doveva recuperare in mare la canna, ma anche perchè non sapevo aspettare. Diceva che di quel passo non avrei mai imparato.
Erano passate altre due ore.
Questa volta il telefono squillò.
Papà se n’era andato.
Sola, me ne stetti sul divano, con in mano le conchiglie, ad aspettare.



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