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lavoro pubblicato lunedì 3 febbraio 2014
ultima lettura mercoledì 13 febbraio 2019

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18 APRILE 1942 RAID SU TOKIO

di Adriano7. Letto 891 volte. Dallo scaffale Storia

Tuttisanno perché è diventata purtroppo famosa la baia di Pearl Harbor,tutti conoscono gli effetti pratici dell'attacco aereo giap...


Tutti
sanno perché è diventata purtroppo famosa la baia di Pearl Harbor,
tutti conoscono gli effetti pratici dell'attacco aereo giapponese
alla flotta americana lì stanziata. Distruzione quasi completa dei
mezzi navali in forza sul Pacifico e più di duemila soldati morti.
In pochi, però, sanno in merito alle decisioni prese dai vertici
militari statunitensi in seguito a quello che fu definito un attacco
infame.

Il presidente USA Franklin Delano Roosevelt, dopo aver firmato
l'inevitabile dichiarazione di guerra al Giappone, diede compito ai
suoi strateghi di ideare un piano per colpire militarmente l'impero
nipponico al cuore. Il cuore era principalmente la capitale, Tokio.
Bombardare degli obiettivi strategici nel perimetro della città
cardine sarebbe stato un atto di forza che nello stesso tempo avrebbe
dato, da un lato fiducia agli Stati Uniti, e dall'altro, avrebbe
calmato gli animi bellicosi dei nipponici. Un Tenente Collonello
dell'aviazione, Jimmy Doolittle, e un capitano della marina, Francis
Low, misero a punto una strategia per realizzare il progetto. La
difficoltà era rappresentata dal riuscire a coprire quelle che erano
delle distanze proibitive in rapporto alle capacità di gittata dei
caccia bombardieri B-25.

Un
problema non da poco, praticamente non risolvibile. L'azione avrebbe
comportato dei rischi certi in senno all'incolumità degli aviatori
impegnati, ma fu attuato. Il capitano Low calcolò che le
caratteristiche tecniche del caccia bombardiere erano tali da
permettere il suo decollo dal ponte della portaerei "Hornet",
portaerei che si sarebbe avvicinata il più possibile alle acque
territoriali giapponesi in modo da ridurre al massimo la distanza
dall'obiettivo. Distanza, che per permettere un esito positivo, era
stata definita sulla base di circa mille chilometri. In questo modo
venne calcolato che i B-25 avrebbero potuto raggiungere la meta,
eseguire l'azione militare, e fuggire verso il confine con la Cina,
all'interno del quale sarebbero stati allestiti dei siti dove gli
equipaggi di ritorno avrebbero dovuto paracadutarsi abbandonando i
bombardieri a se stessi.

Il
primo aprile 1942, dal porto di Alameda, in California, la portaerei
"Hornet", partì per la missione, carica di 16 caccia bombardieri
B-25, ognuno predisposto al lancio di 4 bombe da 500 libbre, ed
ognuno equipaggiato con tre mitragliatrici. Per allungarne la
capacità di percorrenza, i velivoli vennero alleggeriti di ogni
superfluo, ma al contempo ogni anfratto degli aerei venne riempito
dai barili colmi del carburante assolutamente necessario per
affrontare la via del ritorno post raid.

La
mattina del 18 aprile, il Tenente Colonello Doolittle, ebbe a
scontrarsi con un imprevisto. Una imbarcazione giapponese fuori dalle
sue acque territoriali, imbarcazione forse non militare, incrociò
la portaerei, e nel dubbio che potesse aver comunicato via radio al
nemico tale presenza, il Tenente Collonello dette l'ordine di far
decollare lo stormo dei caccia, con un giorno d'anticipo e più di
duecento miglia prima del prestabilito, fatto che in previsione
andava ad aumentare notevolmente le difficoltà in riferimento
all'autonomia di carburante.

I 16
equipaggi, di cui uno, alla testa, capitanato in prima persona dal
Tenente Collonello Doolittle, decollarono senza intoppi e volando
bassissimi sull'oceano allo scopo di non farsi intercettare dai
radar, a mezzogiorno raggiunsero e bombardarono obiettivi per lo più
improvvisati sulle città di Tokio, Kobe, Osaka, Nagoya e Yokohama,
provocando anche un numero imprecisato di vittime civili. Inoltre,
l'intento della azione a sorpresa fu raggiunto pienamente visto che
la contraerea nipponica né abbatté né danneggiò alcun
bombardiere.

Il fine
era stato raggiunto, gli Usa erano entrati militarmente nel cuore del
Giappone minandolo sia materialmente che moralmente, ponendo le basi
della propria possibile egemonia sull'area del Pacifico.

Era arrivata,
per gli uomini sui B-25, l'ora della verità. Riuscire o no a
salvare la pelle.

Secondo
il piano prestabilito la rotta della salvezza fu in direzione mar
cinese orientale con destinazione appunto Cina. I componenti di 13
voli si paracadutarono con successo nei pressi delle basi di supporto
allestite e vennero tratti in salvo. I componenti di altri 2
velivoli, invece, 10 uomini, probabilmente costretti ad un lancio di
fortuna per mancanza di combustibile, ebbero destini diversi. Otto di
loro furono catturati dall'esercito giapponese dislocato da tempo sui
confini della Cina, mentre, per gli altri due fu fatale l'effetto del
lancio stesso. Il sedicesimo equipaggio, invece, nonostante via radio
Doolittle avesse ordinato il contrario, probabilmente per
problematiche insorte, atterrò finendo però in territorio russo,
più precisamente in prossimità della città di Vladivostok. L'equipaggio venne internato dai sovietici in un campo di prigionia, dal quale,
però, un anno dopo, i cinque componenti, riuscirono a scappare rifugiandosi in Iran prima di ritornare in patria.

Quattro
degli otto aviatori finiti in mano giapponese sopravvissero
alle angherie e ai maltrattamenti e furono liberati dai loro
commilitoni nell'agosto del 1945. Un altro prigioniero, invece, morì
proprio in seguito alle torture subite, mentre gli altri tre furono
condannati a morte tramite fucilazione, in conclusione di chissà
quale processo.

Quella
che fin dall'inizio era stata definita dagli stessi primattori una
missione suicida, si rivelò, invece, dal punto di vista
strategico-militare, un vero successo. Se di successo si può parlare
quando, comunque, si deve fare la conta di chi è rimasto e di chi no.

A fine
2013 risultavano essere in vita ancora 4 degli 80 componenti che
diedero vita ad una delle missioni di guerra più ardite della
storia, il raid su Tokio del 18 aprile 1942.





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