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lavoro pubblicato sabato 25 gennaio 2014
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

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Le storie di Carlo

di amun. Letto 611 volte. Dallo scaffale Viaggi

Carlo era uno scapolo; un “putto” si sarebbe detto da quelle parti. Una condizione che mal sopportava e della quale se ne lamentava continuamente. Dapprima perché succube di sua madre; una donna forte e risoluta(a novant’anni f.........


Carlo era uno scapolo; un “putto” si sarebbe detto da quelle parti. Una condizione che mal sopportava e della quale se ne lamentava continuamente. Dapprima perché succube di sua madre; una donna forte e risoluta(a novant’anni faceva ancora la “pastella”), la quale non perdeva occasione per screditarlo e smontargli la stima di sé.Fondamentalmente lo considerava un ragazzone zuzzurellone e non c’era possibilità di appello. Poi, alla morte della madre, quando aveva già passato i sessantacinque, era tormentato dal pensiero che, con un eventuale matrimonio, avrebbe potuto perdere tutto quanto aveva messo insieme in una vita di sacrifici e parsimonia. Quando mi chiedeva se era meglio sposarsi o rimanere scapoli, io gli rispondevo con le parole di Socrate: -qualunque cosa tu faccia, rimpiangerai sempre l’altra-. Commentava con un “ecco!” ed io capivo di avergli offerto un altro alibi alla sua paludosa situazione. E così a Carlo non rimaneva che fare il cicisbeo con tutte le donne che gli capitavano a tiro, per poi tornarsene a casa e sentirsi solo.

Quando Carlo comprò, seppure a pochi soldi, casa, fienile e terre nel piccolo borgo di Poggiolrosso, tutti gli davano del matto. Il borgo era stato abbandonato già da diversi anni e i sassi cadevano a terra disordinati. Tutti gli rinfacciavano di aver comprato un rudere in un posto inculato e dimenticato dalla civilizzazione mentre la tendenza era progresso e urbanizzazione. A Carlo, però, interessavano i campi per farci il fieno sebbene fosse legato emotivamente a quella casa avendoci trascorso alcuni anni della sua infanzia. Perché ritornasse vivibile, la casa abbisognava di tempo e denaro, cose che Carlo non aveva. Così, un giorno si presentò al suo cospetto una più matta di lui, Silvana, a chiedergli di vendere. Una sera, una delle tante in cui veniva a trovarci, gli chiesi come mai aveva venduto a Silvana. La risposta arrivò solo sul momento di andarsene quando,dato fondo alla bottiglia di vino, Silvana dormiente sul divano,disse compiaciuto:- ma aveva due gambe!-. L’aver venduto a siffatte gambe, fece intendere, fu per lui motivo di orgoglio e prestigio fra quanti, contadini semi-montanari, vicini e confinanti, repressi e morigerati, gli rapportavano di cotanta visione.

Un pomeriggio, arrivando a Poggiolrosso, si trovò nel bel mezzo di un raduno New Age. La presenza di tutte quelle donne gli faceva brillare gli occhi. Strinse la mano ad una ad una accompagnando la stretta con una battuta od un complimento estemporaneo. Così guadagnò l’ortocentro della situazione e, con l’abilità di un conferenziere consumato, monopolizzò l’attenzione. Da buon talento naturale aveva fiutato nei convenuti il malessere della città e,così, iniziò a raccontare della prima volta che andò a trovare sua sorella a Sassuolo. Quando fu davanti a quel palazzo da torcicollo,si perse in un alveare di citofoni. Era pronto a rinunziare se non ci fosse stato l’intervento di un inquilino ad indicargli il bottone.Rispose sua sorella pregandolo di aspettare. Arrivò con un paio di ciabatte e Carlo ci mise un po’ prima di convincersi a togliersi le scarpe. Presero l’ascensore ed arrivarono al piano. Mentre percorrevano il corridoio che portava all’appartamento, sua sorella gli intimava di parlare piano con l’indice ad incrociare le labbra.Varcata la porta, due pattini per muoversi in casa. Carlo stette cinque minuti poi rivolle le scarpe per andarsene. –Come si fa- si lamentava, -a vivere in quei loculi incerati?-.- Io, nell’arco della giornata, entro ed esco di casa cento volte, impazzirei a togliere e rimettere scarpe; poi, tutti quei piani, e se uno si scorda qualcosa o solo gli scappa da pisciare?- .-Io, quando sono fuori davanti casa, se mi scappa da pisciare, tiro fuori il “grillo”e piscio…-.

Carlo non aveva sempre fatto il contadino. Per qualche anno, in pieno boom economico, aveva lavorato per un gruppo di ceramiche come padroncino,essendo proprietario di un camion col quale trasportava la terra. Si svegliava prestissimo per aiutare suo fratello a mungere le mucche e poi partiva spedito per arrivare primo dietro i cancelli del piazzale. Lì aveva imparato a conoscere i meridionali, -gente che non fa la spia- asseriva, e lui si fidava anche se sapeva che ognuno di loro aveva un coltello in tasca. Lavoravano a cottimo e il tempo era denaro. Mangiava mentre guidava le dieci uova sode prontamente sgusciate la sera prima. Una volta trattenne la “piscia” da Sassuolo a Cerredolo perché forse ce la faceva ad effettuare un’altra consegna quel giorno. Invece si imbattè in un posto di blocco della polizia che lo invitava ad accostarsi. Produsse tutti i documenti ma non bastò. Lo scortarono ad una pesa dove riscontrarono un sovraccarico del camion. 400.000 lire di multa, tanto da deglutire a secco. Quando il tutore della legge gli consegnò il verbale, Carlo disse solennemente:- Comandante, spero che un giorno suo figlio torni a casa e le dica che ha preso 400.000 lire di multa mentre lavorava!-.

Durante gli ultimi mesi della vita terrena di sua madre, ebbe bisogno di una badante. Una donna dell’Est varcò la soglia di casa sua per assumerne il comando. La prima richiesta che gli fece, fu quella di comprare un telefonino essendosi resa conto che non c’era un telefono fisso in casa. Le ricariche duravano due giorni e Carlo iniziò ad esercitarsi nella difficile arte di soffrire in silenzio.Un giorno, mentre era al supermercato che guardava la lista della spesa, gli venne quasi un esaurimento nervoso: stracci, strofinacci,spugne, per i vetri, per la cucina, per il bagno, per il legno, per il lavabo. E pensare che lui, al bisogno, usava l’alcool denaturato per tutto con maglie dimesse ritagliate. La voce “detersivo per i piatti” la considerò un errore dal momento che lo aveva preso la settimana prima e che a lui durava anche due anni. Quanto al sapone per le mani, non ebbe dubbi, pensando anche di fare cosa gradita,prese una bella saponetta “Palmolive” che lui si ricordava essere il sapone dei “signori”. Quando tornò a casa con le buste, la badante, nell’atto di verifica e svuotamento, si lamentò della saponetta “Palmolive” perché voleva il sapone liquido col dosatore e gli rinfacciò di essersi dimenticato del detersivo per i piatti.

Quando,nelle stagioni di mezzo, la sera Carlo veniva a farci visita, ci trovava davanti al camino. Quel camino dove sua madre faceva la polenta, alto che quasi ci si stava dentro in piedi. Quello stesso dove, in una sera d’inverno, sua madre fece da mangiare ai partigiani. E quando furono belli sazi e alticci, raccontò, qualcuno di loro prese dello strutto e lo lanciò sul fuoco per alimentare le fiamme. Sua madre, in preda alla disperazione, vedendo minacciata la scorta invernale di strutto, prese a protestare. Ci fu un attimo di tensione,poi, la cosa rientrò per l’intervento del buon senso degli altri partigiani. –I partigiani?... ce ne erano anche di ignoranti!- sentenziava Carlo avendo assistito a quella scena in un angolo della casa con gli occhi sgranati di un bambino.

Ogni volta che andavamo nella stalla, Carlo ci mostrava il mattone del pavimento dove un militare tedesco, durante una irruzione, aveva sparato seminando panico tra uomini e bestie. Avevano l’ordine di prendere un uomo del borgo, padre di sette figli, per portarlo al comando sito in località la Quercia.. Mentre facevano per portarselo, tra pianto di bambini, disperazione delle donne e uomini del borgo a scongiurare, l’ufficiale tedesco si commosse e lo lasciò andare accompagnando il suo atto di clemenza con un “io non avere visto niente”. –Ah, i tedasc!- sospirò Carlo e continuò,a modo suo, di pal in frasca, -anche questo Papa… l’altro,quello della Polonia, era bravo, aveva persino perdonato chi gli aveva sparato, questo…, se capitava a lui, non lo perdonava mica,ve’!-.

Alla morte di sua madre, Carlo si chiuse in casa e cadde in una crisi profonda. La sua lunga assenza da Poggiolrosso ci indusse a fargli visita . Lo trovammo in un vistoso deperimento organico, alla mercè dell’ipocondria. Usammo parole di circostanza che non riuscirono a lenire la sua sofferenza e ci accomiatammo lasciandolo così come lo avevamo trovato: mogio ed inconsolabile. Di lì a poco, apprendemmo che i suoi familiari erano riusciti a convincerlo a ricoverarsi in ospedale. Le notizie successive lo davano in netta ripresa e,addirittura, resistente alle dimissioni dall’ospedale. Lo immaginavamo “cavalier cortese” con le infermiere ed impegnato a soddisfare la sua attitudine a socializzare con chiunque. Quando venne a trovarci lo trovammo in forma sebbene gli avessero intimato di ridurre vino, grassi animali e dolci. –Il cuore, il fegato, il pancreas … io non lo sapevo mica di avere tutte queste cose …io ho sempre pensato di essere un pezzo unico!- commentò a proposito di quella improbabile scomposizione.

Silvana, grazie all’apporto di Carlo ed attingendo da fonti occasionali,metteva insieme tessere del mosaico storiografico del borgo. Aveva reperito la foto-ricordo dell’ultimo abitante di Poggiolrosso, tale Nazario, e la teneva sul tavolo in attesa della visita di Carlo. Di Nazario, Carlo ne aveva già parlato ampiamente. Uomo rude e temibile, era proprietario di buona parte delle terre intorno alborgo. Con la famiglia di Carlo, però, s’era sempre comportato bene. Una volta avvisò per tempo sua madre prima di spargere mangime avvelenato nel cortile, per punire le galline dei vicini che non riuscivano a distinguere i confini. Ciononostante, quand’anche la madre di Carlo le avesse tenute chiuse per una settimana, le galline morirono lo stesso avendo beccato quanto era sfuggito alle defunte galline dei vicini. Quando vide la foto, Carlo ne evidenziò i baffi e l’espressione arcigna

–Io,nella zona temo solo Bartolomeo- confessava mentre Carlo lo aiutava nella semina definendo le corsie con brocche di quercia. Quando, dopo l’aratura, durante la raccolta dei sassi, i suoi operai si arenavano di fronte ad uno bello grosso, Nazario, per non far perdere loro del tempo, se ne occupava lui. Scavava come un dannato; non bastava e scavava ancora, fino a liberarlo del tutto.

-Ah,la vita!- sospirò Carlo agitando la foto, -tutti quei sassi, ma chi te lo ha fatto fare, Nasario?-.

Passati gli anni, in occasione di una nevicata eccezionale, Nazario, vecchio,solo e senza più scorte alimentari, vide un trattore far la rotta verso casa. Di colpo il suo viso si riempì di lacrime quando riconobbe nei soccorritori i volti dei figli di quei vicini a cui aveva avvelenato le galline.



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