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lavoro pubblicato venerdì 24 gennaio 2014
ultima lettura giovedì 26 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'importanza di ogni istante. Cap.3

di MarilynM. Letto 744 volte. Dallo scaffale Amore

La sensazione di buio e di oblio che provavo ogni volta prima di andare a dormire mi spaventava, tanto che a volte facevo fatica a prendere sonno. (Nota autore: ho cambiato il punto di vista del narratore rispetto ai primi due capitoli.) ......

La sensazione di buio e di oblio che provavo ogni volta prima di andare a dormire mi spaventava, tanto che a volte facevo fatica a prendere sonno.

Avevo il terrore di cosa mi aspettasse nel mondo di Morfeo, avevo paura di rivivere ,per l' ennesima volta, ciò che mi tormentava ormai da anni.

Mi alzai, scostando il piumone, e mi avvolsi in una felpa vecchia e logora. Aprii il cassetto del comodino accanto al letto e presi il pacchetto di sigarette.

In punta di piedi, andai in cucina, sul piccolo terrazzo dietro la porta finestra. Era notte fonda e Londra era illuminata dai lampioni disseminati per le strade. In lontananza scorgevo la silhouette del London Eye, ricordandomi quando lo potevo guardare solo in foto. La notte era fredda e umida, tanto che mi venne la pelle d'oca per il gelo anche attraversò la felpa e i pantaloni del pigiama. Accesi il piccolo cilindro di carta e presi una boccata di fumo. Era come se espirando, oltre ad espellere il fumo, buttassi fuori tutte le preoccupazioni e i problemi. Mi appoggiai alla ringhiera di ferro battuto e continuai a fumare, un tiro dietro l'altro e scacciai tutti i pensieri negativi.

Come una specie di flash, mi tornò in mente il ragazzo dello studio: non riuscivo proprio a capire cosa avesse di tanto speciale da attirare la mia attenzione. Non ero tipo che notasse ogni ragazzo carino che mi rivolgesse la parola. Avevo dato così tanti due di picche, che Amber mi aveva soprannominata 'Principessa dal cuore di ghiaccio'.

Buttai fuori l'ultima boccata di fumo e spensi il filtro nel posacenere improvvisato dentro ad un piccolo vaso di terracotta scheggiato.

Rientrai e bevvi un sorso d'acqua, tornando subito in camera.

Mi rintanai sotto il piumone e finalmente sentii gli occhi appesantirsi. Il mio respiro si fece più regolare e lento, finché non sprofondai nell'oscurità del mondo dei sogni.
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La musica risuonava per tutto l'appartamento, svegliandomi da un sonno discontinuo però senza sogni. Guardai l'ora sulla sveglia e segnava le 7.13. Era sabato ed era la prima volta dopo secoli che avrei dormito ancora un pochino sfruttando la giornata libera, ma ormai il sonno se n'era andato, lasciandomi in uno stato di veglia assoluta.

Con passo trascinato, andai in camera di Amber, dove la trovai intenta a mettere apposto il guardaroba. Mi avvicinai alla dock station e schiacciai PAUSA sull'Ipod, facendola voltare di colpo, con gli occhi sgranati. Aveva la faccia impiastricciata con qualche strana maschera e i capelli neri raccolti in un chignon disordinato.

"Grazie per avermi svegliata, sai?" borbottai, con la voce ancora impastata dal sonno.

"Di solito a quest'ora sei già sveglia. Pensavo fossi in camera a scrivere. Scusa." si difese, piegando una maglietta rossa.

Feci un gesto come la mano, come per dirle di lasciar perdere. Feci ripartire la musica, mettendo una delle poche canzoni che avevo passato ad Amber, e andai in bagno.

Mi spogliai e mi posizionai sotto il getto d'acqua calda, lavando via ogni traccia di sonno e di stordimento. Mi lavai i capelli, ascoltando l'assolo di chitarra di Slash in Novermber Rain, e ripensai a come avessi dormito relativamente bene quella notta, senza incubi e attacchi di panico. A cosa stava pensando il mio cervello da accantonare per un istante quell'incubo? Quello che sapevo era che non dormivo così da tempo.

Uscii dal box doccia e mi avvolsi in un asciugamano, fermandolo sotto le ascelle. Aprii la finestra per far uscire il vapore e passai una mano sullo specchio, togliendo la condensa. Nel frattempo, sentivo Amber cantare la sua canzone preferita del momento e non azzeccava una nota.

Ridacchiai, iniziando a canticchiare anche io, allegra, mentre mi guardavo allo specchio: gli occhi non erano arrossati e le occhiaie non erano viola come al solito.

Mi pettinai i lunghi capelli con le mani e li tamponai con un asciugamano. Tornai in camera di Amber, che continuava a cantare, appendendo gli abiti in ordine cromatico.

"Ti va di andare a fare colazione da Starbucks?"le chiesi, ridacchiando per le mosse da ballerina improvvisata che faceva.

Lei si bloccò, sorridendomi."Siamo di buon umore? Di solito ti pesa andare fino da Starbucks."

Io feci spallucce, tenendo con una mano l'asciuagamano."Ho anche io le mie giornate buone. Potremmo anche fare un giro per negozi. Ti va?"

Amber annuì con veemenza, incredula.

Andai in camera e mi vestii, indossando le prime cose che trovai. Mi asciugai i capelli a testa in giù e andai in salotto, trovando Amber già pronta.

"Andiamo." dissi, dopo essermi allacciata un anfibio.

Uscimmo di casa, stringendoci sotto l'ombrello e ci avviammo. La città era caotica e trafficata come sempre e durante il tragitto finimmo addosso a diverse persone.

Entrammo dentro Starbucks e mi bloccai quando vidi la fila davanti a noi.

Sbuffai."Mi sono appena ricordata perchè non mi piace questo posto."

Amber mi guardò in malo modo."Dov'è finita l' allegria di qualche minuto fa?"

"Sai quanto odio aspettare. Non so essere paziente e dover aspettare chissà quanto per un maledetto frappuccino mi urta i nervi."risposi, facendo alzare ad Amber gli occhi al cielo.

Mi guardai intorno, annoiata a morte, cercando di ingannare il tempo, quando il telefono di Amber squillò.

"Pronto?"rispose, facendomi segno che sarebbe uscita a parlare. Annuii inespressiva e tornai a guardarmi intorno.

Ero rimasta sola e il buon umore di quella mattina si stava trasformando in nervosismo puro. I miei sospiri di noia furono interrotti dal forte urto con qualcuno che mi fece perdere l'equilibrio. Aspettavo di sentire l'urto con il pavimento, ma quando aprii gli occhi, notai un paio di mani sorreggermi per le braccia. Mi guardai intorno, disorientata e mi rimisi in piedi, pronta a ringraziare chiunque mi abbia evitato un ematoma sul fondo schiena.

"Grazie."dissi, bloccandomi quando riconobbi chi mi stava davanti.

"Prego."il ragazzo del giorno prima mi guardava, con un sorriso abbozzato, trafiggendomi con i suoi occhi chiari, un misto fra verde e azzurro che mi aveva lasciata senza parole. "Ma tu sei la segretaria della dottoressa Robins?" mi chiese.

Tutto quello che feci era annuire come un'ebete.

"La segretaria ha un nome o ti devo chiamare così?"scherzò, ridacchiando. Mi ripresi, consapevole di aver appena fatto una figuraccia.

"Willow. Mi chiamo Willow." balbettai, tendendogli la mano, imbarazzata.

Lui sorrise, facendo perdere qualche battito al mio cuore. "Tyler." mi strinse la mano e, non so se sia stato frutto della mia immaginazione o sia successo davvero, ma sentii una scossa. Non quelle scosse che appena le senti, togli la mano, quella era una sensazione piacevole che non sentivo da parecchio tempo.

"Willow!"mi girai, notando Amber furiosa venire verso di me. "Hai perso il posto in fila!" mi rimproverò, ma si zittì non appena vide Tyler accanto a me.

Lui la guardò sorridendo."Ciao Amber." disse semplicemente.

"Berremo il caffè da un'altra parte. Andiamo."disse bruscamente la mia coinquilina, prendendomi per il braccio e trascinandomi via.

"Ma che fai?!"chiesi, cercando di fermarla, ma in quel momento aveva la forza di un toro e mi portò fuori da Starbucks senza sforzo.

Strattonai via la mano, arrabbiata e confusa."Ma che ti è preso?!" chiesi, pronta a scatenare la mia ira su di lei.

"Sai chi è quello?! Tyler Mitchell ti dice qualcosa?" quando mi disse il nome, capii subito la sua reazione.

"Quel Tyler? Quello che ti ha illusa e poi scaricata?"balbettai con un filo di voce, ancora sotto shock.

"Perché parlavi con lui? Non dirmi che è lui il ragazzo di cui mi raccontavi ieri.."mi chiese, incrociando le braccia. Il mio silenzio le rispose e scosse la testa, contrariata.

"Perché fai così? Era la prima volta che ci parlavo. Non ci sono andata a letto. Non ho fatto nulla!" risposi, alzando la voce.

Lei sospirò. "A me non frega di lui, ma di te. Devi stargli lontana. Te lo dico per il tuo bene. Quel ragazzo porta solo guai."



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