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lavoro pubblicato venerdì 24 gennaio 2014
ultima lettura giovedì 26 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La pratica per la pensione

di Gerry. Letto 696 volte. Dallo scaffale Generico

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Generoso Di Napoli Generoso

La pratica per la pensione

Ogni mattina alle cinque e mezza la sveglia di Franco prende a lamentarsi come a ricordargli che l' ora d' aria è finita!

I piedi, gonfi come calzoni ripieni di cicoli e ricotta, cedono l’attesa ad un prolungato formicolio che lo inchioda, per qualche minuto, ai bordi del letto.

Si prepara una sigaretta con foglie di basilico tagliuzzate alla julienne – diceva gli portassero il buonumore .

Nel frigo c’e un pezzo di pizza avanzato due giorni prima da una serata passata a bere falanghina e a guardare documentari con cui fa colazione .

Si ricorda della notizia riportata dal giornale sullo sciopero dei mezzi pubblici e che quella mattina sarebbe dovuto uscire con la sua 127 special dal culo rilassato dalle troppe buche che la città gli concedeva dopo ogni acquata ; ne aveva contate sin‘ora oltre mille e trecento . Un vero vanto!

Il Bar sotto casa, stranamente, aveva la saracinesca ancora tirata giù :

- strano che Sergio non abbia ancora aperto! -, si disse stranito !

Quella mattina la temperatura era di due gradi e la macchina fece fatica a partire.

Franco lavorava da 35 anni nello stabilimento metallurgico della T.M.F., abbreviazione di Tecnologie Metallurgiche Future, una delle più rinomate industrie del settore nonostante avesse il numero di incidenti sul lavoro, in percentuale, più alto d’ Europa.

In tutti questi anni aveva mancato di timbrare il cartellino solo un giorno, l’anno prima, per un malore improvviso allo stomaco causato da un peperone ripieno ricoperto di maionese ed una bottiglia di rosso paesano.

Amava abbuffarsi con gli amici quando “superchiava” di tasca non concedendo a nessuno l’onere del conto e alla fine di ogni tavolata recitava : - l’amicizia vost’ è a’ saluta mia!! - e così, si congedava.

Quel giorno, nel cantiere, la puzza di metanolo si fece più insistente del solito per la rottura di un serbatoio alto dieci metri e pesante cinquanta tonnellate. Girava la voce che quell’incidente fosse stato provocato da “Sasà o’ gruist’”, un ominide alto uno e novanta che quando apriva le braccia ci poteva prendere un pianoforte a muro, il quale per un errore di valutazione aveva colpito con il gancio della grù una cerniera da 50 pollici posta a due metri dalla cisterna a cui stavano lavorando “Ciruzzo o’ zingariello” e “Mimì o’ turrese”, operai specializzati nella manutenzione degli impianti e saldatori all’occorrenza. Fortuna volle che i due, lanciandosi nel vuoto, cadessero su un ponteggio montato tre giorni prima dallo stesso Sasà che procurò loro piccole contusioni. L’incidente si risolse con un riposo forzato di una settimana per i due ed una strigliata del capo cantiere al gruista conseguente ad una detrazione dallo stipendio di duecento euro.

Nel pomeriggio lo aspettava il ragioniere per compilare le pratiche da inviare all’ I.N.P.S.

Il pensiero che da lì a qualche mese avrebbe preso a godere della pensione lo riempì di nuova energia, tanto da non concedersi neppure l’unico sfogo della giornata che era la sigaretta. Già pensava all’offerta del 32 pollici al plasma da mettere in salotto, al digitale terrestre e al frigorifero, quello grosso americano anni cinquanta in offerta da Tufano.

Fu chiamato dall’ingegner Tammaro un attimo prima di timbrare il cartellino per la pausa pranzo : - c’è da verificare una perdita nel settore del cobalto! -, disse l’ingegnere.

- Dopo pranzo vado a controllare! -, rispose Franco.

- Ho bisogno che mi risolva il problema adesso! -, inchiodò l’ingegnere.

- Quand’è così vado subito -, ancora Franco.

Uscito dall’ufficio cominciò a chiedersi perché mai, quei lavori del cazzo, li affibbiassero sempre a lui quando anche “Giggino o’ vaculese”, imboscato di professione, avrebbe potuto farlo.

Lo consolava comunque il pensiero che alla fine del mese si sarebbe ritrovato lo straordinario in busta paga il che, considerando il mutuo e le multe arretrate non gli dispiaceva. Si avviò verso l’impianto portandosi dietro il secchio con dentro i ferri ed il pranzo e nella testa un unico pensiero, i moduli.

Ad aspettarlo, sul posto, un tappeto di merda acida color sanguinaccio ed una puzza talmente solida da trapanargli il cervello. Le condutture avevano seguìto la stessa sorte.

- Mi tocca!!! -, bofonchiò con aria rassegnata quando di colpo uno dei tubi, senza preavviso, prese a ruttare catrame in tutte le direzioni cogliendolo in pieno petto e sul viso.

Un urlo, strozzato solo dal dolore, si guadagnò il raccordo dell’asse mediano distante tre chilometri. Stramazzò a terra in quella chimica latrina mentre un fuoco si cacciava fin dentro le viscere e nel torace; la faccia si colorò della maschera di pulcinella e l’espressione si fece rugosa quando gli occhi, lentamente, si strinsero come chiuse di una diga.



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