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lavoro pubblicato domenica 19 gennaio 2014
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

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La Resa

di ltedesco. Letto 572 volte. Dallo scaffale Storia

Luca Tedesco LA RESA Capitolo 1 Luglio 1919 Non era stato solo per l'istintivo senso di protezione che provava nei confronti dell'amico né per il gusto di...







Luca Tedesco





LA RESA


































Capitolo 1


Luglio 1919


Non era stato solo per l'istintivo senso di protezione che provava nei confronti dell'amico né per il gusto di trascorrere alcune ore all'aria aperta in un'assolatissima ma fresca giornata d'ottobre. Era stata, e Massimo ne aveva avuto una sempre maggiore consapevolezza durante il tragitto che lo stava portando assieme a Carlo davanti ai cancelli della fabbrica, la curiosità, di più, l'attrazione nei confronti delle capacità del nemico, della solidità della sua organizzazione, della facilità con cui riempiva le piazze.

Erano quelli i tempi, da poco finita la guerra, di caro-viveri, scioperomania, inflazione galoppante, occupazione delle terre e invocazioni alla socializzazione. Dalle città del Nord arrivavano a Roma anche voci di consigli di lavoratori che volevano cacciare i padroni dalle fabbriche per gestirle da soli. Fu in una di queste giornate, che iniziavano con la speranza eccitata di chissà quali rivolgimenti ma che si chiudevano sempre senza che nulla di nuovo fosse accaduto, che Carlo fece il suo ingresso nel mattatoio della capitale, nel quartiere Testaccio.

Massimo se la ricordava bene quella prima apparizione, quella figura dall'espressione un po' smarrita e dai movimenti impacciati. Carlo veniva dalla campagna e in una fabbrica non ci aveva mai messo piede prima; però dalla pelle rovinata dal sole Massimo aveva capito subito che il guitto doveva essere un gran lavoratore.

Carlo aveva appena compiuto sedici anni anni quel primo febbraio 1919 ed aveva lavorato nei quattro precedenti come stagionale a Colle di fuori, vicino Rocca Priora, nella campagna romana. All'inizio dell'autunno partiva da Scanno, sua città natale, tra le montagne abruzzesi, per scendere in pianura dove coltivava il grano, per poi tornare a casa alla fine del raccolto e della mietitura.

A Colle di fuori aveva vissuto ora in capanne, fatte di paglia, stocchi di mais e foglie secche con un buco di entrata e senza manco una finestra, ora addirittura in grotte, ma si era stufato dei caporali che anche per meno di venti soldi sfruttavano i poveracci, i bifolchi, che venivano non solo da tutto il Lazio, da Viterbo fino a Terracina, ma anche dall'Abruzzo come lui e dalla Campania, e ancor di più si era stufato di quelli sopra di loro, i mercanti di campagna, da cui i caporali prendevano ordini. E poi la malaria, cosa paurosa -che ognuno la chiamava in modo diverso, febbre a caldo o a freddo, terzana, quartana, febbre agostana, perniciosa, cachessia palustre- lo terrorizzava; spaccarsi la schiena sì, fino allo sfinimento, ma venire divorati lentamente da quel male carogna no.

<<Stava infrociato là a panza per aria,/vicino a un fosso... accanto a' na grottaccia,/impatassato dentro a la mollaccia.../c'era 'na puzza ch'appestava l'aria./ Le cornacchie e li farchi da per l'aria/ venivano a beccajese la faccia/ e der pezzo de sopra de le braccia/ c'era rimasto l'osso!/... che barbaria!>>; questa poesia gli avevano insegnato, così, per sdrammatizzare, per dargli forza, certi medici che un giorno erano comparsi in quella palude fetida e avevano cominciato a parlare di risanamento umano che doveva accompagnare quello agrario. Carlo era rimasto molto colpito dalla figura austera del dottore che aveva fatto visita alla capanna che condivideva con la mamma e il fratello più grande e dal suo vestito elegante, con tanto di gilet e farfallino.

La mamma, intimorita, si era alzata dallo sgabello a tre piedi e si era andata a sedere sull'unico giaciglio in cui dormivano tutti e tre, la rapazzola, fatta di rami d'albero tenuti assieme dal fil di ferro. La capanna era piena di fumo, che il focolare, costruito in mezzo, era stato appena acceso. Carlo aveva avuto la netta impressione che il dottore malcelasse dietro il pince-nez l'imbarazzo, forse anche la repulsione, per quell'ambiente malsano, popolato, oltre che da cristiani, da maiali e galline.

Il giorno dopo erano arrivati ambulanze, barelle e infermieri che avevano iniziato a somministrare una medicina, il chinino, così la chiamavano i dottori. E ricordava le storie fantastiche che si rincorrevano di bocca in bocca su quella sostanza miracolosa; veniva oltreoceano, si diceva, da certe foreste enormi delle Americhe, dove c'erano questi alberi miracolosi che se li incidevi sputavano la medicina.

A Colle di Fuori avevano costruito poi una bella scuola in muratura, tutta bianca, con tanto di campanile e roseto. Ma ciò che più aveva incantato Carlo erano i dipinti murali; le mandrie di buoi e di pecore e i puledri maremmani, dalle <<criniere selvagge>> e <<dalle narici frementi>>, gli aveva detto con grande enfasi uno di quei maestri, che, dopo aver passato la mattinata a insegnare in città, un paio di pomeriggi a settimana inforcava la bicicletta e raggiungeva la scuola lì in campagna per istruire i figli dei burini.

Capitolo 2


Ancora luglio 1919


«Qui non c'è neanche il tempo per asciugarsi il sudore con la manica della camicia...», gli sentì dire Massimo quel primo giorno di lavoro al mattatoio. Lo stupore di Carlo, misto allo sconforto, non era peraltro ingiustificato.

Il mattatoio di Testaccio, infatti, dove veniva macellata la carne destinata alla capitale, non poteva non impressionare per la grandezza e la confusione prodotta da un'umanità brulicante, rumorosa, che si muoveva tra carcasse e rigagnoli di sangue. Nelle prime ore passate lì dentro Carlo si era aggirato stordito tra i padiglioni adibiti al controllo e al peso del bestiame, alla macellazione e alla contrattazione del prezzo. Massimo allora se lo era preso da parte, gli aveva messo fraternamente la mano sulla spalla come per rassicurarlo e difenderlo dalla violenza del paesaggio circostante e gli aveva illustrato pazientemente il nuovo luogo di lavoro, i volumi rettangolari, i muri rifiniti in mattoni, le aperture arcuate delle finestre, le stalle, i bagni, gli stabilimenti per la lavorazione del sangue e la macellazione delle carni tenere e di quella suina.

Massimo aveva potuto così notare come Carlo fosse un ragazzo curioso e infaticabile. Non si risparmiava mai e dava l'impressione di avere continuamente, quasi ossessivamente, bisogno dell'apprezzamento altrui.

<<Attento a che non si prendano gioco di te>>, gli sussurrava spesso Massimo, timoroso che qualche operaio, specialmente dei più anziani, potesse approfittare della sua ingenua generosità per affibbiargli parte del proprio lavoro.

<<Deve essere stato proprio per quest'immischiarsi in cose che non lo riguardano che siamo finiti qui>>, pensò Massimo quel 21 luglio 1919, fermo di fronte all'entrata del mattatoio, riandando con la memoria a quando lì dentro nei sempre più frequenti capannelli di operai che si erano andati formando a partire dai primi mesi dell'anno e dai quali Carlo faceva immancabilmente capolino, erano iniziati a circolare certi strani fogli sovversivi.

La frequentazione di Carlo con i rossi lo aveva profondamente ferito. Entrato a lavorare al mattatoio giovanissimo per sostituire, come molti altri, gli operai spediti al fronte, Massimo credeva che non esigere tutti i frutti della vittoria costituisse un tradimento dei compagni di lavoro caduti in guerra. Nel portafoglio custodiva gelosamente una foto sbiadita della manifestazione imponente che aveva accolto il capo del governo ritiratosi dalla conferenza di Versailles per protestare contro l'egoismo del presidente americano che non voleva darci Fiume.

<<Città italiana, per Dio!>>, esclamava rabbiosamente Massimo ogni volta che ne parlava a un Carlo disattento, che annuiva solo per compiacere l'amico, che non gli avrebbe voluto dare un dolore per nessuna ragione al mondo, ma che non capiva tutta l'importanza che egli dava a questa storia dei confini nazionali, delle terre irredente e della vittoria mutilata, e che solo per rispetto avrebbe di lì a qualche mese fatto finta di guardare interessato ai ritagli di giornale che Massimo di tanto in tanto gli avrebbe squadernato davanti agli occhi, ritagli in cui campeggiava il Vate all'indomani della presa della città adriatica.

D'altronde, raramente Carlo leggeva alcunché con interesse. Ma quello che stava accadendo lontano da lì, in Oriente, in Russia, aveva veramente qualcosa di prodigioso. Si diceva che i padroni fossero stati allontanati dalle fabbriche, che venivano ora dirette dagli stessi operai, e che le terre fossero state distribuite tra i contadini. E non era forse lui, Carlo, mezzo contadino e mezzo operaio? Immaginava allora, finita la rivoluzione che sarebbe scoppiata certamente anche in Italia, di ritornare a casa in Abruzzo, dove i padroni nel frattempo sarebbero stati appesi a un albero come meritavano, e di prendersi il suo pezzo di terra e allevarci pecore.

Ma la rivoluzione va pensata, organizzata, pianificata, gli dicevano i compagni operai. Quelli che avevano studiato e sapevano leggere, anche se con grande difficoltà, spiegavano poi che bisognava mettere su un partito, che non è che butti giù uno Stato e la cricca sfruttatrice con un attentato o una manifestazione di piazza qualsiasi. E Carlo ascoltava, ascoltava avidamente e si proponeva per qualsiasi mansione, la più umile o la più pericolosa non importava, che certamente i compagni non sbagliavano e lo avrebbero impiegato nel modo migliore.

Questa sua militanza Carlo cercava di celarla a Massimo che viveva la scelta dell'amico come una prova cocente del fallimento del suo tentativo di essere una guida protettiva e sicura contro le insidie dei tempi. Ma se si era dimostrato incapace di indirizzare politicamente Carlo, Massimo era ostinatamente intenzionato a garantirne l'incolumità fisica.

Il sole batteva cocente sul selciato antistante l'ingresso del mattatoio; i sassi bianchissimi riflettevano i raggi del sole accecando la vista. I cancelli erano chiusi, la fabbrica deserta. Lo sciopero era dunque riuscito, pensò Massimo.

Il giorno, infatti, in cui lo aveva proclamato, la Camera del lavoro era stracolma; così Massimo aveva letto sull'<<Avanti!>> ed ora ricordava nitidamente come a quella notizia avesse sentito un profondo disagio, che alle prime riunioni di fascisti cui partecipava in quei giorni abbondavano sì impiegati, maestri, avvocati e studenti (soprattutto gli studenti lo mettevano in soggezione, che aveva l'impressione, ma forse la sua era sola invidia, che lo trattassero con sufficienza, lui che non più giovane di loro non aveva certo la voglia o l'energia di mettersi sui libri dopo una giornata di fabbrica), mentre di operai se ne vedevano ben pochi.

Nell'assemblea, aveva confidato a Massimo un operaio, ignaro o forse semplicemente incurante delle sue simpatie politiche, era stato tutto un vociare eccitato su quello che erano stati capaci di fare gli operai a Berlino, scesi in piazza contro il governo dei socialfascisti servi degli industriali. Chi aveva provato timidamente a dire che tra le centinaia di migliaia di berlinesi che avevano protestato per le vie della capitale tedesca di operai non ve ne erano stati granché, era stato azzittito ruvidamente. Era a causa del governo traditore della classe operaia e delle squadracce paramilitari, i corpi franchi, qualcuno dottamente aveva detto, i Freikorps, qualcuno ancor più dottamente aveva strillato, se la classe operaia non aveva potuto fare di più e comunque si doveva tentare anche in Italia e per intanto bisognava indire lo sciopero.

A Carlo, poi, i lavoratori di Berlino in piazza e soprattutto i loro capi, che infiammavano l'immaginazione sua e dei suoi compagni - di cui però riusciva a ricordare solo i nomi, Carlo, come lui, e Rosa, che i cognomi erano veramente impronunciabili - apparivano come l'arcangelo Gabriele delle illustrazioni di certi libri di preghiere che sua madre recitava, chiusa in camera, prima di iniziare le faccende domestiche ogni mattina, che scendeva con la sua spada a sterminare gli ingiusti o come novelli San Giorgio che sconfiggevano il drago del profitto e dello sfruttamento.

<<Hai visto? - fece Carlo - Da ora in poi i padroni dovranno trattarci con più rispetto!>>, ma Massimo non lo ascoltava. Si guardava attorno, girandosi lentamente su stesso. Desolanti, quel silenzio, quella strada polverosa, il sole che ci picchiava sopra inclemente, sì tutto in quel posto quel giorno gli sembrava uno spettacolo desolante. Non doveva funzionare così, pensava. Ai suoi occhi una fabbrica che non lavorava era una malattia, un cancro che poteva crescere, moltiplicarsi, produrre metastasi in altre fabbriche, in altri luoghi, in tutta Italia. A cosa poteva portare tutto questo se non allo sfacelo, al crollo e quindi alla fagocitazione del Paese estenuato e corroso da parte delle voraci plutocrazie? <<Andiamo via da qui>>, replicò bruscamente Massimo. Carlo lo guardò stupito ma, oramai abituato alla scontrosità dell'amico, non replicò, prese del tabacco dal taschino della giacca, confezionò frettolosamente una sigaretta, se la infilò in bocca senza accenderla, ammirò fiero per l'ultima volta la scenografia grandiosa della fabbrica silente e iniziò a seguire Massimo che era già scomparso dietro l'angolo.

Capitolo 3


Agosto 1919


Massimo l'aspettava sempre accanto al nasone, le mani infilate nelle tasche, le braccia distese e rigide, le spalle alzate, come quando ci si deve difendere dal vento gelido, solo che Massimo assumeva questa bizzarra postura in qualunque stagione dell'anno. Per ingannare il tempo spesso girava attorno alla fontanella giocando a non mettere i piedi nei rivoli d'acqua e nelle pozzanghere che si formavano lì attorno.

Forte e sereno, questa era stata la definizione che aveva dato del carattere di Massimo Antonella solo pochi giorni dopo averlo conosciuto e la fondatezza di quest’affermazione Massimo aveva già in passato avuto occasione di mettere alla prova. Si poteva anzi dire che aveva fatto dell’adeguamento a quella definizione la stella polare della sua condotta. Questo processo, però, non era stato affatto spontaneo, ma un traguardo meticolosamente perseguito, quasi il parto di una disciplina e di un rigore maniacalmente vissuti. Ciò aveva avuto indubbiamente i suoi vantaggi. All’ombra di tale carattere, infatti, Massimo aveva maturato negli anni un’alta considerazione di sé che lo aveva portato a giudicare con severità persone e atteggiamenti che denunciavano debolezze, dubbi, paure.

«Pose, languori, sfinimenti decadenti» amava definirli, senza arroganza peraltro, che non avresti mai potuto accusarlo di cattiveria, di poco cristiano accanimento, ma anche solo dopo averlo frequentato per poco tempo avevi la percezione esatta di cosa pensava di chi non sapesse esattamente che direzione dare alla propria vita.

Ricordava bene la prima volta che sua sorella Claudia lo aveva trascinato quasi a forza alla Manifattura Tabacchi, a piazza Mastai, dove Antonella lavorava, per farli conoscere, <<che a te la politica e la tua rivoluzione fascista ti faranno ammalare, che non è normale lavorare e poi riunirsi ogni giorno con... come vi chiamate? Camerati? Insomma, con soli uomini per fantasticare di cose di là da venire!>>.

Quando Antonella uscì dalla fabbrica, quel primo di agosto, Massimo ebbe tutto il tempo di studiarla mentre attraversava una piazza trafficatissima. Da lì partivano infatti quasi giornalmente i carri carichi di tabacco. Massimo qualche volta andava al porto di Riva Grande a vedere, affascinato, le navi stracariche di quella mercanzia che giungevano da Civitavecchia. Aveva ancora impressi nella mente i racconti del nonno sui militari, soprattutto francesi, che fumavano di tutto, tabacco da fiuto, sigari leggeri e sigari forti.

Fin da quel primo giorno la visione dell'incedere frettoloso e sbarazzino di Antonella tra gli ultimi carri che caricavano la merce in piazza era stata per Massimo un tripudio, un'esplosione di colori, un colpo in pieno viso talmente violento da tramortirlo.

Antonella non era bellissima, un corpo forse troppo esile e seni piccoli, ma la sua andatura disinvolta, a tratti strafottente, la lentezza con cui si riavviava i riccioli e si passava la mano sul viso e sul collo quando simulava un'aria pensosa e il modo in cui rideva reclinando la testa leggermente all'indietro e trattenendo la lingua tra i denti avevano colpito Massimo nelle viscere fin d'allora.

Claudia, indovinando l'attrazione nello sguardo ebete del fratello, lo aveva avvertito scherzosamente:<<eh sì, Antonella sa come farsi desiderare...>>. A queste parole, che l'amica aveva fatto finta di non aver sentito, Massimo, mortificato dall'incapacità che aveva mostrato di celare il proprio stato d'animo, cosa che raramente capitava a uno spirito riflessivo come il suo, lanciò un'occhiata stizzita alla sorella e lasciò indietro le due ragazze che sentiva chiacchierare e scoppiare di tanto in tanto in risate fragorose.

Giunti alla casa della famiglia di Antonella, Massimo rivolse a quest'ultima un saluto frettoloso, ricambiato con un sorriso malizioso, di chi sa bene quando l'ostentazione della noncuranza è solo finzione, fragile e patetico schermo alla propria curiosità.

Due giorni dopo, infatti, Massimo era nuovamente lì a piazza Mastai. Indossava l'unica giacca di velluto a coste che possedeva, regalatagli dalla madre per onorare le feste. Per l'occasione aveva infilato anche una margherita da campo nell'occhiello ed ora mentre se ne stava lì rigido come uno stoccafisso accanto alla solita fontanella si rese conto che forse per la prima volta nella sua vita aveva fatto qualcosa senza averne calcolato prima le conseguenze. Ad Antonella, che le sarebbe apparsa lì davanti tra qualche momento, non aveva infatti pensato come avrebbe potuto giustificare la propria presenza.

La piazza iniziò a brulicare di donne che sciamavano dal ventre della fabbrica, molte con in braccio i bambini che avevano affidato durante il lavoro alle balie che allattavano in una sala apposita della Manifattura. Gli ultimi carri carichi di sigari erano in piazza, pronti a partire.

Da dietro uno di questi apparve Antonella, saltellante da una pozzanghera all'altra, in una giornata che solo adesso vedeva squarciare le nuvole da un sole finalmente prepotente.

Alzato lo sguardo, Antonella si accorse di un Massimo che, quasi impercettibilmente, le sorrise. Allora si fermò, lo squadrò con occhi indagatori, poi ricambiò il sorriso con un'espressione vagamente saccente, quasi volesse lasciare intendere che ben sapeva che sarebbe tornato, infine lo raggiunse per chiedergli:<<e a me un fiore non lo porti?>>. Massimo farfugliò patetico e confuso che si era trovato a passare di lì per caso e vedendo le nuvole farsi cariche di pioggia l'aveva aspettata con l'ombrello per accompagnarla a casa. <<Già...>>, rispose lei divertita, infilando disinvoltamente il braccio sotto quello di lui senza per questo rinunciare a saltare a piè pari le pozzanghere, costringendo Massimo ad adattare goffamente l'andatura a quel suo gioco infantile.

Capitolo 4


Settembre 1919


Anna Gilardoni sembrava fissare il vuoto, con il viso, dall'espressione distaccata ed altera, elegantemente incorniciato da un ampio cappello di velluto viola con veletta.

Era il ventitré settembre e il pubblico ministero stava illustrando con pignolesca dovizia di particolari il modo in cui la Gilardoni aveva reciso la carotide di Vera Fancello quando Massimo e Antonella fecero ingresso nell'aula del tribunale. Antonella poggiò la fronte sulla spalla di Massimo, non avendo il coraggio di guardare la madre che aveva iniziato a giocare pigramente con i guanti, viola anch'essi.

Anna Gilardoni non aveva mai incontrato la vittima prima di quel tardo pomeriggio primaverile in cui l'aveva ripetutamente accoltellata; <<con forza e determinazione crescente>>, aveva sostenuto il perito.

Insegnante privata di inglese, lingua che aveva appreso pressoché alla perfezione dal marito, sottufficiale britannico incontrato a Roma poco dopo lo scoppio della guerra mondiale, aveva iniziato ad impartire ripetizioni ad Antonio, figlio della Fancello, alcuni mesi prima dell'omicidio. Le lezioni si erano fatte nel tempo più fitte, perché dopo le vacanze estive, aveva sostenuto Antonio al processo, non avrebbe avuto più tempo da dedicare all'inglese in quanto sarebbe stato assorbito dagli studi universitari. Giurisprudenza, questa era la facoltà cui si era iscritto, non per intima convinzione ma per compiacere i genitori che intendevano proseguisse la lunga tradizione forense praticata in famiglia. D'altronde, aveva aggiunto Antonio, pressanti erano state le richieste di intensificare le lezioni da parte della Gilardoni, richieste cui lui aveva ceduto più che altro per cortesia.

In verità, dopo la morte del marito, per i miasmi e i veleni respirati nel conflitto, ripeteva instancabilmente la Gilardoni che elencava, ogni volta che se ne presentava l'occasione, tutte le sostanze tossiche che avevano impregnato le trincee nei lunghi mesi della drôle de guerre; per la sifilide, sibilavano maligni i suoi interlocutori, lei era stata costretta ad aumentare il numero delle lezioni. Ciononostante circolava la voce di una relazione amorosa tra Anna e Antonio, voce che aveva indotto il padre di quest'ultimo a non pagare più le lezioni del figlio.

Quando Antonio aveva comunicato alla Gilardoni l'impossibilità di proseguire le lezioni, Anna, aveva testimoniato l'ex alunno al processo, si era rammaricata delle voci calunniose che avevano indotto i suoi genitori a fraintendere la natura dei loro incontri. Infine, dopo aver dato la disponibilità ad impartire gratuitamente le ripetizioni fino a Natale, aveva salutato cortesemente ma freddamente Antonio.

Poi, come aveva dichiarato ai carabinieri dopo l'arresto, aveva fatto un po' di toeletta, infilato la grande pistola Steyr a ripetizione del marito in una borsa di cuoio ed era uscita di casa per raggiungere il numero civico 19 di via Germanico. Qui aveva chiesto della Fancello alla portinaia, suonato alla sua porta di casa, scambiato un paio di battute con la Fancello per assicurarsi della sua identità, estratto dalla borsa la pistola e scaricato l'intero caricatore sulla vittima inconsapevole che, in fuga verso la cucina, miracolosamente non era stata colpita alla testa. Ancora viva, trascinandosi per terra come un verme e lasciando una bava di sangue lungo tutto il corridoio, la Fancello si era rifugiata sotto il tavolo di fronte al lavello. La Gilardoni, raggiunta senza fretta la sua preda, l'aveva osservata per qualche attimo agonizzare tra i singulti lì sul pavimento. Poi, presala per i capelli, l'aveva riversata supina sul tavolo, si era guardata attorno, aveva afferrato un coltellaccio messo ad asciugare sul lavello e l'aveva sgozzata.

Curiosamente, aveva ricordato alla giuria, non si era macchiata minimamente di sangue. Aveva poi riposto la pistola nella borsa, era uscita dall'abitazione, aveva sceso le scale, superato la portinaia terrorizzata dagli spari e si era allontanata lentamente lungo la via. Non ricordava altro. Il rapporto dei carabinieri riferiva come al momento dell'arresto la Gilardoni avesse conservato un atteggiamento calmo e sereno. Aperta la borsa, aveva consegnato, come cosa che non la riguardasse, la pistola per poi chiudersi in un sorriso imperscrutabile e, senza opporre alcuna resistenza, si era lasciata condurre al commissariato di zona.

Quando la Gilardoni fu chiamata sul banco degli imputati, Antonella si alzò di scatto e con passo nervoso e frettoloso guadagnò l'uscita. Appoggiata con la spalla sulla colonna del porticato, rimase lì, immobile, a guardare cadere le gocce della prima pioggia autunnale.

Finita la deposizione , Massimo si guardò attorno cercando Antonella. Non trovandola, uscì dall'aula. È piovuto, pensò, senza che me ne accorgessi. Iniziò a sgranchirsi le gambe e a studiare la traiettoria che disegnavano le foglie che cadevano dai tigli del viale. Raggiunto il primo slargo riconobbe la risatina infantile di Antonella. Alzato lo sguardo la vide, abbracciata a Carlo, saltellare divertita, come era suo solito, tra le pozzanghere.

Capitolo 5


Ottobre 1919


Carlo l'aveva portata a cavallo fino al Circeo ed Antonella si era sentita una regina, come una di quelle signore, riccamente addobbate, cui di tanto in tanto i mariti, i grandi latifondisti laziali, permettevano di attraversare le loro tenute, segno (le signore, oltreché la terra) tangibile di opulenza, come i buoi e i bufali usati per dissodare i campi e le pecore per farci i formaggi.

Carlo quei posti li conosceva bene ma, complice l'andatura nervosa del cavallo, che uno “stabile” di Torre Astura amico suo, un dipendente fisso, non un bifolco qualunque, gli aveva prestato di nascosto, si era spinto troppo in là. Erano così finiti in una foresta fitta di rovi e spine, dove arrivavano zaffate maleodoranti di carcasse putrefatte e tronchi marciti. Poi venne giù che Dio la mandava e il terreno argilloso, trattenendo l'acqua, formò velocemente pozzanghere e acquitrini.

Carlo e Antonella si ripararono sotto una grossa quercia. Quando smise di piovere videro, finalmente, filtrare della luce attraverso il fogliame. Si ritrovarono in una radura. Sotto, un lago dall'azzurro intensissimo. Più in là, una stretta striscia di sabbia; poi, il mare. <<Il lago di Sabaudia>>, sussurrò con lentezza ebete Carlo, domandandosi come sotto lo stesso cielo potessero convivere le carni straziate e insanguinate del mattatoio e il silenzio pigro di quelle dune.

Capitolo 6


Novembre 1919


Prima di uscire dal carcere di Regina Coeli dove era andata a fare una visita alla madre, Antonella aveva dovuto attraversare la sezione minorile. <<Ladri, rapinatori, stupratori e accoltellatori>>, aveva sentenziato sprezzantemente il secondino, rispondendo così alla curiosità che aveva indovinato nello sguardo di lei. <<Ladri , rapinatori, stupratori e accoltellatori>>, ripeté, questa volta con meno enfasi, dopo avere permesso ad Antonella, chissà perché, di entrare in un grosso stanzone da dove provenivano suoni metallici. Lì un uomo, forse un detenuto anche lui, girovagava tra ragazzini intenti a piallare, lavorare al tornio, traforare, limare, incollare e verniciare. Per terra una distesa di trucioli, che il pavimento non si vedeva. In un angolo, finiti da poco, sedie, cavalli a dondolo, carrettini e trenini.

<<Stranezze del nuovo direttore>>, tagliò corto il secondino.

Fuori l'aspettava Carlo, con le mani e il muso ancora sporchi di sangue. <<Per venirti a prendere non ho fatto in tempo a lavarmi...>>, mormorò imbarazzato.

Antonella allora gliele prese tra le sue, quelle mani, e cominciò a baciarne contenta e frenetica i palmi mentre Carlo la guardava, stupito.




































Capitolo 7


Dicembre 1919


Li colse di sorpresa all'uscita del mattatoio mentre camminavano frettolosamente con il bavero delle giacche alzato per ripararsi da forti raffiche di tramontana

<<Lo sai cosa dicono gli stessi scalmanati anarchici di voi comunisti? Eh lo sai?>>, quasi li aggredì ringhiando Massimo, appena dopo che i due avevano svoltato l'angolo della strada, agitando minaccioso un ritaglio stropicciato di giornale, come fosse un'ascia pronta per la decapitazione .

<<Beh, dicono che la vostra dittatura in Russia - e qui il tono di Massimo diveniva di scherno - è la dittatura di un partito, o piuttosto dei capi di un partito; ed è dittatura vera e propria, con i suoi decreti, con le sue sanzioni penali, con i suoi agenti esecutivi e soprattutto con la sua forza armata; che serve oggi anche a difendere la rivoluzione dai suoi nemici esterni, ma che servirà domani per imporre ai lavoratori la volontà dei dittatori e arrestare la rivoluzione>>.

Massimo si fermò un attimo, giusto il tempo di osservare le reazioni di Carlo, rimasto di sasso, e di Antonella che guardava fissa per terra, imbarazzata.

Galvanizzato dallo sconcerto prodotto dalle sue parole, Massimo continuò torrenziale:<<il sedicente rivoluzionario e neodittatore Lenin sostiene che la dittatura non è altro che l'abbattimento della borghesia per opera di un'avanguardia rivoluzionaria. Grazie a questa violenza la dittatura si impone alla maggioranza. Bene, ma se è una minoranza che, preso il potere, deve poi conquistare la maggioranza, i comunisti mentono parlando di dittatura del proletariato. La dittatura è della minoranza, la falsa avanguardia rivoluzionaria, su di esso. La dittatura significa l'impiego del terrore. Già ma contro chi se non contro tutti coloro che non si piegano ai voleri del dittatore per mezzo di scherani al suo servizio?>>.

Estenuato, Carlo interruppe la lettura appoggiando il palmo della mano a un muretto per sorreggersi. L'espressione nei volti di Carlo e Antonella non era mutata. Solo Carlo, sospirando, disse con un filo di voce:<<ma per l'appunto... io lotto con i compagni anarchici...>>.

Tutta l'espressione baldanzosa ed arrogante scomparve dal viso di Massimo, sostituita da uno stupore rabbioso. Alla frase pronunciata, peraltro senza alcuna iattanza, da Carlo, Antonella scoppiò in una risata appena trattenuta. Massimo, al colmo dell'esasperazione, gettò via il ritaglio di giornale e colpì violentemente con un pugno il volto di Carlo che cadde a terra senza emettere un gemito. Lì, steso su un fianco, Carlo pensò che fosse giusta quella sua bizzarra posizione e che era appena passato San Giorgio, sì proprio quello delle illustrazioni di sua madre, a dargli la lezione che si meritava.

Capitolo 8


Gennaio 1920


<<Bisogna scendere fra gli Stati decadenti e semi civili, per trovare condizioni analoghe alle nostre>>; il medico finì di leggere da una rivista, si tolse gli occhiali e, senza aggiungere altro, si mise a mangiare a capofitto nella sua scodella di fagioli.

Carlo l'aveva osservato attentamente quella domenica mentre per tutta la mattinata aveva distribuito zanzariere ai contadini di Maccarese perché le mettessero alle loro capanne. <<Un grande scienziato - gli aveva sussurrato con soggezione uno di quei contadini-. Quello lì ha scoperto che è la zanzara la bestia carogna che infesta tutta la nostra campagna con la malaria>>.

E Carlo se lo era guardato e riguardato. L'unica cosa che aveva in comune con i suoi compagni era la barba folta. Per il resto, abiti e movenze eleganti e soprattutto un silenzio assoluto, mentre si muoveva tra i tuguri e i visi stupefatti dei bifolchi, interrotto solamente da quelle poche frasi lette prima del pranzo. Eppure circolava la voce che fosse determinatissimo. C'era chi giurava di averlo visto diventare paonazzo dalla rabbia quando aveva dovuto litigare con proprietari e affittuari per convincerli che il chinino doveva essere somministrato e che bisognava costruire anche qualche scuola, ma in muratura, non le solite capanne cenciose che se le portava via il vento.

Qualcuno si diceva addirittura sicuro di averlo sorpreso mentre inseguiva con un forcone un sacerdote, mandato sicuramente per dissuadere da quelle iniziative socialiste e sovversive da qualche vescovo o cardinale, che lì nella campagna romana quasi tutta la terra era della Chiesa o di nobili ammanicati con i preti.

Carlo ascoltava questi racconti sbalordito e intanto pensava alle riunioni negli scantinati con i compagni anarchici in cui si progettavano in continuazione attentati e rivoluzioni che però, immancabilmente, non scoppiavano mai. <<Massimalismo verboso>>, aveva sentito dire dal padrone l'unica volta che l'aveva visto visitare i reparti del mattatoio.

In verità, qualche anarchico poi la bomba la lanciava pure, e qualche testa coronata in giro per l'Europa era anche saltata in aria, ma a Carlo faceva già abbastanza impressione il sangue delle bestie macellate al mattatoio, figuriamoci quello dei cristiani, fossero pure sfruttatori e porci guerrafondai.


Capitolo 9


Ancora gennaio 1920


<<Chi può immaginare che corso potrebbe prendere la Storia qui in Italia se solo i socialisti avessero più coraggio?>>, così disse, quasi tra sé e sé, un compagno, di cui Carlo ignorava il nome. Pur essendo arrivato in ritardo, Carlo era stato guardato solo con vaghe espressioni di rimprovero e di sufficienza, avendo i suoi compagni rinunciato all'idea di poterlo convincere a una maggiore puntualità e disciplina. Se ancora veniva coinvolto nelle iniziative della sezione anarchica era proprio perché ritenevano che in fondo la sua pigrizia, la sua mancanza di rigore rivoluzionario, pur non dando alcun contributo utile alla causa, non avrebbero neanche prodotto troppi guasti.

Fuori si era fatto buio e il gennaio inoltrato regalava giornate sempre più piovose. La mestizia di quel tempo, unita al disagio che provava nel rendersi conto della sua inadeguatezza ai compiti imposti da una Rivoluzione che non sembrava dare il tempo di adattarsi ad essa, costringeva Carlo ad assentarsi mentalmente da quella riunione organizzata in fretta e furia.

L'incontro era stato indetto perché si desse conto di quanto avvenuto il giorno prima tra Enrico Malatesta, leader anarchico, e Serrati e Bombacci, socialisti. Carlo aveva orecchiato dei progetti di Malatesta di unirsi a D'Annunzio a Fiume per sferrare da lì l'attacco alla capitale. Ma la riunione tra il capo e i socialisti non era andata bene.

<<Sono dei vigliacchi, se la fanno sotto, - disse dando le spalle agli altri un compagno che si era tenuto in testa calcata ben bene la coppola - ed anche invidiosi, perché sanno che qui, da noi, basta un cenno di Enrico e siamo disposti ad aprire il fuoco mentre quegli altri due rappresentano solo se stessi>>.

<<Comunque - fece un altro - pure di quell'altro, il Vate, non c'è da fidarsi. E chi ci dice che i suoi interventisti guerrafondai non siano disposti a tradirci e a venderci ai fascisti se la situazione si mette male?>>.

<<Già...>>, annuì il primo, alzandosi stancamente dalla sedia, prendendo un sacco dall'angolo e svuotandone il contenuto. Le pistole tintinnarono e luccicarono alla luce del lampadario che cadeva diritta sul tavolo. Quelli della prima fila si alzarono e iniziarono a giocherellare con i tamburi delle rivoltelle.

Capitolo 10


Gennaio 1921


Massimo li aveva visti sgattaiolare nell'oscurità. Un attimo prima Carlo aveva estratto alcuni arnesi da una sacca, che Antonella aveva gettato in un bidone dell'immondizia prima di seguirlo in silenzio.

Massimo era rimasto immobile sull'altro marciapiede, aveva per un attimo pensato anche di chiamarli ma la voce non gli era uscita, soffocata dall'amara consapevolezza di averli persi, di non avere più alcuna autorevolezza su di loro.

Circa un anno addietro, al solito incontro all'uscita della fabbrica, Antonella gli aveva rivelato della relazione appena nata con Carlo, <<perché lui è più fragile, più ingenuo di te>> gli aveva detto con un candore del tutto privo di malizia. La reazione di Massimo era stata quella che non ci si poteva che aspettare da lui. Con un sorriso pacato, quasi comprensivo, aveva accarezzato, appena sfiorandolo, il viso di Antonella, le aveva baciato con forza la fronte; poi, senza tradire nessun'altra emozione, si era girato su se stesso e se ne era andato.

Di Antonella Massimo non avrebbe mai discusso con Carlo che pur aveva tentato di giustificare la sua condotta, sostenendo che era stata lei a prendere l'iniziativa, che insomma Massimo ben sapeva quanto fosse difficile per un uomo non cedere al corteggiamento insistente di una donna, che quando questa si metteva in testa una cosa era impossibile farla recedere dal suo proposito, che poi insomma tutt'e due sapevano come Antonella fosse generosa e disinibita nei rapporti con l'altro sesso e che quindi che male c'era se anche lui adesso si divertiva un po'.

Massimo aveva tagliato corto, rispondendo bruscamente che Carlo non era tenuto a dargli alcuna giustificazione, che poteva benissimo tenersi Antonella e che quelli non erano certo tempi in cui poteva perdere tempo in smancerie e frivolezze amorose. Carlo si era accontentato di queste mezze sillabe, snocciolate frettolosamente e tra i denti, e tra i due si era mantenuto il rapporto di sempre, con Massimo che con fare paterno, anche se forse meno caloroso di prima, continuava in fabbrica a introdurre l'amico ai segreti del mestiere.

Abbottonatosi la giacca in quella serata gelida di gennaio, Massimo riprese il suo tragitto verso la sezione del Fascio di combattimento. Avrebbero dovuto discutere di strane voci che circolavano sempre più insistentemente su un prossimo clamoroso atto di sabotaggio in città da parte dei comunisti e degli anarchici. La presenza fascista a Roma si andava facendo ogni giorno più numerosa e i sovversivi avrebbero certamente tentato di dimostrare di essere ancora vivi. Fu nel momento preciso in cui brillò il tabacco della sigaretta appena accesa che Massimo sentì il boato.

Si girò giusto in tempo per vedere la lingua di fuoco alzarsi alta in cielo. Massimo fece subito mente locale per capire cosa potesse essere saltato in aria.

<<Lo stabilimento di tessuti, per Dio!>>, esclamò, mentre la sigaretta gli cadeva dalle labbra per essere spenta prima di toccare terra da un improvviso refolo di vento.

Quando Massimo giunse ansimante sul luogo dell'esplosione, l'incendio aveva raggiunto già proporzioni enormi. I riflessi delle fiamme, vividi sotto le nuvole basse, occupavano gran parte dell'orizzonte. Dovevano essere visibili da tutta la città, pensò Massimo.

In pochi minuti tram, carrozze e automobili riversarono di fronte alla fabbrica una folla enorme, che ammirò, inebetita, lo spettacolo. Il fuoco, avrebbero accertato fin dal giorno dopo le indagini, si era sviluppato nel piano superiore del padiglione, di recente costruzione, che serviva da deposito di tessuti stampati e pronti per la spedizione, mentre al pianterreno c'erano le sale delle macchine per il finissage, la calandratura e la piegatura del materiale. Il macchinario, nuovo di zecca, venuto dalla Germania e dall'Inghilterra, era completamente perduto, i tessuti polverizzati.

All'alba l'incendio non era ancora stato spento. Dello stabilimento non si intravedeva tra le fiamme che lo scheletro. Massimo distolse lo sguardo da quella scenografia di scarti metallici fumanti per prestare attenzione al consigliere delegato della società proprietaria della fabbrica che, attorniato da dirigenti attoniti, dichiarava rabbiosamente che era da escludersi che l'incendio potesse attribuirsi a una tragica fatalità; la struttura era stata costruita in cemento con rivestimento in amianto e nei locali mancavano materiali combustibili capaci di sviluppare un simile inferno.

Massimo si accorse solo allora della presenza di Carlo e Antonella che guardavano eccitati lo spettacolo, dandosi ogni tanto, divertiti, una pacca sulla spalla.

La folla, intanto, rischiarata dalle prime luci del mattino, continuava silenziosa a fissare il rogo che devastava le ultime macerie.

Capitolo11



Giugno 1921



Nel retrobottega un tipografo, calvo e smunto, continuava a borbottare piegato sui suoi appunti, alzando il viso di tanto in tanto solo per farfugliare che era stato lui a fornire al povero Celutti le bombe a mano e la pistola per finire Mussolini, ma quel cretino, cretino lo diceva peraltro in un modo così affettuoso da commuovere, si era evidentemente lasciato prendere dall'emozione e così aveva mandato tutto all'aria. Poi, dopo essere diventato paonazzo e aver gonfiato le vene del collo per la rabbia, sbattuto il pugno sul tavolo, si chiudeva nuovamente nel suo colloquio muto con le carte che disegnavano nuovi attentati, questa volta senza possibilità alcuna di errore.

Carlo si guardò attorno. Su una parete un foglio di giornale ritraeva la figura di un teschio con le cavità degli occhi rosse, coltello tra i denti e una fascia sulla fronte.

« Fino a quando i fascisti continueranno a bruciare le case del popolo, case sacre ai lavoratori, fino a quando i fascisti assassineranno i fratelli operai, fino a quando continueranno la guerra fratricida gli Arditi d'Italia non potranno con loro avere nulla in comune. Un solco profondo di sangue e di macerie fumanti divide fascisti e Arditi», declamò ad alta voce un tomo basso e piuttosto in carne, leggendo la dichiarazione di Argo Secondari, pubblicata quel 29 giugno 1921 su <<Umanità Nuova>>.

Accanto a lui una donna con un occhio dalla pupilla completamente bianca strappava dal muro alcuni manifesti comunisti e socialisti. Il tomo di prima, indovinando l'incredulità nello sguardo di Carlo, bofonchiò a bassa voce:<<colpa loro se i fascisti stanno vincendo; pure Lenin e l'Internazionale credono in noi, ma quelli preferiscono Mussolini pur di ammettere che non tutti gli operai sono con loro>>, per poi continuare rancoroso: <<la guercia viene da Parma; erano in migliaia quei porci squadristi e noi poche centinaia e li abbiamo cacciati, perché tutto il popolo, donne comprese, era con noi. E sono dovuti scappare a gambe levate, sono dovuti>>. Tossì per un attimo appoggiandosi alla spalla di Carlo:<<capisci - esclamò infine con la voce rotta dall'emozione e dalla rabbia, stringendo i pugni - cosa avremmo potuto fare assieme? Ma loro no, loro vogliono poter dire di aver sconfitto il fascismo da soli, e le squadracce ci faranno a pezzi tutti quanti>>.

Carlo incrociò lo sguardo diffidente della mezza cieca, almeno così gli sembrò, per poi distoglierlo con fastidio. Salì i gradini per guadagnare l'uscita. Pensò che tra qualche momento avrebbe rivisto Antonella, socchiuse gli occhi immaginando l'odore dei suoi capelli e il tepore rassicurante dei suoi seni.


















Capitolo 12


Maggio 1922


Quando Massimo raggiunse la caserma di San Francesco a Ripa si era già formata una gran folla. Nel tragitto aveva notato soddisfatto come Roma si fosse coperta di tricolori per l'evento. Era il settimo anniversario dell'entrata dell'Italia nel primo conflitto mondiale e la salma di Enrico Toti sarebbe stata trasportata quel giorno di fine maggio al Verano, il cimitero della città.

Massimo si guardava attorno emozionato, pensando con soddisfazione a quanta strada avessero fatto i camerati dal novembre dell'anno precedente quando trentamila fascisti si erano riuniti a Roma per il loro primo congresso. Con le mani, come al solito, infilate nelle tasche dei pantaloni, camminava lentamente dietro il feretro come se un'andatura più veloce rischiasse di non rispettare la solennità del momento. Pure i comprensibili canti dei camerati e i loro slogan come <<Viva Toti! Viva l'esercito!>> gli apparivano fuori luogo, sembrandogli il silenzio l'atteggiamento più appropriato.

Assorto in queste considerazioni non si accorse da subito dell'imboscata di anarchici e comunisti a via degli Umbri. Non era la prima volta che i fascisti provavano ad entrare a San Lorenzo e anche questa volta furono accolti da sassaiole dalle finestre dei piani alti.

In pochi attimi il corteo fascista si sfalda, Massimo e pochi altri fuggono verso via Tiburtina, bersagliati dai sampietrini che dei ragazzi scagliano dai tetti. Colpi di fuoco. Massimo si gira. Dalla strada e dalle case in via San Lorenzo si spara sui fascisti. Altre scariche gli fischiano nelle orecchie. Questa volta provengono da dietro le spalle. Guardie regie a cavallo rispondono al fuoco degli anarchici, attestati tra via dei Sardi, via dei Marruccini e via Umbria. Poi un rombo sordo. Massimo si guarda attorno trafelato. Tra i fumi degli spari intravede delle autoblindo.

<<A salve, spareranno a salve, o no?>>, si chiede con insistenza scappando tra uomini, donne e ragazzi portati a forza in strada. Fu allora che lo vide. In bicicletta, con il maglione nero e la coccarda rossa al petto Carlo fuggiva verso la stazione Termini. Sull'elmetto Massimo riconobbe distintamente il teschio cinto da una corona di alloro e con il pugnale tra i denti, elmetto che Carlo aveva già sfoggiato qualche mese addietro, in luglio, alla manifestazione degli arditi anarchici e repubblicani all'orto botanico.

Carlo in quell'occasione aveva sfilato, con passo militare, inquadrato nel battaglione Testaccio. Antonella, nella folla, gli aveva fatto, divertita, le linguacce. Imponente manifestazione proletaria romana contro i delitti e le violenze del fascismo aveva intitolato il giorno dopo uno dei tanti fogli sovversivi.

Capitolo 13


Luglio 1922


Roma era solcata da linee tranviarie lunghissime. Carlo e Antonella salirono a Monte Sacro sul tram che li avrebbe portati fino a San Paolo. Antonella si andò a sistemare sul rimorchio tra le due vetture. Come accadeva d'estate, erano stati tolti gli infissi con i vetri. Carlo si appoggiò alla ringhiera intrecciata che aveva il compito di impedire che i passeggeri cadessero di sotto. Le pesanti tende di cotone color cachi disegnavano sul collo di Antonella una linea d'ombra che spariva veloce nell'attaccatura dei seni che si lasciava intravedere attraverso una camicia bianca candida, maliziosamente sbottonata.

Quella sera stessa al <<Colonna>>, che aveva preso il posto della gloriosa <<Sala Giraud>>, a via Poli, la maschera, come al solito, evitò prudentemente di dirigere la sua lampada tra le ultime file, dove, protetti dall'oscurità e da una fitta coltre di fumo, Carlo e Antonella si baciavano divertiti.

Capitolo 14


Agosto 1922


Gli Arditi rappresentano <<una giovinezza rude, magnifica, non corrotta dalla sala affumicata dei caffè e dai ritrovi notturni dai quali provengono molto spesso centurie cosiddette patriottiche; è la giovinezza temprata dal lavoro delle officine e delle impalcature, la giovinezza su cui deve basarsi l'avvenire delle nazioni e degli Stati>>; così, con tono tribunizio, leggeva su una pagina di giornale un uomo alto, con barba bianca e fluente, viso austero ed espressione grave, rigido nel suo completo nero, con tanto di tuba e panciotto, dal cui taschino pendevano un paio di guanti. Di fronte a lui, sotto il palco improvvisato alla bell'e meglio, un gruppetto di persone agghindate allo stesso modo.

<<Il solito notabilato locale>>, sentenziò annoiato un operaio accanto a Carlo per poi sputare a terra e allontanarsi. Anche Carlo abbassò lo sguardo e iniziò a girovagare lì di fronte ai cancelli della fabbrica dove stava andando in scena quell'improvvisato comizio. Ma l'irritazione che avvertiva non era nei confronti del liberalucolo di turno che di giorno andava a pontificare tra gli operai, per condannare l'ennesima violenza delle squadracce fasciste, per poi spostarsi di sera di fronte ai teatri per tranquillizzare i borghesi in pelliccia proclamando che erano loro, gli artefici dell'unità d'Italia, che avrebbero preservato quell'unità dal sovversivismo bolscevico. No, l'irritazione era dettata dalla vergogna che provava di se stesso, dalla constatazione evidente di non essere all'altezza dei tempi.

Fino a quando il fare come in Russia, la rivoluzione e i padroni appesi al cappio erano un mito, uno slogan, una ragione di identità che mostrava a lui, bifolco delle montagne abruzzesi, che il riscatto era possibile, un motivo di orgoglio che sanciva l'appartenenza a un soggetto collettivo che si faceva corpo, potente come un altoforno e duro come l'acciaio che questo vomitava, Carlo a quel sogno aveva partecipato, eccitato, come tutti i suoi compagni operai. Ma nel momento in cui esso aveva iniziato a prendere una fisionomia precisa e non più indistinta come quando ne farneticava la sera disteso sul prato a guardare le stelle dopo aver fatto l'amore con Antonella, quando la rivoluzione aveva iniziato a pretendere organizzazione, disciplina, orari, rischi e a tradursi nell'eventualità che sua e non di altri potesse essere la mano che avrebbe sparato, Carlo aveva compreso quanto fosse faticoso rinunciare all'età dell'innocenza e insostenibile sciogliere il massimalismo vacuo e parolaio nella polvere da sparo e nel sangue.

No, non era certo lui, lo doveva, sconsolato, ammettere a se stesso, un esempio di giovinezza incorrotta e temprata, lui che i caffè certo non frequentava ma che neppure ignorava i corpi sfatti e non più giovanissimi delle prostitute che facevano la loro apparizione, a fine giornata, davanti alle fornaci di Valle Aurelia.

Capitolo 15


Settembre 1922


Non sapeva esattamente la ragione per cui aveva deciso di voler parlare con Massimo. Comunque Carlo adesso era lì, davanti alla sezione fascista che l'amico aveva iniziato a frequentare ogni giorno dall'inizio di agosto. Ma la scena che gli si presentò davanti fu del tutto inaspettata.

Accompagnato da un maresciallo delle guardie regie, il commissario di Sant'Eustachio aveva fatto irruzione nella sezione pochi minuti prima dell'arrivo di Carlo. Alla fine della perquisizione si era dovuto accontentare del sequestro di una rubrica con l'indirizzario degli iscritti, di alcune circolari e di una vecchia baionetta utilizzata come tagliacarte. Mentre stava per fare cenno ai suoi di lasciare il posto, un fascista, poco più che un ragazzo, gli scaraventa addosso delle medaglie e grida come un indemoniato:<<ecco qui i nostri capi d'accusa: 14 medaglie d'oro, 200 di argento, guadagnate tutte sui campi di battaglia!>>.

Il maresciallo rimane rigido, impietrito, l'aria tracotante e sprezzante è completamente scomparsa dal suo viso. Dopo un attimo di esitazione Massimo cerca di trattenere il ragazzo, ormai con le lacrime agli occhi. Tentativo inutile, che quello è un fiume in piena: <<dopo i rossi toccherà anche a voi e ai preti>>.

Il commissario, poveretto anche lui, stavolta non può certo far finta di nulla, un cenno ai suoi e il disgraziato viene portato via mentre strilla; <<come i maiali al mattatoio>>, pensa Carlo. Il commissario si guarda attorno per l'ultima volta, dà un'occhiata a Massimo facendo spallucce, come a dire che non poteva fare altrimenti, e si allontana parlottando con il maresciallo.

Carlo, certo che Massimo non si fosse accorto della sua presenza, gira dietro l'angolo del palazzo, si confeziona l'ennesima sigaretta della giornata e se ne va via, attento a non far rumore.


Capitolo 16


Ottobre 1922


In attesa di marciare verso piazza del Quirinale Massimo cercava inutilmente di convincere i camerati di averlo visto mentre scappava. Sì, due giorni prima aveva partecipato all'assalto della sede del <<Comunista>> e Togliatti era scappato per i tetti. Era proprio lui, giurava, alzando la voce, indispettito dai sorrisi di scherno che raccoglieva il suo racconto, mentre la folla che si andava ammassando a San Lorenzo diventava sempre più imponente.

Da Tivoli, Monterotondo, Santa Marinella su treni requisiti, camion e biciclette si riversava intanto intorno alla stazione Termini una distesa nera di camicie e gagliardetti. <<Più rumorosa - pensò Massimo - me la immaginavo più rumorosa questa calata dei barbari>>, così infatti l'aveva bollata la stampa comunista, <<e meno composta>>. In effetti, i fascisti si guardavano con aria un po' ebete e interrogativa, cercando con lo sguardo qualcuno che desse ordini sul da farsi.

Un sibilo da dietro la spalla sinistra di Massimo. Poi un fiotto di sangue, una macchia rossastra che esplode sul viso di un camerata che si affloscia lentamente sul selciato.

Massimo si gira e li vede un attimo prima che scompaiano dietro il tetto spiovente. Sono in due, pensa. Mentre un capannello di persone circonda impotente il corpo sfigurato del camerata, Massimo corre verso il palazzo dal cui tetto è partito il colpo, lo costeggia veloce; scenderanno dall'altro lato, pensa, cercando di mantenere la lucidità. Ma nel retro del fabbricato lo attende il silenzio, interrotto solo dal rumore di ciottoli che si rincorrono battuti da leggeri colpi di vento. Poi un'ombra sulla destra che si dilegua in una stradina laterale. Quella è senza uscita, pensa eccitato Massimo mentre la mano si posa istintivamente sul calcio della pistola infilata nei pantaloni lungo il fianco destro. Avanza, questa volta senza fretta. Aveva già sparato in occasione degli scontri sempre più frequenti con i comunisti che fuori porta San Paolo e lungo tutta la via Ostiense organizzavano in continuazione sabotaggi, ma mai a distanza ravvicinata. Non aveva mai osservato l'espressione, terrorizzata e incredula, di chi si trova un'arma da fuoco puntata sulla faccia.

Massimo imbocca la strada senza uscita. Sembra vuota. Poi da dietro un mucchio di spazzatura proviene un suono metallico seguito da una risatina beffarda. Massimo la riconosce subito, la risata ironica di Carlo.

Appoggiato con la schiena ad un bidone, Carlo ha ancora il fiatone per la corsa appena fatta e sorride a Massimo, di un sorriso compiacente, di chi comprende che non è più nella disponibilità dell'amico alcuna scelta, che non sarebbe stata la sua volontà ad aprire il fuoco, ma la miseria che li aveva portati entrambi in fabbrica, l'attrazione per la stessa donna, il riscatto ora nella Patria e nelle terre irredente, ora in un pezzo di terra della propria campagna.

Massimo alza il braccio teso e punta la pistola contro il viso di Carlo. Cerca di non domandarsi quale sia la vera ragione di quel gesto mentre l'immagine di Antonella che, abbracciata a Carlo, saltella allegra tra le pozzanghere gli attraversa la mente. E non può non accorgersi ora, mentre osserva l'espressione di resa dell'amico, che tutta la sua militanza politica, le sue letture, il senso di appartenenza ad una comunità eletta, il rancore nei confronti dei traditori e dei sovversivi, le adunate, le camicie nere, il mondo in frantumi, l'alba redentrice di un nuovo mondo, non sono che un fenomeno epidermico, che avrebbe senza dubbio barattato con il ritorno alla complicità con Carlo prima che Antonella irrompesse nel loro rapporto.

Il colpo parte dalla sua destra e centra in pieno il petto di Carlo, che si accascia senza fiatare sul selciato. <<Ogni tanto si inceppano questi ferrivecchi. - sogghigna un camerata dando a Massimo un colpo sulla spalla - Certo che per farla davvero questa rivoluzione il Duce dovrà darci ben altre armi!>>. <<Dai sbrighiamoci - aggiunge con tono assolutamente calmo e monocorde - altrimenti la colonna ci lascia qui>>, per poi scomparire dietro l'angolo.

Massimo guarda in silenzio, attonito, quella macchia scura ora rannicchiata in posizione fetale. Antonella lo trova così, con il sopracciglio aggrottato, quasi incapace di decifrare l'accaduto. Poi si distende accanto a Carlo, adattandosi alla linea del suo corpo e affondando lievemente il viso nella camicia semiaperta sul petto. Non distingue i colori, i suoni, mentre Massimo la afferra bruscamente, la spinge in un angolo e la penetra con rabbia. Non si oppone neanche, non cerca di difendersi da quel corpo che la costringe violentemente contro un muro. Per un attimo, mentre cerca di riparare l'orecchio dal rantolo affannoso di Massimo e percepisce il rilassamento dei muscoli di lui dopo l'irrigidimento dell'orgasmo, si sente quasi sollevata, come se avesse pagato il giusto tributo all'ingratitudine che aveva mostrato nei suoi confronti, all'insensibilità manifesta che aveva squadernato sotto gli occhi dell'antico corteggiatore quando, in sua presenza, non aveva mai mancato di lesinare attenzioni nei confronti dell'amico.

Riguadagnata la via principale, Massimo si fermò a guardare la lunga colonna nera che aveva cominciato a marciare. Mussolini, sceso alla stazione, si stava recando dal re. Massimo si sentì allora abbracciare la gamba. Antonella, raccolta ai suoi piedi, si era messa a piangere di un pianto silenziosissimo e dignitoso. Massimo l'aiutò allora a sollevarsi. Poi, sorreggendola per la vita, si mosse verso la colonna la cui coda era appena scomparsa dietro via Nazionale.







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