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lavoro pubblicato venerdì 17 gennaio 2014
ultima lettura venerdì 15 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

...of darkness - Cap. X

di flama87. Letto 639 volte. Dallo scaffale Fantasia

Avendo concluso ciò per cui era esistito, il ricordo di tuo nonno si plasmò nell'unica arma capace di fendere l'oscurità ch'era nel tuo cuore: il coraggio...

C'era qualcosa in quel villaggio. Era come una magia, o forse solo un senso di profonda nostalgia... un ricordo, magari, di tempi andati e così incredibilmente familiari -simile ad un tepore, o a ciò che un abbraccio di una madre vale per un infante. Correvi su per i pontili con una gioia in petto che pensavi di non avere, mentre sfrecciavano alberi e luci dietro di te. Le case si districavano con una simmetria precisa, intanto che Puri di ogni forma e sagoma si mescolavano gli uni gli altri. Ballavano. Cantavano. Celebravano una vittoria che, in un modo o nell'altro, sentivano già nel pugno. Eri tu che provocavi tutto questo? Poteva la tua sola presenza alzar così tanto gli animi? Intanto che ti districavi tra i festanti, non uno dei volti che vedevi ti sembrò alieno: in qualche modo gli abitati di quel piccolo rifugio ti sembravano conosciuti. Persone che dovevi aver incontrato in un'altra vita, quando eri ancora Re di un mondo brillante come quel piccolo villaggio.
Eppure, nessuno di quei visi era sufficiente per te. Egoisticamente non ti importava di loro, né che fossero lì, né che fossero al sicuro. La cercavi, Jill, con una strana ossessione. E il non vederla ti faceva temere chissà cosa... dov'era andata? E se fosse sparita? E se non fossi riuscito a ritrovarla? Come la pioggia può sostituire rapidamente un cielo sereno, così anche la tua mente si confuse tra dubbi e frastuoni. Ecco che di colpo non eri padrone nemmeno di te stesso, tanto da ritrovarti in uno spazio vuoto senza sapere di preciso come.
E lì, meravigliosa come una galassia, stava dritta da un piedistallo l'Excalibur.

Ne sentivi il cuore, pulsante.
L'energia radiosa, la sua immensa linfa vitale: era assoluta come solo l'arma di un Re poteva essere. Ma era sola, lì in quella fetta di mondo, come solo può sentirsi il Sovrano sul suo scranno.
"Excalibur..." ti avvicinasti, in un misto di rispetto e timore.
Eri sicuro di poterla usare? E se ti avesse rifiutato? Sapevi che era la Sacra Spada a scegliere il suo spadaccino, non diversamente. Eri tu quel prescelto? O ancora, quante domande! Non dovevi far altro che provare!
La tua mano cinse vigorosamente il manico.
Con un movimento brusco provasti a issarla, fallendo.
"Forza!" imprecasti, avvertendo la forza che il ferro nella pietra opponeva alla azione. "Avanti!" ma per quanto ci provassi, la spada non sembrava muoversi dal suo alloggio. A nulla servì sforzarsi, imprecare, o perfino sputacchiarsi sulle mani. Ella, bella come una rosa di maggio, se ne restò fiera e dritta in un campo d'erbacce.
"Si dice che solo un uomo può estrarla" fece una voce.
Ti voltasti, notando colei che avevi cercato a lungo nella festa: Jill se ne stava seduta su di un tronco, ondeggiando le gambe esili a mezz'aria.
"Non sono io quell'uomo?" Era una domanda?
Lei ti fissò, senza tradire espressione alcuna. "Avrei voluto essere io, quell'uomo".
Non capivi. "Non capisco..."
Lei alzò gli occhi verso il cielo. "Ho sempre desiderato poter alzare quella spada e andare dal Sovrano, salvando così il regno e la sua gente. La spada però non sembra accettare nobili propositi, così chissà con quale metro ella sceglie il suo padrone".
Nobili propositi, diceva lei. I tuoi lo erano? "Pensavo che fosse mio diritto usarla, in quanto Re".
"Tu non sei più il Re. Non hai rinunciato a quel diritto?".
"Può darsi ma ora lo rivoglio" e ti facesti più vicino.
"E cosa te ne faresti? Cosa ti fa pensare di riuscire dove hai già fallito?"
"Non ha più senso porsi questi dubbi. So soltanto che devo proseguire e la Spada può... anzi, deve servirmi".
Lei rise. "E' questo il punto. Non è quello che vuoi tu che è importante: è la spada che decide per se e soltanto per se".
C'era qualcosa di diverso il lei, anche se non riuscivi a capire cosa.
"Cosa stai cercando di dirmi?", chiedesti.
Lei con un balzo fu giù dal tronco, sospeso a breve altezza dal terreno dopo essere rovinato su una roccia. "Se la spada non si è lasciata brandire da me, che so chi sono e cosa voglio, come può scegliere te? Forse siamo in errore a pensare che la Spada scelga il suo portatore: essa giudica chi è meritevole da chi no".
Ti girasti a rimirare l'Excalibur, vedendola ora come la grande bilancia di quella divinità antica, che giudicava il cuore degli uomini con una piuma, laddove niente che fosse più pesante di quest'ultima meritava perdono.
Quando tornasti a cercare Jill, lei era scomparsa.
Un sorriso malinconico capeggiò sul tuo viso, mentre tornavi verso la spada.
"Se tu sei il mio giudice, allora eccomi: guarda la mia anima e dimmi se ti merito".
E ti specchiasti dentro la lama, perdendoti in essa per qualche attimo.
Attimo ho detto? No forse, forse è meglio parlare di eternità: fu un viaggio lungo, quello; il più lungo che tu avessi mai affrontato e, in un certo senso, anche il più normale. Non molto dopo ti fu affianco la figura del Capo-villaggio, il quale si sedette al tuo fianco senza parlare. Attese, sapendo già l'esito della prova.

Quando riapristi gli occhi, qualcosa in te era cambiato.
Lo si poteva notare dalle pupille, più sicure, e dall'espressione nel tuo volto.
"Sono io, non è vero?" ammettesti.
L'anziano non rispose.
"Sono io la causa di tutto" continuasti.
Eri solo, in una landa bianca come se fosse coperta di neve. Davanti a te la vasca da cui avevi iniziato quest'avventura. Ti bastò chiudere gli occhi e aprirli ancora, per tornare davanti ad Excalibur, con l'anziano al tuo fianco e il villaggio in festa alle spalle.
"Avrei dovuto saperlo e, invece, preferivo dimenticare. Fingere di non sapere, anzi. Quale Re, quale Sovrano: è tutta una mia fantasia, questa. Non è vero, nonno?"
L'uomo ti fissò come tante volte lo avevi visitato nei tuoi ricordi, dal giorno in cui se n'era andato.
"Mi sono chiamato Raffaele, perché volevo assomigliarti. E poi Gyosh, un altro nome di qualcuno che ammiro e che, ovviamente, non esiste. Ho costruito tutto questo per illudermi... ma di cosa? Da cosa pensavo di fuggire, chiuso qui dentro? Dimmelo".
Lui sorrise. "Non importa più da cosa volevi fuggire, perché adesso sai che scappare non serve. Puoi usarmi fin quando vuoi, fino a che il tuo cuore avrà sempre il coraggio di continuare per la sua strada".
In un lampo di luce abbagliante, la spada dal piedistallo si spostò tra le tue mani: eri stato pesato, misurato e ritenuto meritevole. E così iniziavi a comprendere di più com'erano fatte le regole di quel modo, di come tu fossi il Re perché fulcro della fantasia; di come potevi plasmare ogni cosa a tuo piacimento, di come i Puri e gli Impuri fossero null'altro che sensazioni e ricordi: brillanti e radiosi, ove serbavano un che di buono; scuri e tenebrosi, ove il male li aveva dominati. Come l'anziano aveva dettoti, sapevi che gli uni e gli altri c'erano da sempre, come da sempre l'uomo poteva vivere tanto il buono quanto il maligno. Non ti meraviglio, quindi, ripensare alle parole del Sovrano e comprendere, infine, come egli non fosse a sua volta che un ricordo... un frammento di un sentimento, o una sensazione, che per ragioni che ancora non ricordavi s'era fatto oscuro, grande e potente. Qualunque cosa fosse, qualsiasi cosa lo animasse, era nata da te e soltanto da te poteva dunque trovare una fine.
Sicuro di te e del da farsi ti alzasti, notando che la figura del Capo era svanita. Avendo concluso ciò per cui era esistito, il ricordo di tuo nonno si plasmò nell'unica arma capace di fendere l'oscurità ch'era nel tuo cuore: il coraggio.

*****

Continua



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