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lavoro pubblicato domenica 12 gennaio 2014
ultima lettura mercoledì 23 ottobre 2019

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Let's go west!!!

di timelord. Letto 1489 volte. Dallo scaffale Viaggi

LET’S GO WEST!!! OVVERO “VACANZE IN AMERICA 2006” Prologo Io lo avevo sempre detto e ripetuto: sono troppo pigro per organizzar...

LET’S GO WEST!!!

OVVERO “VACANZE IN AMERICA 2006”

Prologo

Io lo avevo sempre detto e ripetuto: sono troppo pigro per organizzare viaggi all’estero o comunque troppo impegnativi. Ho già abbastanza casotti per conto mio, andarmi a cercare ulteriori occasioni di stress non fa per me. Questa mia idiosincrasia mi ha sempre reso un po’ impopolare presso tutte quelle fanciulle malate di iperturismo compulsivo, per le quali nessuna vacanza in un raggio inferiore ai 1.000 km non è degna di essere vissuta. E non importa se, alla fine della fiera, andare a Sharm el Sheik o alle Maldive significa, la di là dell’indubbia bellezza del luogo, stare poi tutto il giorno in spiaggia col secchiello e la paletta come faresti a Riccione. Io invece a Riccione ci ero sempre andato direttamente, facevo prima e spendevo meno, attirandomi cori di critiche.
Ma come sempre accade nel mio caso, un conto è l’apparenza e un altro è la sostanza. Il fatto che non mi vada di organizzare viaggi troppo lunghi non significa che io abbia una totale idiosincrasia. Basta infatti che qualcun altro organizzi al posto mio e mi ci trascini, ed io posso anche partecipare e metterci persino entusiasmo: perché poi, una volta fatta la fatica di giungere sul posto, a quel punto ritengo doveroso vedere e girare il più possibile: altrimenti poi mi tocca tornarci... e così torna in ballo la pigrizia e l’anello si chiude.
E fu così che quando il Bartolo, all’inizio del 2005, si trasferì a New York facendo generosi inviti a me e al Noce, avevo iniziato ad accarezzare l’idea. Era tutto più o meno facilmente organizzabile (da parte del Noce, ovviamente), io dovevo solo aggregarmi da bravo parassita e godermi i frutti. Un viaggio in America mi aveva sempre solleticato, finalmente il mio viaggetto-trendy (che tristezza, ma è così) me lo sarei fatto anch’io. Ma invece qualcosa andò storto. Perché per tutta una serie di ragioni logistiche e di disponibilità del Bartolo il viaggio, preventivato per Luglio, venne anticipato ad Aprile, e non passandomi minimamente per la testa di chiedere le ferie in quel periodo, il Noce partì da solo. Un po’ mi dispiacque, ma poiché (vedi sopra) i viaggi non erano comunque una mia priorità non ci pensai più. Ma era in arrivo una seconda possibilità.
Infatti il Noce è sempre inesauribile, e trascorso un anno ha pensato bene di organizzare una seconda spedizione. La prima era consistita in un giro della costa orientale (New York – Miami), mentre questa volta si prospettava un’impresa ancora più ambiziosa: un coast to coast, da New York a San Francisco, con tappe intermedie in altri luoghi di interesse. E questa volta si sarebbe andati in Agosto, e con una squadra possibilmente numerosa, 4-5 persone.
Bisognava cogliere l’attimo, ed io decisi di coglierlo. In breve tempo, oltre al mio OK, ci fu anche quello del Doc, ma poi le adesioni si fermarono lì. Infatti purtroppo molti altri invitati si spaventarono presto all’idea di un’impresa tanto ardita, e per varie ragioni si tirarono indietro. Oltretutto vi fu anche l’imprevista e grave defezione del Bartolo: intento a complesse pratiche per comprare casa (a Manhattan, ovviamente), si era trovato nell’impossibilità di prendere le ferie per accompagnarci, e quello che era peggio lo comunicò quasi all’ultimo, provocando le ire del Noce e, soprattutto, un maggiore esborso per i vari biglietti (prima prenoti e meno costano, i last minute non fanno fatto perché poi devi prendere quello che passa il convento...).
A parte questo, si procedette con i preparativi.

Fase 1: il percorso

Durante i week-end al mare a casa del Noce si iniziò a parlare del percorso da compiere. E qui iniziarono subito i disaccordi. Tra Noce e Doc, ovviamente. Perché Noce era dell’idea di andare quasi totalmente alla ventura, mentre Doc voleva programmare tutto dall’inizio alla fine. Secondariamente, Doc era interessato a tutte quelle cosette tipo cascateniagara-yellowstone-grandcanyon-disneyland, mentre il Noce, ovviamente, non ne voleva mezza. Comunque, alla fine ci si è accordati sul Grand Canyon. Per parte mia, ho cercato di non creare ulteriori problemi: ero già soddisfatto di poter andare, per il “dove esattamente” potevo chiudere gli occhi. Tuttavia, già che c’ero, ho dato anch’io una terna di opzioni non impossibili: la “Star Trek Experience” a Las Vegas, gli studios di Hollywood e la cittadina di Tombstone, celebre ai tempi del far-west.
Alla fine si è delineato il seguente percorso: New York-Boston-Las Vegas-Los Angeles-San Francisco, con ulteriore tappa a New York prima di rientrare. Fino a Las Vegas si sarebbe viaggiato in aereo, poi da Las Vegas a San Francisco si sarebbe noleggiata un’auto. Affascinante.

Fase 2: i passaporti

Il Noce sapeva benissimo cosa fare per entrare in America senza essere scambiati per Bin Laden: occorreva un passaporto digitale dell’ultimo tipo, o perlomeno con un visto particolare. Il mio passaporto risaliva al 1979, ed anche la relativa foto, dove apparivo più paffutello e con più capelli... si imponeva di rifarlo. Scartata l’ipotesi dell’amica questurina di Doc (la quale, peraltro, sembrava avere le idee un po’ confuse...), ho risolto il problema a modo mio, ovvero con il minimo sforzo: mi sono rivolto al posto di polizia dello IOR (Istituto Ortopedico Rizzoli) che per motivi di lavoro è ormai il mio vero domicilio... Questo mi avrebbe, oltretutto, esentato dal mettermi in coda davanti alla Questura alle 06:00 del mattino come dicevano alcune inquietanti leggende urbane.
Con mia sorpresa il lavoretto è stato rapidissimo: dopo due settimane era già tutto pronto (mio fratello, a suo tempo, aveva dovuto rinunciare ad un viaggio per le lungaggini burocratiche del visto...), ma con una brutta sorpresa: dal documento risultava che ero di sesso femminile. Sono quindi tornato dall’ispettore un po’ preoccupato: mi era andata bene, ora quanto ci sarebbe voluto a rifare tutto? Per fortuna poco: una settimana e ho riconquistato la mia virilità.

Fase 3: prenotazioni

Qui il Noce si è prodigato: cercando su Internet e facendo affidamento sul suo background alberghiero (nonché sul precedente viaggio), il nostro si è messo al lavoro cercando alberghi e voli interni che non ci mandassero in rovina, senza comunque ripiegare su bettole di terz’ordine e su biplani della prima guerra. Il piano era questo: prenotare tutti gli alberghi nelle località che avremmo raggiunto in aereo, il resto si sarebbe visto poi.
Ci voleva, infine, l’auto. Nel precedente viaggio il Noce si era servito di una sfiziosissima cabrio Chrysler Sebring, ed intendeva ripetere l’esperienza, magari sondando anche la possibilità di una ancora più intrigante Ford Mustang. Viceversa, il Doc era per una scelta molto più borghese, addirittura una monovolume multispazio che spoetizzava totalmente l’impresa. Va da sé che quest’ultima ipotesi venne scartata d’ufficio, e si iniziò a valutare costi e possibilità della cabrio.
Ma ecco affiorare i dubbi: ci saremmo stati in tre sulla cabrio, con relativi bagagli? Iniziarono così tutte le ipotesi più stravaganti per salvare cabrio e cavoli: la principale era quella di lasciare il grosso del bagaglio a casa del Bartolo e di proseguire il viaggio più “leggeri”. Mah.
Ma forse la cosa peggiore era questa: per poter decidere con sicurezza, il Noce mi diede l’incarico di cercare una concessionaria Chrysler a Bologna (sic!), fingere di voler acquistare una Sebring (sic!) e procedere a scientifiche misurazioni del bagagliaio... Tragico. Anche perché il lavoro mi impegnava molto anche in Luglio, e non sapevo dove trovare il tempo per un’operazione così bislacca. Eppure, in qualche modo ce l’ho fatta: trovato il concessionario, mi sono ivi recato per vedere l’auto... che non c’era. Non ce n’erano disponibili al momento, la prima sarebbe arrivata ad Agosto inoltrato... troppo tardi.
Alla fine si è trovato l'escamotage: la Sebring aveva un bagagliaio più o meno pari a quello della mia auto (Alfa 156), e avremmo fatto le prove con la mia. Risultato sconfortante: il baule hollywoodiano del Noce non ci entrava da solo, figuriamoci insieme a tutto il resto. Addio cabrio.
Guardando su Internet salta però fuori un'altra auto grintosa: Dodge Magnum, una station sportiveggiante che promette confort e cavalli. Si opta quindi per la Dodge, e il Noce si spinge financo a chiederla "possibilmente rossa". Domandare è lecito...

Fase 4: acquisti finali

Il Noce fa sempre molto lo spanizzo, ma in alcune situazioni diventa iper-ansioso. E quella degli acquisti pre-partenza è stata una di quelle. In base alle sue direttive, avrei dovuto:
1) Aumentare il tetto di spesa di Bancomat e Carta:
2) Per sicurezza fare anche un Post-e-Pay;
3) Portarmi anche una quantità notevole di dollari contanti;
4) Procurarmi, infine, una speciale borsetta anti-rapina occultabile sotto i vestiti.
Io ero più o meno intenzionato ad eseguire i compiti con la dovuta calma, e poiché lui mi telefonava sempre più spesso per ricordarmi cosa dovevo fare, io viceversa me la prendevo sempre più comoda. Avevo fatto tutti i miei conti: mi ero preso le ferie un giorno prima della partenza per poter fare tutto il necessario. Poi, come sempre, il diavolo ci ha messo la coda.
Tanto per cominciare, sono slittati all'ultimo i giorni del viaggio, costringendomi a rifare il piano ferie con l'azienda (ed ero già in imbarazzo perché in tanti anni non avevo mai chiesto tre settimane di seguito...). Poi, la botta finale me l'ha data il capo. Il quale ha sempre avuto un talento particolare per organizzarmi incarichi impegnativi in giorni in cui, viceversa, avevo altri programmi. A farla breve, l'ultimo giorno di lavoro prima delle ferie il capo mi annuncia di avermi organizzato un appuntamento con un primario per il giorno dopo...! Io protesto debolmente, oltretutto mi chiedo allora a cosa serva chiedere le ferie due mesi prima... Come sempre accade quando sono cavoli altrui, il capo è inguaribilmente ottimista, questione di dieci minuti e sono libero...
Infatti il giorno dopo (ufficialmente il primo giorno di ferie) il primario è in sala operatoria, si prospetta un'intera mattinata di attesa, ma grazie ad una botta di fortuna lo intercetto dopo solo mezz'ora. Lui mi dà dieci minuti di orologio per recuperare i miei strumenti e fargli la dimostrazione del nuovo apparecchio, mi presento trafelato nel suo studio e nella concitazione gli mando anche in terra il cellulare... fantastico.
Finito quell'incarico, procedo con i compiti. Vado in banca, ritiro i dollari e aumento i tetti di spesa. con il Post-e-pay mi sembra di morire, non vogliono il Bancomat per caricarlo ma solo contanti (scoprirò molto tempo dopo che non era vero...), quindi mi tocca correre al più vicino sportello per ritirare, poi rifare la fila. E poiché al peggio non esistono limiti, è pure Giovedì: ho tempo fino alle 12:30 per trovare la malnata valigeria indicatami dal Noce ed acquistare il fetente portafoglio anti-rapina. Ci arrivo verso le 12:28, dopo una guida spericolata ed insulti vari agli altri utenti del traffico. E scopro che l'articolo è esaurito e nemmeno più disponibile... A quel punto mando a vfc tutte le direttive e vado a casa a fare la valigia (perché oltretutto non l'ho ancora fatta). Il Noce, che ormai mi chiama ogni ora facendomi girare ancora più vorticosamente i santissimi, ovviamente non è soddisfatto: oltre alla gravissima mancanza del portafoglio blindato, non ho preso abbastanza dollari, non ho aumentato abbastanza i tetti di spesa e non ho caricato abbastanza il post-e-pay. In ogni caso, poiché mi ero preso io l'incarico di prenotare il taxi per l'aeroporto, le successive telefonate servono per accertare il compimento di tale incombenza. Per fortuna verso le 19:00 vado in ufficio a lasciare il cellulare al collega: poichè in America i clienti non potrebbero rintracciarmi (senza contare i fusi orari...), l'unica soluzione è che il mio telefono resti in Italia e che qualcun altro risponda. Così, sempre nella fretta, dimentico di scaricare dall'auto l'importante apparecchio mostrato al primario, che resterà chiuso nel bagagliaio per tre settimane. Comunque, tutto è pronto e domani si parte.


4 Agosto

Puntuale, ecco il taxi. Lo dirotto a casa del Noce, il quale esce esibendo una valigia di mastodontiche dimensioni, più un'altra più piccola ma comunque importante. Più, ovviamente, il bagaglio a mano. Si parte verso l'aeroporto, dove ci aspetta il Doc. Durante il tragitto, non so come si parla di donne, e l'autista racconta di come molte clienti ci provino con lui e lui debba rifiutare per non avere problemi. Mah, lasciamo perdere. Giungiamo in aeroporto, e troviamo il Doc. Si va verso il check-in e l'imbarco. Varcati tutti i controlli, ci sediamo in atesa del decollo. Vicino al Doc si siede una faiga notevole, e lui cerca di attaccare bottone. La faiga gli risponde a malapena e si chiude a riccio sul pc portatile, mentre subito il Doc si ingastrisce e borbotta cose poco lusinghiere. Cerchiamo di non prendercela troppo: tutto sommato per una volta l'obbiettivo non è il tacchinaggio. Il Doc è pure lui dotato di zainetto e doppio bagaglio, mi domando cosa si portino dietro questi benedetti ragazzi: io ho una valigia unica, grande quanto basta, e un bagaglio a mano mezzo floscio in quanto anche quello l'ho tenuto leggero. Ho preso ciò che ritenevo indispensabile, ovvero un po' di camicie, due pantaloni di scorta, un paio di felpe, scarpe di ricambio e una quantità industriale di biancheria intima. Più le solite cose come spazzolino, rasoio eccetera. Vedendo il mio bagaglio semivuoto, il Doc ne approfitta subito per appiopparmi un po' di roba sua, essenzialmente tutte le guide possibili sull'America, New York, la California e quant'altro. Ok, non c'è problema.
Finalmente si sale a bordo, e prendiamo posto. Abbiamo un Airbus dell'Eurofly, evidentemente il Jumbo è passato di moda: peccato, sarei stato curioso. Le hostess, come sempre, sono spettacolari, in particolare ce n'è una bionda e algida che sembra proprio piovuta dal cielo. Ma tanto non me la dà, quindi non sto troppo a pensarci. L'aereo è veramente dotato di ogni confort, ogni passeggero ha il suo monitor personale per vedere i film, la TV, e fare i videogame. Mi viene subito in mente la navetta Orion del film "2001", così non penso troppo a tutti i fatti di cronaca relativi agli aerei, tra attentati e schianti vari dovuti a negligenze... In qualche modo si decolla, sono le 12:00 ora italiana. Sullo schermo puoi seguire il volo, con tanto di posizione nello spazio e... nel tempo, in quanto ti indica anche l'ora locale del punto di arrivo. Il pilota è un po' garibaldino, l'aereo balla tremendamente e fa manovre spericolate, ed io mi auguro di non dovermi pentire di esserci salito. Ci viene servito il pranzo, non è neanche malaccio ma è il solito pranzo aeronautico... il piatto più appetitoso sarebbero sempre le hostess, che con quei grembiulini addosso sembrano proprio tante brave mogliettine, di quel genere estinto da un pezzo. Sparecchiato il pranzo, dopo carosello tutti a nanna!!! Perchè improvvisamente le luci si abbassano, gli oblò si chiudono, e ci manca solo che dallo schermo una hostess ci dica "Signore e signori buonanotte!". Già soffro d'insonnia e saranno sì e no le 14:00 (ora italiana), figurati se mi va di dormire. Al Doc invece gli va, infatti estrae dallo zainetto uno dei tanti cazzabubboli che si era portato appresso: un cuscino-gonfiabile-per-dormire-anche-seduti. Ma tu pensa. Peccato che l'infernale aggeggio soffra di pressione bassa, e ad intervalli regolari il Doc crolla inesorabilmente per il mancato sostegno del supporto traditore. Io preferisco darmi ai miei hobbies: prima mi guardo "La pantera rosa" al cinema, poi mi dò ai videogames. Dopo aver sbancato un paio di solitari di carte, mi butto su "chi vuol essere milionario". Dopo innumerevoli tentativi ci riesco pure.
Durante il tragitto si discute dei programmi di viaggio, e qui ho una doccia fredda: alla fine la maggioranza (cioè gli altri due) decide che il giro a Tombstone non si può fare. In effetti ci costerebbe una deviazione notevole, e devo ammettere che nel calcolare la distanza da Las Vegas ho fatto un po' di confusione tra miglia e chilometri. Rischieremmo di perdere troppo tempo, un po' mi spiace ma mi spiacerebbe di più creare un problema. Pazienza, magari un'altra volta... se ci sarà. Intanto ci siamo quasi, io ho già spostato l'orologio sull'ora di New York: per fortuna che c'era il display sullo schermo, perché tra i tempi di viaggio e i fusi orari si rischia di non capire un accidente. In sostanza, siamo partiti a mezzogiorno, ed ora sarebbero le 21:00, ma per New York sono le 15:00, OK ce l'ho fatta. Anche l'atterraggio è un po' bruschino, al punto che mi domando se il pilota non lo faccia apposta.
Siamo a New York, aeroporto JFK. Iniziano tutti i controlli per verificare che non siamo Bin Laden o anche solo suoi semplici conoscenti. Si esce, e si cerca un Taxi. Ma ci vuole un taxi speciale, nemmeno le Ford Crown Victoria, macchinoni da 5 metri, riescono a contenere il bagaglio VIP dei miei colleghi. Alla fine troviamo un tassista dotato di monovolume-mega-multispazio, dove riesce (comunque con fatica...) a stivarci insieme a tutte le masserizie.
Ammetto di sentirmi un po' un sempliciotto, sono in America e ancora faccio fatica a realizzare. Siamo ad almeno 50 km (o miglia...?) da Manhattan, ci vuole almeno una mezz'oretta e passa traffico permettendo. Intanto il Doc scopre con raccapriccio che il suo cellulo non va: aveva interpelllato la TIM, si era fatto dare tutte le istruzioni del caso, aveva fatto tutto scrupolosamente, ma il telefono fa scena muta. La cosa avrà effetti assai deprimenti su tutto il viaggio, ma lì per lì non posso immaginare tutto il casotto che ne deriverà.
Eccoci a New York, ed ecco il nostro albergo: Park Central (vicino al Central Park, pensa mo'...) 7^ Avenue angolo 56^ strada. Il Noce mi spiega che a New York gli indirizzi vanno dati in questo modo, specificando gli incroci. OK, non è difficile.
Si fa il check-in (anche in albergo si fa), e qui scopriamo che la direzione non ha capito un tappo: Noce aveva chiesto una stanza doppia (ovvero a due letti) con "extra-bed", ovvero una brandina in più per lo sfgto tirato a sorte. Invece ci viene data una stanza con un "King-size" (cioè letto matrimoniale), più eventualmente il famigerato extra che di fatto non si saprebbe dove mettere. La fanciulla alla reception sembra una che di letti se ne intende, ma di altro genere, e non ci è di nessun aiuto. Per fortuna arriva il direttore di sala, un nero molto elegante e molto gentile che ci risolve provvisoriamente il problema procurando una stanza singola in più, dove ovviamente si fionda il Doc. Vabbè, io con il Noce ci ho già dormito e si può rifare, in fondo è un po' che non vado a letto con nessuno...
Sistemate le nostre cosette, si inizia a fare un giretto nei dintorni. New York si gira a piedi o in Taxi, dal nostro albergo si arriva tranquillamente a Time Square e anche oltre semplicemente passeggiando. Noce inizia a favoleggiare su strani principi fisici: sostiene infatti che negli USA la forza di gravità è inferiore a quella italiana, e che quindi dovremmo acquisire dei super-poteri... Mah. Il Doc è sempre scrupoloso, ad ogni fermata d'interesse estrae il breviario (o meglio la guida) e inizia a leggere religiosamente tutto quello che c'è da sapere, ed io sono incerto se fischiettare l'"Almanacco del giorno dopo" o dire devotamente "Amen" alla fine della lettura.
Abbiamo il rendez-vous con il Bartolo, il quale ci porta in un ristorante Louisiano (cioè con cucina della Louisiana). Niente male, bisteccone con patate e birra, tutto sommato ci voleva. Abbiamo però un altro piccolo inconveniente. Negli USA i prezzi sono senza IVA (o come la chiamano loro) perché in ogni stato è diversa. Poi, nei ristoranti, nei taxi e simile, devi lasciare la "tip", ovvero la mancia, che costituisce buona parte del reddito del cameriere o di chi ti ha servito. Il Doc si rabbuia assai per questa cosa, non riesce a digerire l'idea che il prezzo finale sia diverso da quello indicato. Inutile spiegargli che negli USA si fa così, e che se vuole cambiare le regole deve prima diventarne il presidente...
Intanto il Bartolo ci spiega la "New York way of life", raccontando che a New York ci si sente subito a proprio agio. Per il fatto che è difficile considerarti "straniero", in quanto la città è iper-multietnica, quindi non si può capire troppo chi ci abita e chi viene da fuori.
Si torna in albergo, e qui sorge un'altra discussione. A New York in tutti i posti chiusi c'è l'aria condizionata a tutto gas, lo sbalzo con l'esterno è oltre i 10°. Noce e Doc prima di entrare in qualunque posto si bardano come se andassero al polo nord, con cappellino, bandana e giubbino, e pretenderebbero che io facessi altrettanto. Io gli rispondo papale papale che se loro sono delicatini non è colpa mia, io mi rifiuto una simile ridicolaggine. Loro mi prospettano raffreddori, influenze, broncopolmoniti e financo la tubercolosi, ma io faccio come mi pare.
Finalmente si va a dormire. Noce vorrebbe la finestra aperta, ma io non sono d'accordo. Non per il freddo, ma perché purtroppo la finestra dà sul cortile interno (dove il sole non batte nemmeno di domenica) dove sono alloggiati tutti i rumorosi impianti di condizionamento. Il compromesso raggiunto è tragico: io ottengo la chiusura delle finestre, e il Noce lo spegnimento dell'aria condizionata. Il risultato è una notte di sauna.

5 Agosto

Risveglio dopo il primo giorno di jet-lag. Tragico, tra l'insonnia e l'orario che non torna. In qualche modo ci si alza, sono già quasi le 9:00. Tra una storia e l'altra e le numerose abluzioni mattutine, arrivano le 10:00. Esci per fare colazione e sono le 10:15. A quel punto il dilemma: si fa colazione o si passa direttamente al pranzo, visto che poi non ci sarà tantissimo tempo a disposizione? Fatalmente io e il Noce approdiamo ad un McDonald (il Doc è andato in un posto dove poter rigorosamente consumare cappuccino e brioche, o meglio qualche surrogato che ci assomigli). Sono le 10:28, un cartello dice che fino alle 10:30 vengono servite le colazioni. Attendiamo pazientemente i due minuti finché i dipendenti non girano i cartelli e appaiono i menù per il "pranzo". Dopodichè procediamo con un pasto classico, hamburger e patatine...
Rendez-vous con il Doc e il Bartolo (è in pausa pranzo). Obbiettivo: acquistare il software per il navigatore satellitare. Infatti il Doc si è portato appresso il suo navigatore per l'auto, che tornerà utile quando l'auto la noleggeremo. Servono solamente le mappe per gli Stati Uniti. Ci siamo fatti una lista di negozi papabili, gli equivalenti americani di Expert, Mediaworld, Unieuro eccetera. Ma l'impresa si presenta ardua. Pare infatti che il famigerato software non lo abbia nessuno. In realtà era scaricabile on line o acquistabile sempre on line. Sarebbe stato meglio fare tutto prima di partire, adesso nessuno ha un pc per scaricare o fare l'ordine... Senza contare che gli stessi negozi sono introvabili, o poco in vista: io e Doc giriamo tre volte la stessa strada senza vedere un particolare negozio, pur passandoci davanti. Quando ci riuniamo al Noce e al Bartolo, c'è una novità: il Noce ha acquistato, per 40 dollari, un cellulo americano con tanto di scheda prepagata. Questo consentirà di effettuare chiamate dentro e fuori dagli USA senza problemi, e il Noce consiglia caldamente di acquistarne almeno un altro. Il consiglio è rivolto particolarmente al Doc, che è quello che scalpita di più per rendersi autonomo all'occorrenza: io vado sempre a rimorchio, per me il problema si pone meno. Doc non ne vuole mezza, in quanto possiede già due telefonini e ritiene che prima o poi con le istruzioni della TIM riuscirà ad essere operativo. Noce si irrita e inizia ad agitarsi, e Doc si chiude a riccio sulle sue posizioni. E' l'inizio di una ammorbante polemica che non darà mai tregua fino alla fine del viaggio. Comunque grazie al cielo per un po' la faccenda si placa, il Bartolo torna a lavorare e noi ci incamminiamo per la fifth avenue. Lentamente ma inesorabilmente ce la percorriamo tutta, sia pure tra innumerevoli fermate per ipotesi di shopping dei due colleghi (generalmente magliette e cappellini: ma si può...?) nonchè merendine varie sempre dei due laidi individui (mah...). Arriviamo fino alla flat tower o come si chiama: si tratta del primo grattacielo con struttura in acciaio costruito a New York. Facciamo anche un giro veloce per il Madison Square Garden, poi ci avviamo per rientrare. Il Doc scalpita perchè vorrebbe salire sull'Empire, a fatica riusciamo a convincerlo a portare pazienza, abbiamo ancora due giorni di tempo senza contare la tappa di ritorno.
Giunti in albergo il Noce si dà da fare per ottenere il cambio di stanza, e ottiene un ottimo risultato: stanza con due letti "queen size" (in altre parole da una piazza e mezzo), più extra bed. Cosa sia l'extra bed l'ho già spiegato ieri: poco più che una dignitosa brandina pieghevole per il malcapitato estratto a sorte. In realtà l'estrazione a sorte non ha luogo. I due personaggi infatti hanno la schiena a pezzi per varie ragioni, pur senza svolgere professioni particolarmente faticose o usuranti. Ergo, tocca all'unico ancora tutto intero dopo quasi 41 anni, vale a dire io. Non è poi un grosso sacrificio, in quanto l'extra bed è comunque meglio del mio solito letto di casa... quindi, facendo cadere dall'alto il mio eroismo accetto di prendermi l'extra bed, che sarà la mia collocazione standard in quasi tutti gli alberghi che seguiranno.
Mentre su New York calano le prime ombre della sera, ci avviamo verso casa del Bartolo. Prima di cena andiamo a fare un giro in un mega-multi magazzino dove Noce e Doc, ovviamente, adocchiano capi di abbigliamento di loro interesse. Io sono molto tiepido, preferirei visitare una libreria o un videostore. Poi si va a cenare, stavolta il nostro pseudo-anfitrione ci porta in un ristorante argentino. Anche lì bisteccone for ever and ever, ma va benissimo, l'alternativa sarebbero hot dogs o hamburger... intanto il Bartolo ci parla delle donne di New York e americane in genere. Pare infatti che siano molto più aperte e sbrigative delle italiane: se gli piaci vengono lì e attaccano bottone loro, se ti vogliono portare a letto non perdono tanto tempo in ciance e assurde partite a scacchi come succede dalle nostre parti. Sarebbero queste le donne che, secondo certi sociologi di moda, "spaventerebbero gli uomini che non sanno più come reagire"... posso solo dire due cose: 1) questo genere in Italia non c'è, anzi ogni volta che una ti interessa fai il triplo della fatica rispetto ad una volta, 2) se potessi trattenermi qui più a lungo sarebbe il paradiso terrestre... non devi nemmeno fare la fatica del corteggiamento, cosa desiderare di più?
Lo sperimento in pratica poco dopo. Il Bartolo ci porta in giro per alcuni locali per giovani, dove si beve birra, si chiacchiera, si sente musica. Le solite cose. e mentre sono al banco a bermi un'ottima birra americana, eccoti due biondine che attaccano bottone chiedendomi perché porto una penna nel taschino. Io gli rispondo che vengo da lontano e sto scrivendo un reportage. Non sto a spingere più di tanto: da un punto di vista logistico mi sento spiazzato, e poi le due non sembrano nemmeno maggiorenni... tuttavia mi sento lusingato e mi rendo conto di aver davvero trovato l'America.
Più tardi il Bartolo ci porta in giro per una serie di moli (non ricordo bene la zona...), il più inquietante è quello, storico, dove doveva attraccare il Titanic... ed è ancora lì che lo aspetta. Il giro presenta altri aspetti poco tranquillizzanti: la zona è popolata da folti gruppi di neri che si intrattengono lì, non si capisce bene con quale scopo. Per quanto New York sia sicura (grazie alla cura-Giuliani, ci vorrebbe anche a Bologna...) e non si debba cedere ai pregiudizi, fa comunque uno strano effetto. Alla fine siamo troppo lontani per rientrare a piedi, prendiamo un Taxi. Il tassista è di etnia indefinibile (tra parentesi, il tassista newyorkese non è quasi mai bianco, salvo i più anziani), e ha l'aria di non essere molto sobrio: non si capisce nemmeno cosa dica, ricorda il "Miguel son mi" dei caroselli. In qualche modo arriviamo in albergo, e anche per oggi la giornata è finita.

6 Agosto

Oggi ci alziamo un pochino prima, il jet-lag sta passando. Semmai ci sono altri problemi esistenziali: sto iniziando a scoprire perché i miei colleghi hanno tanto bagaglio. Perché oltre a portarsi il doppio di abiti rispetto al necessario, si sono portati tutto il beauty-case e la farmacia. Nel primo hanno tutte le cremine idratanti, solari, pre-solari, dopo-solari, pre-barba, durante-barba, dopo-barba, balsami per capelli, creme per mani, viso, occhi, ci manca solo il fondotinta e il mascara. Nella farmacia invece ci sono vitamine, integratori di vario genere, valeriane, melatonine, lassativi, astringenti, cerotti, disinfettanti, pronti soccorsi, digestivi, provviste d'emergenza e non so che altro. I due poi si sono anche riforniti di frutta, acqua minerale, barrette energetiche e altro per far fronte a possibili ipoglicemie e poter provvedere con adeguate merendine qualora ci trovassimo fuori tiro da qualunque mezzo di sostentamento acquistabile con il denaro. Io mi sono rifiutato di acquistare quella roba (nonostante le loro insistenze e i soliti annunci di sventure gravissime), e in valigia ho messo solo il dopobarba e il dentifricio, e come medicina l'aspirina (saponi, shampoo e bagnischiuma sono da sempre generosamente offerti dagli alberghi). Forse sarò antiquato, ma penso che l'uomo debba fare l'uomo...
E' ora di fare colazione. Come sempre il doc è abbarbicato alle tradizioni italiche, e va a cercarsi cappuccino e brioche o simili, mentre io e il Noce pensiamo di sperimentare la colazione di Mac Donald. Colazione commsì commsà, uova strapazzate, bistecca e pane tostato, l'idea non sarebbe male ma è la qualità che è appena sufficiente. Pazienza, qui spesso più che mangiare ci si limita a nutrirsi in qualche modo.
Ci uniamo al Bartolo e ci avviamo per l'entusiasmante programma odierno. Che consiste nella circumnavigazione in barca dell'isola di Manhattan. C'è chiaramente da fare una lunga fila, poi si prenota il giro del primo pomeriggio. Ci sarebbe anche una bella portaerei ancorata da visitare, ma i tempi non lo consentono: provvederemo al ritorno (inteso come ritorno dalla California...). Facciamo il merendone a base di hot-dog (che, ci si creda o no, alla fine sono più digeribili degli hamburger), poi si inizia ad entrare. All'entrata ci bloccano, chiedono quanti siamo e poi ci fanno una foto tutti insieme, ed io mi dico però, guarda le misure di sicurezza... che ovviamente continuano con esami vari delle nostre borse (io ho un marsupio affidatomi dal Noce). Saliamo a bordo, e cerchiamo dei posti buoni per scattare foto. Doc mi ha affidato la sua macchina fotografica (digitale, ovviamente), fin da prima della partenza mi ero assunto l'incarico. Il Noce aveva tassativamente vietato la videocamera: oltre ad essere un fardello (le riprese video chiedono più tempo) generalmente i filmini delle vacanze finiscono per non essere mai montati. Le foto sono più agili, e foto siano. Eravamo anche andati a comprare una nuova scheda di memoria appena arrivati, Doc aveva trovato da ridire (come al solito) sul prezzo con tasse non calcolate, poi abbiamo dedotto che forse avevamo pagato più del suo prezzo... Pazienza, adesso abbiamo un'autonomia di centinaia di foto, possiamo sbizzarrirci. Una volta preso posto a bordo si presenta un vecchietto rubizzo in uniforme bianca (con pantaloncini corti...) della marina, che si dichiara il capitano della nave. A me sembra più il comandante Lassard della scuola di polizia del famoso film, come che sia il "capitano" inizia a spiegare che giro faremo e cosa vedremo, io cerco di capirci in qualche modo. Al proprosito, vale la pena di chiarire lo stato dell'inglese del gruppo: escludendo il Bartolo che ci abita e ci lavora, abbiamo il Noce che ha lavorato in albergo e ha quindi un eccellente inglese turistico (vale a dire con tutte quelle espressioni tecniche per intendersi con albergatori e simili); io non sono a quei livelli, ma con tutti i miei libri e i miei dvd in lingua ho un buon esercizio lo stesso; il Doc invece è un po' arrugginito, ce la mette tutta ma ogni tanto sembra Totò in quel famoso film.
Il giro è davvero bello, il tempo è splendido, e le foto eccezionali. Mentre mi attacco al finestrino (sono da solo, gli altri sono sparsi per la barca) arriva una bella biondina che mi chiede se la sedia è libera. Cerrrrto che è libera, rispondo io in inglese schioccando la lingua, che bello queste americane così socievoli. Ma lei invece se la porta via e la mette accanto ad altre due dove ci sono già suo marito (un armadio che dimostra 20 anni più di lei...) e sua figlia... come non detto.
Il giro è davvero lungo, infatti facciamo in tempo ad inghiottire un altro hot-dog servito dal bar della barca (a pagamento, ovvio). Quando finalmente rientriamo, passiamo davanti alla bacheca dove sono esposte le foto fatte all'inizio... altro che sicurezza! Comunque la compriamo lo stesso, anche se il Bartolo è venuto a metà, nel senso che non ci stava nell'inquadratura ed è venuto dimezzato, trasformandosi in un semplice Bart.
Non sono ancora le 17:00, Noce va a casa del Bartolo per tampicciare con il pc (sta raccogliendo informazioni per creare il suo nuovo pc maxi-mega-multi-mediale), e allora io e il Doc ci avviamo verso l'Empire State Building che è lì a due passi.
Non so se sia lecito pensare che, crollate le torri gemelle, l'Empire sia da considerare il prossimo bersaglio più a rischio, sta di fatto che per salire ci sono da fare tremila giri dell'oca con relativi controlli, mi sa tanto che per entrare ci sono voluti almeno 45'. Comunque alla fine siamo dentro, inutile descrivere lo spettacolo da lassù, e le foto si sprecano. Mi inquietano abbastanza certi ragazzotti che stanno lì con la lattina di Coca (rigorosamente acquistata all'interno, per sicurezza), e che mentre stanno lì la appoggiano sul balconcino... se uno si distrae e dà un colpo accidentale alla lattina, non voglio immaginare il volo.
In ogni caso, la cima dell'Empire è piena zeppa di italiani... come del resto l'intera New York. Ed effettivamente non riesco a sentirmi particolarmente emozionato per il fatto di essere in un posto così lontano: mi sento come se ci avessi sempre abitato. Il Bartolo aveva ragione.
Finito il pellegrinaggio all'Empire, raggiungiamo la casa del Bartolo e il gruppo si riunisce. Il Bartolo si è infoliato con un nuovo videogioco chiamato "Halo": non riesco più a ricordare se è per pc, playstation, x-box o per tutti e tre, e nemmeno di quale versione si serva il Bartolo. L'unico dato è che il Bartolo ce lo mostra, e così nel frattempo ci si attacca per una buona mezz'ora. Una volta che il Bartolo ha finito la sua partitona ad Halo, si va a mangiare. Stavolta si torna al ristorante Louisiano. E via andare.

7 Agosto

E' lunedì, e inizia una nuova settimana. La cosa ha importanza assai relativa, in realtà: siamo in vacanza, ed è sempre domenica. Solo l'assenza del Bartolo ci ricorda che oggi buona parte del mondo sta guadagnandosi la pagnotta mentre noi andiamo a spasso. E finiamola qui con la retorica: tutti abbiamo anche il diritto di rilassarci, ogni tanto. E adesso tocca a noi.
Dopo 3 giorni finalmente decidiamo di allungarci verso il Central Park. Era ora, visto che lo abbiamo proprio ad un tiro di schioppo dall'albergo. Infatti non vale manco la pena di prendere il taxi: a piedi, e via.
Il Noce ha preso uno strano e vagamente seccante vizio. Non viviamo in un mondo perfetto, l'America è un grande paese (anche solo nel senso delle dimensioni), e quindi contiene una quantità industriale di pregi e difetti in par misura. Per strada si vedono barboni, mendicanti, gente disadattata, nei negozi a volte si vendono cose che da noi sono iper-proibite e magari ne mancano altre che da noi sarebbero normali. Tante pecche, tante contraddizioni, senza dubbio, ma (in percentuale) non più che in altri posti, secondo me. Ma il Noce, ogni volta che vede qualche spettacolo o usanza discutibile, gonfia il petto, sale in cima al suo pero personale e sentenzia "Questa è l'America!". Detto due o tre volte in tutto il viaggio può avere senso, detto 5-6 volte al giorno inizia a stancare, anche perché l'impressione è proprio quella di un giudizio forzato e di parte. Io e il Doc preferiamo non dire nulla e non raccogliere la provocazione, cerchiamo di non discutere anche su questo...
Il Central Park in ogni caso è uno spettacolo piacevole, una immensa quantità di verde in piena Manhattan. D'altra parte, è tutto in proporzione, come sempre. Ciò che colpisce di più sono i monumenti e le statue: ce ne sono di ogni genere, dedicate a chiunque, a prescindere dal fatto che si tratti di americani o no. Forse non bisogna dimenticare che questo paese sotto il profilo storico, è tre volte più giovane dell'Europa... forse per fare qualche statuetta in più hanno bisogno di importare qualcosa da noi.
Va da sè che in mezzo al parco troviamo anche una tavolina calda-self service dove gli hot-dog sono il piatto del giorno (hai visto mai...) e ne approfittiamo per dare una carica supplementare alle batterie.
Ma per oggi c'è anche un altro programma: la visita al Guggenheim museum. Noce dice che il museo non ha propriamente una esposizione "stabile", e spesso quel che butta butta. Fa niente: riteniamo opportuno andarci lo stesso.
Purtroppo il Guggenheim è in fase di restauro e l'edificio è completamente circondato di ponteggi e impalcature, rendendo priva di senso qualunque foto dell'esterno.
C'è una doppia mostra: da una parte una rassegna di pittori del primo '900, dall'altra le opere di una pazzoide di architetta iraniana. Ci viene fornito il registratorino con auricolare per tutte le spiegazioni del caso davanti ad ogni quadro, ma al limite non è indispensabile: infatti il sottoscritto tira fuori il suo birignao da Vittorio Sgarbi e si mette a declamare dotti commenti e recensioni davanti ad ogni tela. D'altra parte, ho una laurea in arte contemporanea pressoché nuova, nel senso di "mai usata". La mostra dell'architetta iraniana invece è tutta un'altra bega, non c'è molto da dire se non che, stando alle targhette apposte sui vari modelli di edificio, questa tizia si fa approvare in media un progetto su qualche migliaio, e non mi stupirei del contrario: nelle creazioni di questa personaggia si fa fatica ad intravvedere qualunque barlume di funzionalità. Lasciamo stare.
Quando usciamo dal Guggenheim sono le 13:30 passate (ora di New York, casomai vi fosse bisogno di dirlo), e si comincia a porre la questione del pranzo. Vaghiamo lungo la 6^ Avenue in cerca di qualcosa che ci ispiri, ed ecco un localino intrigante. Si chiama "Angelo's Pizza", in teoria non avrebbe senso cercare il cibo italiano all'estero, ma occorre ad ogni costo una pausa dai costumi alimentari locali. Veniamo serviti da un cameriere di mezza età che parla un italiano perfetto, ed io lo battezzo subito come "Angelo in persona", anche se è tutto da dimostrare. Tutti e tre ci ordiniamo i nostri bravi spaghetti, anche se il Noce tassativamente si fa l'antipasto di insalata. Io prendo una carbonara che proprio carbonara non è: presenta infatti ingredienti anomali come panna, prosciutto e piselli. Ma non importa, è ottima lo stesso. Interpretiamo fino in fondo il nostro ruolo di italiani che si portano gli spaghetti anche all'estero, e ci avviamo verso la prossima tappa.
La tappa successiva va presa sul serio: andiamo infatti a Ground Zero. Vediamo quindi il buco lasciato dalle torri, le lapidi commemorative e gli altri edifici del WTC (le due torri erano solo la parte più eclatante del complesso).
Finita la commemorazione, ci avviamo per un giro lungo la punta estrema di Manhattan, dove ci sbizzarriamo in varie foto. Il Noce come al solito si mette in super-posa, io invece mi faccio sorprendere con una granita in mano... ma io sono sempre informale e minimalista.
Intanto emergono storie incredibili sul nostro essere italiani in America: pare che spesso ci scambino per messicani, e pare addirittura che qualcuno ci abbia chiesto se in Italia parliamo italiano... mah.
Viene il momento di rientrare, prendiamo un taxi e chiediamo all'autista (un ispanico, se non ricordo male) di "allungare" attraverso Little Italy e Chinatown. L'autista è molto disponibile e ci spiega varie cose. Per esempio, che Little Italy ormai serve ancora solo per i turisti: nessun italiano ci abita più, qui ci sono solo un po' di negozietti e ristorantini tipici. Oltretutto Little Italy si va rimpicciolendo sempre più, fagocitata dalla vicina Chinatown. Chinatown invece è in espansione, i cinesi ci abitano e come (e si riproducono parecchio, come al solito...) e si danno un gran daffare. La cosa che mi colpisce di più è però un Mac Donald... in lingua cinese, i cui menu saranno probabilmente orientati in maniera analoga.
Soddisfatti del giro bello ed istruttivo, scendiamo in albergo dopo aver dato una lauta mancia al tassista (il Doc brontola, ma fa lo stesso). Sappiamo che all'indomani partiremo per Boston, quindi valutiamo l'idea di prenotare già il Park Central per il giro di ritorno a New York, tra due settimane scarse.

8 Agosto

Siamo andati a letto relativamente presto ieri sera: il Bartolo lavorava, e del resto noi abbiamo una nuova trasferta da affrontare. E i miei colleghi hanno anche le valige da fare. Va detto che al momento della "sistemazione in albergo" i due avevano un disperato bisogno di riporre i loro cospicui atelier di moda in cassetti comodi e caldi, e che i cassetti passati dal convento a loro bastavano appena. No problem, in quanto non riesco ad afferrare il senso di tutto questo fa e disfa, visto che non ci fermiamo mai più di 3-4 giorni nello stesso posto. Io la valigia me la sono tenuta fatta, duro e puro come al solito: l'uomo deve fare l'uomo.
Dobbiamo lasciare la stanza e fare il "check-out", che ovviamente è il contrario del "check-in": in Italia si chiama semplicemente "chiedere il conto". Il Noce ne approfitta per prenotare per il 21 Agosto, e anche qui ci sono i soliti grattacapi con queste fanciulline che i clienti farebbero meglio a riceverli direttamente in stanza...
In qualche modo ce la facciamo, depositiamo il bagaglio nell'apposito deposito (i depositi sono fatti apposta...), e prendiamo anche accordi con il "lobby chief" o come diavolo si chiama per avere, all'orario giusto, il taxi per l'aeroporto.
A questo punto le strade si separano. Il Doc va a cercare ancora il suo software satellitare, poi vuole andare al Metropolitan Museum. Io e il Noce, invece, ci andiamo direttamente. Dopo i soliti controlli e precauzioni, siamo dentro e ci godiamo l'arte. Il Noce è poco interessato a tutto ciò che va dal 1899 in giù, io cerco di resistere e di vedere il più possibile. In ogni caso, come tutti i musei di questo genere richiederebbe qualche giorno, farcela in mezza giornata è sempre un'impresa difficile. Prima o poi ci ricongiungiamo anche con il Doc, il quale ovviamente non è riuscito a trovare il famigerato software.
Torniamo in albergo e là ci aspetta il cugino del lobby chief con una SUV gigantesca, che in Italia pagherebbe un bollo da un milione (di Euro). Buona cosa, così il viaggio è comodo e le valige ci stanno senza problemi. Il volo per Boston è all'aeroporto La Guardia, ed ivi ci rechiamo. Check-in, controlli severissimi (compreso il famigerato controllo delle scarpe), etichette a go-go per non perdere la valigia e siamo in zona imbarco. Manca un'ora e passa all'imbarco, e il Noce pensa bene di nutrirsi (idea originalissima). La sua scelta cade su un curioso fast-food cinese, lui si fionda e riempie un vassoio fin che ce ne sta. Io sono poco convinto, preferirei decollare a stomaco vuoto o comunque leggero, poi mi convinco che il volo sarà brevissimo e non si mangerà nulla a bordo, per cui, molto svogliatamente, mi prendo qualcosina anch'io per tenermi su.
L'aereo è proprio piccolino, poco più di un Lear-jet da 20-30 passeggeri. Come al solito, finisco vicino all'ala, ma non importa, mi piace tenere sotto controllo le manovre del pilota. Scopriamo che negli aeroporti americani hanno un sistema infallibile per non far scontrare tutti quegli aggeggi con un traffico così intenso: tutti in fila sulla pista di rullaggio, e si decolla uno alla volta. Pratico, ma lunghino: riesco a vedere che in fila davanti a noi ci sono almeno 15 aerei, sembra la tangenziale nell'ora di punta...
Il volo di per sè è brevissimo. Io cronometro coscienziosamente: 30' tondi, non uno di più, non uno di meno. Sembra incredibile che per un giretto così veloce ti devi perdere altri 30' per il check-in, 30' per decollare e 30' per recuperare il bagaglio... In ogni caso ho fatto bene a mangiare prima, a bordo sono riuscito a bere solamente un striminzita coca-cola.
Siamo a Boston. Troviamo un taxi più grande possibile, ma l'autista deve spingere un bel po' per farci stare tutti i bagagli e noi. Comunque, arrancando e zoppicando riusciamo ad arrivare alla nostra destinazione, il Double Tree hotel. La stanza ha il consueto assetto: due letti "queen-size" più l'extra-bed per me. Decidiamo di farci un giretto, e riusciamo ad acchiappare un taxi. Il tassista è un bianco sì e no cinquantenne, qui i tassisti non sono strapelati come a New York. Il tassista esibisce una etichetta con scritto "I drive safe", cioè che la sua è una guida sicura. Da come guida non si direbbe, dobbiamo attaccarci da tutte le parti. Giunti nel centro di Boston facciamo proprio due passi di numero. La città è deserta, da vedere c'è poco o punto, meglio rimandare a domani. Altro taxi, questo invece è vicino agli 80 e sembra un po' rinco, anche se non siamo del posto capiamo che lui non sa la strada e fa un gran pasticcio. Tornati in albergo, le ragazze della reception ci offrono un gustoso gadget: un biscottone al cioccolato come omaggio di benvenuto. Tutti quanti ce lo mangiamo avidamente, ma all'improvviso il Noce ha un mancamento: diventa bianco, poi verde, poi blu, e tutto il suo apparato digerente si rivolta come un calzino. Scopriamo l'arcano: il biscotto contiene noci, e il Noce è stranamente allergico alle noci. Scena stile "E.R.", con frasi del tipo "lo stiamo perdendo lo stiamo perdendo". Il Doc avrebbe la medicina adatta, ma gli manca una siringa. Io mi precipito giù dalle scale e chiedo urgentemente una siringa alla reception, ma con vago disgusto la tipa mi dice che una siringa non si può avere, può prescriverla solo un medico. Io tiro svariati moccoli in incomprensibile (per loro) italiano, mentre la tipa mi guarda come se fossi uscito da "Trainspotting". Torno in stanza a mani vuote, il Doc dovrà ricorrere a qualche pillolina meno efficace ma meglio che niente. Il Noce riesce appena a rantolare "questa è l'America..."

9 Agosto

Le pilloline del Doc non sono state proprio risolutive, ma il Noce regge. Ergo, ci avviamo finalmente per fare un bel giro di Boston. Boston è una delle città più "europee" d'America, in quanto era già una città importante ai tempi in cui l'America era ancora una colonia inglese. Scopriamo che per Boston è possibile fare il cosiddetto "Freedom Trail", ovvero tutto un percorso tipo caccia al tesoro attraverso tutta una serie di luoghi topici della guerra d'indipendenza americana... L'unico che dovremo saltare è il "Boston Tea Party", ovvero il luogo dove alcuni patrioti travestiti da indiani buttarono a mare un carico di tè proveniente dall'Inghilterra. La spiegazione è semplice: il "Boston Tea Party" è bruciato, ergo non è più disponibile. Pazienza.
Il "Freedom Trail" (che per vuoti di memoria finisco per chiamare "common rail", come i motori diesel) è una specie di via crucis con tutte le stazioni alle quali fermarsi. C'è il cimitero dei patrioti (dove sono sepolti anche i figli di Benjamin Franklin), ci sono diverse chiese importanti (protestanti, è ovvio), c'è una sorta di mercato coperto tuttora in funzione. Passiamo davanti ad un grosso negozio di elettronica, una specie di Mediaworld locale, e si torna alla carica per il famigerato software per il navigatore del Doc. Ma, ovviamente, niente da fare.
Il common rail (pardon, Freedom Trail) è davveo lunghino e ci porta via tutta la giornata. Io sono interessato a un paio di tappe particolari, sulle quali sono bene informato. La prima è la casa di Paul Revere. Poiché i miei compagni di viaggio sono due ignoranti, non riescono a capire il mio interessamento per lo storico individuo. Per essere sicuro, spiego tutto qui: Paul Revere era un orafo di Boston e soldato del generale Washington che, saputo che gli inglesi si dirigevano verso Lexington, luogo strategico per i ribelli americani, si fece tutta una sgroppata a cavallo da Boston a Lexington per avvisare l'esercito rivoluzionario. Il percorso Boston-Lexington non è proprio come Casalecchio-San Lazzaro, soprattutto se ti fai tutta una tirata: anche per questo motivo Paul Revere è uno dei personaggi mitici dell'epopea americana, e anche io penso che due chiappe così robuste meritino di passare alla storia...
La seconda tappa è il veliero "Constitution". La "Constitution" divenne famosa perché durante una battaglia le cannonate dei nemici non riuscirono a scalfirla (e pensiamo che era di legno come tutte le navi dell'epoca...), meritandosi il soprannome di "Old Ironsides", vecchie fiancate di ferro. Quando ormai era così vecchia da non stare più a galla e il governo voleva demolirla, il poeta Oliver Wendell Holmes scrisse una famosa poesia che commosse l'America e fece sì che la nave venisse invece restaurata e conservata. Mi sono preso anche la briga di tradurre la poesia, della quale non voglio privarvi.

OLD IRONSIDES

Ay, tear her tattered ensign down!
Long has it waved on high,
And many an eye has danced to see
That banner in the sky;
Beneath it rung the battle shout
And burst the cannon's roar;-
The meteor of the ocean air
Shall sweep the clouds no more!

Her deck, once red with heroes' blood
Where knelt the vanquished foe,
When winds were hurrying o'er the flood
And waves were white below
No more shall feel the the victor's tread,
Or know the conquered knee;-
The harpies of the shore shall pluck
The eagle of the sea!

Oh, better that her shattered hulk
Should sink beneath the wave;
Her thunders shook the mighty deep
And there should be her grave;
Nail to the mast her holy flag,
Set every threadbare sail,
And give her to the god of storms
The lightning and the gale!

VECCHIE FIANCATE DI FERRO

Ammaina strappato il motto
che tanto avea sventolato
e molti occhi han mirato
quello stendardo incorrotto;
Infuriava il combattimento
e dei cannoni il boato;
il suo vessillo ammainato
non fenderà mai più il vento!

Di sangue eroico rosseggia
il ponte sempre che vinse
l’onda che il vento sospinse
sulle assi più non spumeggia;
mai più trionfo che veda
del vinto l’umile resa
solo un relitto in attesa
dei corvi d’essere preda!

Oh! Meglio che inghiotta l’onda
la sua carcassa nel mare
vada gli abissi a calcare
siano sua tomba profonda.
Del motto gli alberi vesta
con le sue vele strappate
per sempre siano agitate
dalla incessante tempesta!


Ovviamente il Noce si eccita e si mette al timone facendosi fotografare con il bandana in testa e gli occhiali scuri... megalomane. Ci dirigiamo infine verso l'ultima tappa, ovvero l'obelisco che ovviamente è chiuso per restauri. Comunque possiamo vederlo e tanto basta. Il giro è finito.
Tornando indietro passiamo per il centro ed entriamo in un drug-store dotato di farmacia: vogliamo fare un estremo tentativo per la siringa. Ma nulla da fare: se vuoi una siringa devi essere un medico, e il tesserino del doc non basta: devi essere abilitato non dico in America, ma addirittura nel Massachussetts! Vale a dire che non basta nemmeno un qualunque medico americano: se un medico di New York o di Dallas vuole comprare una siringa a Boston o Las Vegas, non può: come esce dal suo stato d'origine, la sua laurea in medicina diventa cartaccia. Mah. In compenso io trovo qualcosa di molto più interessante: una ragazza nera carina e simpatica che mi attacca bottone. Ha pure due amiche carine, ed io mi guardo disperatamente intorno in cerca dei due impiastri... ma i due laidi individui sono troppo impegnati a discutere delle diverse qualità di integratori alimentari e a cercare le banane più mature, così il gancio sfuma. Diciamo che gli intorti non erano l'obbiettivo primario, pazienza.
Per la serata abbiamo un programma molto preciso. Boston è la città delle aragoste, e il Doc vuole assolutamente mangiare l'aragosta. Il Noce, sempre affascinato dal cibo, è ben lieto di assecondarlo. Io sono molto più tiepido; l'aragosta non mi ha mai detto nulla (come tutti gli altri crostacei), e pur non essendo un animalista mi garba poco il modo in cui vengono cucinate (vive, pare). Comunque mi adatto, per fortuna il menu mi dà qualche alternativa. Generosamente mi viene offerto un assaggio di aragosta, che come tutti i cibi super-costosi non si capisce cosa abbia di speciale: più o meno è come mangiare un gambero troppo cresciuto. Comunque, anche questa botta di vita è fatta. Finale di serata digestivo, con lunga passeggiata lungo il porto di Boston.

10 Agosto

San Lorenzo, ma bando alle rimembranze italiche... In serata siamo di partenza per Las Vegas, intanto però abbiamo tutto il tempo per farci gli ultimi giri di Boston.
La TV (che io mi guardo religiosamente tutte le mattine in attesa che i due finiscano tutte le loro abluzioni e preparativi) dà una notizia-bomba, nel vero senso della parola: su un aereo diretto a Londra hanno beccato una tizia con esplosivo nascosto dentro alcuni tubetti e bottigliette di profumo, shampoo o simile... Tutti i paesi-bersaglio sono in stato di allerta, e noi ci siamo fino al collo. Quindi, l'ultimo giorno a Boston potrebbe essere anche l'ultimo giorno su questa Terra, ma cerchiamo di non drammatizzare troppo...
Io e il Doc abbiamo in programma l'acquario di Boston, mentre il Noce preferisce fare shopping.
L'acquario è davvero molto bello, prima di visitarlo ci vediamo anche un bel filmone 3-D con occhialini sulla vita sottomarina. Il Doc non aveva mai visto un film 3-D ed è galvanizzato più che mai. Dentro all'acquario mi premuro anche di fare un po' di traduzione dei vari termini e spiegazioni, l'inglese del Doc è sempre un po' precario.
Al momento di ritrovarci col Noce nel pomeriggio sorgono alcune difficoltà dovute al solito problema: ovvero, il telefonino del Doc non vuol saperne di fare il suo dovere nonostante le coscienziose istruzioni dei tecnici TIM. Ovviamente il Noce torna alla carica con la storia del telefonino, il Doc si stizzisce e ricomincia la lite sul telefonino... Ancora un po' e mi incavolo pure io, mi sembra di viaggiare con due bambini dell'asilo. Privatamente il Noce mi mostra pure un sms di solidarietà di una amica, la quale sentenzia che i grandi uomini sono spesso incompresi... cerco di trattenermi dal ridere.
Calmate le acque telefoniche (ma fino a quando...?), torniamo finalmente in albergo. Dobbiamo prendere il taxi per l'aeroporto.
Giunti in aeroporto, perquisizione ancora più scrupolosa, con divieto di portare bottiglie d'acqua, di shampoo o di qualunque altra cosa. Nel bagaglio a mano, oviamente: tutto ciò che è nelle valige normali e finisce nella stiva non è pericoloso (tranne, magari, le bombe ad orologeria) in quanto non raggiungibile dai passeggeri.
La cosa va parecchio per le lunghe, dopo il check-in scopriamo che aereo e operazioni d'imbarco sono in ritardo. Per ingannare il tempo, il Noce si mette a tacchinare due sudamericane che aspettano anche loro lo stesso aereo. Ed io, per non essere da meno, raccolgo il classico "fazzoletto caduto in terra" da un pupetta anche lei sudamenricana. Si chiama Priscilla, è di origini peruviane ma vive a Los Angeles e studia medicina a Boston. Piccolina, un pelino robustotta ma caruccia. E' in viaggio per Las Vegas causa disguidi aerei, la sua meta è comunque Los Angeles, e poiché ha il papy che lavora per la Delta Airlines, ha rimediato un posto in businness class ad un prezzaccio vergognoso.
Finalmente si arriva all'imbarco, io conto di rivedere Priscilla a bordo. Solita coda per il decollo, quando siamo finalmente in aria saranno passati 45' dall'imbarco... appena posso sganciarmi dal sedile vado a fare un giretto per ritrovare la pupa, ma è troppo tardi: si è già infagottata nella coperta e dorme della grossa. Davvero carina, ma non è il caso di disturbare e sono costretto a tornare al mio posto.
Ci aspettano 5 ore di volo nonché tre fusi orari, 'mazza che casotto. Scopriamo che se vuoi mangiare a bordo (il solito pasto immondo, peraltro...) ci vogliono 3 dollari. Io e il Noce paghiamo, ne abbiamo ancora per un po' e bisogna tenersi in forze. Doc invece decide di non pagare, oltretutto capisce male la hostess e si fa 5 ore a digiuno aspettando che gli portino il pasto gratis che invece non c'è...
A pagamento sarebbero anche le cuffiette per vedere la tv e il cinema sullo schermo, ma di quelle si può fare a meno. In ogni caso lo schermo si vede lo stesso, e alcuni passeggeri tengono un volume così alto che qua e là qualcosa si capisce.
Finalmente si atterra a Las Vegas, la città più peccaminosa d'America. Il Doc è infuriato e debilitato allo stesso tempo per il pasto gratis che non è arrivato. Scopre altresì che l'FBI gli ha aperto la valigia e i lucchetti come se niente fosse, e con molto fair play gli hanno lasciato un biglietto dove lo avvisavano dell'ispezione. Inquietante.
Ci dirigiamo quindi verso l'autonoleggio: dobbiamo ritirare la nostra Dodge Magnum rossa fiammante. Ma la delusione è in agguato. Infatti le Dodge Magnum sono finite (alla faccia della prenotazione con tanto di colore...) e sono rimaste solo delle oscene monovolume Chrysler Voyager, proprio ciò che non volevamo e che aveva attirato commenti ironici sul Doc che l'aveva proposta. C'è inoltre una più filante Chrysler Pacifica, lontana parente della più prestigiosa Mercedes classe R. Meglio che niente, ce la prendiamo. Con varie pressioni, io e il Doc riusciamo ad ottenere l'autorizzazione a poter guidare anche noi. Servirà a poco, ma almeno l'abbiamo ottenuta. Pensiamo bene di noleggiare anche un navigatore gps, stessa marca di quello (inutilizzabile) del Doc.
Ci avviamo quindi verso la città. Illuminata e sbrilluccicante, io però me l'aspettavo più estesa. Vabbè, arriviamo all'Harra's, il nostro albergo. Scopro così (non lo sapevo) che a Las Vegas alberghi e casinò sono la stessa cosa: al piano terra il casinò e i tavoli da gioco, ai piani superiori le stanze.
Risparmio tutti i conti del fuso orario e tutto il resto: quando arriviamo in stanza sono circa le 1:00, per oggi abbiamo già dato...

11 Agosto

Quando, la sera prima, avevamo preso posto in macchina, ci eravamo distribuiti nel seguente modo: il Noce alla guida (e ci sarebbe rimasto praticamente per tutto il noleggio dell'auto), il Doc come passeggero anteriore in qualità di "navigatore" (in quanto manovrava il gps più o meno simile al suo) ed io dietro nel posto della suocera, con la qualifica, autoattribuitami, di "ingegnere di bordo". In realtà la qualifica si rivela subito operativa: infatti al mattino il Doc va in bagno e, quando c'è ormai tutta la roba dentro, si accorge che lo sciacquone è guasto. Va chiarito che gli sciacquoni americani sono più sofisticati di quelli italiani. In Italia, infatti, c'è ancora il classico sifone con il galleggiante che si abbassa e aziona il rubinetto di ricarica. Gli sciacquoni americani, invece, sono elettrici e motorizzati, e spingono l'acqua ad una pressione altissima per spazzare via ogni traccia. Aprendo uno sciacquone americano si ha quindi la sensazione di trovare un motore da FIAT 500, che se non va più in moto sono guai. A tal proposito, invito il Doc almeno ad abbassare il coperchio per evitare i gas di scarico, poi apro il cofano del motore. Guasto banalissimo: si è staccata la levetta di avviamento. La ricollego e grazie al cielo il motore riparte facendo sparire tutto e restituendo un WC pulito e profumato (o quasi).
Come un altro personaggio più celebre e sicuramente più paziente, anche il Noce è resuscitato dopo tre giorni: grazie al cielo la sua allergia alle noci è terminata.
Come sempre siamo lunghini per l'ora di colazione, come sempre io e il Noce cerchiamo semplicemente un sito dove poter fare "il pieno" in qualche modo, mentre il Doc cerca la brioche e il cappuccino anche alle 11,30, come sempre. Non sappiamo bene dove andare, e chiediamo ad un vecchio degenerato che si appresta a lasciare l'hotel con il cappellino in testa e le tasche vuote. Lui è molto gentile e ci dà le indicazioni per una specie di ristorante che poi si rivelano sbagliate. Comunque troviamo un posto che può andare bene e ci nutriamo in qualche modo, cercando sempre un compromesso tra cibi nutrienti e cibi che siano un minimo commestibili e digeribili in non più di sei ore...
Finalmente ci avventuriamo ad esplorare Las Vegas di giorno. Il Noce rompe nuovamente per l'abbigliamento: a parte le solite storie per l'aria condizionata e per lo sbalzo di temperatura tra interno ed esterno (fuori sono circa 100° F), lui impone i pantaloncini al ginocchio per tutti, neanche fossimo in caserma e ci fossero gli obblighi della divisa... Io non li ho, non sono intenzionato ad acquistarli e vado per la mia strada nonostante i suoi anatemi. Che però durano poco: infatti sia lui che il Doc si accorgono che il sole del deserto gli arrostisce i polpacci, e che al momento di entrare al chiuso il terribile sbalzo glieli congela istantaneamente... si torna quindi subitamente indietro per il cambio dei pantaloni, mentre io me la rido sotto i baffi: continuando a vestirmi come sempre senza tante fisime sono andato benissimo. Su una cosa però il Noce ha ragione: il sole è veramente peso, ci vuole un berrettino per coprirsi, oltretutto io non sono nemmeno protetto dai capelli... Se non altro ne trovo uno che mi piace, nero con la scritta "CSI Las Vegas". Il Noce borbotta che non gli piace la visiera da "Qui Quo Qua", ma non importa: a me piace, e farà parte del mio abbigliamento fino al ritorno a New York.
Las Vegas di giorno dice molto di meno, è di notte che si apprezza lo spettacolo (che probabilmente consuma metà dell'energia dell'intera America). Dentro ai casinò non si avverte la differenza: niente finestre, luci artificiali di giorno e di notte come per i polli da batteria, così la gente gioca senza avvertire il tempo che passa e, forse, il tassametro che gira.
Ci visitiamo il Caesar's Palace, imponente nel suo stile "imperiale" con tutto quanto in stile classico, dentro e fuori. All'interno si aggira un curioso gruppetto che vorrebbe essere composto da Cesare, Cleopatra e due guardie pretoriane. I quattro stanno lì per farsi fotografare e noi ne approfittiamo. Cesare dimostra di non avere alcuna cultura umanistica e classica: infatti si mette in posa con un gesto tipico delle statue romane, ma che in realtà credo non significhi proprio nulla... in ogni caso non è un saluto romano, pensavo che almeno in America lo si potesse fare senza dare scandalo.
Altro luogo notevole è il "Paris", che all'interno è fatto secondo la foggia delle stradine di Parigi, con il soffitto che, grazie ad un abile gioco di luci, sembra un cielo aperto all'imbrunire. Fuori, ovviamente, una Torre Eiffel in scala 1:10 o giù di lì. Con modalità simili è realizzato il "Venetian", sia all'interno che all'esterno, con tanto di canali, gondole, ponti. Io cerco quel famoso casinò con il CowBoy gigante fuori, ma non lo trovo. Scopro solo ora (mentre scrivo) che il locale si chiamerebbe "Pioneer's club", si troverebbe in una zona che non abbiamo visto, ed effettivamente è chiuso da tempo. Era uno dei simboli di Las Vegas: peccato. In compenso il "Flamengo" esiste ancora, anche se per vederlo in tutto il suo splendore occorre vederlo di sera.
Ma per quella sera ci sono altri progetti. Io infatti ho rinunciato al progetto di visitare Tombstone, ma non agli altri due che avevo. Per Las Vegas il progetto è di visitare la "Star Trek Experience", e visto che fino adesso non ho mai pesato a nessuno con richieste particolari, i miei colleghi non hanno problemi ad accontentarmi. Intanto però c'è anche un altro programma da fare, e alla svelta: la gita sul Grand Canyon. Questo è un progetto del Doc, ed è sicuramente un "must". Ci procuriamo una serie di depliants di varie compagnie turistiche specializzate in quel tipo di gita, e le offerte sono innumerevoli. Si va dal semplice giretto in pullman con fermata in luogo panoramico (decisamente da pensionati...) alla discesa in zattera lungo le rapide del Colorado (per chi proprio se la cerca). Alla fine troviamo un pacchetto con buon rapporto qualità-prezzo: un lungo giro con aereo, elicottero e barca (dove il fiume è però più tranquillo). Sono 300 dollari e spiccioli a testa, ma ne vale la pena. La decisione è presa, la prenotazione è fatta (l'impiegata addetta è una signora orientale di mezza età molto gentile), tutto a posto. Dopo cena possiamo andare a vedere Star Trek.
La "Star Trek Experience" è decisamente intrigante: vivi esattamente in mezzo ad un paio di avventure di Star Trek. Nella prima stai visitando la "Enterprise-D" (quella del capitano Picard, tanto per capirci) quando questa viene attaccata e occupata dai Borg. L'ufficiale che fa da guida ci accompagna fino al ponte di comando, poi su di una navetta. Spostandoci per i corridoi incrociamo diversi Borg che non ci filano pari (tanto sono unificati da un'unica mente che non può stare dietro a tutto...) e un ufficiale donna viene ghermita e sparisce dentro una porta urlando. Sulla navetta indossiamo gli occhialini anti radiazioni (in realtà sono quelli per il cinema 3d) e assistiamo all'attacco dei Borg, la regina Borg (o meglio, la sua testa) si avvicina in tutta la sua repellenza a due centimetri spiegando che stiamo per essere assimilati all'intelligenza Borg e che resistere è inutile. Invece arriva la Voyager del capitano Janeway che fa fuori i Borg, e siamo salvi.
Secondo giro. Questa volta siamo nel museo di Star Trek, un fan ci fa da cicerone, quando all'improvviso tutto si fa buio, sentiamo una raffica di vento, e non appena ci si vede di nuovo siamo nella sala del teletrasporto dell'Enterprise-D. Un bell'effetto, ottenuto probabilmente con pareti mobili. In mezzo al gruppo di turisti si nasconde un antenato del capitano Picard: i Klingon lo sanno, e sono tornati indietro nel tempo per ucciderlo, per impedire la nascita del capitano un paio di secoli dopo. Veniamo fatti salire su due navette (possiamo vederle fisicamente dall'esterno), allacciamo le cinture e si decolla. Inizia una rocambolesca fuga nei cieli di Las Vegas (l'effetto è quello del "Venturer", quella cabina che si agita mentre uno schermo proietta immagini 3d), facendo danni a tutte le insegne dei casinò e con i Klingon alle calcagna. Anche qui, alla fine i Klingon devono ritirarsi, e il capitano Picard (ovvero il suo antenato) è salvo. Divertente.
Più o meno è l'ultima serata a Las Vegas: domani saremo tutto il giorno al Grand Canyon, poi partiremo per Los Angeles. Una bella passeggiata notturna con foto, e poi a nanna.

12 Agosto

Quando ci alziamo la mattina siamo abbastanza cotti. Non è una novità. Poi, dovendoci preparare in tre e disponendo di un solo bagno, le cose vanno per le lunghe. Anche questa non è una novità. Quando io e il Noce scendiamo alla reception per ottenere una minima proroga sull'abbandono della stanza (fissato per le 11:00), otteniamo un secco rifiuto. Tutti gli alberghi hanno un orario per liberare la stanza, ma il rifiuto di una mezz'ora in più è decisamente una doccia fredda. Sicuramente noi italiani siamo i soliti approssimativi (il che ci attira il disprezzo delle popolazioni più "nordiche"), e sicuramente se concedessero proroghe a tutti (in un albergo che avrà un migliaio di stanze) sarebbe il caos. Tuttavia un atteggiamento un pelo più conciliante o cortese non ci sarebbe dispiaciuto, invece la signora di mezza età della reception sembra una kapò e non vuole sentire ragioni. Oltretutto è saltato fuori qualche ballottino (suo) al momento di fare il conto (pardon: il "check-out"), il Noce si è inalberato e questo non ha migliorato le cose. Rivoliamo in stanza e avvertiamo il Doc di accelerare al massimo, il Noce richiude alla bell'e peggio la valigia bestemmiando "questa è l'America", io mi limito ad aspettare i loro comodi (tanto io la valigia non la disfo mai) e nel frattempo arriva la direttrice del piano con la trasmittente in mano a controllare, e quasi ci aspettiamo che la segua un plotone d'esecuzione.
Lasciamo le valige nel solito deposito (almeno questo lo possiamo fare), e grazie al cielo possiamo anche lasciare l'auto nel garage fino al nostro ritorno.
Da dove? Ma dal Grand Canyon, ovviamente.
Come da programma, a mezzogiorno arriva puntuale il pullman che fa il giro degli alberghi per poi dirigere verso l'aeroporto. Un tipico aeroporto del deserto come si vede nei film: sabbia, cespugli qua e là, cactus, e meno male che non tira vento, altrimenti i cespugli si metterebbero a rotolare... gli aerei sono tutti rigorosamente ad elica e non sembrano nuovissimi, è già qualcosa che siano dei monoplani... Passa circa un'oretta e ci imbarchiamo, ci vengono anche date le cuffiette per sentire il commento durante il volo. In un trionfo di scosse e di baccano l'aereo decolla. Il pilota è una bestia che sembra andare a caccia dei vuoti d'aria, e il Noce ha gli occhi di fuori e lo stomaco in bocca. Io invece sequestro la macchina fotografica al Doc e inizio a fotografare. Lo spettacolo è indescrivibile, d'altra parte si sa: se ci si trova a tiro, il Grand Canyon è una tappa obbligata. Sorvoliamo anche quella che pare sia la diga più grande del mondo, non sapendo nulla in proposito mi limito a prendere atto. Già questo giretto da solo potrebbe quasi bastare, ma noi ci siamo trattati bene: il bello deve ancora venire.
Infatti atterriamo in un altro aeroporto simile a quello di prima e aspettiamo gli elicotteri. Intanto ce ne stiamo all'ombra in un piccolo spaccio dove vendono souvenir a caro prezzo. Ci vengono impartite le istruzioni per salire e scendere dall'elicottero: basta una distrazione e a vedere il Grand Canyon ci va la tua testa per conto suo. Quando arriva il momento, la sorte mi premia scandalosamente: finisco infatti proprio accanto al pilota. La tecnica di pilotaggio degli elicotteri la conoscevo già e mi affascinava, ma devo dire di aver visto poco: l'apparecchio è stabilissimo (più dell'aereo, provare per credere) e il pilota si limita a reggere i comandi con movimenti pressoché impercettibili. Per non creare problemi passo la fotocamera al Noce: sarebbe disdicevole disturbare il pilota allungandomi di qua e di là per fare fotografie.
Ci addentriamo nel Canyon ad una quota ovviamente più bassa rispetto all'aereo, ci voliamo praticamente dentro. Anche qui, ogni commento è superfluo e non può descrivere in modo soddisfacente tutto l'insieme. Ma, ancora una volta, non finisce qui.
In un punto passabilmente pianeggiante c'è un cerchio di pietre che segnala in qualche modo il punto di atterraggio. E lì ci aspetta la barca.
Il barcaiolo ha la pelle scura e tratti vagamente orientali, non si capisce se sia un nativo o un filippino o cosa. In ogni caso è molto simpatico e disponibile. Ci fa accomodare a bordo (siamo un gruppetto di 7-8 persone in totale, i passeggeri del nostro elicottero) e si parte. Alla partenza becchiamo subito un'onda anomala che centra in pieno gli zainetti del Noce e del Doc, i quali mugugnando (ma neanche troppo) corrono ai ripari posizionandoli più al sicuro.
Il barcaiolo ci spiega un po' tutta la storia del Colorado, del Grand Canyon, della continua erosione delle rocce (perchè non è che il Colorado se ne sia andato in pensione e abbia smesso di lavorare: lui continua ad erodere e a trasportare detriti a valle) e tutto il resto. Ad un certo punto la barca si pianta. Imperturbabile, il barcaiolo ci spiega che ogni tanto un tronco d'albero finisce in mezzo all'elica e ferma la barca, tutto regolare... si tratta solo di prendere un arpioncino e mettersi a ravanare sotto la chiglia per toglierlo di lì. Non dobbiamo ravanare neanche troppo, in una decina di minuti l'albero toglie il disturbo e si riparte.
Andiamo avanti ancora un po' e ci fermiamo di nuovo. Nessun albero, questa volta: semplicemente il barcaiolo si offre di farci le foto con lo sfondo del Grand Canyon (e, non essendo scontato, chiariamolo: con le nostre macchine). Un vero professionista. A bordo c'è anche una signora di mezza età decisamente incapace con la sua macchina, non riesce ad impostarla come si deve e ci impiega una vita. Il barcaiolo aspetta con pazienza, poi ad un certo punto finge scherzosamente di farsi un pisolo, senza offesa per nessuno: la signora ci sta davvero impiegando una vita. Fatte tutte le foto, si riparte e si ritorna al punto di atterraggio degli elicotteri. Davvero bello, e senza esitare do al barcaiolo una 5 dollari di mancia. Cerchiamo anche di fargli una foto, ma lui si schermisce e i primi tentativi sono un insuccesso, poi alla fine si lascia riprendere.
Con l'elicottero torniamo all'aeroporto, ma non riprendiamo subito l'aereo. Prendiamo invece un pullman che ci porta nella riserva degli Hualapai. Qualcuno penserà alla tribù degli indiani che conservano le loro tradizioni, ai tepee, ai diademi di penne, agli archi con le frecce e chissà che altro. Niente di tutto ciò. Gli indiani di oggi hanno il bar e si fanno anche pagare. Per fortuna il nostro pasto è compreso nel prezzo. Durante il pasto scopriamo uno dei nostri compagni di viaggio. Scopriamo infatti di essere in gita con l'autentico Marco Ranzani di Cantù!!! E c'è anche Anna (la sua donna). A parte gli scherzi, è una coppia di neosposi di Milano, sulla trentina lei e sui 50 (ben portati) lui, ma se non è il Marco Ranzani l'effetto è quello: parla proprio come lui e dice cose simili... Purtroppo non ci è venuto in mente di fargli una foto.
Tornando alla cronaca turistica, quello è probabilmente il punto che si poteva raggiungere in pullman per fare le foto. Con prudenza facciamo un giro lì intorno, stando attenti a dove mettiamo i piedi: siamo talmente in alto che se uno casca non si sente nemmeno il tonfo come Willy il coyote. Troviamo anche quella che non si capisce se è una vecchia miniera abbandonata o cosa, comunque aggiunge l'ennesimo tocco pittoresco all'insieme.
Torniamo all'aeroporto, tutti comprano souvenir di vario genere, anche io mi compro un cappellone da cow-boy che può sempre servire (....) e trovo anche dietro un angolo un puma al quale faccio una bella foto. Poi di nuovo sull'aereo. Questa volta il secondo pilota è una bella biondina con le manine vellutate (ci viene il dubbio che queste gite servano anche come scuola guida...) e l'aereo è stabilissimo.
A farla breve, sono circa le 19:00 quando torniamo all'albergo e recuperiamo valige e macchina. Ceniamo in un curioso self-service dove, con la solita sfrontatezza italica, mi sa tanto che abbiamo saltato la fila. Scese le prime ombre della sera (e anche le ultime), facciamo un bel giro lungo la via principale di Las Vegas, per ammirare ancora una volta le luminarie dei casinò e fare le ultimissime foto. Ma purtroppo c'è un traffico bestiale, il guaio è che è proprio sabato sera... Doc cerca di fotografare più che può, ma il Noce si spazientisce e alla fine partiamo, destinazione California. Il viaggio si preannuncia lunghino, l'idea è di andare ad oltranza fino alle 01:00, poi cercare un albergo e fare una tappa. Come sempre, il Noce alla guida, il Doc alla navigazione ed io nel posto della suocera.
Verso le 00:30 iniziamo a pensare a dove fermarci. Abbiamo la lista degli alberghi Best Western, il Noce inizia a fare telefonate. La strategia del nostro pilota-comandante è semplice: prenotare quando siamo a 50 miglia di distanza, in modo da decidere definitivamente la destinazione quando siamo ancora in viaggio e arrivare con la stanza già pronta senza dover czzeggiare troppo o fare un penoso porta a porta tra gli alberghi mentre casachiamo dal sonno. Troviamo il posto giusto a Barstow, e là dirigiamo. Non c'è l'extra-bed, ma c'è una stanza singola per il Doc che gradisce assai. Purtroppo però durante il tragitto la conversazione torna sul maledetto telefonino da comprare o non comprare, e il Noce e il Doc riprendono a discutere sempre più animatamente ed io mi incavolo abbastanza per la futilità del litigio. Comunque siamo arrivati: le stanze ci sono ed evviva, tutti a nanna e buonanotte ai suonatori.

13 Agosto

Il giorno dopo si apre con un paio di piccoli gialli. Il primo è che non riesco a trovare la saletta della colazione (in questo alberghetto abbiamo addirittura la colazione, wow). Il secondo è un po' più serio: dopo aver fatto il check-out (ormai ogni volta mi metto a cantare "check-in... check out" parafrasando David Bowie) il Doc scopre di avere pagato due volte. Nel senso che gli arrivano due sms di conferma del pagamento con la carta di credito, e questo è assai inquietante, soprattutto per uno che battezza ogni dollaro con nome e cognome e gli fa il funerale ogni volta che ne spende uno. Come tutti i gialli, sarà risolto solo alla fine di questa storia. Il giallo precedente (la saletta della colazione) era durato meno: avevo preso la porta sbagliata. Salvo poi scoprire che era meglio se non la trovavo, visto il disgustoso pasto... occorre precisare che questo è il classico albergo-motel come si vedono proprio nei film americani (ed essendo noi in America, ci sta pure di trovarlo...), ovvero con le stanze, le scale e i ballatoi che danno sull'esterno, anziché essere tutto accorpato all'interno con corridoi e cose simili. Nel nostro viaggio ne troveremo ancora, questo è il primo che ci capita.
Finalmente si riparte, il Doc brontola per il doppio sms che lo preoccupa molto, ma a parte questo tutto bene. La giornata è splendida, la polemica sui telefonini ha avuto una nuova tregua (ed è seccante che il telefono del Doc funzioni solo per le cattive notizie...), il panorama dell'autostrada di giorno è desertico ma suggestivo. Mi prendo un po' di foto del panorama e anche di svariate auto americane molto caratteristiche. Le auto americane di oggi sono molto simili a quelle europee, non c'è quasi più nulla di diverso tranne il solito gigantismo. Ad affascinare erano quelle tra gli anni '50 e gli anni '70, e lungo la strada ogni tanto se ne vede una ed io faccio le foto. Tra le solite balle che si raccontano al ritorno pensiamo bene di far credere che in America le auto sono ancora così.
Siamo nel primo pomeriggio quando giungiamo alle porte di Los Angeles. Devo dire che non avrei mai pensato di arrivarci per davvero: a volte mi aveva affascinato l'idea di un giretto nella mecca del cinema, ma per la solita pigrizia non mi ero mai preso sul serio. Adesso invece ci sono.
La prima tappa è in un fast-food (non un Mac Donald ma un Burger King), dove gestori, lavoranti e clienti sono tutti o neri o ispanici. No problem, chiaramente siamo in periferia.
Seconda tappa l'albergo. Grazie alla guida Best Western del Doc troviamo un posticino proprio a 200 m da Hollywood boulevard, meglio di così non poteva andare. E guardando in una certa direzione possiamo vedere proprio la collina di Hollywood con la famosa scritta in cima. Spettacolo. Pur essendo un albergo in città, il sistema è sempre quello appena descritto, ovvero con le stanze all'esterno, che in questo caso guardano su una specie di corte interna ma comunque all'aperto. Anche questa volta io e il Noce ci prendiamo la doppia e il Doc la singola.
Ma adesso bisogna proprio fare un giretto per Hollywood boulevard, cosa aspettiamo...?
Ecco quindi tutte quelle cosette che fanno impazzire i cinefili: il teatro cinese con le impronte, la walk of fame con le stelle, vari figuranti che si travestono da attori o personaggi del cinema per farsi fotografare (a pagamento), musei del cinema di vario genere... Ed in uno di questi ci tuffiamo a capofitto. Io e il Doc siamo entusiasti, il Noce è un po' più freddino, lui dimentica qualunque film dieci minuti dopo averlo visto... Unica cosa che smuove un po' anche il Noce è il fast-food di "American Graffiti", al quale si accede all'uscita da un museo. E' stato conservato come nel film, e la cosa più strabiliante è il meccanismo di comando del juke-box: nel senso che ad ogni tavolo c'è un terminale dove si inserisce la moneta e con una tastiera si seleziona il disco... per coloro che mi chiedono "e allora?" faccio presente che tutto il marchingegno utilizza TECNOLOGIA ANNI '50, per cui scordatevi telecomandi a raggi infrarossi, fibre ottiche, schede elettroniche, ipod e quant'altro... qui è tutto "meccanico", con cavi e tiranti vari e Dio sa che altro, ma funziona!!!!
Calmati i primi morsi della fame (di cinema), riteniamo sia utile prelevare qualche dollaro. Finora è sempre andato tutto bene, le varie carte di credito e di debito hanno funzionato perfettamente, i contanti sono sempre stati custoditi in cassaforte nelle varie stanze d'albergo, e nessuno ha subito borseggi o rapine, nemmeno io che non possiedo il super-portafoglio-anti-rapina. Ma ecco il panico: la carta di credito del Noce è misteriosamente avara, e così la mia. Sembra che il circuito tipo-bancomat della california sia poco collaborativo: ne proviamo due o tre, tutti reticenti. ma sembra anche che abbiamo finito i soldi prima del previsto. Come è possibile? Il Noce istituisce immediatamente un processo: a me per non avere caricato abbastanza il post-e-pay (e per il momento cade l'accusa di non avere aumentato il margine della carta di credito), al Doc per essere decisamente restio a fare credito in caso di emergenza. Mi viene intimato di chiamare subito a casa e farmi ricaricare la post-e-pay. Io chiedo un momento di riflessione per capire cosa sia successo: mi pare incredibile che i soldi siano finiti così alla svelta. Il Noce si incavola come al solito, ma io tengo duro: non mi piacciono le decisioni avventate, a prescindere. E comunque i contanti non sono finiti del tutto, abbiamo ancora un giorno per capire meglio l'accaduto.
Scende la sera, è ora di cercare un posto dove mangiare. Prendiamo la macchina e ci avviamo... e meno male che l'abbiamo presa. Infatti scopriamo che al calare delle tenebre si vedono delle brutte facce in giro. Il boulevard è tutto sommato sicuro, ma basta svoltare una stradina secondaria e vedi esseri terrificanti in agguato, gli mancano solo gli occhi luminosi come nei film horror. Si capisce che ogni città ha i suoi problemi e le sue realtà, e che forse il paragone con New York potrebbe non essere appropriato. Ma l'impressione è che di qua non sia ancora passato il Rudolph Giuliani di turno.
Finalmente troviamo, in una stradina secondaria, un ristorantino dall'aspetto italico con un nome tipo "Miceli's" a scanso di equivoci. Dentro ci sono le tovaglie a quadrettoni bianchi e rossi, le foto di Alberto Sordi e Sofia Loren, i camerieri con i baffi ed uno in particolare che si cimenta con l'opera o simili musiche nostrane. Ma, a dire la verità, il cibo potrebbe essere migliore. Anche solo Angelo, il ristorante di New York, era decisamente meglio. Come detto, a cercare il cibo italiano all'estero si fa un po' la figura dei fessi, ma ogni tanto occorre una pausa dal cibo americano: una settimana forse si può reggere, tre no.
Torniamo all'auto con dignitosa indifferenza (cerchiamo di non farci notare dai mostri in agguato) e decidiamo di fare un giro per il Sunset boulevard, il famoso "viale del tramonto". Ci accorgiamo presto che ci conviene restare in macchina se non vogliamo tramontare anche noi: salvo un paio di chilometri, anche il Sunset è pieno di facce poco rassicuranti. Ci allunghiamo fino alla city, e tentiamo di fotografare qualche edificio "by night", ma nessuna tecnica (flash-non flash, obiettivo apertissimo o normale, esposizione lunga o corta) sembra particolarmente redditizia. Meglio tornare in albergo: ci sono tante belle cosette che si vedono meglio di giorno.

14 Agosto

Bene, abbiamo la prima giornata intera a Los Angeles. Qui non c'è storia: si torna a precipizio a vedere tutto il resto dell'Hollywood boulevard (anche perché il resto di Los Angeles non promette nulla di buono). Ci riportiamo sul teatro cinese, dobbiamo fare i biglietti per una gita a Beverly Hills (mi consenta). Tra i vari figuranti di strada c'è una ragazzona di colore vestita da catwoman o simile che ispira pensieri poco casti. Il Noce parte in quarta e mi ordina di posizionarmi accanto a lei per una bella foto goliardica. Se devo dire la verità, certe cose non mi eccitano più di tanto: mi ecciterebbe di più qualcos'altro, sia pure per una cifra più consistente. Comunque sto al gioco e mi avvinghio alla tipa per una foto da antologia. Ma presto ce ne pentiremo. Perché infatti, nella concitazione del momento, il Noce ha perso il biglietto per Beverly Hills. Non riusciamo bene a capire come sia accaduto, ovviamente nei 100 m di marciapiede limitrofi del biglietto scomparso non c'è traccia (e vorrei vedere...), ovviamente non tentiamo nemmeno di spiegare alla bigliettaia che abbiamo perso un biglietto (chi crederebbe ad un gruppo di turisti italiani...?), ovviamente il Doc ha la tremarella perché teme di dover contribuire all'acquisto di un nuovo biglietto.
Alla fine c'è poco da fare: il Noce si prende le sue responsabilità e si compra un biglietto nuovo. Arriva il pullmino e si parte. La gita è così organizzzata: il pullman percorre le strade di Beverly Hills e Bel Air, l'autista con il microfono in mano ci illustra le varie ville attribuendole ai relativi proprietari (e qui mi viene un dubbio atroce: se fossero tutte palle, chi potrebbe scoprirlo...?) e noi ce ne staremo zitti e buoni a bordo: infatti qui non è arrivato Rudolph Giuliani ma si è rimediato ugualmente, laddove si poteva spendere. Semplicemente, fuori da ogni villa ci sono dei cartelli di avviso (come quelli fuori dal deposito di Zio Paperone) con scritto "SORVEGLIANZA ARMATA". In altre parole, se qualche balordo si avvicina rischia di venire impallinato, e il problema è brillantemente risolto. Va da sé che anche il pullman e gli organizzatori hanno dovuto chiedere e ottenere le autorizzazioni necessarie.
Con l'inglese me la cavo dignitosamente, ma gli sproloqui dell'autista non mi sono proprio chiarissimi. Cerco, nei limiti del possibile, di afferrare i nomi dei proprietari (o ex tali) delle ville. La prima fermata è la ex villa di Ben Affleck e Jennifer Lopez; segue la ex villa di Charlie Chaplin, poi quella di Mel Brooks e quella di Peter Falk. Fuori dalla villa di Michael Douglas e Catherine Zeta-Jones sono parcheggiate almeno sei Ferrari: avevo sentito dire che Michael è uno speculatore che poi le rivende a prezzo più alto... boh. Vediamo poi la villa di Sylvester Stallone, e colpisce il fatto che parcheggiate fuori ci sono invece due auto molto comuni che chiunque potrebbe comprare. Ognuno ha il suo stile. Pare invece che Steven Spielberg e Harrison Ford abitino da tutt'altra parte: anche qui, ognuno ha il suo stile.
Facciamo una tappa al Beverly Hills Hotel per sgranchirci le gambe: lì nessuno ci spara, basta non avvicinarsi troppo all'albergo. Ma non c'è bisogno, il giardino antistante è smisurato e basta per una passeggiata e per restare colpiti da questa orgia lusso.
Veniamo riportati sul boulevard, la fantasia ha smesso di lavorare e si torna alla realtà. Realtà che consiste nelle carte di credito in riserva, il problema va comunque risolto. Troviamo un Internet point lungo il boulevard, può essere un'idea per verificare il credito rimasto e capirci qualcosa. per intenderci, l'internet point è all'interno di un centro per tatuaggi, piercing e altra roba vagamente punk e freak. Il titolare (almeno tale sembra) ha una faccia da scoppiato incredibile, e sembra quasi che non gliene freghi nulla se paghiamo un quarto d'ora di collegamento oppure no.
Il lavoro si preannuncia lungo, poiché il tassametro va a banconote da un dollaro, il Noce mi chiede sovvenzioni. Ma un dollaro "sfuso" non ce l'ho, ho bisogno di cambiare. Lo scoppiato, ovviamente, non ha da cambiare, e poi continua a non fregargliene nulla. Allora decido di andarmi a comprare un gelato, per poter cambiare. Prima entro in una gelateria, il titolare è già lì che spera, ma i gusti sono immondi: io odio il cioccolato, e inoltre d'estate mi piace il gelato alla frutta. Ovviamente, quella gelateria ha solo vari tipi di gusti di cioccolato: un vero incubo. Allora sveltamente zompo fuori e mi allungo verso uno di quelle caffetterie dove ti danno vari tipi di caffé, tutti pessimi: ieri mi avevano offerto un assaggino di una specie di granita che non era male. Vado alla cassa a fare lo scontrino, ma qui sorge un altro problema: la cassiera orientale è una rincoglionita. Nulla contro gli orientali: i rincoglioniti sono una razza trasversale. Lei parla un inglese impossibile, io faccio fatica a capirla e a farmi capire. Ci vogliono dieci minuti per farle capire cosa voglio. Come se non bastasse, quando sembra che ci siamo messi d'accordo mi chiede i soldi scambi perché non ha resto... trattenendomi dall'impulso di strangolarla, spiego papale papale che il gelatino lo compro solo perché mi interessa il resto: niente resto niente gelato, no Martini no party. Alla fine il resto salta fuori, ovviamente sulla mia granita trovo una farcitura di panna che non volevo, ma ormai ho il resto in tasca e non ho più la forza di discutere. Finalmente torno dal Noce che ormai era lì che mi aspettava con le braccia conserte e la faccia scura. e in sostanza scopriamo che la sua carta di credito è ormai quasi esaurita. Intendiamoci: non siamo poi nei guai totali. Nel senso che ancora un po' di contante c'è, e per effettuare direttamente i pagamenti il mio bancomat fa ancora il suo dovere. Solamente, il prelievo di contanti è misteriosamente bloccato, impedito sembra da incomprensioni tra i vari circuiti bancari.
La vita comunque continua, in ogni senso. Del tipo che, finite le indagini bancarie, ce ne andiamo al museo delle cere di Hollywood. Per la precisione ci andiamo io e il Doc, il Noce si astiene proprio, non gliene può fregare di meno. Io e il Doc invece ci facciamo una scorpacciata di statue di Samuel Jackson, Bruce Willis, Marylin Monroe e quant'altro... Non sarà poi nulla di così eccitante, ma ognuno ha i suoi gusti.
Presso un centro commerciale all'angolo incontriamo anche tre ragazze italiane. Sono friulane se non ricordo male, e hanno fatto un giro assurdo: sono partite da Bergamo, passate per Praga (non per visita, ma per scalo aereo...!) e tra tappe più o meno forzate sono approdate a San Francisco: stanno facendo il giro in senso contrario al nostro. Il Noce si attacca subito ad una, il Doc non collabora proprio, io cerco di intrattenere le altre due. Inutile dire che il Noce becca il numero della tipa, poi mi fa una testa così perchè "le ho fatto troppe domande" e "non stavo alla distanza giusta ed ero troppo invadente". Va bene, vorrà dire che la prossima volta mi porto il centimetro... speravo che almeno qui questi rimbrotti mi venissero risparmiati.

A questo punto, però, si impone il secondo programma da me richiesto, ovvero il giro agli studi Universal. Siamo nel tardo pomeriggio, ovviamente non se ne parla di visitarli ora, ma un giro di ricognizione per vedere dove si trovano e capire come funziona tutta la faccenda (orari, biglietti eccetera) ci sta benissimo. Quindi prendiamo l'auto e andiamo a vedere.
Gli studi Universal sono quasi una città nella città, c'è tutta la parte dove si paga per entrare ma c'è anche una parte ad ingresso libero, riccamente dotata di cinema, negozi, ristoranti e bar dove si può circolare a piacimento, e vale la pena di darci un'occhiata, anche perchè si avvicina l'ora di cena e non vogliamo tornare nel posto di ieri sera. Il posto brulica di gente, è ovviamente una zona turistica al 1000% (come il boulevard, del resto), e qui è matematicamente sicuro, i ceffi vengono probabilmente disintegrati all'ingresso.
Troviamo un posto dall'aria decisamente italica chiamato "La buca di Beppo", e lì ci infiliamo. Anche qui, come al sera prima, anzi ancora più spinto: tovaglie a quadrettoni, foto di Alberto Sordi, Sofia Loren, Totò, la nazionale dell'82 (per quella corrente è ancora troppo presto, ma ci scommetto che mentre scrivo avranno già rimediato...), la Vespa, la Giulietta e compagnia bella. Ma anche questa volta il cibo è così così. Oltretutto le porzioni sono malate di gigantismo (in perfetto stile USA), e il Noce, con il suo pessimo vizio salutista dell'"insalatina come antipasto" si taglia ancora di più le gambe. In me comincia a farsi strada un'idea: ovvero, che tutta questa ostentazione di italianità nasconda spesso una qualità poco soddisfacente. Il paragone torna sempre ad Angelo di New York: se non ti avvicinavi bene facevi fatica a capire che era un ristorante italiano, ma si mangiava dignitosamente.
Dopo un'altra breve passeggiata nella cittadella Universal, decidiamo di rientrare: oltretutto inizia a fare freschino. Ci accorgiamo che di fronte al nostro albergo c'è un altro Internet point: tornerà buono.
Invece il Doc, a 10 giorni dalla partenza, inizia a ricevere messaggi dalla TIM che forse, finalmente, lo ha agganciato. Ma le procedure per rendere operativo il suo telefono continuano a fare cilecca. Grazie al cielo, il Noce non fa commenti.
Ci si pone anche il problema dell'albergo quando lasceremo Los Angeles. Oltretutto, il Noce vorrebbe fare una tappa a Venice, località balneare californiana che si dice sia molto meglio di Santa Monica e Malibu. Per cui si valuta l'idea di fare una nottata a Venice, e a tal uopo andiamo a fare un giro laggiù per vedere che aria tira. La guida ci indica un albergo e andiamo a vedere. Ma l'albergo non sembra un granché, le facce degli ospiti pure. e a quell'ora anche Venice non sembra molto ben frequentata. Quasi quasi a Venice faremo un giretto di giorno, e buonasera.

15 Agosto

Ferragosto! E si preannuncia scoppiettante. Oggi infatti andiamo a visitare gli studi Universal. Devo proprio dire che sono in paradiso: non pensavo che ci sarei mai riuscito... Come sempre, abbiamo qualche problema con le carte di credito, ma quella del Doc è ancora funzionante, e dietro mille promesse di risarcimento possiamo procedere.
Di fatto, gli studi Universal (o per meglio dire, la parte dedicata ai turisti) sono una specie di parco in stile Gardaland. Ovvero, pur essendo il cinema il tema centrale, il luogo pullula di attrazioni e spettacoli come in qualunque parco dei divertimenti.
Come aperitivo, ci prendiamo un trenino gommato che fa il giro degli studios e dei teatri di posa, con il solito autista-commentatore. Il Noce e il Doc si fanno subito riprendere per aver tentato di salire senza rispettare le file... ma si può...? Durante questo giro vediamo diversi set che riproducono varie capitali mondiali (sì, c'è anche Roma con tanto di stazione dei carabinieri...). Finiamo dentro un capannone dove subiamo una serie di effetti speciali (terremoti, crolli, inondazioni, incendi e quanto di peggio possa capitare...), poi passiamo per una serie di luoghi topici come la piazza di Amity (il paesino dello "Squalo") o il Bates Motel (dico al doc di fotografare l'insegna e invece il pirla fotografa il cartello con scritto "questo è il motel di Psycho"... Zlorfik!!!). Passiamo anche per la zona residenziale di "Desperate housevives" (tuttora abitata, come ognun sa...) e nei paraggi di un disastro aereo (ottima foto per chi ha paura di volare). Becchiamo anche una tettoia dove sono posteggiate alcune auto famose come la Dodge Monaco di "Blues Brothers", la De Lorean di "Ritorno al futuro", la Ferrari di "Magnum P.I.", le auto da corsa di "Fast and furious" ed altre ancora...
Fatto questo bel giretto, pensiamo bene di andare a vedere uno spettacolino dove due presentatori mostrano i più elementari trucchi cinematografici... peccato solo che per me equivalga ad un "corso per principianti", io ho già studiato il problema molto più a fondo... e ricordo che dovevo fare una conferenza sull'argomento 10 anni fa, ma venni cassato da un cretino che, solo per aver visto questo medesimo spettacolo, credeva di saperne infinitamente più di me... gli sto ancora dando la caccia per farlo fuori.
Ci sono poi alcune attrazioni particolari: "Terminator", "La mummia", "Ritorno al futuro" e "Jurassic Park". In base agli orari della guida riteniamo di poterle coprire più o meno tutte.
Iniziamo con il "Terminator": entriamo e una hostess molto garrula ci porta in un teatro per illustrarci le meraviglie di una famosa (nel film...) industria produttrice di software e hardware. Ma ecco che all'improvviso arrivano due ospiti inattesi: Sarah Connor e il figlio John, futuro capo della resistenza contro le macchine ribelli (parentesi: do per scontato che chi legge conosca la saga, altrimenti mi ci vorrebbero due pagine in più per spiegare tutto daccapo. Chi ritiene che sto parlando arabo salti, non è indispensabile). Sarah spiega all'allibita hostess che la sua azienda sta per realizzare dei mostri che distruggeranno l'umanità, la hostess è chiaramente una microencefala e riesce solo a litigare. Ma ecco che arrivano dal futuro i terminators, per uccidere Sarah e John e impedire loro di distruggere la fabbrica, e per non saper né leggere né scrivere intanto fanno fuori la petulante hostess. Ma ecco che arriva un altro imprevisto in motocicletta: è lui o non è lui? ma certo che è lui: è il T-800-Schwarzenegger che inizia a sparare all'impazzata sugli altri terminators. Ma il piano è molto più ambizioso: il T-800 riesce ad azionare una macchina del tempo e porta John con sé nel futuro per distruggere lo Skynet, il malvagio computer pensante che ha conquistato il mondo. Noi stiamo indossando degli occhialini 3-d e vediamo tutto sullo schermo... il bello è che nel film 3-d c'è veramente Schwarzenegger, chiaramente il film è stato girato insieme a quello arrivato al cinema. Alla fine Skynet salta per aria, bum e tutti a casa (dopo aver restituito gli occhialini, ovviamente).
Sono circa le 15:00 quando ci avviciniamo alla "Mummia", ed io scopro con raccapriccio che è un "roller-coaster", cioè una montagna russa. Dico subito agli altri due che non ne voglio mezza, vadano pure loro ma io resto a terra. Loro mi ridono in faccia, ma và, figurati, sarà roba da bambini, e poi non si vedono le rotaie, non dire fesserie, eccetera. Io riprovo ad informarmi, gli addetti mi dicono che non è molto pesante, ed io dico vabbè, anche se ci sono tutte le avvertenze di lasciare a terra ogni oggetto superfluo, viene sconsigliato a bambini, anziani, cardiopatici e donne in gravidanza... Mah. Cerco almeno di ottenere di farlo a stomaco vuoto (non abbiamo ancora pranzato), ma quei due crapuloni figurati, non se ne parla neanche, e qui e là e su e giù e tricche ballacche. Anzi, già che ci siamo consumiamo un bel pasto indigesto nel fast-food cinese di fronte, con il Noce che si riempie il vassoio a dismisura come se non mangiasse da un mese... a quel punto devo mangiare anch'io, dopo gli altri non aspetterebbero i miei comodi. Cerco di mangiare con moderazione, togliendomi lo sfizio di farlo con le bacchette (e tutto sommato sono anche capace). Va bene, andiamo alla "Mummia". Complicata procedura per lasciare tutto il possibile in speciali armadietti con combinazione, poi saliamo.
Lì per lì sembra tutto tranquillo, solita mummia di cartapesta che lancia il solito anatema, i vagoncini procedono tranquilli... ed ecco che improvvisamente si apre una porta che ci inghiotte, e nell'oscurità più totale il trenino accelera vertiginosamente attorcigliandosi in manovre pazzesche!!!! Avevo ragione io: montagne russe, pesissime, e per di più al buio!!!! Non posso lanciarmi fuori, punto sulla sopravvivenza, chiudo gli occhi e cerco di resistere ad ogni costo. Le montagne russe non durano mai molto, circa 45" e il trenino si ferma e le luci si accendono. Vedo il Doc con gli occhi sbarrati e il Noce manifesta un colorito vagamente verdognolo. Senonchè... le luci si spengono e ce la rifacciamo tutta all'indietro, stessa velocità... ma perché certa gente non dà mai retta e vuole aver sempre ragione...?
All'uscita si verifica anche un giallo: il cellulo del Noce è scomparso. Lo cerchiamo dappertutto, ci facciamo riaprire gli armadietti, io frugo il marsupio (il Noce ha il brutto vizio di appiopparmi roba sua) ma niente. Quando gli addetti stanno chiamando la sicurezza, eccolo! Dov'era? Era sì nel mio marsupio, ma si era spostato dentro la cintura (che è comunicante con le tasche...). Io vorrei sparire sottoterra, ma tutto è bene quello che finisce bene (e l'ultimo chiuda il marsupio).
Mentre usciamo dall'attrazione si avvicina un'auto della polizia senza lampeggianti e dall'aria decisamente vissuta. Scendono due tizi, uno magro e uno grasso, con abiti scuri, occhiali scuri e cappelli neri. Ovviamente sono i Blues Brothers, che salgono sul palco lì vicino e iniziano a cantare e a fare uno spettacolo... Noi ascoltiamo per un po' ma non abbiamo tempo, alia premunt.
Andiamo a "Ritorno al futuro". Veniamo accolti da Doc Brown in persona, poi andiamo in una stanza dove Doc (proprio quello originale, Cristopher Lloyd) da uno schermo ci spiega che Biff è nuovamente riuscito a rubare la De Lorean e a fuggire nel tempo per mettere in atto qualche nuovo piano criminoso (come sopra: chi non ha visto la saga, salti...). Ma c'è una possibilità: Doc ha costruito una particolare versione station della De Lorean che può portare sei persone... lui non può raggiungere le De Lorean modificate, ma noi sì. Quindi, entriamo in una rimessa dove ci aspettano le De Lorean. Prendiamo posto, le portiere automatiche si chiudono e si parte all'inseguimento di Biff lungo le varie epoche (il principio è sempre quello del Venturer, ovvero siamo in una cabina che si agita su supporti idraulici mentre all'esterno viene proiettato un filmato su schermo iper-panoramico). Alla fine riusciamo ad intercettarlo e a fermarlo, tutto bene, le De Lorean tornano nel XXI secolo (il nostro, per chi non se ne fosse ancora reso bene conto) e possiamo scendere. Carino.
C'è anche uno spettacolo intitolato "Terrore vero": ci infiliamo (su mia proposta) per vedere cos'è, ma è invece una specie di show televisivo dove i concorrenti cercano guai con sport estremi. Di comune accordo ce la filiamo all'inglese.
Ultima attrazione, il Jurassic Park. Di certo c'è solo che il gran finale è con uno di quei barconi che si tuffano nell'acqua. Io e il Noce ne facciamo a meno, parte solo il Doc. Io ho l'incarico di immortalarlo durante la discesa finale, ma alla fine lo manco clamorosamente, e riesco a fotografarlo solo quando è già fermo.
Il tempo è volato, siamo a cavallo tra le 18:00 e le 19:00 (ora locale, se qualcuno ha dei dubbi), e il Noce annuncia che con gli studi Universal il programma ufficiale è terminato. Questo non vuol dire che domani si torna a casa e buonanotte: oltretutto manca ancora San Francisco. Il punto è che abbiamo fatto tutto ciò che era stato pre-programmato, siamo stati in tutti i posti che si "dovevano" vedere. Da adesso in poi potremo improvvisare, continueremo il nostro viaggio visitando i vari luoghi secondo l'estro del momento.
Si torna in albergo, rinfrescatina di rito, poi decidere per la serata. Il Noce ha tentato reiteratamente di contattare l'italiana conosciuta ieri, ma quella non risponde e si fa di nebbia. Le italiane sono sempre quelle, ovunque le trovi... in ogni caso il Noce ha altre priorità, ovvero ha fame. non so come faccia dopo la mangiata del pomeriggio, oltretutto condita con le montagne russe...
Non abbiamo voglia di tornare nel ristorante italiano (o sedicente tale), cerchiamo un altro posto. C'è un bel localino nel centro commerciale, ma dopo le 20:00 non fanno entrare più nessuno... sconvolgente, a New York non c'erano praticamente orari. Tutto ciò che riusciamo a trovare è un fast-food messicano, il Noce si butta con voracità, mentre io e il Doc non ne abbiamo proprio voglia. Stasera niente cena, ma visto che ho lo stomaco ribaltato, un po' di digiuno mi farà bene. In fondo sono una specie di rettile: se mangio una volta nella giornata sono già quasi a posto. Il Noce invece ha bisogno di continui spuntini, e mi chiedo se non dipenda anche dalle diete bislacche che segue...
Decidiamo di fare un salto nell'internet point di fronte all'albergo. A fare la guardia al negozio c'è un nero dall'aria annoiata, ma almeno è un po' più gentile dello scoppiato di ieri l'altro. Vogliamo vedere cosa è successo alla mia carta di credito. E qui scopro che, incredibilmente, il mio margine è inferiore di 400 Euro rispetto al previsto. Cosa diavolo è successo? Come posso averne spesi già così tanti, e come mai la mia banca mi ha tirato questo pacco? Il mistero si infittisce, e la notte NON porterà consiglio.

16 Agosto

E' ora di lasciare anche Los Angeles... Vale la pena di dire che, una volta visto tutto ciò che può avere attinenza con il cinema, non resta quasi nulla. Ci alziamo ad un'ora anche decente (tanto, ieri sera avevamo poco da fare in giro...), check-in, check-out e partiamo. Ma dopo un quarto d'ora dobbiamo tornare indietro: non abbiamo vuotato la cassaforte!!! E nella cassaforte solitamente teniamo, oltre ai contanti (oltretutto particolarmente preziosi in questo momento...) anche tutti i biglietti aerei... La dimenticanza nasce dal fatto che in quell'albergo avevamo la cassaforte presso la reception: quando l'abbiamo in camera è logico e naturale aprirla e vuotarla prima della partenza.
Ci dirigiamo nuovamente verso Venice, ce la vogliamo vedere con calma di giorno. Di giorno l'effetto è già un po' meglio, c'è gente per la strada, sembra tutto tranquillo. Per prima cosa dobbiamo mangiare: come sempre, le distanze sono lunghe e l'ora di pranzo arriva sempre prima del previsto. Va detto che non ho mai la più pallida idea dell'orario in cui "pranziamo", diciamo che se ce la facciamo entro le 15:00 è già un successo. Basandoci sul breviario del Doc troviamo un piccolo fast-food ancora in stile anni'50, veramente molto caratteristico. Oltretutto la titolare è molto gentile e il cibo è dignitoso, ovviamente sulla base degli standard locali. Unico inconveniente il bagno fuori, talmente fuori che per arrivarci devi fare mezzo giro dell'isolato... Dopo questo pasto piacevole e pittoresco ripartiamo. Troviamo un parcheggio al coperto con una tariffa ragionevole e poi ci avviamo a piedi. Inizialmente ci eravamo fatti l'idea di mettere i costumi e fare la giornata in spiaggia, ma poi preferiamo andare a spasso.
Finalmente vediamo il Pacifico. Abbiamo fisicamente toccato la costa occidentale. E per festeggiare l'avvenimento, troviamo pure uno sportello automatico che finalmente si decide a sputare fuori un po' di soldi... siamo ricchi. La giornata è splendida, c'è il sole e la temperatura è quella giusta.
Tanto per cominciare, passiamo davanti alla palestra di Schwarzenegger... non che sia "di sua proprietà", è quella dove lui si è fatto i primi muscoli... Il Noce si genuflette e osserva per qualche minuto in religioso silenzio. Poi si fanno le foto di rito e si prosegue. Bisogna dire che non c'è molta gente sulla spiaggia... fanciulle pochissime, e tutto sommato non riteniamo indispensabile tentare qualche approccio. Sul lungomare ci sono vari negozi di abbigliamento decisamente "da spiaggia", con florilegi di magliette e cappellini. Il Noce e il Doc ci si fiondano facendo mille prove, mentre io li guardo con una punta di disgusto. Ci sono poi diversi villini dal design quanto meno audace, roba da miliardari eccentrici.
Spostandoci un po' verso le zone residenziali, scopriamo l'origine del nome di questa cittadina. Venice, infatti, è percorsa da diversi canali che si snodano per le zone residenziali, dove ci sono tutte queste graziose villette (un po' meglio di quelle del lungomare...) che si affacciano su corsi d'acqua artificiali. Ingenuamente si è pensato che questo rendesse il posto uguale a Venezia... onestamente ci vuol altro. Comunque, nulla di male in ciò: se dimentichiamo l'improponibile paragone con Venezia, il posticino è comunque grazioso.
Siamo a metà pomeriggio, c'è ancora tempo per fare un giretto a Santa Monica, la cittadina di Baywatch...
Santa Monica, tutto sommato, è meno intrigante. C'è giusto questo molo dove è situato anche un piccolo luna-park, ci sono diverse piattaforme che si affacciano sul mare (e su una c'è pure un pianista ambulante che suona), ma per il resto niente di che. Il Doc becca due poliziotti con il loro fuoristrada e si fa fotografare con loro: sono vagamente perplesso, comunque è una foto in più. Incontriamo anche una piccola comitiva di fanciulle italiane, ma hanno l'aria di non arrivare ai vent'anni, per cui lasciamo stare.
Quando lasciamo Santa Monica il sole comincia ad essere basso, in teoria ci sarebbe anche Malibu ma non sembra indispensabile fermarci. Viaggiando lungo la costiera ci godiamo uno strepitoso tramonto sul Pacifico. Transitiamo anche davanti al bivio per Santa Barbara, ma non ci risultano alberghi che facciano al caso nostro. L'albergo giusto è invece a Carpinteria, poco più lontano, e ci dirigiamo là: magari domani torneremo indietro per vedere Santa Barbara, che in base al breviario del Doc sembra proprio che meriti una visita.
La manovra è la solita: siamo ancora lontani quando il Noce chiama l'albergo della guida Best Western e prenota la stanza in perfetto inglese alberghiero. Giungiamo là e ci sistemiamo, purtroppo però siamo anche digiuni. Per fortuna il navigatore satellitare (che si sta dimostrando meglio dell'89.24.24) ci trova una spwecie di pizzeria. Pizzeria all'americana, decisamente nulla di che, ma vista l'ora, Francia o Spagna basta che se magna.

17 Agosto

Un'altra mattinata ordinaria di questa vita da nomadi. Solita sveglia ad orari scandalosi, solite abluzioni mattutine con turni per il bagno (parentesi: io mi tengo sempre diabolicamente per ultimo, così sto più a letto e posso fare con calma senza nessuno che mi insegue, orari e programmi permettendo), solita colazione poco entusiasmante (soprattutto per chi ha necessità fisica del caffè e per chi, come il Doc, vorrebbe inzupparci la brioche). Il Noce scopre di avere ancora una bottiglia d'acqua comprata a Las Vegas che non risponde alle sue specifiche igienico sanitarie (al cui confronto qualunque reparto ospedaliero di immunologia è un immondezzaio) e, per non buttarla via, me la prendo io (è ancora chiusa, ed io consumo un decimo dell'acqua minerale degli altri due). Alla luce del giorno vediamo che la cittadina è caruccia davvero, sembra Twin Peaks. Classica cittadina della provincia americana i cui abitanti sembrano non essersi mai mossi da lì in saecula saeculorum. Il posto ci incuriosisce a tal punto che facciamo un veloce tour in macchina prima di abbandonarlo. Suggestivo.
Oggi è in programma una visita approfondita di Santa Barbara. Siamo lungo il "camino real", una strada che ai tempi di Zorro (diciamolo pure) collegava tutta la California, e lungo la quale c'era una grande quantità di missioni, quasi tutte fondate dallo stesso frate (era uno che si dava da fare).
Ci diamo quindi alla visita approfondita della missione di Santa Barbara. Sembra proprio la missione dove andava Zorro, va detto che tutta Santa Barbara è costruita con criteri architettonici ispanici più che americani. All'inizio della visita c'è un curioso puzzle della California, un curioso gioco di società per turisti, io mi ci metto con entusiasmo ma poi devo arrendermi: proprio non mi riesce, e non posso stare lì tutto il giorno. Vediamo le celle dove dormivano i frati, e le loro brandine mi ricordano terribilmente gli "extra-bed" su cui dormo ormai da due settimane. Visitiamo anche la Chiesa, sobria e modesta, e finiamo con il giardino interno... detto che nella vita non ci si può privare proprio di tutto, bisogna dire che i fraticelli il verde non se lo facevano mancare. Il giardino è un florilegio (e che altro potrebbe essere...?) di piante lussureggianti di ogni tipo, comprese (ci mancherebbe) numerose varietà di cactus. Spettacolare.
E' di nuovo ora di pranzo, e questa volta troviamo una specie di fast food italiano. Non è davvero malvagio, si mangia benino, si spende il giusto (fatte salve le solite rimostranze del Doc per le mance).
Esaurita la missione e il pranzo, si comincia ad andare a zonzo. Santa Barbara è davvero carina, potrebbe essere il luogo ideale per un "buen ritiro": è piccolina ma graziosa, pulita, tranquilla e sicura. In un certo senso ricorda certe nostre località balneari. Andiamo anche a fare un giretto sul lungomare, e qui incontriamo una famigliola di italiani. Anche loro si sono fidati di certi laidi individui delle agenzie di viaggi, e sono arrivati a San Francisco passando non si sa bene da dove, forse anche Pechino... Sono due genitori con figlio diciottenne e bietolone con cappellino e pantaloncini, gli manca solo il lecca-lecca. Mentre chiacchieriamo avvistiamo una colonia di scoiattoli terricoli che entrano ed escono dalle loro tane, il bambinone gli dà da mangiare e l'altro (Doc) fotografa come una mitragliatrice.
Spieghiamo che stiamo andando a San Francisco, e da quel momento i tre iniziano a guardarci strano. Noi non afferriamo, salutiamo e proseguiamo l'esplorazione.
Ci caviamo lo sfizio di fare un percorso consigliato dal breviario del Doc, un giro per tutti i luoghi storici di Santa Barbara, che comunque sono tutti molto vicini tra loro (non come il "Freedom Trail" di Boston che richiede una giornata). Così vediamo il cuartel (Zorro è sempre in agguato), il tribunale e diverse altre cose.
Abbiamo parcheggiato l'auto nei sotterranei di un centro commerciale, logico che si dia un'occhiata anche lì. Il Noce e il Doc si tuffano alla ricerca di ogni possibile ed immaginabile affarone o liquidazione (si parla, ovviamente, di abbigliamento), io giro oziosamente ma non trovo nulla che mi ispiri davvero, tranne una commessa biondina che mi guarda e, come succede spesso qui, attacca bottone. E' davvero carina, ma è inutile, già sono impacciato di mio, so che stasera sarò già chissà dove, non possiedo la determinazione necessaria a bloccare la comitiva per fare i miei comodi. Continuo la conversazione senza sapere dove andare, lei si chiama Serafina ed è di etnia ispanica (pur se bionda), poi capisco che il caporeparto inizia a guardare male e me ne vado imbarazzato. Forse dovrei emigrare.
Il sole è ormai tramontato, per cenare torniamo al fast food italiano che è sempre affidabile.
E' impensabile fare una tirata fino a San Francisco, ed anche metà della strada è tanta roba, almeno 125 miglia (pari a 200 km). Ma per il Noce non c'è problema. Unica precauzione: il nostro pilota si lava i denti in mezzo alla strada, guidare senza una perfetta igiene orale potrebbe creare problemi seri. Mah. Comunque si parte, addio Santa Barbara e addio Serafina (ahimè) e dopo un lungo viaggio con la preoccupazione di dormire in macchina approdiamo a Bakersfield. Solito alberghetto Best Western e buonanotte.

18 Agosto

Confesso che questo passaggio mi è un po' oscuro. Nel senso che non ricordo bene se abbiamo trascorso la notte a Bakersfield o poco lontano. Purtroppo non trovo più nulla di quella notte: scontrini, ricevute, nulla. Ricordo solo che al mattino siamo partiti e io ho avuto l'incarico di spedire le cartoline per tutti. ci siamo fermati nei paraggi dell'ufficio postale ed io ho provveduto alla bisogna. Vale la pena di notare che l'impiegato ha capito subito che ero italiano (gli italiani si fanno sempre riconoscere, in un modo o nell'altro) e mi ha pure fatto i complimenti per il mondiale appena vinto.
Siamo ripartiti, e dopo alcuni chilometri abbiamo fatto benzina. Va detto che in america è consigliabile fare benzina appena possibile, anzichè aspettare di essere in riserva (ed oltre...) come si usa in Italia. Il motivo è evidente: le distanze sono tali da rendere sempre e comunque poco prevedibile l'approdo ad un distributore, per cui appena ce n'è uno conviene riempire e buonasera. Il Noce ha cercato di tenere conto dei rabbocchi dic arburante in rapporto ai chilometri (miglia) percorsi. Il verdetto è allarmante: fatte le dovute equivalenze tra litri e galloni e tra chilometri e miglia, pare proprio che il nostro veicolo non vada oltre i 5 km/litro... e ti credo: monovolume, 3.000 di cilindrata, cambio automatico. Qui non importa nulla a nessuno, la benzina te la tirano nella schiena, costerà almeno la metà che in Italia.
Per la pausa pranzo ci fermiamo in un paesotto che sembra vero e proprio far-west. Intendiamoci: niente case in legno, saloon con porte basculanti (che in realtà non sono mai esistite...) e robe del genere. Tutto è stato costruito negli ultimi 30-40 anni. E' l'atmosfera che colpisce: c'è una piazza centrale con ampio parcheggio, e sulla piazza c'è tutto, compreso un centro commerciale e alcuni fast-food. C'è anche un negozio di elettronica dove vendono anche i telefonini, ma grazie al cielo non se ne parla. Qui ho una traccia: la ricevuta del fast food, chiamato "El Taco Bravo", chiaramente di cucina messicana (qui sembrano in maggioranza ispanici). E il luogo è King City. Quindi ci siamo fermati a dormire prima... ma non riesco a ricordare dove. Forse a Bakersfield, o qualcosa del genere. Pazienza, l'unico vuoto di memoria di questo particolareggiato reportage.
Approfittiamo del centro commerciale per fare acquisti: il Noce acquista le solite cose, ovvero frutta e acqua minerale (due palle...), io invece compro delle calze, perchè nonostante ne abbia messo in valigia una quantità industriale sono in riserva. Alla partenza (da Bologna) si er aparlato di utilizzare le lavanderie a gettone, ma poi non se ne è fatto mai nulla. D'altra parte il Noce ha portato una valigia gigante anche con l'obbiettivo di riempirla strada facendo...
Approfittiamo anche del parcheggio per far fare un giretto al Doc. Nel senso di dargli il volante in mano. Perché il Noce si fida poco (e nemmeno io ho ancora guidato), e indubbiamente il Doc non gode fama di grande manico. Espletata questa pratica, si riparte.
Cammina cammina, ecco San Francisco, l'unica città americana con i tram.
Secondo la solita procedura, abbiamo fermato l'albergo un'oretta prima di arrivare, e al nostro arrivo è già tutto pronto.
La sistemazione è davvero notevole: io in stanza con il Noce e il Doc da solo (quando non c'è l'extra-bed procediamo così), le stanze sono proprio belle, abbiamo una specie di vista panoramica e c'è persino l'opzione della colazione in camera senza sovrapprezzo. Visto che dovremo restare qualche giorno che volere di più? Magari qualche solderello contante: perché i bancomat locali continuano ad essere avari. La mia carta di credito è misteriosamente piantata, il bancomat me li dà con il contagocce, il post-e-pay è in fondo. Il Noce mi fa tutta una tirata accusandomi di avere messo la testa sotto la sabbia e tutta una serie di altre accuse ben mirate, allora cedo e faccio violenza a me stesso. Ovvero, valutando bene il fuso orario (9 ore) e sfruttando il cellulo del Noce chiamo mio padre in Italia e faccio il paguro Pierpaolo: ovvero, gli commissiono il versamento di 400 euro sul mio post-e-pay. Lo rifonderò quando sarò tornato nel pieno controllo dei miei fondi...
Ma durante il primo giro di ricognizione (a piedi) sono emersi due dettagli di non secondaria importanza.
In primo luogo, a San Francisco fa un freddo boia, per essere Agosto. Fino adesso siamo sempre stati in maniche di camicia, Las Vegas era stata un forno e anche Los Angeles era caldina al punto giusto. Qui, invece, ci vogliono la felpa e il giubbino sopra. E se lo dico io, che sono il meno freddoloso della compagnia, vuol dire che la situazione è davvero critica.
Secondariamente, passeggiando nei dintorni dell'albergo (per chi ama i dettagli, siamo non molto lontani dal municipio) si è vista qualche faccia strana... erano circa le 18:00, ci abbiamo sì e no fatto caso.
Ma quando torniamo fuori, tra le 20.00 e le 21.00, dopo il tramonto, la faccenda si fa inquietante. Le facce strane si sono moltiplicate, il bello è che siamo nei pressi del municipio... Adottiamo una formazione "a testuggine", ovvero ranghi serrati e passo veloce (vabbè), cercando di non far vedere che ci sentiamo osservati. Si presenta anche un altro (peraltro prevedibile) problema: San Francisco (l'unica città americana con i tram) è un saliscendi di salite e discese ripidissime, che mal si conciliano con il passo veloce che ci serve per evitare brutti incontri. Alla fine decidiamo per il taxi: poi da domani si gira in auto, visto che l'abbiamo e non ce la regalano. Troviamo l'ennesimo ristorante italiano o pseudo-tale (ho già spiegato il principio, non ci torno sopra). Troviamo cibo dignitoso e una sorpresa. Infatti il Noce e il Doc fanno un giro alla toilette, ubicata in modo assurdo, e chi vedono sbucare fuori? Nientepopodimeno che Giorgio Comaschi, proprio lui, quello della TV. Il quale è molto gentile, spiega che ha degli amici che lo ospitano (chiaramente) e fornisce anche delle dritte su ciò che può esserci di interessante a San Francisco (l'unica città americana con i tram). Tra le attrattive c'è il Pier 39, dove Pier non è il diminutivo di "Pietro", ma significa "molo". Al molo 39 infatti pare ci siano negozi, ristoranti e molto altro. Potremmo dire che il porto è uno dei posti dove c'è più vita, e nel senso buono del termine: contrariamente a quanto spesso accade, il porto di San Francisco (l'unica città americana con i tram) è sicuro.
Ci rechiamo quindi senza indugio al pier 39 e zone limitrofe. Mentre passeggiamo oziosamente si sentono dei versi strani. Che animali potrebbero essere? L'ufficiale scientifico (cioè il sottoscritto) non ha dubbi: foche, o qualcosa del genere. Andiamo a vedere, e la mia tesi trova conferma: non proprio foche ma leoni marini (comunque roba simile) che se ne stanno lì oziosamente sdraiati su alcune chiatte ormeggiate nel molo. Saranno almeno una cinquantina, pare che siano arrivati lì alcuni decenni fa e non se ne siano più andati. Risultato: sono diventati un'attrazione e sono gelosamente protetti. Tentiamo qualche foto, ma è davvero buio pesto ed è impossibile ottenere buone immagini: meglio tornare con la luce.
Lontano, un faro regolarmente acceso su di un'isoletta. Molto suggestivo, scopriremo poi di che si tratti.

19 Agosto

Il risveglio inizialmente è piacevole: all'ora prefissata, bussano alla porta ed entra la colazione. Niente male davvero. Questa goduria viene in parte guastata dal Noce che intasa il WC... d'altra parte, cosa aspettarsi da un soggetto che dice e fa una cgta dopo l'altra...? Per poter soddisfare le mie necessità sono costretto a chiedere asilo al Doc, il quale come già detto è dotato di stanza personale e il suo WC non è sotto la continua minaccia del Noce.
Sistemate tutte le nostre faccende, si parte: destinazione, il Golden Gate. La giornata è piuttosto nebbiosa e il colossale ponte è seminascosto: pazienza, le foto sono suggestive anche così. Ce lo attraversiamo tutti contenti e dirigiamo verso Sausalito, ridente località al di là del ponte. Sausalito è famosa per le case galleggianti: ancorate al molo ce ne sono tantissime, di tutte le fogge possibili ed immaginabili. Il proprietario di una di esse ci nota e attacca discorso, è un nero di mezza età che sembra Bob Marley se fosse ancora vivo e alla mezza età ci fosse arrivato. E' molto gentile e ci fa anche entrare per fare altre foto, e noi accettiamo volentieri l'invito e facciamo le foto con lui. Parlando si scopre che è un ingegnere ma il suo lavoro è organizzare gite in barca per incontri ravvicinati... con le balene. Sarebbe davvero interessante, ma la prossima spedizione è in una data al di fuori dei nostri programmi. Unica nota stonata: in una vecchia padella sul fornello ci sono delle fettine di pancetta che devono essere state fritte la settimana scorsa, e lui ci chiede se vogliamo servirci... con qualche imbarazzo spieghiamo che abbiamo già fatto colazione...
Facciamo ancora due passi per Sausalito, e incontriamo alcuni motociclisti del tipo americano, ovvero con Harley Davidson superaccessoriate. Vengono nientemeno che dal New Jersey, e anche qui ci scappano le foto.
E' ancora prestino, tutto sommato ci siamo alzati presto e c'è ancora tempo per fare molto. Torniamo a San Francisco e per pranzare decidiamo di andare al Pier 39, dove abbiamo notato un enorme ristorante specializzato in granchi. I crostacei mi perseguitano, trovo comunque il modo di pranzare con qualcosa che mi appetisca di più. Mentre siamo intenti al pranzo, una sorpresa davvero notevole: una cameriera ci rivolge la parola in italiano. Si chiama Lydia ed è siciliana, sarebbe psicologa ma intanto fa la cameriera... ci propone di fare da guida per San Francisco (l'unica città americana con i tram), e chiaramente noi accettiamo. Il Noce si fa dare il numero di telefono (indubbiamente il telefonino americano ha la sua utilità) e l'appuntamento è per stasera. Intanto però ci sono ancora tante cose da vedere al Pier 39.
Per cominciare, torniamo a fare visita ai leoni marini. Ovviamente sono diventati un'attrazione turistica, tanta gente li guarda e chiaramente ci sono le stesse regole degli zoo, ovvero non dargli da mangiare, non molestarli eccetera. L'unica incredibile differenza è che se ne stanno lì di loro volontà e possono andarsene quando vogliono.
Secondariamente, scopriamo cos'era quel faro su quell'isola, e in fondo non era il caso di domandarselo: si tratta infatti della celeberrima Alcatraz. Il carcere è ancora lì e volendo sarebbe visitabile, ma in fondo non ci interessa. Preferiamo visitare un sommergibile ancorato al molo, ed è indubbiamente interessante.
Il Pier 39 di giorno è affollatissimo, è pieno di negozi e locali, e i turisti sono fitti come le mosche.
Abbiamo anche il tempo di fare un giro sulla collina dove sorge il faro principale di San Francisco (l'unica città americana con i tram). L'incredibile nome di questo faro è "Coit Tower", e da un orecchio italiano il nome fa un effetto abbastanza grottesco. Ai piedi del faro c'è una statua di Cristoforo Colombo che sembra Arnold Schwarzenegger tanto è ipertrofico. Ci facciamo anche la gitarella in cima al faro, occorre prendere un ascensore manovrato da un orientale con obbligo (morale ma non troppo) di mancia, tanto per fare contento il Doc. Dal faro comunque il paesaggio è eccellente, si può abbracciare tutta San Francisco (che, è bene precisarlo, non è sterminata come New York o Los Angeles). Anche qui, foto a go-go, soprattutto ad un edificio che è il principale grattacielo della città.
Ma è finalmente ora di tornare in albergo e rendersi presentabili: stasera usciamo con Lydia. Durante un rapido briefing si decide di pagare la cena anche per lei, e qui il Doc ha una reazione incredibile: dichiara infatti che lui ha smesso di offrire cene alle donne. Io e il Noce restiamo basiti: per quante fregature si possano aver preso, non sembra il caso di assumere posizioni così intransigenti. Anche perchè se io ragionassi come il Doc a quest'ora dovrei essere un serial killer... Va bene, vorrà dire che pagheremo solo io e il Noce.
Inforchiamo l'auto e partiamo, l'indirizzo lo abbiamo e il navigatore ci porta a destinazione. Lungo il percorso restiamo bloccati nel traffico provocato da una scena incredibile: una donnaccola in auto blocca il traffico perchè vuole prendere un parcheggio che si sta liberando, il problema è che si è fermata in un punto tale da impedire, oltre allo scorrimento del traffico, anche l'uscita dal parcheggio medesimo dell'auto che se ne vorrebbe andare. Tutto questo senza contare che c'era anche un ragazzo con un pick-up che, sulla carta, sarebbe arrivato prima... per fortuna quest'ultimo è ragionevole e la compatisce, e una volta risolto l'ingorgo se ne va e la lascia parcheggiare.
Lydia si presenta in jeans e chiodo rosso, senza l'uniforme da cameriera è proprio uno splendore. Va notato che il Doc ha fatto il proposito di non pagarle la cena ma non la molla un istante. Lasciamo perdere. Torniamo al porto e becchiamo un altro ristorante specializzato in granchi (uffa), e la cena è piacevole anche e soprattutto per la compagnia, visto che sono due settimane che stiamo solo tra uomini... Lydia spiega pazientemente al Doc l'importanza delle mance per i camerieri in America, loro vivono soprattutto di quello e il loro stipendio-base non gli basta di sicuro. Aggiunge racconti inequivocabili su episodiche "scorrettezze" dei colleghi per una mancia in più e dice cosa pensa di chi le mance non le lascia. Ma mi sa tanto che servirà a poco.
Dopo il ristorante facciamo una bella passeggiata... e decidiamo una ulteriore esperienza turistica. San Francisco è, per chi non lo sapesse, l'unica città americana con i tram. E quindi, decidiamo di prendere il tram. Ma non un tram qualunque (c'è un regolare servizio di tram elettrici), bensì il "cable-car", lo storico primo tram di San Francisco. Il "cable-car" si chiama così perché, quando deve affrontare una delle ripide salite di San Francisco, il manovratore con un particoalre leveraggio "aggancia" il tram ad un cavo d'acciaio nascosto sotto l'asfalto che lo trascina su... il sistema venne inventato quando ci si rese conto che i tram, con i loro normali mezzi, non ce la facevano a superare le salite...
Il manovratore del tram è un ispanico (se non ricordo male), e Lydia dà l'impressione di conoscerlo. Va da sé che ci scappano altre foto, poi si parte. C'è un'altra curiosa usanza (mi chiedo se sia vera o se ci prendono per il c...): sul "cable-car" o stai seduto o, se vuoi stare in piedi, devi stare fuori aggrappato al predellino, come in certi film d'azione dove il nostro eroe sta aggrappato a qualche veicolo in corsa mentre il medesimo cerca di scrollarlo via. Gulp. Il manovratore gentilmente accetta di fare una minima variazione del percorso e arriva fino quasi a casa di Lydia. In sostanza, siamo riusciti a dirottare un tram, ed io racconto a Lydia la storia di quel tizio che voleva dirottare un tram su Cuba, ma lei non afferra: effettivamente, a volte racconto storie un po' troppo strane.
Finalmente arriviamo a casa di Lydia ed è ora di andare tutti a letto. Ognuno nel suo, ovviamente.

20 Agosto

Anche questa mattina qualcosa finisce per guastare la colazione. Infatti pare che il Doc abbia ricevuto lo sfratto dalla stanza. Non si capisce bene cosa sia successo, sommando l'inglese degli impiegati con quello del Doc il risultato è decisamente poco intellegibile. Poiché non potremmo accogliere il Doc in stanza e probabilmente nemmeno lui vorrebbe, c'è il rischio che il Doc debba finire sotto un ponte, e nemmeno il golden gate. Per fortuna il Noce ci mette una pezza, e con il suo birignao da albergatore riesce a sistemare tutto. La cameretta del Doc è salva.
Oggi passeggiata generale per San Francisco. Per prima cosa andiamo a rivedere bene il municipio. E' una roba enorme in mezzo ad un enorme giardino, in base ai consueti gigantismi americani. Purtroppo non è visitabile e ce lo vediamo da fuori.
Passeggiando per il centro (che, ripeto, non è grandissimo: l'intera San Francisco sarà grande come Manhattan, sì e no) ci imbattiamo in una coda lunghissima: sono tute persone che aspettano il tram (San Francisco, infatti, è l'unica città americana con i tram, e chi lo vuole prendere deve venire per forza a San Francisco). Chiaramente non sono pendolari che vanno a lavorare, ma turisti che aspettano il "cable-car". Tra l'altro, il cable-car ha un'altra curiosa caratteristica: quando arriva al capolinea, si ferma su di una piattaforma circolare. Dopodiché il manovratore e il bigliettaio scendono, afferrano il tram e, A MANO, lo fanno girare di 180° sulla piattaforma per poter ripartire... nessuna meraviglia se le selezioni per i manovratori di cable-car sono durissime e solo un candidato su tre ce la fa...
Il Noce ha voglia di un caffettino, desiderio sempre difficile da esaudire in America per un italiano. Ci rivolgiamo ancora una volta a Starbuck's. Il Noce tenta l'ennesima formulazione, ormai siamo alla 1.5, ma niente da fare: non esiste nessun metodo efficace per far assomigliare il caffè americano a quello italiano, nemmeno vagamente.
Facciamo anche un po' di foto come al solito, e incrociando un poliziotto ovviamente scatta l'intorto per fare la foto con lui. E' molto simpatico e si presta volentieri. quando è il mio turno di mettermi in posa, per scherzo metto le mani dietro la schiena: lui capisce la mossa e tira fuori le manette, e la foto viene proprio divertente.
Lydia ci ha spiegato che a San Francisco esistono due quartieri particolari da vedere: il quartiere hippy e il quartiere gay. Pare infatti che San Francisco, oltre ad essere l'unica città americana con i tram, sia anche la città dei gay: qui si tiene il gay pride più importante del mondo. E adesso capiamo perché tanta gente, sentendo che andavamo a San Francisco, si metteva immediatamente con le spalle al muro: vedendo tre uomini in viaggio senza regolari fidanzate al seguito (come generalmente accade) e perdipiù diretti a San Francisco, ne avevano tratto certe conclusioni.
Ci mettiamo le mutande di ferro, chiudiamo bene le sicure (potremmo subire un assalto gay, hai visto mai...) e partiamo in auto verso la Castro Street, il fulcro del quartiere gay. La Castro che poi si incrocia con la Haight Street, fulcro del quartiere hippy che più o meno si fonde con l'altro.
Al di là delle facili ironie, la zona è senza dubbio suggestiva: basta guardare i negozi e la gente che si aggira in zona e sembra di essere tornati indietro di 40 anni (perché comunque la moda gay più spinta si ispira agli anni '60). Davvero interessante, a condizione di restare in auto...
Intanto è di nuovo pausa pranzo, e noi (una volta fuori da zone troppo caratteristiche...) puntiamo su un Burger King dove ci abbuffiamo anche troppo.
Fatto ciò, la tappa successiva è il Golden Gate Park. Lo chiamano così, ma in realtà non è proprio a tiro dal famoso ponte: però da lì il famoso ponte si può ammirare in tutto il suo splendore. Devo aggiungere che oggi mi viene concessa la grande opportunità di guidare... almeno di me il Noce si fida, d'altra parte in patria le mie doti di pilota non sono mai state messe in discussione... Oggi è domenica, e quindi il parco è chiuso al traffico delle auto: dobbiamo fare qualche giro per trovare il punto giusto dove parcheggiare.
Il Golden Gate Park non so se sia grande come il Central Park di New York, comunque è bello grande anche lui e altrettanto piacevole da girare. Si vedono bambini in bicicletta oppure sui pattini o con altri mezzi non motorizzati... e a tal proposito vediamo transitare anche un risciò, proprio uguale identico a quelli che si noleggiano a Rimini... E' chiaro che anche qui li noleggiano, e il Noce commenta acidamente che "le cattive idee fanno il giro del mondo". Forse discutibile, ma sicuramente da incorniciare.
In un prato troviamo anche un assembramento di cani e padroni di cani. Tutti cani di taglia medio-piccola, dal fox-terrier in giù: più che cani, dei sotto-cani.
C'è un altro luogo famoso di San Francisco: Lombard Street. Questa strada è famosa per un solo dettaglio: mentre a San Francisco, come in tutte le altre città americane, le strade sono diritte e si incrociano più o meno ad angolo retto, Lombard Street scende da una collinetta e fa tutta una serie di curve pure molto strette. Decidiamo quindi di arrampicarci sulla collinetta per percorrere Lombard Street. Peccato solo che l'idea sia venuta a molta altra gente: c'è una coda che non finisce più. Con rincrescimento del Doc dobbiamo rinunciare all'idea, magari stasera. Poi il Doc deve andare a messa, con il solito problema: trovare una chiesa cattolica spulciando tra mille chiese battiste, metodiste, evangeliche, luterane e Dio sa che altro (e chi sennò?).
Lasciamo il Doc a prendere la funzione domenicale e ci avviamo, guido sempre io. In tutti questi saliscendi mi sono voglio togliere uno sfizio: anzichè utilizzare normalmente il cambio automatico come fa il Noce, passo sulla modalità sequenziale. Per chi non ha dimestichezza con la meccanica, il sequenziale consente di selezionare manualmente le marce pur mantenendo i vantaggi della trasmissione automatica (ovvero niente frizione). Secondo me l'auto risponde meglio, c'è più freno motore e le salite si affrontano con maggiore decisione. Al di là di questi esperimenti tecnici, posso vantare ben altra soddisfazione: posso dire di aver guidato per le strade di San Francisco.
Io e il Noce giriamo oziosamente, ma troviamo solo traffico e nulla di interessante da vedere, per cui dirigiamo verso l'albergo. E qui constatiamo per l'ennesima volta che 1) la zona dove abbiamo l'albergo è proprio così così, 2) che i navigatori satellitari sono perversi. Infatti il navigatore ci costringe tutte le volte a passare per una stradina che oltre a costringerci ad una spericolata manovra per svoltare verso l'albergo possiede un'altra inquietante caratteristica: la vista-retata. Infatti è già almeno la terza volta che ci passiamo da quando siamo qui, ed ogni volta la stessa scena: almeno un paio di auto della polizia, almeno 4-5 poliziotti armati, ed almeno 2-3 brutti ceffi ammanettati e seduti sul marciapiede. Sempre così ogni volta.
Il Doc torna in qualche modo e con mezzi propri dalla messa, il sole tramonta e usciamo per cenare. Decidiamo di tornare nel ristorante di Lydia. Lei non c'è, non è di turno, in compenso c'è un cameriere veramente asfissiante che sembra sbucare dal nulla ogni due minuti. Se vogliamo è l'altra faccia delle mance: il cameriere è talmente ansioso di una buona mancia da diventare iper-protettivo, e quindi insopportabile. Siamo talmente stufi da valutare, quasi quasi, una mancia meno generosa del solito.
Siamo sul molo, e ci facciamo l'ultima passeggiata (domani si riparte...) nei dintorni. Nei paraggi c'è una enorme gelateria la cui pubblicità tappezza San Francisco e il cui nome è inequivocabile: Ghirardelli. All'interno puoi persino vedere le enormi mescolatrici che preparano il cioccolato... e questo è decisamente un punto a sfavore, per il sottoscritto: infatti detesto il gelato al cioccolato, e lì sembra proprio che non facciano altro. Ci saranno una quindicina di varianti di cioccolato, ma è comunque tutto cioccolato. Pollice verso.
Decidiamo di dare anche l'ultimo saluto a Lydia (detto così sembra che andiamo al cimitero, mentre andiamo solamente a casa sua). Lei ci accoglie nella sua parte di appartemento (lo divide con altri come spesso si fa) e grazie al suo portatile possiamo anche scaricare le foto fatte finora e metterle su dischetto.
Tra le foto anche quella del puma che ho scattato al Grand Canyon, e la storia che le raccontiamo, ovvero che l'ho fotografato da poca distanza ed era un puma vero e vivo, sembra impressionarla davvero. Colgo l'occasione pe mostrarle anche il mio sito, lei apprezza ma, non essendo appassionata di fantascienza come la maggior parte delle donne, ritiene che dovrei renderlo più "interessante"... Io prendo sornionamente atto, sapendo benissimo che, conoscendo i miei polli (ovvero il mio target) il sito va sicuramente bene così (infatti adesso ho 1.400 visite al mese...).
Saluti e baci, peccato davvero che Lydia abiti così lontano. C'è rimasto l'ultimo giro da fare: Lombard street. Con il Noce alla guida ci arrampichiamo con l'auto sulla collinetta, stavolta non c'è nessuno. E' davvero caruccia, ci sono tante belle aiuole e ci sono delle deliziose villette che costeranno una follia. Peccato solo che, data l'ora, le foto siano quasi impossibili.
E' ora di tornare in albergo: domani abbiamo l'aereo per New York. Come al solito sfuggiamo alla retata nel solito vicolo, raggiungiamo l'albergo e tutti a nanna.

21 Agosto

Si parte. Siamo in fase sempre più discendente: questo è il penultimo aereo, il prossimo ci porterà a casa. E' anche l'ultimo giro in auto, secondo i programmi dovremo restituirla alla filiale dell'aeroporto. Ma al momento di pagare il noleggio abbiamo una sorpresa atroce. Infatti l'impiegata dice papale papale che la carta del Noce non è coperta per il pagamento. Giustamente il Noce protesta che il pagamento è già stato virtualmente effettuato essendoci già un "pre-hold" su tale importo. Il "pre-hold" è un inquietante sistema utilizzato dalle aziende americane per i pagamenti con carta di credito. In sostanza, ti tengono bloccati i fondi necessari al pagamento fino alla scadenza del medesimo. Visto che i fondi sono già bloccati (e visto che stiamo rischiando sempre più di dover lavare i piatti in ogni albergo dove andiamo) non capiamo perché dover pagare una seconda volta. La discussione si fa sempre più animata, io mi preparo a fare muro contro le pretese dell'impiegata, mentre il Doc resta lontano a sorvegliare le valige con uno zelo vagamente sospetto. Alla fine arriva il direttore che, dietro le nostre insistenze, riesce a tenersi il "pre-hold" senza chiedere molti altri soldi (in altre parole: un centone in più alla fine se ne parte).
Risolta questa bega veramente inquietante, ci mettiamo ad aspettare il nostro aereo che decolla alle 12:00 in punto. Al momento dell'imbarco il noce scopre qualcosa di molto appetitoso: una hostess ipermaggiorata ed ipervitaminizzata, che con i tacchi sembra proprio una valchiria.
Sono circa sei ore di volo. Qui tutto si paga, il pasto a bordo (peraltro miserello) e le cuffiette per il film (che invece non compriamo). Tuttavia non si sa come far trascorrere le cinque ore e quaranta, dormire come sempre è difficile. Ma io ho l'asso nella manica, nel vero senso della parola. Infatti nel bagaglio a mano mi ero portato un mazzo di carte da poker, prevedendo la circostanza. Il Noce è entusiasta, ed inizia una sfida all'ultimo punto. Come spesso si fa, le carte non utilizzate nel gioco servono da fiches. Il Noce propone di giocare davvero a soldi, la cosa mi sconfinfera poco ma alla fine acconsento per un valore di un centesimo a fiche. A questo punto ci sta una considerazione filosofica. Si dice "chi è fortunato in amor non giochi a carte". Benissimo, in base a tale regola il sottoscritto ha vinto TUTTE le mani di poker tranne una, racimolando la bellezza di 3 (tre) dollari, pari a una posta di 300 (trecento) fiches... Il Noce si è ritrovato sbancato con punteggi incredibili, ha perso delle mani avendo dei full e delle scale... se immaginavo mettevo una posta più alta, ma in fondo sono rimasto fedele ai miei principi.
Il Noce cerca di intortarsi la hostess, si chiama Gilda (o qualcosa del genere) ed è texana di Dallas. Il Noce si dà parecchio da fare, si vede che la tipa lo intriga davvero. Ma purtroppo alla fine del volo la hostess decolla di nuovo (stavolta in senso metaforico) e sparisce.
E così rieccoci a New York. Ormai la prassi è consolidata, sappiamo cosa fare e dove andare. Andiamo a prenderci il taxi, come sempre segnalando che sulle "Crown Victoria" tutto il nostro bagaglio non ce la fa e ci vuole un caravan.
E rieccoci al "Park Central". Anche questa volta dobbiamo trattare sull'assegnazione della stanza, dovendoci dormire in tre (due più il solito "extra-bed") abbiamo bisogno di un minimo garantito di spazio.
Mentre il Doc è fuori stanza per motivi ignoti, con il Noce si riflette sul fatto che con la "post-e-pay" siamo riusciti a tirarci fuori dai guai, e pensiamo ai barboni che si mettono in viaggio contando solo sulla carta di credito e poi finiscono a lavare i piatti.
Ma ecco che il Doc entra tutto eccitato: abbiamo vinto!!! Vinto cosa? Se non ricordo male una cena di lusso in ristorante di lusso, o cosa simile. Il Doc l'ha vinta compilando un modulo che gli hanno presentato alla reception. E' sicuramente una bella notizia, ma una vocina ci dice di indagare meglio. Infatti parliamo con quelli della reception, e si scopre che la compilazione del modulo faceva partecipare all'estrazione della famosa cena, ma per il momento non si è vinto proprio un bel niente... Il Doc è nerissimo per la smentita, ovviamente lui sostiene che invece gli avevano proprio detto che aveva vinto, inutile spiegargli che probabilmente ha capito male causa una conoscenza dell'inglese sempre un po' precaria. Meglio, decisamente, dormirci sopra: oltretutto abbiamo già addosso tre ore di jet-lag.

22 Agosto

Abbiamo un po' esaurito la spinta, c'è poco da fare. D'altra parte siamo in America da due settimane e mezzo, abbiamo visto quasi tutto quello che volevamo, ci sembra di aver provato tutto quello che si poteva. Quindi stiamo tirando ad arrivare al ritorno in patria.
Intanto, comunque, ci siamo fatti una mega-dormita: il jet-lag di ritorno non perdona. Quindi ce la prendiamo ancora più comoda del solito, il che è tutto dire. Finalmente decidiamo di fare colazione in quel simpatico gigantesco bar di fronte al Park Central. E' un bar che sembra proprio specializzato in colazioni, le dimensioni sono quelle di un piccolo ristorante con tutti i tavoli che si vuole. Di fatto il nostro sarebbe un "brunch", cioè una colazione fatta all'ora del pranzo, ma molto diversa da come si pratica in Italia. In Italia il "brunch" è una specie di aperitivo pesante per fancazzisti che, beati loro, non hanno e non sentono il bisogno di lavorare; noi siamo semplicemente costretti da orari sballati a fare colazione all'ora di pranzo. E anche se siamo in vacanza, il nostro è un lavoro, e anche massacrante: visitare più America possibile in tre settimane non è uno scherzo.
Qualcosa da vedere c'è ancora rimasto: dobbiamo andare sulla Intrepid. La Intrepid è quella bella portaerei ancorata allo stesso molo da dove si partiva per il giro intorno a Manhattan (vedi 6 Agosto). E' finalmente giunta l'ora di visitarla. Il Doc è andato per i fatti suoi, voleva vedere un altro po' del Central Park prima di raggiungerci. Io e il Noce ci facciamo un giretto di ricognizione pre-shopping prima di recarci sul posto.
L'appuntamento sul luogo è per le 15:30 (ora di New York, credo che sia meglio specificarlo...). Alle 16:00 il Doc ancora non si è visto, gli SMS giungono frammentari e ambigui per quel benedetto problema del telefonino, inutile dire che al Noce scende la catena e decide di entrare senza aspettarlo.
Entrata comunque lunga e complessa: all'ingresso abbiamo i metal detector e le perquisizioni di rito.
La Intrepid risale alla seconda fase della guerra nel Pacifico. Nel senso che dopo Pearl Harbour agli americani erano rimaste solo le portaerei (lasciando qualche dubbio maligno negli storici, indubbiamente fondato): l'Enterprise, la Hornet, la Lexington, la Yorktown e la Saratoga (se non ricordo male). Nel mar dei Coralli perdettero la Saratoga, e a Midway ne perdettero un'altra (non so quale). Ma poichè l'industria bellica americana poteva lavorare tranquilla senza spiacevoli seccature come allarmi aerei e bombardamenti, in breve tempo vennero prodotte altre portaerei tra cui, appunto, la Intrepid. Che rimase in servizio fino agli anni '60, durante i quali fece da nave appoggio per il recupero delle capsule spaziali fino al programma Apollo compreso. Dopodiché venne messa in disarmo e trasformata in un museo dell'aeronautica. Infatti all'interno troviamo tante belle cosette come un Grumman Avenger, un elicottero e una capsula Mercury. Ovviamente io parto in quarta e spiego tutto al Noce, compresa la tecnica di pilotaggio degli elicotteri. Troviamo anche un paio di simulatori. Il primo simula un aerosilurante dell'ultima guerra (con la solita tecnica del "Venturer"). Il secondo riproduce un aereo da caccia moderno. Il primo ce lo facciamo senza problemi, il secondo ci dà il mal di pancia solo avederlo da fuori: fa acrobazie assurde, e si sta spesso a testa in giù. Lasciamo stare e ci visitiamo la portaerei, le varie cabine, la sala macchine e la plancia, veramente interessante.
Ma anche il ponte di decollo è interessante: ci sono aerei da caccia di varie epoche, dall'ultima guera in poi. Purtroppo però il tempo stringe, il museo chiude alle 17:00. Tiriamo via con il ponte e trasbordiamo su una chiatta ormeggiata lì a fianco dove è posato nientemeno che un Concorde. Per vederlo tutti fanno la fila e ce la facciamo anche noi. Dentro è incredibilmente stretto, d'altra parte dovevano farlo così per spingerlo a quella velocità. Purtroppo la cabina di pilotaggio è protetta da un vetro, e possiamo appena vederla.
Finito il giro della portaerei (il Doc non si è visto) decidiamo di prendere un taxi e di farci scaricare al Central Park per una passeggiata. Ce lo attraversiamo tutto al solito passo di carica del Noce, io ci sono abbastanza abituato ma sono due settimane (e mezzo) che procedo così, più dormite sempre precarie più l'onda lunga del
jet-lag che sta arrivando.
Alla fine si torna in albergo (sempre a piedi) e ritroviamo il Doc. Grazie al cielo, la discussione su dove fosse lui e dove fossimo noi, con l'aggiunta del telefonino, non dura troppo.
Stasera facciamo la botta di vita: il Bartolo ci porta nel "posto". Il "posto" è l'ultimo piano di un albergo-grattacielo dove c'è un bar molto chic con luci soffuse e tanti divanetti dove si possono conoscere fanciulle di buon livello... Bisogna dire che il posticino è carino per davvero, e in più si vede che uomini e donne fanno amicizia con estrema facilità, qui è proprio un altro pianeta. L'unica cosa che mi mette a disagio sono gli aerei anche di linea che in lontananza sembrano volare ad altezza-grattacielo e mi evocano inquietanti ricordi.
Dopo una piacevole permanenza in questo "posto" il Bartolo ci richiama: è ora di andare nell'"anti-posto". Non possiamo fare a meno di domandarci cosa diavolo possa essere.
Già all'ingresso le premesse non lasciano dubbi: la sicurezza ti fotocopia i documenti per poterti individuare in caso di rogne. Dopodiché ci troviamo in un bar texano al cui soffitto sono appesi, come trofeo, forse un migliaio di reggiseni. Il Bartolo ci spiega infatti che nelle serate più bollenti le ragazze si strappano il reggiseno e ballano sui tavoli. Il posto è decisamente ruspante, la toilette sembra palesemente adibita ad incontri tra i due sessi. Ma la serata è un po' morta, c'è poca gente, e mentre riflettiamo sul da farsi una delle bariste impugna un megafono e ci grida nelle orecchie "frocetti, bevete qualcosa?". Imbarazzati ci ordiniamo le birre di prammatica mentre le bariste montano sul bancone e improvvisano qualche ballo per fare un po' di animazione. In ogni caso non è la serata giusta per apprezzare il posto (o meglio, l'anti-posto) e dopo poco ce ne andiamo. Il bello è che questo "anti-posto" è ad un solo isolato di distanza dal "posto". Forse l'America è anche questa.
Ci prendiamo il nostro taxi e torniamo in albergo. Ma qui abbiamo l'ultima sorpresa della giornata: torniamo in stanza e la medesima non è ancora stata fatta... e sono le 01:00 di notte passate. Probabilmente quando c'erano le cameriere in giro siamo stati un po' troppo in giro anche noi (abbiamo fatto molti andirivieni, effettivamente), e a furia di aspettare che la stanza fosse libera si devono essere dimenticate. Il Noce protesta con la direttrice del piano, e ci viene inviata d'urgenza una cameriera (nera, come tutte le cameriere dei piani) che non si capisce se abbia appena iniziato o appena smesso. Con rassegnazione si mette a fare il suo lavoro, e devo dire che pur avendo le mie ragioni un po' mi spiace, e quando se ne va cerco di allungarle un dollaro sottobanco.

23 Agosto

La stanchezza e il jet-lag iniziano a farsi sentire. Così durante la notte inizio ad avere le allucinazioni. Vedo distintamente una persona che entra in stanza, mi siedo sul letto e chiedo chi è... ma non c'è nessuno, sto solo sognando e lasciando allibiti i miei compagni di stanza.
Questa sarà una giornata decisamente di basso profilo: siamo stanchi e vogliamo solo fare un po' di shopping. Io devo comprare un regalino per una ragazza (non faccio nomi, spiegherò più avanti il motivo), il Noce pure... solo che le sue motivazioni sono un po' irritanti.
Bisogna sapere infatti che l'estate scorsa avevamo fatto un'uscita con alcune ragazze, ed una sembrava tirarmi addosso molto palesemente. Io ero molle come un pezz di cera, oltretutto lei oltre ad avere un fisico bestiale aveva pure una mini mozzafiato (di solito indossa i jeans). ma quella sera il Noce si era messo a fare le bizze che il locale non gli piaceva (leggi: lui non stava combinando niente) e voleva andarsene, e così ero stato costretto ad abbandonare la partita. Inutile dire che, avendo perso l'attimo fuggente, non avevo più avuto la possibilità di recuperare la situazione. Passa un anno, e che succede? Lui incontra la medesima ragazza, si fa dare il numero e inizia a manovrare... e adesso il regalino è per lei. Avesse fatto tutto in camuffa, pazienza, siamo in libera concorrenza, occhio non vede cuore non duole. Invece lui ha l'impudenza di comunicarmi la cosa, di tenermi aggiornato sugli sviluppi, e addirittura adesso mi propone di consigliargli il regalo... per me è davvero troppo, di sicuro farò di tutto per sottrarmi a questo intollerabile incarico... e ringraziare che non gli tiro il collo.
In quest'ultima fase newyorkese il Doc fa un po' l'asociale, va per i fatti suoi. Stasera deve anche vedere un'amica di Bologna (che è qui anche lei!) per andare a teatro, a Broadway. Io e il Noce invece siamo in giro per un possibile shopping (fermo restando quanto detto sopra).
All'ora di pranzo decidiamo di andare ancora una volta da Angelo. Ma stavolta Angelo (o colui che io ho identificato come tale) non c'è. C'è una capo-cameriera bionda e un po' altezzosa che ci assegna arbitrariamente un tavolo che non piace al Noce, nonostante ce ne siano molti altri liberi. Un tavolo alternativo non ci viene concesso, e il Noce è imbufalito perchè siamo proprio sotto il ventilatore dell'aria condizionata. Si mangia con il Noce imbacuccato più che può e per una volta, fatalmente, la mancia è assai misera anche se il Doc non c'è.
Alla sera, mentre il Doc se ne va tutto ringalluzzito a teatro, noi raggiungiamo il Bartolo. Stasera si torna nel "posto". Con il Noce chiarisco una cosa: ormai non riesco più ad andare avanti a questo ritmo, ho resistito 19 giorni e sono alla frutta, visto poi che non c'è più nulla da vedere non sono nemmeno più motivato.
Nel "posto" ci sono sempre tante fanciulle molto socievoli, ma domani si parte... Più tardi arriva il Doc con quattro donne, è talmente carico che ci saluta appena. Solo più tardi ci ammetterà al suo cospetto... mah. Comunque si fa l'ennesima serie di foto ricordo e qualche scambio di numeri. Si va a dormire, domani è proprio l'ultimo giorno.

24 Agosto

E' proprio la fine. Nulla di drammatico: è la fine di questo lungo giro dell'America. Si procede quindi con i rituali soliti: check-out, prenotazione di un robusto taxi per portarci all'aeroporto, deposito delle valige in attesa della partenza.
Il Noce va, ovviamente, a cercare il regalino per la tipa, mentre io mi defilo in altra direzione (cosa assai opportuna, in America c'è la pena di morte per l'omicidio...). Infatti vado proprio a rivedere la "Intrepid". Ieri l'altro eravamo un po' lunghi e non avevo avuto la possibilità di vedermi con calma gli aerei sul ponte di decollo. Ora posso gustarmeli con calma e fare un minimo elenco per gli appassionati del genere: ci sono un Phantom F4, un F14 Tomcat, un F16, un F104 Starfighter, un Mig 21, un bombardiere "invisibile" (non ricordo il nome), un aereo radar Awac, un elicottero Sikorsky e altro ancora che non mi sovviene.
L'auto è prenotata per le 16:00, ed io a quell'ora sono puntuale davanti all'albergo. Degli altri due nemmeno l'ombra, ovviamente, sicché quando sento un tizio con accento ispanico che cerca "Mr. Nuocienti" vado subito a blindarlo, spiegandogli che "Mr. Nuocienti" è in arrivo. Il tipo è autista di una limousine, una di quelle auto superlunghe con passo di 4-5 metri, usate solitamente dalle star. Wow, mi dico, ci facciamo pure un giretto in limousine?
Con la dovuta calma arrivano gli altri due, carichi di magliette e cappellini frutto dei loro stravizi nei negozi. Recuperiamo le valige in deposito e scopro di avere capito male: il tipo della limousine ha il foglio delle prenotazioni, ma in aeroporto ci andiamo con un robusto suv. Vabbè, fa niente.
Ci guardiamo il paesaggio di New York e dell'America per l'ultima volta mentre andiamo verso il JFK, dalla superstrada vediamo il Queens, Brooklin o quello che è, in ogni caso tutto ciò che sta al di fuori di Manhattan.
Sbarchiamo all'aeroporto, solite diatribe e borbottii per la mancia all'autista e siamo al check-in. Ed ecco la sgradevole sorpresa: Il Noce e il Doc hanno talmente strafogato le loro (già robuste) valige di souvenir, magliette e cappellini a tal punto da sforare con il peso pro capite... Con una punta di disprezzo sono costretto ad applicare questa soluzione: i due individui vuotano parte delle loro valige dentro la mia (rimasta leggerina come alla partenza) per riequilibrare i pesi. E a me vengono in mente certe star che viaggiano con quintali di valige... bah.
Durante il solito pasto preventivo il Noce trova il modo di intortarsi una tipa russa che però è diretta a Parigi (se non ricordo male). Il Doc è sparito da un pezzo, se ne è andato a spasso ed ogni ricerca risulta vana. Ma non c'è troppo da preoccuparsi, c'è qualche ritardo come sempre.
Il Noce è decisamente in forma: all'imbarco aggancia due tipe marchigiane che devono prendere il nostro stesso aereo. Guarda caso subito spunta anche il Doc. Cominciamo già a sentirci a casa, ci sono italiane italiane (cioè non italoamericane), il nostro aereo è lì che ci aspetta e per l'occasione sulla fiancata è stampata una foto dei giocatori della nazionale campione del mondo (poom pom-pom-pom-pom-poom poom). Arrivano finalmente anche l'equipaggio con piloti ed hostess.
Le hostess sono davvero carucce (come sempre), ma da come conversano con i piloti si capisce che per loro non esistono altri uomini. Ce n'è poi una particolare che è belloccia sì, ma sembra sempre inc...ta. Il Noce spiega che quelle lì sono quelle che fanno sesso meglio delle altre perché lo fanno con maggiore cattiveria. Mah. Mentre il Noce si profonde in queste divagazioni filosofiche, il Doc è attaccato ad un telefono (pubblico): finalmente ha trovato un telefono che funziona e non lo molla più. Io spero solo che il Noce non cerchi anche adesso di fargli comprare il telefonino americano, anche se tra pochi minuti non saremo più in America.
Si va all'imbarco, finalmente. L'aereo è uguale, ovviamente, a quello dell'andata, quindi con tutti i confort: tv e videogiochi, e gratis (o meglio, compresi nel sostanzioso prezzo del biglietto). Dovevamo partire alle 16:45 (ora USA), invece quando siamo a bordo sono le 18:00 e passa.
Il Doc finisce al fianco di un "buon padre di famiglia" bolognese con famiglia annessa, ovvero madre e figlia che purtroppo sono isolate nell'altra fila di sedili. La figlia è molto carina, ma ha 19 anni ed è lì, mi pare di capire, per il regalo della maturità. Ciononostante il Doc si dà un gran daffare per intortarsi i genitori, mentre io e il Noce preferiamo quasi far finta di non conoscerlo.
C'è un po' di burrasca, e l'aereo balla un bel po' prima di portarsi sopra le nubi e mettersi un po' tranquillo. Ci viene servita la solita cenetta aeronautica (vedi partenza), e dopo Carosello tutti a nanna: infatti le luci si abbassano di colpo e buonanotte. Tanto il problema è sempre quello: chi dorme?
Il Doc si mette la mascherina come Zorro (ma senza i buchi per gli occhi), indossa il cuscino gonfiabile (nuovo di pacca, quello vecchio si sgonfiava...) e ci prova.
Il Noce invece cerca di prendersi la rivincita del poker del precedente volo e mi sfida a scacchi. Io accetto pur sapendo di andare incontro ad una batosta: gli scacchi non fanno per me. Generosamente lui si procura una partenza ad handicap facendosi subito mangiare la regina, ma anche così non resisto più di tanto e la sconfitta a poker è compensata. Soddisfatto, cerca di dormire e diventa molesto, appoggiandosi alla mia spalla. Spero solo che non voglia anche il bacino della buonanotte.
Io ne approfitto per seguire i programmi televisivi, i film sono gli stessi dell'andata, ma potendo scegliere tra cinque, all'andata ne vidi uno, stavolta ne vedo un altro. Mi vedo quindi "L'era glaciale 2" dopo aver fatto un po' di zapping (perché è possibile anche questo...).
Verso mezzanotte (ora USA) mi cavo lo sfizio di tornare all'ora italiana, quindi diventano come per magia le 06:00 del mattino. Dal display vedo che mancano ancora un paio d'ore circa e ci siamo. Non manchiamo di fare anche qualche passeggiata a sbirciare le hostess (che tanto parlano sempre con colleghi e piloti) e a salutare le amiche marchigiane che sono comunque in stato comatoso. Il Noce sentenzia altresì che oggi è venerdì, e che quindi stasera lui è regolarmente "in servizio", ovvero in giro per locali: voglio proprio vedere, io di sicuro mi barrico in casa...
Finalmente si atterra. L'ultimo atto della vacanza americana è così terminato.
Al recupero delle valige c'è però ancora una cosa da fare: devo aprire la mia e restituire agli altri tutte le loro carabattole che mi sono caricato per compensare i loro pesi eccessivi. La gente ci guarda sconvolta mentre dalle nostre valige spalancate escono magliette, cappellini e forse anche mutande.
Il Doc saluta la famigliola con figlia diciannovenne annessa e poi salutiamo le marchigiane con la promessa di un invito ad una festa delle nostre.
Poi il Noce mi tira un colpo basso: telefona al mio capo (sono le 08:30 del mattino) annunciandogli che sono appena atterrato e che sto andando in ufficio regolarmente... sciagurato. Oltretutto per questo scherzo avrà probabilmente sbrandato il capo e svegliato il pupo del capo... fantastico.
Il gruppetto si separa dopo tre settimane: io e il Noce abitiamo vicini e prendiamo lo stesso taxi, il doc sta da tutt'altra parte e se ne prende uno tutto per lui (come al solito). Durante il tragitto il Noce interroga il tassista sugli avvenimenti delle ultime tre settimane, non ricordo nemmeno cosa si siano detti. Mollato il Noce a casa sua, si prosegue verso casa mia.
Sono a casa. Ho 9 ore di fuso orario da recuperare, per quanto a rate. Prima di crollare verifico di non avere la cassetta delle poste piena di bollette, di non avere un blob nel frigo che cerchi di inglobarmi, sono sicuro che la fidanzata non mi ha tradito in mia assenza (non avendola, sono matematicamente certo).
Solo una cosa scopro: che per colpa della fretta procuratami dal capo alla partenza, quel famoso apparecchio unico e raro mi ero scordato di riportarlo in ufficio ed è rimasto tre settimane nel bagagliaio della mia auto... che Dio me la mandi buona.

Conclusione

Un viaggio in America, e così lungo, è sempre una bella vacanza. Devo dire che ho fatto tutto così in fretta che solo ora (sei mesi dopo) inizio a rendermi conto di quello che ho fatto e di quello che ho visto.
Devo dare a Cesare quel che è di Cesare: per quanto molesti, i miei compagni di viaggio hanno fatto bene la loro parte. Il Noce ha organizzato tutto alla perfezione fronteggiando ottimamente anche gli imprevisti, mentre il Doc con tutte le sue numerose guide turistiche ci ha sempre fornito ottimi spunti sui luoghi da vedere con altrettanto puntuali spiegazioni. Onore al merito.
Io devo dire che sono andato un po' a rimorchio... ma, come detto all'inizio, da solo non lo avrei fatto. E potrei aggiungere che, visti i numerosi spigoli esistenti tra gli altri due, il mio ruolo è stato quello dell'"ammortizzatore", che a volte può servire anche lui.
Manca solo l'ultima parte della storia, ovvero: cosa è successo dopo?
Tanto per cominciare, andava risolto il mistero della carta di credito vuota. Perché si è fermata prima di raggiungere il tetto dei 2.000,00 Euro? La spiegazione me la dà il call center della cartasì (che era ormai diventata una "cartanò"): il problema è che quando l'ente creditore ti fa il famigerato "prehold", al momento di incassare non si limita ad incassare il "prehold", nossignore. Loro incassano i loro soldi, lasciandoti il "prehold" per altre due settimane almeno... Ergo, avevamo le carte di credito ancora intasate di "prehold", ed ecco perché era successo tutto quel casotto all'autonoleggio... In parole povere, con tale sistema rischi di esaurire la carta di credito nella metà del tempo, perché oltre a quelli che spendi normalmente ti si accumulano anche i famigerati "prehold". Viaggiando in tali condizioni si rischia davvero di finire a lavare i piatti, e va dato giusto riconoscimento al Noce che aveva raccomandato anche una buona scorta di carte di debito.
Adesso dovrei dire cosa stiamo facendo e che programmi abbiamo... partiamo da questi ultimi.
La vacanza è stata memorabile, ma mi ha steso finanziariamente, oltretutto è cascata proprio quando avevo altre spese irrevocabili in arrivo: ho colto l'attimo, ma dopo i giorni da leone sono arrivati quelli a pecora... l'anno prossimo, ad andar bene, al mare con secchiello e paletta.
Le due marchigiane hanno ricevuto inviti da parte nostra ma non si sono mai presentate.
Lydia è passata da Bologna prima di capodanno ma, nonostante numerosi avvertimenti da parte sua, solo io mi sono presentato per fare gli onori di casa.
Il Bartolo lavora sempre per pagarsi la casa a New York.
E gli altri due? Se devo proprio essere onesto, non li vedo quasi più... si dice che i viaggi aprano la mente, e consentano di conoscere meglio se stessi e gli altri. Ed ora che li ho conosciuti bene, preferisco stare un po' per conto mio. Ebbene sì.



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