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lavoro pubblicato mercoledì 8 gennaio 2014
ultima lettura mercoledì 6 marzo 2019

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Piattaforma ANDERSEN 5

di Hanitsirk. Letto 794 volte. Dallo scaffale Fantascienza

PIATTAFORMA ANDERSEN 5 Aveva accettato la proposta di lavoro su una piattaforma di trivellazione petrolifera nel mare di Groenlandia per due sempl...

PIATTAFORMA ANDERSEN 5 Aveva accettato la proposta di lavoro su una piattaforma di trivellazione petrolifera nel mare di Groenlandia per due semplicissime ragioni: aveva bisogno di soldi e di un posto dove vivere e soprattutto riflettere con calma. Il suo matrimonio era fallito miseramente e ancora non riusciva a darsi delle risposte sul perché fosse finito in un triste naufragio. La piattaforma era una lugubre struttura grigia in un mare sconvolto da eventi atmosferici eccessivi: tempeste di neve spesso preannunciate o seguite da venti travolgenti in inverno e notti infinite e troppo luminose in estate. Su una cosa si era sbagliato: la vita della piattaforma non era affatto tranquilla come aveva desiderato, anzi la giornata, e persino la notte, erano scandite da orari ferrei, da turni di lavoro stressanti, resi ancor più pesanti dalla presenza di colleghi non sempre gradevoli. Quando era libero dai turni, invece di rifugiarsi nella surriscaldata sala che fungeva da refettorio e ritrovo, preferiva la sferzata del vento gelido all'aperto e il sibilo della tempesta. In una limpida notte di fine estate, mentre strizzava gli occhi, scrutando la superficie oleosa del mare in bonaccia, aveva scorto la sagoma scura di due balene. Forse era la stagione degli amori perché le aveva viste volteggiare sinuose nell'acqua, nonostante la mole, tra frange di schiuma e aveva udito anche le loro voci come avessero dialogato tra loro. Era un canto dolce, un canto d'amore che lo turbò inspiegabilmente. Da allora aveva preso l'abitudine di uscire nella bruma notturna e aguzzare l'udito: sperava sempre di risentire quel canto di leviatano. Era rassicurante. Lo colpiva il fatto che delle creature marine potessero provare un sentimento così dolce. Il loro canto era una promessa confortante: anche per lui un giorno ci sarebbe stata nuovamente una compagna cui dedicare un canto d'amore. Le giornate trascorrevano uguali, scandite da ritmi serrati di lavoro. Durante il giorno non c'era tempo per pensare e non succedeva mai niente di nuovo se non le solite scaramucce tra i colleghi con cui viveva a stretto contatto di gomito. Lo spazio era poco, le differenze razziali, di cultura, di abitudini erano insormontabili e le liti scoppiavano spesso e volentieri. Di tanto in tanto pescatori locali, Inuit dagli occhi insondabili, portavano pesce fresco o carne di tricheco sulla piattaforma. Grossi animali catturati con le fiocine di cui portavano i segni come stimmate. Un giorno però, mentre era nelle cucine per fare quattro chiacchiere col cuoco, che era delle sue parti, trovò infilzato nella carne di un grosso pesce un pezzo di arpione. Ripensò a Moby Dick che portava, conficcati nelle bianche carni, i ricordi dolorosi di antiche lotte. Così sembrava essere anche per quel grosso pesce che stava per finire sulla loro tavola ma una volte estratta la punta di fiocina si rese conto del suo aspetto anomalo. Era ben forgiata ma appariva più un antico reperto archeologico che una moderna fiocina. Non poteva essere che l'animale fosse così vecchio. Nessuna creatura, e men che meno un pesce, può vivere migliaia di anni e non era nemmeno possibile che casualmente una antica fiocina posata sul fondo del mare andasse a conficcarsi da sola nel grasso ventre di un pesce di passaggio. Rimase perplesso e ne parlò col cuoco ma per timore di essere considerato un visionario la prese alla larga: - Ehi cuoco, hai mai trovato un tesoro nella pancia di un grosso pesce? - Beh tesori veri e propri no, ma c'è di tutto in quelle pance. E' incredibile cosa può ingoiare un pesce e la dice lunga su dove è stato. - E fuori? - Come fuori? - Attaccato...infilzato ? - Mi sa che hai letto troppi romanzi di mare,tu. Ma abbassò lo sguardo e aggiunse : - Beh qualcosa ho trovato...lo tengo giù nell'armadietto, ma non farne parola con nessuno. Quando vado in licenza, tra poco, ho intenzione di farle vedere a qualcuno che se ne intende... - Far vedere cosa? - Vieni con me. Lo portò all'armadietto. Intorno non c'era nessuno. Lo aprì guardingo e tirò fuori un pacchetto avvolto in pellicola d'alluminio, di quella che si usa per conservare i cibi e scartocciò tre punte di fiocina tutte diverse tra loro come forma ma di fattura similare. Il cuoco le aveva ben ripulite e lucidate. Non erano in acciaio ma in un altro metallo che gli era sconosciuto. Pur avendo una perfetta forma adeguata al loro scopo, mantenevano l'aspetto di un reperto archeologico e un'aria museale.Rimase scosso perché anche il cuoco non seppe dargli alcuna spiegazione. Da quel momento ogni volta che guardava fuori la superficie dell'acqua, perlacea e compatta, si domandava quali misteri celasse. L'insonnia divenne una compagna abituale. Altri pensieri stravaganti e inquietanti erano andati a sommarsi alle solite ansietà.mmmmmnn. N Di notte, tempo permettendo, vagava all'esterno della piattaforma: cercava con lo sguardo la m sagoma di un capodoglio o di un branco di delfini che talvolta si avvicinavano sfiorando i piloni della piattaforma e sembravano salutare allegramente coi loro fischi e i loro squittii. Era sicuramente un linguaggio ma cosa diavolo comunicassero quello rimaneva un mistero. A volte gli era parso di sentire ancora il canto delle balene ma non le aveva scorte e la cosa lo aveva lasciato perplesso. Che cosa o chi allora produceva quei suoni? Parevano provenire dalle acque oscure sotto la piattaforma ma dei grandi mammiferi neanche l'ombra: le acque sembravano immobili. Qualche tempo dopo, tutti gli uomini sulla piattaforma percepirono chiaramente una vibrazione, come se qualcuno o qualcosa scuotesse gli enormi pilastri sottomarini che sostenevano la struttura. Tutti avevano distinto nella notte un brusio sottile e un inquietante ronzio. Fu deciso di ispezionare la struttura portante della piattaforma e di fermare per sicurezza la trivellazione. Una piccola squadra di sommozzatori si calò nella acque gelide per ispezionare i piloni subacquei. Tutto sembrava a posto: i piloni erano intatti e sembravano svolgere senza problemi il loro compito di sostenere la grande struttura. Al momento di risalire, però, ci fu un episodio che turbò i sommozzatori: un branco di delfini, solitamente innocui, se non amichevoli, li caricò intenzionalmente. Qualcuno cercò addirittura di tranciare i tubi delle bombole di ossigeno. Il comportamento dei delfini era del tutto anomalo: a partire dal biblico Giona in poi, i casi di salvataggio da loro operati sono documentati ed innumerevoli. Quel giorno invece i delfini si erano trasformati in una minaccia mortale. Gli uomini rimasero colpiti dalla loro imprevista aggressività. Il marconista confermò che, durante l'attacco, il sonar aveva rilevato sul fondale forme di vita anomale e l'idrofono aveva registrato strani suoni: voci modulate e concitate simili al canto delle balene,ma dei grandi capodogli non era stata registrata alcuna presenza. Il mistero s'infittiva e fu deciso di calare un batiscafo nelle acque profonde sotto e nei pressi della piattaforma. Quel giorno il mare era favorevolmente calmo e avrebbe permesso un'ottima visibilità e manovrabilità del batiscafo. Lui si ritrovò di turno nel mezzo sottomarino. Si calarono a oltre mille metri sotto il livello delle acque. Era accanto al marconista di bordo quando lo senti esclamare: - Oh mio Dio e questo cos'è? Sull'oblò del batiscafo, per pochi attimi, era comparsa, per poi sparire guizzante nelle acque nere, una sagoma oblunga. Anche lui ne aveva scorto il profilo. Non era sicuro ma gli era parso di vedere una grande creatura dalla forma vagamente umana che si era allontanata veloce balzando di scatto con la spinta di una coda di pesce. In quello stesso frangente, questione di pochi secondi, l'idrofono aveva rilevato suoni strani, modulati in modo concitato, che avevano però un loro incanto particolare e facevano pensare a un linguaggio. Gli uomini erano ancora sbigottiti dalla prima rapida apparizione quando una mano palmata a quattro dita, ma sicuramente una mano, si appoggiò sul vetro di un altro oblò e poco dopo comparvero volti dall'aspetto alieno con grandi occhi traslucidi, la pelle verdastra e squamata, la testa coronata da placche ossee ,come una criniera. In una delle due mani stringevano arpioni simili a quelli che il cuoco nascondeva nel suo armadietto. Nel batiscafo ebbero laccertezza che li stavano spiando. Nel frattempo gli uomini potevano sentire i suoni provenienti da quelle strane creature: senza dubbio comunicavano tra loro. Subito lui pensò alle mitiche sirene che nell'antichità ammaliavano i naviganti per poi portarli verso la morte e un brivido di premonizione gli corse lugo la schiena. Certo le creature che lui aveva scorto non avevano la tradizionale bellezza delle sirene omeriche ma quel loro canto, penetrante e insolito, era sicuramente in grado di stregarlo, di togliere ogni possibile volontà di reazione e percepì d'istinto il pericolo imminente. Nelle acque oscure il faro del batiscafo inquadrò un branco di quelle strane creature ittiomorfe, che velocemente nuotavano sinuose davanti a loro. Non parevano preoccupate o in fuga, non si voltavano mai indietro, continuavano invece a nuotare come avessero fretta di arrivare da qualche parte, incuranti di portarsi dietro degli inseguitori. Intanto l'idrofono di bordo andava registrando le loro voci che via via si facevano piu forti e numerose. I suoni erano inquietanti e parevano grida acute di guerrieri che incitavano alla battaglia. All'improvviso gli uomini nel sottomarino si trovarono davanti grossi capodogli che impazziti si dirigevano verso la piattaforma. Fecero appena in tempo a vedere i grandi esseri marini scaraventare con violenza i loro corpi mastodontici contro i pilastri. I compagni rimasti in superficie erano terrorizzati dai suoni sconosciuti provenienti dall'acqua e dalle potenti vibrazioni che scuotevano l'intera costruzione. Pensarono ad un terremoto, ancora ignari della battaglia sottomarina che si andava compiendo in quelle acque cosi profonde e calme in superficie. Gli scossoni potenti accartocciarono la piattaforma su se stessa come un anemone di mare stuzzicato e focolai di incendio si svilupparono dalle trivelle. Non passò molto tempo che gli uomini nel batiscafo, impotenti davanti ai capodogli, sentirono a loro volta colpi di una violenza inaudita sulle pareti del sottomarino: pure i delfini sembravano ubbidire ai comandi di quegli esseri mezzo uomo e mezzo pesce e in una ridda di suoni strazianti anche il batiscafo cedette sotto la pressione di delfini e balene. In pochi minuti le acque sotto la piattaforma, che erano state il teatro di un assalto crudele e inspiegabile, si colmarono di quel silenzio inquietante che giunge sempre dopo un episodio di morte e violenza. Passò la notte e un pallido sole inondò la carcassa contorta della piattaforma mentre l'incendio continuava a consumare quel che ne rimaneva. Si dice che " il vento non sa leggere", ma una delicata brezza da sud continuava a voltare le pagine di un libro abbandonato sulla struttura. Poi il vento si calmò e mise un segnalibro.Se ci fosse stato un superstite avrebbe potuto leggere: "i pescatori di queste parti sanno qualcosa delle sirene?" chiesi a una donna di un villaggio della contea di Dublino. "A dire il vero non sono affatto contenti di vederle, - rispose, _perchè portano sempre cattivo tempo"... 1 . W.B. Yeats, "Fiabe Irlandesi"


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