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lavoro pubblicato domenica 5 gennaio 2014
ultima lettura martedì 10 settembre 2019

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Sogni Vividi

di Gaiamik. Letto 528 volte. Dallo scaffale Sogni

Diligentemente, come mi ha richiesto, metto su carta quegli strani eventi che, così prepotentemente, hanno importunato le mie notti.“La prima volta non  diedi peso all'accaduto.Era notte fonda e per qualche ragione mi svegliai.Mi cono...

Diligentemente, come mi ha richiesto, metto su carta quegli strani eventi che, così prepotentemente, hanno importunato le mie notti.
“La prima volta non diedi peso all'accaduto.
Era notte fonda e per qualche ragione mi svegliai.
Mi conosce solo da poco ma già questa, di per sè, fu una cosa inusuale.
Deve sapere infatti, caro dottore, che il mio appartamento è situato proprio a ridosso di una strada intensamente trafficata, sia di giorno che di notte, eppure, da che vi abito, non ho mai avuto nessun problema ne a prender sonno, ne poi a dormire.
Quella notte però, mi sveglia improvvisamente e con una crescente agitazione nel petto. Mi alzai a sedere, mi voltai in direzione della finestra e rimasi quindi in ascolto per una decina di secondi. Non sentendo nulla di diverso dai soliti rumori delle auto in transito per la strada, mi tranquillizzai e mi decisi a rimettermi a dormire. Mi sdraiai, presi un lungo respiro e con gli occhi chiusi allungai un braccio verso l'altra metà del letto dove Lei riposava tranquillamente, per poterla cingere in un abbraccio, tranquillizzarmi e riprendere sonno. Rimasi interdetto quando la mano, sul suo tragitto fino al bordo opposto del materasso, trovò solo coperte e lenzuola. Alzai di nuovo la testa e aprendo gli occhi mi resi conto con un profondo senso di vuoto di essere da solo sia nel letto che nella stanza.
Ebbene, quella notte, proprio fino all'attimo prima di svegliarmi, la stavo sognando, quindi attribuii l'evento ad uno scherzo della mia mente, confusa dal sonno, e non ci pensai più.
Il giorno prima, la mattina, ero andato a prenderla sotto casa, per accompagnarla all'aeroporto. Le avevo tenuto compagnia, stringendole la mano, senza dire una parola, fino a che il numero del gate non è apparso sullo schermo. L'ho salutata con un lungo bacio e l'ho guardata mischiarsi alla folla e sparire, verso i cancelli d'imbarco.
Ci eravamo conosciuti per caso, uno degli ultimi giorni di primavera. Io ero andato al parco a correre con un mio amico e lei, seduta sul prato, all'ombra di un faggio, leggeva uno di quei libri grandi e pesanti che già solo dall'aspetto mi son sempre sembrati fin troppo lunghi e noiosi.
Ad ogni modo, il mio amico, che si scoprì poi essere uscito un paio di volte con la cugina, si fermò a salutarla e fece le presentazioni.
Non sono mai stato molto a mio agio con le ragazze, in particolare con quelle appena conosciute. M'intimidiscono e a malapena riesco a spiccicare qualche parola. Quella volta fu differente. Qualcosa nei suoi atteggiamenti, nei suoi occhi o nel modo in cui sorrideva mi spinse a chiederle un secondo incontro. Rimasi piacevolmente sorpreso quando lei mi rispose di si.
Da allora, per i successivi tre mesi non è mai trascorso più di un giorno senza che ci vedessimo.
Mi sono assuefatto alla sua presenza, al suo profumo, alla sua voce, ai suoi silenzi, al calore del suo corpo morbido premuto teneramente contro il mio.
Si, dottore, capisco di essere uscito un pò fuori tema ma voglio che lei capisca bene la situazione prima di decretare una mia eventuale insanità mentale.
La seconda volta fu più eclatante.
La notte seguente la prima, il mio sonno venne interrotto di nuovo. Stavolta però capii subito che a svegliarmi era stato un impellente bisogno fisico. Questa volta sapevo con certezza che lei era presente, vera e sdraiata lì accanto a me, potevo addirittura sentire il suo respiro caldo sulla pelle. Perciò, cercando di fare il minimo rumore possibile, aggirai il letto in direzione del bagno. Qualcosa in quel momento cominciò a sembrarmi strano ma non riuscii a capire cosa se non solo dopo aver tirato l'acqua ed essermi richiuso la porta alle spalle. Mi resi conto che Lei non poteva essere lì con me nella stanza. L'avevo accompagnata all'aeroporto, l'avevo salutata e poi vista allontanarsi. Razionalmente sapevo che non poteva esserci ma non volevo farmene una ragione. Il dubbio rimase fino a che accesi la luce. Nella mia mente un senso di perdita si mischiava alla confusione mentre arrabbiato più con me stesso che non con altri mi costrinsi a rimettermi a dormire.
Al tempo, la notizia della sua imminente partenza mi trafisse lo stomaco come una spada affilata. Feci finta di niente. Volevo essere forte per lei. Le dissi che ci saremmo sentiti spesso. Le promisi che sarei andato presso a trovarla, tutte le volte possibili. Le dissi che le sarei rimasto vicino nonostante la lontananza e che sarebbe stata sempre nei miei pensieri. Lei mi rispose che il suo cuore e la sua anima sarebbero rimasti sempre come me anche se il corpo doveva partire.
Non avrei potuto immaginare quanto quelle parole si sarebbero rivelate vere e che gli avvenimenti avrebbero preso quella piega.
Dalla terza volta in avanti ho smesso di contarle. La dinamica era più o meno sempre la stessa. Mi svegliavo nel bel mezzo della notte, convinto che ci fosse anche Lei. Tutte le notti. E tutte le volte con frustrazione, rabbia e confusione mi rendevo conto di essere solo e mi chiedevo se stessi perdendo la ragione.
Di giorno ci sentivamo per telefono.
Di volta in volta, però, mi facevo sempre più restio a parlarle. Mi vergognavo per quello che mi stava succedendo e temevo d'essere preso per pazzo. Più io mi chiudevo e più sentivo il suo interesse verso di me spegnersi.
Cercai di far finta di niente. Cercai di parlarne con qualche amico ma poi la paura d'essere giudicato mi trattenne dal farlo. Cercai di fermare i sogni con i sonniferi, non funzionò.
Una volta, nel dormiveglia, in quello stato di calma consapevolezza che precede il risveglio, la vidi nitidamente. L'abbracciai, era solida e calda tra le mie braccia, le parlai e lei mi rispose e solo quando la luce del giorno portò via gli ultimi brandelli di sogno mi resi conto d'avere tra le mani niente più che lenzuola e coperte. Colto dalla frustrazione, presi il cuscino e lo scagliai contro il muro. Affondai il viso tra le mani, soffocai un grido che esternava tutta la mia delusione mentre le lacrime mi scendevano giù dalle guance, fino al lenzuolo
Più si faceva vivida e materiale nelle mie notti, più diventava incorporea e fatua durante i miei giorni.
Poi una notte, di punto in bianco, senza ragione apparente, dormii un sonno ininterrotto e senza di sogni.
La mattina, svegliandomi, provai un certo sollievo ma accompagnato da un inspiegabile senso di vuoto.
Allungai una mano e presi il cellulare dal comodino, per controllare che ora fosse. C'era un messaggio, era Suo. Mi era arrivato qualche ora prima, quando dormivo.
Erano solo poche parole: "La lontananza non sarebbe stata un problema. Ho cercato di starti vicino ma non me l'hai permesso. Non hai voluto e ormai è finita. Non cercarmi più. Addio."
Da allora in poi non mi sono più svegliato nel bel mezzo della notte e non più ho avuto allucinazioni di nessun tipo.
Adesso caro dottore, lei dirà che è stato lo stress o qualche strana malattia mentale a farmi vedere cose che non c'erano. Mi spiegherà per filo e per segno le ragioni e le dinamiche del mio disturbo e della mia improvvisa guarigione. Mi sta benissimo. Sono e sarò d'accordo con lei se mi definirà un pazzo senza speranza.
Eppure vorrei tornare indietro.
Vorrei aver saputo apprezzare la possibilità di passare del tempo con la donna che amavo, anche se nulla di ciò era reale.
Vorrei non essermi allontanato da lei per paura di un suo giudizio.
Vorrei essere stato lieto e non atterrito da quella follia.
Vorrei ma non posso.
Ed è questo che mi sta facendo, adesso, sul serio, di giorno e di notte, uscire fuori di testa.




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