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lavoro pubblicato sabato 4 gennaio 2014
ultima lettura martedì 23 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Respiro dell'Eternità

di peppers. Letto 416 volte. Dallo scaffale Fantasia

Tarak Rowin non riusciva a scacciare la sensazione che la quiete immobile dei secoli non gradisse alcun intruso. Il silenzio sembrava ritrarsi al passaggio dei due nani, solo per strisciare loro intorno e spiarne ogni movimento. «C&...

Tarak Rowin non riusciva a scacciare la sensazione che la quiete immobile dei secoli non gradisse alcun intruso. Il silenzio sembrava ritrarsi al passaggio dei due nani, solo per strisciare loro intorno e spiarne ogni movimento.

«C’è qualcosa» disse Khanner Thane, muovendosi a passi lenti sotto un affioramento di cristalli luminescenti nel soffitto della caverna. «Qualcosa che ci osserva».

La testa rotonda e calva si muoveva in ogni direzione, mentre le dita tormentavano la grande borsa di cuoio in cui erano riposte le gemme. I piccoli occhi del nano si sforzavano di perforare la foschia verdognola che li circondava: le pareti della caverna erano logorate in aperture irregolari, alcune appena abbozzate, ma in diversi punti erose al punto da divenire veri e propri cunicoli.

«Significa che siamo sulla strada giusta» ribatté Tarak, descrivendo un piccolo arco col braccio destro. Nel cono di luce sbiadita il pulviscolo turbinò, saggiando la tempra del martello della Casa Rowin; le catena che dal pomo dell’arma correva al guanto sinistro si tese, ondeggiando con uno scricchiolio sordo.

Tarak Rowin indietreggiò fino a trovare la schiena di Khanner.

Aggrottò le folte sopraciglia, aggiungendo altre rughe alle tante che solcavano la fronte stempiata. Sembrano orbite vuote, pensò fra sé, orbite vuote di un ragguardevole numero di nemici. Il pensiero non mitigò il disagio che sentiva formicolare al di sotto dell’armatura brunita. Piegò la testa prima su un lato, poi sull’altro, cercando di sciogliere i muscoli irrigiditi del collo e delle spalle. La barba bigia ondeggiò, facendo tintinnare gli anelli da guerriero sull’orlo della corazza.

«Riesci a individuare dove si trova?» chiese, tenendo ben alta la guardia.

Khanner grugnì, arricciando il grosso naso.

«Posso provarci»

Scostò il mantello color ocra e frugò al di sotto del corpetto di cuoio, cacciando fuori il medaglione. Le dita tozze accarezzarono le cesellature che ornavano il nome della famiglia Thane. Chiuse gli occhi, divaricando appena le gambe. Stretto nel pugno, il ciondolo d’argento prese a vibrare.

«La montagna è lacerata» disse, schiudendo appena le labbra sottili. «Avverto rancore e paura, urla e pianti. Una sensazione orrenda, come lo stridio di unghia acuminate sull’ardesia».

Fece una pausa, voltandosi a guardare il compagno, poi aggiunse: «La Pietra ci cerca, Rowin».

La luce dava uno svogliato tocco di colore alle guance paffute di Khanner, lasciandone però in ombra gli occhi. Tarak imprecò a mezza voce, il tono delle parole del compagno, a metà fra il sorpreso e l’allarmato, non lasciava presagire nulla di buono.

A dirla tutta, era l’intera storia che puzzava di guai. Sin dall’inizio, quando Khanner Thane aveva premuto per una seduta straordinaria del Consiglio, annunciando a tutti i membri delle Case che qualcosa turbava la pietra.

Una presenza, una minaccia forse, nel cuore della montagna su cui sorgeva Farmek, il Palazzo di Ghiaccio dei Nani Nordici.

Solo dopo la scoperta dei primi cadaveri, il Consiglio si era risolto a mandare una spedizione e, naturalmente, Tarak aveva finito col farne parte. Adesso, con diverse centinaia di piedi di pietra a separarlo dal confortevole tepore di Farmek, il vecchio guerriero riusciva ad apprezzare meglio l’ironia della sorte.

Braccati. Proprio dalla minaccia a cui dovevano porre rimedio.

«Facciamoci trovare preparati» decretò Tarak con voce asciutta.

L’esasperante gocciolio di un’infiltrazione d’acqua era l’unico suono nel silenzio in cui i due nani scandagliavano ogni recesso della grotta. Più che scovare tracce del nemico, osservò Tarak, Khanner sembrava impegnato a valutare tutte le possibili vie di fuga. L’aria era polverosa, e sapeva di funghi marci.

Nell’udire lo scricchiolio di roccia che sfrega su altra roccia, i nani voltarono la testa contemporaneamente verso un angolo buio della caverna. Il rumore, riflesso dalle pareti di roccia, echeggiò, dando l’impressione che provenisse da ogni direzione.

«Che gli Dei ci aiutino» disse in un soffio Khanner, mentre sfilava un quadrello per caricare la balestra.

La luce dei minerali sbiadì, per poi tornare nuovamente alla stessa intensità; alcuni frammenti di roccia scivolarono dalla sommità di un mucchio di detriti. Tarak colse tutto ciò nel preciso istante in cui la creatura emergeva, senza fretta, dall’ombra in cui era nascosta.

Un ammasso di roccia irsuta, dalle forme di un uomo. La testa, supposta ne avesse una, si riduceva a un minerale rossastro conficcato di sghembo sulla sommità di quello che appariva come un torace prominente. Era alta quanto entrambi i nani sovrapposti, forse anche di più.

«Grande Raukhur». Khanner Thane si ingobbì in posizione difensiva, puntando la balestra contro l’avversario. «la Pietra è viva».

Tarak evitò di pensare a cosa avrebbero potuto fargli quelle braccia nerborute, se solo fossero riuscite ad agguantarlo. La creatura avanzò lentamente, con un tonfo sordo a ogni passo, accaparrandosi senza problemi il centro della caverna.

Khanner proruppe in una risata stentata. «Temo non vorrà scendere a patti». Fece correre lo sguardo dal mostro di pietra al compagno.

Tarak aprì la bocca, senza emettere alcun suono. Soffocò la tentazione di correre verso l’uscita più vicina. Nessun Nano Nordico deve volgere le spalle all’avversario, si disse. Meno che mai un nano della Casa Rowin.

Khanner abbassò la leva della balestra; il quadrello fendette l’aria con un sibilo acuto, piantandosi nella spalla dell’avversario. Il mostro vacillò appena ma non sembrò avvertire il colpo, piuttosto si mosse verso il nano della Casa Thane. Alzò un piede, tentando goffamente di calpestarlo, ma Khanner si era già infilato a capo chino fra le gambe prima di essere schiacciato.

«Cosa diamine è?» disse Tarak, balzando alle spalle della creatura pronto ad assestare un poderoso colpo di martello. L’arma vibrò e si limitò a scheggiare la roccia, trasmettendo al braccio che l’impugnava un duro contraccolpo. Fu costretto a ripiegare di lato perché l’avversario stava voltandosi a fronteggiarlo.

«Non ci scommetterei la testa, ma ricorda molto ciò che le leggende chiamano Gho’leem».

Khanner sparò un altro quadrello, mancando di un buon palmo il mostro, poi si chinò a ricaricare l’arma senza staccare gli occhi dal nemico.

«Gho’leem?»

Tarak non ricordava alcuna storia che li menzionasse. Quando la creatura gli si parò innanzi, con tutta la sua mole, il vecchio guerriero dubitò di ricordare una qualsiasi storia.

«Mostri di roccia, animati dalla magia»

La balestra di Khanner sputò una raffica di quadrelli che disegnò una linea lungo la schiena del Gho’leem. La creatura sollevò un braccio, sfiorando il soffitto della caverna, poi spazzò con una manata lo spazio di fronte a sé.

Tarak fu sbalzato contro il muro. Nel battere la testa contro la roccia, sentì la vista offuscarsi. Ebbe un capogiro, ma intuì di trovarsi riverso sul pavimento. Affondò le dita fra i detriti e provò a sollevarsi. Ci vedeva, anche se l’intero campo visivo brulicava di puntini bianchi e grigi. Ma almeno ci vedeva. Quanto bastava per strisciare fuori dalla portata del Gho’leem. Tossì e si passò la mano fra i capelli grigi, ritraendo il guanto macchiato di sangue.

«Le storie non dicono anche come stenderlo?»

«No, a meno che tu non sia un Dio».

Khanner affondò una mano nella borsa di cuoio, mentre con l’altra continuava a reggere la balestra. «Ma forse ho un’idea» disse, mordicchiandosi il labbro inferiore.

Tarak fece una smorfia. C’era solo un genere di idea che poteva venire in testa a Khanner: sfruttare le proprietà dei minerali. Che fosse per prevedere i cambiamenti del tempo, o anche solo per ricavare una tintura, un Thane aveva sempre la gemma giusta sottomano. Una volta, tempo addietro, Tarak aveva sentito dire che Dekhar Thane, fratello di Khanner, era riuscito perfino a distillare una bevanda alcolica raffinando una rara pietra estratta dalle miniere di Farmek.

Qui non si tratta di trucchi da salotto, si disse Tarak, preferendo risolvere la faccenda con la tempra delle armi, come un qualsiasi nano della Casa Rowin.

«Lo faremo saltare in aria». Khanner sollevò una pietra ovale contro la luce dei minerali luminescenti, controllando che avesse pescato la gemma giusta dalla grande borsa di cuoio.

«Un’esplosione? Vuoi seppellirci in questi sotterranei?»

«Fidati di me, Rowin» disse il nano della casa Thane, umettandosi le labbra. «Basta solo incastrarla nel Gho’leem, colpirla con forza e ...»

La creatura sollevò un piede, poi lo mosse bruscamente, percuotendo il terreno più volte. Tarak sentì il terreno vibrare come un incudine sotto un martello di tonnellate di roccia. Barcollò, aggrappandosi a una sporgenza della parete per non perdere l’equilibrio.

Khanner Thane rischiò di perdere la presa sulla gemma, ma tenne ben salda la stretta e corse, fino a trovarsi di fronte la creatura. Incastrò la pietra fra le irregolarità del torace e, usando il calcio della balestra, prese a colpire la gemma.

Ma, per quanto tentasse, non riuscì a generare alcuna esplosione.

Tarak sapevo che l’idea del compagno non avrebbe funzionato; Il pensiero, pur scacciando la preoccupazione dell’esplosione, non fu di gran conforto. Il Gho’leem rimaneva pur sempre lì, muto e minaccioso.

E rimaneva anche il problema di come abbatterlo.

«Khanner, attento, sopra di te!»

Il nano alzò gli occhi, ma non fece in tempo a ritrarsi dalla mano della creatura. Sollevato per aria e stretto nel pugno di pietra, Khanner Thane bestemmiava e si agitava, urlando con voce stridula. Tarak riuscì senza difficoltà a immaginare il dolore che l’altro stava provando. Sperò solo che lo scricchiolio che udiva fosse dovuto alla roccia, e non alle ossa del compagno.

«La g-gemma» boccheggiò Khanner, volgendo uno sguardo abbacinato al vecchio guerriero. «Colpisci la g-gemma».

Tarak guizzò, il viso largo e spigoloso contratto in un’espressione granitica. Gli occhi puntarono la gemma che oscillava a ogni movimento del Gho’leem. Trattenne il respiro e caricò un colpo di martello.

«Kharud tri r’ham Izaad!»

L’urlo di guerra della Casa Rowin vibrò con ferocia, mentre Tarak frantumava la pietra. La caverna sembrò capovolgersi mentre, in un attimo, una crepa appariva e si propagava sulla superficie ambrata della gemma.

L’esplosione, con un boato simile a un ruggito, sollevò una coltre di polvere e detriti, oltre la quale Tarak vide la sagoma paffuta di Khanner Thane schizzare verso il soffitto per poi ricadere pesantemente a terra.

I resti del Gho’leem non si distinguevano più dalle pietre disseminate sul pavimento della caverna.

«È andata» disse Tarak, tirando la catena affissa al guanto sinistro per recuperare il martello.

Khanner annuì con aria assente mentre con un piede scostava, sospettoso, un frammento irsuto di roccia.

«Temo che non sia finita qui» annunciò il nano con aria grave.

Il medaglione della Casa Thane vibrava, notò Tarak. Appese alla cinta il martello e afferrò una pietra chiedendosi come fosse possibile che quella stessa roccia, appena pochi attimi prima, avesse tentato di farli fuori senza tanti complimenti.

«Significa che ce ne sono altri?»

Khanner Thane si strinse nelle spalle, senza confermare né smentire la possibilità. Tarak si guardò attorno come se da un momento all’altro l’intera caverna dovesse prendere vita, chiudendosi su di loro come la bocca di un’enorme creatura. Finse di non pensare a loro come dei bocconi succulenti. Si diresse verso una galleria illuminata da gruppi di cristalli luminescenti.

Khanner lo scosse per la spalla, facendogli cenno verso un altro cunicolo, un’apertura buia che si ripiegava su se stessa, sparendo nelle profondità del sotterraneo.

«Dobbiamo capire quale fonte anima la Pietra»

«Cosa faremo una volta trovata?»

«Non correre troppo, Rowin. Intanto cominciamo col trovarla»

Tarak inarcò un sopraciglio. «Abbiamo un punto di partenza» disse, senza troppa convinzione.

Di tutte le battaglie che aveva combattuto, questa rischiava di essere la più singolare. Pietra che prendeva vita. Da qualsiasi punto di vista la osservava, la situazione non appariva meno inquietante di prima.

La galleria procedeva in modo tortuoso e in leggera pendenza. Quando fu troppo buio per procedere, Khanner frugò di nuovo nella grande borsa di cuoio. Stavolta ne trasse un rubino grosso quanto un pugno. Per un attimo se lo rigirò fra le mani – dall’espressione accigliata, Tarak indovinò il cruccio per dover dar fondo alla preziosa risorsa – poi lo sollevò ben alto sopra la testa. La gemma iniziò a brillare, stilettando raggi scarlatti che disegnavano lunghe ombre alle spalle dei nani.

Usando il rubino come fosse una torcia, Khanner guidò il compagno nelle profondità insondate della montagna. Procedevano in silenzio, avvicinandosi con fare guardingo al fondo della galleria. Un vicolo cieco o una frana, pensò Tarak. Invece, in quel tratto del tunnel, il tetto si abbassava fin quasi a sfiorare il suolo. Furono costretti a procedere a carponi, strisciando per un lungo tratto umido e fetido.

Quando il soffitto tornò a risollevarsi, i due nani si ritrovarono in una caverna così ampia da non riuscire a scorgere nessuna delle pareti. Tarak fece vagare lo sguardo in quell’oscurità sconfinata, rabbrividì e sfiorò il manico del martello. Khanner rimase immobile, puntando il rubino in ogni direzione, poi chiuse gli occhi, strinse con una mano il ciondolo e annuì.

Procedettero più lentamente a causa del pavimento sconnesso. Grossi massi si erano staccati dalla volta, accatastandosi gli uni sugli altri. Negli interstizi fra quelle pietre gigantesche, detriti e licheni si confondevano alla polvere depositata nei secoli in uno strato uniforme.

Khanner saltava da una roccia all’altra, piegando le ginocchia per attutire ogni salto; Tarak lo seguiva in silenzio, cercando di limitare il cigolare dell’armatura. Nelle brevi soste durante le quali Khanner ascoltava il medaglione dei Thane, Tarak si guardava spalle. La via seguita dal compagno, notò il guerriero, continuava a scendere verso il basso.

Giunsero sul fondo della caverna con le gambe indolenzite per l’ardua discesa. Senza più punti di riferimento, Khanner sembrava incerto sulla direzione da seguire. Andava avanti, si bloccava, tornava indietro, riprendeva ad avanzare.

«Insomma, si può sapere che succede?» sbottò Tarak, quando per l’ennesima volta Khanner si fermò.

«La pista è incerta» disse il nano, grattandosi il mento squadrato. «Non riesco a capire dove ...»

«Shhh!»

Tarak tappò la bocca del compagno, guardandosi attorno con circospezione. Era sicuro di aver sentito qualcosa. Attorno ai due nani si stendeva solo un tratto di roccia nuda, segnata da piccoli avvallamenti in cui ristagnavano pozze d’acqua scura. Nient’altro. Tarak si passò la lingua sui baffi. Era quasi sicuro di aver udito qualcosa.

Tolse il guanto metallico dalla bocca di Khanner quando – stavolta ne era certo! – udì un rumore lontano, come lo stridere di una roccia che rotoli giù dalla frana per cui erano scesi.

Il rumore si ripeté, sulla loro destra, ma stavolta più vicino.

E si ripeté ancora, sulla sinistra.

«Gho’leem». Le labbra di Khanner vibrarono in un roco sussurro. «Tanti Gho’leem» ripeté, con la fronte imperlata di sudore.

Scapparono senza una meta precisa, tallonati dalle mostruose creature.

«Non possiamo affrontarli tutti» disse Tarak, che si sforzava di non perdere terreno dietro il compagno. Senza il peso dell’armatura Khanner correva più veloce, ma non azzardava a spingersi troppo lontano senza il vecchio guerriero.

«Non ho altre pietre per generare un’esplosione. E se anche le avessi, dubito basterebbero per eliminarli tutti».

La luce del rubino illuminò la sagoma di un Gho’leem, proprio di fronte a loro. Tarak afferrò per l’orlo del mantello Khanner, costringendo il compagno a cambiare direzione. Anche senza voltarsi, Tarak riusciva ad avvertire la presenza dei nemici: sembravano ovunque attorno a loro.

Quando Khanner si fermò, giunto davanti una parete di roccia, Tarak intuì che qualcosa era andato storto.

«È qui. La fonte è qui» urlava il nano, tastando palmo per palmo la pietra. «Dietro questa parete!»

Tarak sentì una fitta al fianco. Si piegò, poggiando le mani sulle ginocchia.

«Dobbiamo trovare una passaggio» disse con la voce incrinata dall’ira. «Non abbiamo molto tempo prima che ci piombino addosso».

Khanner annuì distrattamente, senza smettere di camminare febbrilmente avanti e indietro ai piedi della parete, ma il guerriero dubitava che il compagno gli avesse realmente prestato ascolto. Tarak sputò ai propri piedi.

Decise che avrebbe coperto il compagno mentre questi trovava una via per la salvezza. Ognuno aveva il proprio ruolo, fra i Nani Nordici, tanto a Farmek quanto lì sotto. Aveva sempre funzionato. E avrebbe funzionato ancora una volta, sperò in cuor suo.

Il primo Gho’leem che li raggiunse era alto poco più di nano. Tarak divaricò le gambe e attese che il mostro cercasse di colpirlo. Distese le braccia, parando il colpo con la catena tesa fra il guanto sinistro e il martello. Più veloce rispetto all’avversario, Tarak mosse la mano in modo che la catena imprigionasse l’arto dell’avversario. Lo tirò a sé, imprecando a denti stretti per lo sforzo, fino a sbilanciarlo in avanti, poi colpì usando il martello, con tutta la forza che aveva in corpo.

Il cristallo che era conficcato sulla sommità del Gho’leem andò in frantumi. Il mostro era adesso immobile, in ginocchio, e Tarak ne approfittò per darsi una spinta con i piedi. Si svincolò da quel pericolo abbraccio, librandosi in aria; prima di toccare terra, roteò su stesso, lanciando il martello contro il nemico.

Il colpo schiacciò il Gho’leem, mandandolo in frantumi. Tarak atterrò sulla punta del piede destro e ritrasse con uno scatto il guanto sinistro, riprendendo la presa sull’arma.

«Kharud tri r’ham Izaad!» urlò, ebbro della battaglia, alzando il martello della Casa Rowin sulla propria testa.

Ma fu costretto a smorzare l’entusiasmo, perché altri Gho’leem emersero dall’oscurità, senza rallentare la goffa corsa.

Tarak ringhiò, il volto di cuoio sfigurato in una maschera di guerra, e indietreggiò.

«Rowin! Ehi, Rowin, quassù».

Il richiamo di Khanner giunse in tempo per trarre Tarak fuori dalla battaglia: il nano aveva trovato delle sporgenze, quasi una rozza scala, che portava fino a un livello rialzato della caverna, e agitava il rubino cercando di attirare l’attenzione del compagno. Il vecchio guerriero salì più in fretta che poté, rischiando quasi di ruzzolare giù, e fu ben lieto di trovare la mano di Khanner a offrirgli aiuto.

Quando fu al sicuro, Tarak guardò in basso l’assembramento di Gho’leem che si era creato ai piedi della parete di roccia. Spero che non siano così furbi da riuscire a scalare la roccia, si augurò, né di trovare la scala.

«Bel colpo» si congratulò Khanner. «Ma aspetta di vedere il più bello».

Con un ampio gesto del braccio, il nano si volse indicando il pavimento. A pochi metri da dove si trovavano, la roccia era aperta in una crepa larga lo spazio sufficiente per lasciar passare una persona.

«La fonte» disse Khanner, con i piccoli occhi scintillanti alla luce del rubino. «Abbiamo trovato l’accesso per la fonte».

Tarak grugnì una risposta che poteva significare qualunque cosa e, stringendo ben in pugno il martello, avanzò verso la fessura. Khanner fu il primo a calarsi dentro, poi fu la volta del guerriero della Casa Rowin.

Rimasero entrambi ammutoliti di fronte lo spettacolo che si presentò ai loro occhi.

Si trovavano in una piccola grotta il cui pavimento, poco più avanti, si rastremava in uno sperone proteso su un lago sotterraneo. L’acqua brillava d’una luce verde e azzurra per gli affioramenti di cristalli sul fondo.

Ma fu ciò che videro sulla punta dello sperone ad assorbire completamente la loro attenzione.

Un piedistallo naturale accoglieva una gemma grossa quanto la testa di Khanner. Era uno splendido cristallo, diverso da ogni altro che Tarak avesse visto e, dallo sguardo allucinato del compagno, suppose che anche per Khanner Thane fosse qualcosa di nuovo.

La gemma brillava, virando continuamente colore. Ora bianco, ma poi azzurro, viola, rosso, arancio, giallo e di nuovo bianco. Ed emanava anche calore, un tepore ben piacevole dopo la fredda umidità della caverna. Persino Tarak, che non sentiva la Pietra come il compagno, avvertiva il grande potere emanato dalla gemma.

«Eccola, la fonte» sussurrò Khanner con riverente ammirazione. «Secondo te, cos’è?»

«Speravo fossi tu a dirmelo». Tarak gracchiò una risata, senza riuscire a staccare gli occhi dalla pietra. «Quindi basta distruggerla per mettere fine a tutto?».

Khanner sobbalzò, riducendo gli occhi a una fessura. Una fessura minacciosa, non mancò di notare Tarak.

«Non possiamo distruggere una gemma così rara»

Il vecchio guerriero emise un fosco brontolio. Qualcosa gli diceva che doveva aspettarsi una resistenza da parte del compagno. Soprattutto se quel compagno era un Thane.

« Questa gemma è la fonte di tutti i nostri problemi»

«Immagina quali segreti può racchiudere». Khanner si guardò intorno come se si sforzasse di afferrare un pensiero lasciato a metà. «Dobbiamo portarla a Farmek».

«Prova a parlare con tutti quei Gho’leem, prima» aggiunse Tarak con ironia che l’altro non sembrò notare. Prima che il compagno muovesse un dito, il vecchio Rowin fece saettare la mano, cercando di afferrare la gemma.

Khanner emise un verso stridulo e graffiò il volto di Tarak.

«Sta fermo, maledizione» urlò il guerriero.

Colpì al volto il nano della Casa Thane, poi allo stomaco e, prima che potesse rialzarsi, fece calare il martello sulla gemma. La pietra andò in frantumi con un fischio che ferì le orecchie dei nani; un’ondata di luce si propagò per la caverna, attraversando le mura di roccia.

Il medaglione dei Thane smise di vibrare.

Khanner si rialzò con uno sguardo di irosa follia, lanciò un urlo e pestò un piede per terra. Fece correre gli occhi sguardo sui frammenti sparsi sulla roccia, poi parlò con tono risentito.

«La Pietra possa inghiottirti nelle sue viscere, Tarak Rowin!».

«Ringrazia il Grande Grigio di essere ancora vivo, Thane»

«Non capisci? Avevamo in mano la chiave per dare vita alla Pietra».

Tarak capiva, per questo aveva distrutto la gemma. Il Consiglio li aveva mandati per abbattere il pericolo che covava in quei sotterranei: non avrebbe riportato indietro un artefatto che rischiava di gettare Farmek nel caos e nella rovina.

«I segreti degli Dei non mi riguardano» disse, inchiodando sul volto offeso di Khanner uno sguardo affilato che non ammetteva repliche. «Né dovrebbero riguardare te».


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