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lavoro pubblicato giovedì 2 gennaio 2014
ultima lettura mercoledì 21 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Morto al quarto piano

di ABlackJuniper. Letto 854 volte. Dallo scaffale Umoristici

Toc Toc… Toc Toc Toc… TocTocTocTocTocTocTocTocTocTocToTocTocToc… Madame si avvicinò alla porta a piccoli passi. Toc T… “Morte alla Matrigna! Vuoi che ti tranci il polso?” spalancò i battenti ...

Toc Toc…
Toc Toc Toc…
TocTocTocTocTocTocTocTocTocTocToTocTocToc…

Madame si avvicinò alla porta a piccoli passi.
Toc T…
“Morte alla Matrigna! Vuoi che ti tranci il polso?” spalancò i battenti e si catapultò fuori dalla soglia, sul tappetino di lana cucito a mano, sul tappetino a forma di stomaco aggrovigliato con tanto di precisissimi dettagli anatomici ricamati a punto croce.

Dà sempre una certa soddisfazione pulirsi le suole sulle budella di qualcuno…

“Solo questo ci mancherebbe! Solo questo ed è proprio la fine…” venne investita da una voce cavernosa e lontana, gracchiante e solida… e un paio di occhi scuri, che balzavano da una ruga all’altra del suo viso, si incastonarono nei suoi. Vacui e acquosi. Immersi in un alone bluastro e nelle striature livide della pelle. Nel gonfiore delle guance e nei rivoli di liquido stagnante che precipitava giù dalle orecchie. Il cadavere se ne stava in piedi con le braccia penzoloni, il codino spennacchiato e le mani piene di denti, che tentava di rinfilarsi con non poca difficoltà. Madame abbassò lo sguardo dagli occhi al torso. Dal torso alle gambe. Dalle gambe al...

“Oh, santo cielo, Raimond… copriti! E piantala di gocciolare, che mi infradici tutto il pianerottolo!” Madame si sfilò velocemente la vestaglia e gliela gettò addosso come fosse il tendone di un circo. Trattenne il rossore delle guance rugose e fece schioccare la lingua contro il palato.
Buio.

Raimond.
Monsieur Raimond, per la precisione; Duca di non si sa bene cosa, non si sa bene quando.
Nato a Parigi nel Febbraio del 1857. Morto.
Eh, sì. Morto. Ma proprio morto morto.


“ecco, lo sapevo…” mugugnò tra sé Raimond, barcollando all’indietro e agitando le mani sopra la testa “anche il nervo ottico. Io lo sapevo. Cos’aveva detto il dottore? Il sinistro, compratelo nuovo. Compratelo nuovo, che quello, tempo una settimana e t’abbandona! E tu invece? Che hai fatto, Raimond? Che hai fatto?” continuò a piroettare su sé stesso, pestandosi quelle poche dita dei piedi che gli erano ancora rimaste attaccate e avvicinandosi pericolosamente alla tromba delle scale. Si fermò di scatto, mentre Madame aspettava paziente sulla porta, con le braccia incrociate, i capelli scomposti e gli occhi castani che rimbalzavano dal soffitto al pene floscio di Monsieur Raimond, ballonzolante contro la coscia glabra. Si appoggiò allo stipite della porta e si lisciò il grembiule spruzzato di farina e succo di pomodoro, cercando di trattenere la malizia che saettava dai suoi occhi come un bolide.
“che hai fatto, Raimond?” esclamò. Raimond ora era immobile, immobile e statuario come un totem, nel bel mezzo del pianerottolo, con le braccia rigide e il collo piegato all'indietro, in cerca di una posizione adatta a mantenere l'equilibrio; la posa di un glorioso bronzo di Riace appesantita da chili di pelle flaccida e cadente, un viso grazioso avviluppato nello scialle fucsia a frange di Madame e un fondoschiena più che onesto che sventolava in cima alla seconda rampa di scale del quarto pianerottolo. Alla sua sinistra l’ascensore a vetri continuava a salire, mentre l’inquilino del piano di sopra si sporgeva ad osservare, con la bocca aperta, un alito di condensa davanti al naso e il lecca-lecca sgocciolante appiccicato al vetro.
“Miseria ladra! Non me lo ricordo proprio cosa ho fatto!” Madame sbuffò e gli si fece incontro sciabattando, con le rughe farcite di polvere di lievito e schizzi di miele, con lo smalto carminio, le calze a rete e il parruccone incipriato nascosto nella tasca interna del grembiule. Raimond restò immobile, senza parlare.
Senza respirare. Letteralmente.
E il coinquilino nell’ascensore fece cadere in terra il lecca-lecca e si sbracciò nel tentativo di comunicare a gesti con Madame. Lei strizzò gli occhi e scandì, cercando di leggergli le labbra:
“m-a è m-o-r-t-o?” si strinse nelle spalle e strappò la vestaglia dalla testa di Raimond che si guardò intorno con la palpebra destra incastrata nell’orbita e con un sorriso sorpreso incastonato sulla faccia. Madame si caricò la vestaglia sulla spalla e tornò a rivolgersi al vicino. Anzi, tornò a rivolgersi ai suoi piedi, visto che l’ascensore aveva quasi raggiunto il piano superiore.
“certo che è morto” tuonò, “ non lo vede? È il morto più morto che esista, dia retta a me…”
“ci vedo?!” biascicò, intanto, Raimond spalancando le braccia. “Che incantesimo è questo?”
“Raimond! Entra e levati quell’espressione idiota dalla faccia… è solo per i vivi.”
Buio.

Dicevamo…
Sì, Monsieur Raimond, morto di tisi, di gotta, di sifilide (ma la moglie non lo sa), di lebbra, affogato, soffocato, arso vivo dal fuoco divampato di una stufetta a gas, dissanguato, precipitato da un burrone, collo rotto. Morto anche dopo essere già morto. Un caso più unico che raro.
Coniugato con Madame Iustine, la cappellaia. Prima e dopo… il trapasso.
Vogliamo dire trapasso? Diciamolo.
Insomma, fino a che morte non ci separi… e oltre.


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