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lavoro pubblicato mercoledì 1 gennaio 2014
ultima lettura mercoledì 12 febbraio 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

BANG

di ABlackJuniper. Letto 941 volte. Dallo scaffale Horror

        BANG  Parigi.L’atrio luccicante del Grand Royal spariva alle mie spalle. Voltai la schiena nuda alle ante d’ottone dell’ascensore e mi artigliai il soprabito, strizzando gli occhi nel tentativo di mantenere la calma.........

Parigi.
L’atrio luccicante del Grand Royal spariva alle mie spalle. Voltai la schiena nuda alle ante d’ottone dell’ascensore e mi artigliai il soprabito, strizzando gli occhi nel tentativo di mantenere la calma. Un gelido silenzio sommerse in un attimo il vociare confuso della routine parigina, talmente sovraccarica di sfarzo da abbagliare lo sguardo, e si insinuò nella mia testa come un soffio di nebbia.

Ricorda, sei un sacco di merda. Tutte cagne...
Hai una sola possibilità! Resta lucida. Resta lucida.

“Stanza 401, Mademoiselle. Il signor Sokolov l’aspetta!” sorrisi di rimando ed incrociai lo sguardo malizioso dello chauffeur posarsi sulle mie gambe.

Dio, odio le calze a rete!

Indugiai per un attimo sul pulsante d’arresto. Spostai lo sguardo su di lui, sulla marsina stretta e il cappello appoggiato su una pioggia di capelli castani; sul respiro regolare, gli occhi chiari, i denti bianchi e quella spia d’anima sporca che traspariva dal tremolio delle labbra e dal fremito leggero delle mani. Il cellulare prese a vibrare. Annaspai nella borsa con le mani, tra sbuffi di seta e lampi di smalto rosso laccato. Il display mi sputò in faccia cinque parole al vetriolo:

Fai il tuo lavoro. La cagna la fai solo con me.

Tin.
Il grappolo di campanelle appese sopra la porta tintinnò una volta. Sussultai, col fiato in gola e lo sguardo perso a scandagliare ogni centimetro quadrato di parete, di linoleum, di legno e di specchio. Ma no. Nessuna telecamera.

Dio…

Salutai lo chauffeur con un buffetto sul mento, dove mi attardai un secondo di troppo a strisciare le dita sulla consistenza soffice della sua pelle. Innocente, ancora. Il piano era arrivato di gran lunga prima di quanto avessi sperato. L’ascensore si fermò con un singhiozzo, dandomi giusto il tempo di oltrepassare la soglia il più velocemente possibile. Davanti a me si stagliava una lunga fila di porte illuminate, che conduceva ad una stanza isolata in fondo al corridoio. Socchiusi gli occhi e sospirai. Ora ero sola.

Cagna cagna cagna! Anna!
Piantala di pensare. Ricorda, fredda e lucida. Fredda e lucida…
Il mantra funzionò per l’ennesima volta, e gettandomi i capelli dietro le spalle mi avviai attraverso il corridoio. Sorpassai uno specchio a muro che mi scagliò contro la mia immagine riflessa. Un pugno nello stomaco. Panico. Storsi il labbro e mi aggrappai con le unghie alla cornice.

Dio! Devo sembrare una puttana! Non sembro affatto una puttana…

La mano mi corse istintivamente a ravvivare i ricci castani..

No!

Girai la testa a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra ...

Cristo! E adesso… adesso?
Torna con il suo cuore e forse ti lascio andare.
Oddio.

Un vaso di fiori attirò il mio sguardo, ondeggiando in bilico su un trespolo di ceramica. Lo afferrai e mi rovesciai l’acqua sul palmo della mano. I fiori si dileguarono sul tappeto, uno dopo l’altro, con una pioggia di petali solitari e prossimi alla decomposizione. Mi strofinai l’acqua sui capelli. Subito. E mi fissai nello specchio, con le lenti a contatto ghiacciate che fissavano le iridi riflesse nello specchio fin quasi a farle liquefare. Sentii le goccioline scorrermi lungo schiena e correre a nascondersi nella scollatura dell’abito. I ricci sparirono in un attimo, sostituiti da una cascata di ciocche scomposte, scure e fradice. Il trucco sotto gli occhi era colato un po’. Un confine nero, netto, di matita intorno ad un lago ghiacciato. Sfilai dalla tasca del soprabito un rossetto di fuoco e osservai le mie labbra prendere forma. Che schifo. Mi calai una bretella e sorrisi. Un sorriso che sapeva di acido.
“salve Michelle” sussurrai con un conato di vomito che si arrampicava sulla pelle.
Bussai tre volte, con il cuore in gola. Poi ancora…

Aprimi… aprimi!

Bussai ancora ed entrai. Un’oscurità soffusa, picchiettata di pioggia mi avvolse. Nell’aria si diffondeva una melodia fatta di dardi che si conficcavano nel cuore. Parole incomprensibili, respiri immacolati e toni della profondità del velluto nero. Intorno a me, accompagnata dal crepitio ipnotico del fuoco, una finestra spalancata su un cielo plumbeo e imbronciato (cupo, con le occhiaie infossate della sbornia) e di fronte a me su un tavolino di vetro mi attendeva un indecifrabile bicchiere di champagne.
“si serva pure”. Sobbalzai. Sokolov. Lo si capiva dall’accento vellutato, arrotato, che pareva uscito da una di quelle melodie di sottofondo. Quel bisbiglio soffocato mi prese alla sprovvista. Scrutai nel buio davanti a me e scorsi una figura imponente stagliarsi accanto alla finestra. Il cuore mi si arrampicò in gola, impedendomi di parlare.

Dì qualcosa, Cristo Santo!

Afferrai il bicchiere e bevvi tutto d’un fiato. I suoi occhi, che spuntavano come iceberg dalla nebbia confusa di una tenda, mi immobilizzarono.

Dì qualcosa!!

“Ahem… ecco, buonasera. Io sono Michelle” abbozzai un sorriso sghembo e trascinai le mani sui fianchi. La figura davanti a me intanto si avvicinò e mi scrutò a fondo. Scrutò i miei lineamenti immersi nella penombra, nella musica, nello champagne. Mi scrutò senza vedermi.

Oh Gesù! Avevo dimenticato tutto questo…

Dio, quant’era bello. Quegli occhi di cristallo pareva potessero vedermi nell’anima. Dentro l’anima, scorticarla viva e decifrarla come un papiro. Mi scostai velocemente. C’era una cosa nel mio animo che non poteva sapere. Non ancora. Mi precipitai verso il letto, poggiai la borsetta in terra, accanto al comodino, e tolsi le scarpe. Le gettai in terra, socchiudendo gli occhi ai tonfi sordi del loro contatto col tappeto.

Prendimi adesso, ti prego… solo un attimo. Un attimo e poi lo faccio…

Il cellulare vibrò ancora da dentro la borsa, ma il russo parve farci poco caso. La pioggia continuava a picchiettare i vetri, il vento continuava ad entrare nelle ossa e nelle fessure degli occhi. Lacrime false. Lacrime vere.

Ti prego… adesso.

Mi arrampicai sul baldacchino di velluto rosso e mi slacciai la zip del vestito. Lentamente. Il russo era immobile. Una statua di marmo illuminata da una pallida luna imprigionata nelle nuvole. Feci scivolare silenziosamente l’abito in terra e mi sdraiai, affondando la nuca nel cuscino. Improvvisamente un paio di mani forti mi artigliarono i fianchi. Sentivo il suo odore. Nicotina e colonia. Nicotina e vita. Tanta vita. Quanto mi mancava.

Ho poco tempo… ti prego!
Resta lucida, puttana… fredda e lucida…
Oddio! Non ce la faccio…
Fredda e lucida, cagna!

Cercai a tastoni il suo viso nell’oscurità e lo accarezzai, lasciando che mi baciasse le dita.

Fredda e lucida.
Fredda e lucida…

Lasciai scivolare l’altra mano al bordo del letto e la calai nella borsetta di pelle, accasciata lì, priva di forze. La mia anima era uguale.

E chi voleva più? Chi voleva più uccidere? Prendere e uccidere.
Prendere e uccidere.
E il cuore?
Scartavetralo, puttana! Taglialo a fettine e mangialo. Voglio che lo mangi!
Non c’è né neanche più un pezzetto in me? Puttana che non sei altro! Sono solo una puttana vigliacca! Ero una mamma e una moglie ora sono solo una puttana vigliacca che vuole salvarsi la vita, non è vero? Non è vero?

Il russo mi accarezzò la pancia con le labbra, mi baciò ogni singolo anfratto della pelle, ogni piega. Mi respirò addosso. Mi studiò e mi avvolse. Mi passò le dita tra i capelli. Con l’anulare mi sfiorò l’orecchio e percepii il rigonfiamento di una fede.
“Oh, Gesù, Sergej!” Sussultai come una molla, cercando di voltare il viso e affondarlo nel cuscino.

E’ buio. È buio, non ha visto nulla! È buio non ha visto nulla, non ha sentito nulla, non mi ha riconosciuta! Ti imploro!

Afferrai la pistola e la strinsi in pugno. Bastò un attimo. Il russo si bloccò. Gli afferrai la mano e gliela feci scivolare in fondo alla mia schiena. Inarcai le spalle e gliele offrii, gli offrii una chioma a cui attaccarsi con le mani, una chioma da strappare via.

Prendimi così e basta… ti prego non farmi dare spiegazioni, sta’ zitto, ti prego!

Sentii il suo sguardo trapanarmi le scapole e il suo respiro caldo.
“Anna…” affondai la testa nel cuscino e urlai… implorai chiunque ci fosse lassù di darmi una chance. Di darmi un’altra chance.

Non riconoscermi, ti prego!

È questo il guaio di voi donne… tutte cagne! Basta scodinzolare un po’ che subito schizzate in calore… come le cagne! Che cazzo vi frullerà mai in quella testa? Hm? Che cazzo c’hai in quella testaccia, Anna? Vuoi che ti spappoli la testa? Lo vuoi che mi faccio una coperta con la tua pelle?
No…no figlio di puttana, no!
Visto? Tutte cagne! Tutte cagne vigliacche!
Cosa vuoi da me? Che ti ho fatto?
Sfortunatamente sei nata… piccola mia. Ti sei trovata sulla mia strada! Una come un’altra…
Che cosa vuoi da me…
Che diventi coraggiosa, Anna… che diventi coraggiosa come un uomo! Che diventi schifosa, come un uomo! Lo vuoi? Vuoi diventare coraggiosa, Anna? Vuoi diventare spregevole?
No…
E allora li vedi questi? Li vedi questi capezzolini? Li vedi questi capezzoli duri? Mi ci faccio una collana, troia!
Perché.
Perché le donne vanno redente! Vanno redente con il sacrificio. Tu sarai d’esempio… d’esempio per tutte le altre. D’esempio.

Nessun’altra speranza. Nessun’altra chance. Per pagare di un peccato che non avevo compiuto. Scattai in piedi e lasciai che il russo si perdesse per un attimo in quel nero infernale che si trovò davanti agli occhi. Niente rimorsi. Niente pietà.

Te ne vuoi andare?
sì…
Allora voglio tuo figlio…
Bang.
E ora voglio tuo marito…

“Prosti, na samom dele.*” Piansi lacrime e sangue. Piansi polvere. Piansi ingiustizia. Piansi rimorsi. Piansi ghiaccio.
“Dasvidania, Sergej.”
Bang.


*Mi dispiace, davvero.


FINE



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