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lavoro pubblicato mercoledì 25 dicembre 2013
ultima lettura domenica 22 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Natale

di michele87. Letto 632 volte. Dallo scaffale Pensieri

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E così, anche per quest’anno, il Natale è arrivato nuovamente puntuale.
Ed eccola lì: quell'improvvisa assuefazione da sociale e trendy, da collettivismo, si fa largo, penetra facilmente nelle deboli difese impazzite del buon senso e del pensiero individualista.
E allora sotto con i regali, con l’indecisione su cosa regalare e con il principio di stress che ne consegue. Certo è che questo rito del dono è una meraviglia per tanti, una tortura per pochi, quei pochi come me, che provano qualcosa di molto simile all'odio per il consumismo, ma che si adattano a fare regali perché li ricevono pur non desiderandoli e così, per non passare per lo stronzo di turno, ci si adegua maledettamente sotto un tetto sociale protettivo che rimane sconosciuto, quasi opprimente.

Esco di casa. Accendo la macchina e vado a fare un giro nel grande centro commerciale vicino al mio paese. Ho una strana voglia di violentarmi vedendo agglomerati di umani ammassati tra loro nel recinto del consumo; pecore dalle sembianze di uomini e donne affamate di stupido trendy modaiolo, accecate dal consumo vorace, dal Natale fasullo, da festività regredite a mero materialismo.

Percorro tutto il tragitto necessario per arrivare in quell'enorme tempio del consumo, tempio di deviazione satanica del denaro.
Cerco un parcheggio nell'area sottostante il tempio contemporaneo dei falsi bisogni.
Lo trovo, dopo varie difficoltà. È quasi tutto pieno.
Scendo dall'auto. Memorizzo il numero del parcheggio e l’area dello stesso. Ho parcheggiato nell'area gialla.
Mi dirigo verso l’ascensore.
Gli sono davanti e spingo il pulsante per farlo scendere al piano terra dove mi trovo.
Arriva. Le porte si aprono. Entro. Le porte si chiudono. Spingo di nuovo un altro pulsante al suo interno per salire al secondo piano. L’ascensore sale. Inizio a sentire un lieve, conosciuto ma incomprensibile panico. Le porte dell’ascensore si aprono. Esco da quel marchingegno cuboide o simile.
Sono dentro, divorato dal centro commerciale, da brusii, dal caldo da aria condizionata esagerata, da luci, vetrine, stupido sfarzo, umanità madida di inutilità.
Mi sento inutile anche io.
Cerco di adattarmi.
Chiudo gli occhi cercando di sgomberare la mente. Non è facile.
Faticando enormemente però sembra che ci stia riuscendo, l’adattamento sembra funzionare.
Ingannevolmente rilassato inizio a scrutare a fondo l’intorno.
Osservo tutto questo sistema che va col ritmo veloce e quasi automatico di signore e signori, bambini e bambine, giovani, adolescenti; ritmo veloce di sorrisi (nella maggior parte nemmeno così veri, ma probabilmente forzati dall'imposizione sociale della concezione consumistica del Natale e dai suoi riti obbligatori) e di buste griffate e non griffate. Umani stanchi delle giornate passate nel centro commerciale, nei negozi più svariati, mentre maledicono il fatto di essersi decisi al'’ultimo momento di pensare, cercare, trovare e comprare i doni, ma comunque felici per aver terminato anche per quest’anno la solita effimera routine, pieni di regali per la moglie, per il marito, per i figli, per i fidanzati, per le morose, per gli amici, per i cani, per i gatti, per i canarini (si, anche per loro; sta a vedere che magari si offendono) e chi più ne ha più ne metta.
Negozi di tutti i tipi. Negozi di oggettistica con gli oggetti più strani, frutto della diabolica, malvagia mente del mercato capitalistico.

Osservare tutto questo porta ad illudersi che l’umanità si renda conto di essere circondata dal superfluo non cedendo al tranello del mercato. Osservare tutto questo porta ad illudersi che l’umanità non sia fessa.
Ma poi è un attimo vedersi ammazzare sotto gli occhi quest’illusione nel momento in cui si osservano le confezioni di mega-regaloni ammassate sugli scaffali in maniera sapientemente attraente. Quelle confezioni di mega-regaloni che danno l’idea di un regalo conveniente per le tasche dell’ignaro umano assuefatto dallo shopping natalizio; trappole per allocchi.
«È la legge del mercato» mi dico nella mia mente, «che fa si che chi vende, confezioni pacchi regalo e proponga offerte proprio in occasione delle festività; ma questi pacchi regalo in offerta sono solo specchietti per le allodole per ingannare l’allocco che compra che si getta affamato, come un piranha su un pezzo di carne, ad accaparrarsi quei prodotti ingannevolmente convenienti pensando di essere stato più furbo degli altri e di aver agito d’astuzia senza sospettare che il mercato l’ha già ingannato da un pezzo».

E così, una volta terminata la snervante, futile giornata nel centro commerciale addobbato in tema e clima rosso Natale avrà inizio per questi umani l’infamia del nervoso post-shopping isterico-compulsivo in cui i rapporti sociali sono ridotti a nulla e i sorrisi o sono falsi o inesistenti.

Ne ho le palle piene. Fuggo dal reparto dei regali e di oggettistica varia.

Giro tra vari scaffali e mi ritrovo nel reparto dei generi alimentari.
Ecco cosa mancava: la ressa dal pescivendolo e nelle drogherie, nei reparti alimentari e dei dolciumi del centro commerciale; il tutto, mischiato, ammassato in una folle e incasinata gara per trovare cibo fresco e tipico della tradizione natalizia.
Almeno nel cucinare quel cibo e poi nel consumarlo (con relativo, eccessivo spreco di viveri, in barba alla fame nel mondo) si ritrova lo spirito natalizio di stare insieme, riuniti, tutta, o quasi, la famiglia.
Una famiglia media riunita sotto le festività, che finge di metter da parte problemi, diverbi e l'accumulo di odio di uno o più anni. Forse questa è una magra consolazione dalla deviazione del vorace consumismo.
Mi viene da pensare a quello stereotipo di famiglia che il genio di Mario Monicelli mise in scena nel film "Parenti serpenti".

Tutto questo mentre sono immerso senza scampo in un turbinio senza fine di luccichii e colori, in un vortice di lucine lampeggianti, addobbi natalizi improvvisati e di vario genere, Babbi Natale appesi e pericolosamente penzolanti dalle balconate dei piani superiori dell’immenso centro commerciale, ma anche dai balconi delle case là fuori, da colori e oggetti psichedelici, specchietto per le allodole per polli d'allevamento che amano circondarsi ed essere attratti da siffatte diavolerie.
Mi sembra di cadere nell'oblio di lucine lampeggianti e vetrine luccicanti. Mi girano intorno mentre precipito nel fondo di me e la puzza di umanità e di stantio del centro commerciale mi lacera.

Basta! Devo uscire! Ho la nausea!
Torno indietro, ritornando su ogni mio passo.
Torno verso l’ascensore e ritorno giù, nel parcheggio.
Area gialla. Seguo le indicazioni e mi dirigo verso l’area di quel colore. Ricordo il numero del posto-macchina dove ho parcheggiato: il 75.
Seguo l’ordine dei numeri a decrescere, partendo dal 95, il numero del posto-macchina che mi trovo davanti appena entrato nell’area gialla. Finalmente la vedo in lontananza la mia macchina.
Mentre mi dirigo verso l’automobile noto con opprimente ansia che la densità delle macchine parcheggiate è aumentata a dismisura. Quel parcheggio vomita progresso abitudinario, automobili.
Raggiungo il 75 e la mia vettura. Entro. Accendo il motore e fuggo via, lontano da quel mondo di assuefazione al quale mi sono adattato faticosamente bene, ma malvolentieri, tant’è che sono esploso d’improvviso data la mia resistenza a questo adattamento alquanto limitata.

Dopo aver superato varie rotatorie e strade strette mi preparo ad immettermi nella superstrada che mi porterà lontano da quel tempio maledetto. La carreggiata che mi accingo a percorrere è abbastanza libera dal traffico. La carreggiata opposta che porta al centro commerciale invece è congestionata da umani nervosi, varie nevrosi, automobili, soffocante smog e veleni.
Esco dalla società e dalla larga superstrada, dopo averla percorsa per metà, prima di svoltare a destra, verso la salvezza… forse.

Percorro una stradina dimenticata, scura, contornata di fitta vegetazione, illuminata solo dalla luna in un cielo stranamente sereno.
Mi sento meglio.
Improvvisamente in un crepuscolo nascosto osservo un lontano bagliore, fioche luci che escono dalle finestre di una piccola casa isolata dal branco di palazzoni dell’urbanizzazione divoratrice di verde.
Parcheggio l’auto in un piccolo spiazzale ai bordi della strada. Mi sistemo meglio sul sedile ed osservo quel fioco bagliore.
Penso alle vecchie festività natalizie, a com'erano una volta, più povere ma forse più sentite e vere. Penso ai solitari che festeggeranno colmi di malinconia addobbata sia di sacro che di rosso profano. Penso a chi al Natale ci crede sul serio.

Dopo qualche minuto mi rimetto in viaggio verso casa. In tutto questo turbinio di pensieri mi viene in mente che c’è qualcuno che aspetta Natale per il suo senso religioso più profondo, ormai quasi completamente perduto, a volte unendo e mischiando la sacralità del Natale religioso al diabolico Natale consumistico e profano.
Non so se esiste, tra tutte queste e altre visioni sul come vivere il Natale, una visione che sia giusta. Ne dubito.

Un po’ di malinconia e strano timore per la perdizione che mi circonda mi assale.

Mi viene da pensare che questo capitalismo natalizio, questo consumismo vorace del Natale, è, forse, l’esempio più rappresentativo della secolarizzazione del mondo.
È vero, non si rinuncia al presepe, è tradizione, è moda (termine abbastanza capitalistico). Ma di fianco al presepe ecco apparire l’albero di Natale, un simbolo storicamente pagano, comunque profano, contornato ormai di una deviata aura sacra.
Sacro e profano insieme.

Continuo a viaggiare con la mia macchina e arrivo nel mio paese. Iniziano a vedersi i primi segni di civiltà e le prime luci artificiali.
Già dai primi balconi che appaiono alla mia vista si notano svariati Babbi Natale appesi. Sono la moda del momento.
Che poi un Natale senza Babbo Natale non è Natale.
Osservando questi poveri anziani barbuti plastificati appesi là fuori al freddo e al gelo, mi ritornano in mente i tempi in cui frequentavo l’università, in particolare mi viene da pensare ad un libro che ho letto e studiato per un esame di comunicazione e pubblicità, mi pare, in cui si parlava di slogan e di mode lanciate da martellanti pubblicità, diventati una sorta di status sociale assurdo.
Mi vengono in mente Babbo Natale e San Nicola, due figure dapprima distinte (Babbo Natale non esisteva) poi entrate in contrapposizione e infine mischiate quando la viscida e assassina Coca Cola inventò, se di invenzione si può parlare, il personaggio e la relativa storia di quel simpatico vecchino panciuto con la barba bianca, colmo di doni, in sella ad una slitta volante trainata da renne, copiando palesemente le fattezze del santo, se non fosse per la sostituzione del verde (posto a simboleggiare la speranza) del vestito del santo con un rosso e bianco più natalizio, più slogan e colore Coca Cola.
Ecco che ritorna il sacro unito al profano, per assuefare e ingannare gli allocchi.

Mi sento come se fossi circondato. Ho la sensazione di essere trascinato in un vortice senza via d’uscita.

Accendo lo stereo della macchina per tentare di scacciare via quell'oblio intorno a me.
Neanche a volerlo, sono travolto da sciocchi jingle natalizi delle pubblicità di prodotti maledettamente vari.
Non c’è via di scampo.
Spengo lo stereo.

Arrivo a casa.
Finalmente posso rilassarmi.
Ora sono più lucido, lontano dalla società cannibale vestita a festa e falsamente sorridente, al sicuro.

Con maggiore freddezza analizzo le sensazioni travolgenti appena provate e i miei pensieri.
Certo, oggi il Natale è questo, prendere o lasciare.
Con la sua forza di far dimenticare problemi sociali ed economici almeno per un po’; sarebbe "irresponsabile" e inopportuno, quasi un sacrilegio, rinunciare al cenone pur non arrivando a fine mese con lo stipendio.
Sia mai che non si faccia il Natale come lo fanno tutti.
Ed è proprio la concezione di quel “tutti” il grosso problema di oggi. La paura di farsi parlare dietro da idioti, la paura che l’ipocrisia della massa ci metta ai margini dei rapporti sociali, ormai morenti.

Si, può piacere, può non piacere, ma resta il fatto che la quasi totalità delle generazioni umane attuali c’è cresciuta con questa che ormai è diventata una vera e propria tradizione aggiornata ai nostri materialistici tempi.
È vero, non riesco a sopportarlo questo tipo di Natale, ma, forse anche un po' egoisticamente, mi lascio trasportare, mio malgrado, da quest'aria di camuffata, falsa gioia natalizia. Alla fine potrebbe farmi bene se prendo questo tipo di Natale a piccole dosi, con la giusta distanza e centellinata immersione. Non riesco, anche volendo, a sfuggire a questa calamita folle.

Siamo così: "felicemente" persi in questo regno dell’effimero.

E allora mi libero urlando fuori incomprensione e compassione. Urlando fuori solitudine e l’anima ammazzata da valori che non comprendo e dalle bastardate del destino.
Quando queste sensazioni di sentirmi tagliato fuori dai concetti della società e la solitudine mi assalgono, mi viene sempre da pensare a lei e ai suoi occhi ormai perduti. Anche lei mi ha ammazzato l’anima. Urlo la mia illusione distrutta che era quella di passare un Natale d’amore con lei affianco che mi avrebbe fatto superare indenne la festa. Era solo un’illusione assassina. Speranza ammazzata. Ragazza perduta, amore perduto.

Urlo il mio cinismo per difendermi.

Ho perso completamente di vista la poca bellezza insita nel Natale che potrebbe incoraggiarmi a sorridere con lieve intensità impercettibile. Ho perso di vista il Natale.
Devo salvarmi. Devo cercare di riscoprire il Natale.

Salgo sulla macchina del tempo dei miei pensieri e dei miei ricordi e torno indietro, verso la spensieratezza dell’infanzia.
Ora sorrido.
Mi ricordo dei regali ricevuti, del mio primo fucile a pallini, del cavallo a dondolo di mio padre che passò nelle mie mani, dei dinosauri di gomma, della ruspa di plastica, della pista per la macchinine, dei modellini delle auto della Formula 1 con le quali organizzavo Gran Premi nel corridoio dell’ingresso della vecchia casa, del biliardino, del Subbuteo e dei miei pianti quando vidi per la prima volta un Babbo Natale in carne e ossa, personificato da mio nonno che aveva indossato il vestito rosso e bianco e la barba lunga per l’occasione.

Vado nel salotto, apro il cassetto delle foto. Sfoglio qualche album e finalmente la trovo: una fotografia che mi fa sorridere teneramente. L’obiettivo aveva immortalato la consegna del ciuccio a quel Babbo Natale in carne e ossa. Con volto impaurito, lacrimoso, mi allungavo per non avvicinarmi tanto all’uomo in rosso con la barba bianca che mi incuteva stranamente timore. Allungavo la mia mano per consegnargli il mio ciuccio di bambino e lui mi porgeva i regali.
Rimetto la foto nel cassetto.
Sorrido.

I ricordi viaggiano ancora.
Ricordo i pranzi fastosi a casa della nonna. Mangiavo di gusto.
Ricordo tanti sorrisi veri.
Ricordo i ricordi natalizi che emergevano dai racconti d’infanzia dei nonni e dei miei genitori.
Ricordo l’armonia.
Ricordo il calore di un amore familiare che sapevo gustare a pieno.
Ricordo la spensieratezza.
Ricordo che crollavo addormentato, beato e sorridente alla fine della lunga giornata natalizia, bonariamente pesante e dolce per un bambino.
Ricordo che non vedevo l’ora di svegliarmi l’indomani per giocare con i nuovi giochi.

Il Natale può essere anche bello; il Natale è anche bello.

Forse ho trovato il rimedio. Un giorno di spensieratezza è ciò che mi serve.

D’improvviso la macchina del tempo dei ricordi e dei pensieri mi riporta al presente. Malinconia, nostalgia e una buona dose di solitudine rendono il tempo andato pesante come un macigno sulle mie spalle.

Credo di aver bisogno di una birra. Quella birra che mi serve per annacquare la mia anima triste, addolorata e sola, fredda, più sola e gelida dei grossi alberi di natale solitari e tristi addobbati di merda nei centri cittadini contaminati di gente.
Ne stappo una da 66 cl e la bevo con disperata voracità.

Bevo e scrivo. Scrivo per liberare queste sensazioni. Scrivo come sfogo e come cura. Scrivo per respirare.

Dove sei finita, spensieratezza?

Va così: esiste un Natale buono, esiste sul serio, esiste ed è meraviglioso, fiabesco; devo solo ricordarmi di mettere da parte il vizio di pensare per lavorare di fantasia leggera e ingenua, fanciulla, per far largo alla spensieratezza del bambino che ho sepolto.
Forse non ci riuscirò.
Se ci riuscirò: felice Natale!
Se non ci riuscirò: buon Natale e vaffanculo!


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