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lavoro pubblicato domenica 15 dicembre 2013
ultima lettura martedì 19 marzo 2019

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Il Mago, Il Comandante e la Regina

di peppers. Letto 591 volte. Dallo scaffale Fantasia

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IL MAGO, IL COMANDANTE E LA REGINA

«Puoi dire a tuo fratello di badare agli affari di palazzo, stellina? Oggi esco a fare un giro fuori da Naniel»

«D’accordo, Edhel». Rifletto. «Aspetta, tu ... cosa?»

«Ho voglia di una boccata d’aria fresca». Edheldur sorride, si stringe nelle spalle come se fosse la cosa più normale al mondo. E forse lo è davvero. Ma il suo sorriso innocente non mi convince. Il mio sguardo si fa indagatore, e non mi preoccupo di nasconderlo. Ovviamente il mio buon elfo si affretta ad aggiungere spiegazioni.

«Una passeggiata a cavallo». Pausa. «Con Maric».

Ecco l’intoppo. Conosco Edheldur abbastanza da sapere che dietro quella pausa ci può essere di tutto. Soprattutto se quella breve, insignificante, pausa è accompagnata dal nome di Maric Lorien. La cosa non mi piace. Per niente. In fondo, sono la Regina. Ho tutto il diritto di assicurarmi che il mio uomo non faccia passi falsi. No. Non sono gelosa. E se anche lo fossi, ripeto, ne ho tutto il diritto.

Sto al gioco, anche se il mio viso mostra disapprovazione. Edheldur finge di non accorgersene. Siamo fatti così, noi. È tutto un gioco che si intesse aldilà delle parole, oltre qualsiasi gesto. Sono certi che tutte le donne del mondo, elfiche o meno, capiranno. Lo lascio andare via e mi apposto alla finestra, da cui ho una perfetta visuale del portone del palazzo. Ecco lì, il briccone, esce a passo sostenuto, seguito a breve da Maric. Ovviamente, ci avrei scommesso, Edheldur alza la testa verso la finestra. Non mi ritraggo, anzi ne approfitto per sfoggiare il mio miglior sorriso, uno di quelli che deve essere una spina nel fianco per chi ha qualcosa da nascondere.

Torno a sedermi. Tamburello con impazienza le dita sui braccioli dello scranno. Mi giro e mi rigiro. Odio aspettare, ma è necessario se voglio prenderli con le mani nel sacco. Devo dare loro del tempo. Tempo per prendere le cavalcature, tempo per allontanarsi dalla città, tempo per perdersi fra i boschi. La mia testa scatta verso la finestra. Mi blocco, osservo il cielo, poi riprendo a tamburellare con le dita. Sorrido, ieri ha piovuto: i cavalli lasceranno tracce ben evidenti sul terreno, seguire la pista dei duel elfi sarà un gioco da ragazzi.

Finalmente mi risolvo ad alzarmi. Solo la dignità di Regina mi frena dal precipitarmi giù per le scale, dritta nelle stalle. Incrocio tanti elfi sul mio cammino, ricevo saluti. Non rispondo. Sono troppo intenta a presagire quale guaio combineranno stavolta. A volte vorrei che Edhel non si comportasse come un ragazzino. Ma è una parte di lui. La parte più genuina del Signore di Nainiel, aggiungerei. È una parte riservata solo a pochi. E così deve rimanere. Non voglio che qualcun'altra conosca la dolcezza dietro quell’elfo che ha piegato il mondo sotto il suo pugno. Un gruppo di soldati, al mio passaggio, si mette sull’attenti. Se non fosse un’idea poco decorosa, li manderei a perquisire ogni casa di Nainiel, per avere una lista di tutte le ragazze. Se solo ne manca qualcuna all’appello, Edhel se la vedrà con me.

Nelle stalle prendo il mio cavallo. Non faccio domande all’inserviente, non ne ho bisogno, vedo da me che manca solo un altro cavallo. Maric e Edhel sono partiti con un solo destriero. La cosa mi piace sempre meno. Finalmente fuori dalle mura. Ora posso mandare al galoppo il mio destriero. Che morda il terreno più veloce del vento, seguendo quei malandrini!

Non so quanto tempo è passato. Ero così sovrappensiero da non accorgermi che le tracce ora sono più nitide, più fresche e definite. Sono preoccupata, devo ammetterlo. Preoccupata per Edhel, per ciò che potrei fargli. Non mi piace essere raggirata, mettiamola così. Scendo e lego le briglie del cavallo al grosso ramo di un albero. Cammino con cautela, le orecchie più aperte di un cerbiatto braccato dai cacciatori. Riesco a sentirli, stanno ridendo. Si, è la voce di Maric che ride alle simpatiche trovate del suo amico. Faccio un largo giro attorno ai due, fino a trovare un buon punto da cui spiarli. Mi addentro in una siepe e scosto alcuni rami.

Maric è sdraiato sul terreno con le dita intrecciate dietro la nuca. Il bastone da mago disteso al suo fianco, i ricciolini castani in perfetto ordine, come al solito del resto. Ha lo sguardo lontano, perso fra le nuvole, e mastica un filo d’erba. Vicino al mago siede Edheldur, con le gambe incrociate e il busto ben eretto. Una passeggiata a cavallo, dice lui, una boccata d’aria. Allora perché è partito con tanto di armatura nera addosso? Beh, mi sorprendo ancora dopo tutti questi anni? Edhledur è come suo padre, e come suo padre prima di lui. È un Arhathel. A volte sembra più geloso delle sue lame che di me. Ogni alito di vento gli sfrangia i capelli corvini, ma lui non sembra infastidito.

Trattengo un moto di stupore, i due sono da soli.

«Ti manca tua madre?»

Edheldur si prende del tempo prima di rispondere. «Non l’ho mai vista realmente. Penso che sia per questo che non mi manca»

Maric fa un sorriso stentato. Anche lui non ha mai conosciuto sua madre, ma i suoi occhi parlano di un’incolmabile nostalgia.

«Se potessi tornare indietro, lasceresti il villaggio?»

Proveniamo tutti dal villaggio degli Elfi Silvani. Lo abbiamo lasciato tanto tempo fa per fondare la nostra Nainiel anche se io, al contrario di loro, non ha lasciato nessuno in quel villaggio. Ho mio fratello, ho Edhel. Ho tutto ciò che mi serve. Maric ha lasciato suo padre, Edhel sua sorella.

«Se gli uccelli non volassero fuori dal nido, si ritroverebbero tutti sullo stesso albero »

Maric sorride, poi guarda Edheldur negli occhi. Torna triste. Continua a guardarlo.

«Vorrei che fosse venuto assieme a noi»

Edheldur non risponde, non ne ha bisogno. Si capiscono così, con un solo sguardo. Si scambiano lunghi discorsi in un silenzio che mi è inaccessibile. Edhel allunga una mano, accarezza il volto di Maric. Il mago chiude gli occhi, stringe la mano dell’amico. La preme contro il suo volto. Piange.

«Il suo posto è fra gli Elfi Silvani, non qui con noi, Maric».

Edheldur lascia sfogare l’amico, poi con una delicatezza che conosco fin troppo bene gli asciuga le lacrime. Gli afferra la testa, la poggia sulle sue gambe. Continua ad accarezzarlo. Guardano entrambi in alto, fra le nuvole.

A Maric manca qualcosa, qualcosa che Edheldur riesce a dargli.

Il guerriero solleva il mago, lo abbraccia, gli sussurra qualcosa all’orecchio.

Ora Maric sorride.

«Hai ragione. Torniamo, prima che Ariel riversi la sua ira anche su di me».

Fa una pausa.

«Grazie, Edhel».



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