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lavoro pubblicato venerdì 6 dicembre 2013
ultima lettura mercoledì 11 settembre 2019

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CRONACA DI UN UOMO PERBENE

di Sofija. Letto 833 volte. Dallo scaffale Umoristici

- Prende questa! - dice Traian, detto "Scrima" per la sua inossidabile abitudine di portare i capelli con la riga al centro, gel a fiumi, come se uscisse da un film poliziesco anni ottanta...

- Prende questa! - dice Traian, detto "Scrima" per la sua inossidabile abitudine di portare i capelli con la riga al centro, gel a fiumi, come se uscisse da un film poliziesco anni ottanta.
- No, compare. Come lavoro questo pomeriggio? - rifiuto lo spinello che cortesemente mi offre, lui fa spallucce e continua a tirare boccate profonde in totale beatitudine.
- Ascolta Traian, questa meglio di fottuta medicina di farmacista. Certo costa cara, belli i tempi in Romania con pianta a casa, poi polizia fatto culo così.
Eh no, Scrima. Mai fumato in vita mia, ci ho provato. Non mi piace. E ti lamenti del fottuto farmacista solo perché, dopo l'ennesima ricetta falsa per antidolorifici che gli presenti, lui si pone due domande e ti manda a fare lì dove non batte il sole. Poi ti inebetisci, ti dico di portarmi i mattoni e prendi la cazzuola, ti dico di impastare e cominci a ridere. Poi ci sono gli altri che già all'alba arrivano belli carichi di grappa, rachia, come la chiami tu, e basta una parola sbagliata per tirare su un polverone, calci, pugni e alle madri di tutti cominciano a fischiare le orecchie. E io faccio da paciere. Per amore di far finire la giornata il prima possibile e con il minor sforzo fisico e mentale.
Alle elementari la maestra mi diceva - Nicolino, tu sei bravo. Continua a studiare e farai tanta strada! - ed eccomi qua, con le dita impastate, le mani callose e le palle girate. Avevo una cartella blu ed una confezione di ventiquattro colori, non ne ho mai perso uno e li ho temperati fino a ridurli a mozziconi di un centimetro. Scrivevo tutti i compiti, alzavo sempre la mano, anche quando non sapevo le risposte e, soprattutto, ero un vero stronzo con gli altri miei compagni di classe. C'era Ciro il bullo che volontariamente vomitava ogni giorno nel mio zaino e così potevo prontamente ricostruire la sua cena della sera prima, spaghetti al sugo, broccoletti, spezzatino. Che tutto questo interesse per le amicizie ed i giochi di società non ce l'avevo proprio, facevo i compiti e aiutavo mia madre a filare la lana per creare maglioni raccapriccianti. Nicolino Pisellino mi chiamavano.
Alle medie cambiai quartiere e per necessità cambiai carattere. Ai professori non importava molto se fossi bravo o meno, se assicuravi la presenza fisica la promozione era già in tasca. Se ad un'interrogazione non minacciavi il malcapitato insegnante meritavi addirittura il dieci in condotta. Dato che andare a scuola mi piaceva ed i professori nutrivano per me un sacrosanto disinteresse, per tutti i miei compagni divenni Nicolino il Frocio. Siccome a dodici anni queste ingiurie pesano, cominciai a comprare pacchetti di Marlboro e fumare nel cortile rigorosamente sotto gli occhi di tutti. Se non attiravo l'attenzione di nessuno spegnevo la cicca a metà e mi ingozzavo di mentine, con conseguente diarrea fulminante. E dato che la nomea di Nicolino il Frocio non passava e nonostante tutto si espandeva velocemente tra le classi, cominciai ad offrire pacchetti di Marlboro alle femmine che non potevano essere catalogate come belle, ma neanche come brutte. Tutto questo prevedeva un tornaconto. Tenevo per me un pacchetto vuoto e all'occasione sfoderavo una sigaretta, per darmi un tono. Ovviamente, loro dovevano fingere di essere le mie fidanzate e devo dire che accettavano lo scambio di buon grado.
Continuavo a studiare, quasi di nascosto, ma davanti ai professori mi bloccavo. Nicolino il Frocio era sempre dietro l'angolo. E dato che i professori, che non erano psichiatri ma tizi piuttosto tonti, non si presero mai la briga di scavare nei miei pensieri, alla fine del terzo anno mi dissero - Nicola, noi ti promuoviamo. Però, per cortesia, datti a qualcosa di pratico. - che in gergo vuol dire "vai a lavorare". Ma io non me la presi, perché intanto mi ero stufato di studiare. A tredici anni avevo la noia degli adolescenti. Ma senza femmine e senza videogiochi, solo con molti brufoli.
Così decisi di iscrivermi all'industriale, tanto per non smettere di studiare e restare comunque sul "pratico", come desideravano quei professori non so se incapaci o demotivati. Conobbi così Mirko, che fu mio compagno di banco per tre anni. Aveva la fronte alta e i capelli rasati male, con buchi nella nuca dove non riusciva a vedersi. Mirko scherzava sempre e non smetteva mai di parlare. In classe c'erano solo tre ragazze ed una, Elisabetta, era burina ma graziosa. Mirko le lanciava pezzi di carta appallottolati e lei ridacchiava, io rodevo perché in quel momento Mirko non mi parlava più. Aveva un motorino truccato e spesso, invece di annoiarci sui banchi di scuola, mi portava in sala giochi o al mare. Lì mi propose per la prima volta uno spinello, io dopo un tiro cominciai a tossire tra i conati.
- Nicola, sei una femminuccia. - mi diceva finendosi da solo quell'affare e addormentandosi di sasso sotto al sole.
Mirko cominciò a presentarsi a scuola sempre di meno, io ad annoiarmi sempre di più. Scarabocchiavo sul banco e la professoressa sbraitava - Porri, sei sempre il solito vandalo! - anche se, tutto sommato, oltre a marinare la scuola non facevo niente di che. Poi un giorno Mirko venne sotto casa mia col suo motorino truccato e mi portò in un angolo, il suo viso vicino al mio.
- Nicola vuoi unirti ai miei affari? Si guadagna bene. - sghignazzò.
Era diverso, gli occhi spiritati e l'alito pesante. Ma gli volevo sempre bene. Solo che l'affare di cui parlava era spaccio e a me faceva un po' paura. Nonostante questo decisi di partecipare per trascorrere del tempo con lui che intanto a scuola non veniva mai. Solo che ora parlava poco e pippava molto. Io dovevo fare il palo, niente di difficile, ma dopo una retata di sbirri in borghese pensai bene di scappare e lasciarlo lì a sbrigarsela da solo.
- Nicolino, sei un cacasotto. - mi disse poi, e non volle più avere niente a che fare con me.
Non frequentò più la scuola e io lo persi di vista, come persi di vista anche la voglia di studiare. Per evitare di farmi bocciare decisi di ritirami e lavorare, assecondando finalmente la volontà dei miei professori delle medie. Cominciai da un gommista, poi un elettrauto e assistente imbianchino. Ma sono daltonico e quando sbagliavo colore quello si incazzava, soprattutto adesso con la nuova fissazione delle pareti variopinte. Perché il bianco, dannazione a voi, non vi bastava? Certo è che la maggior parte delle persone che frequentavo era fidanzata, maritata o pluridivorziata ed io a diciott'anni e nemmeno uno straccio di femmina avevo sempre dietro di me l'ombra di Nicolino il Frocio. A volte uscivamo la sera e, tra un rutto e un altro, quelli parlavano delle belle tette di una e delle lodevoli chiappe di quell'altra, discorsi che a me risultavano piuttosto indifferenti e che, per amore del branco, cercavo comunque di digerire. Tornavo a casa pensieroso e mia madre diceva - Nicolino mio, ma perché sei sempre triste. Perché non hai la ragazza? - mentre in verità non me ne fregava niente, ero solo annoiato e con le palle girate. Molto spesso. A volte pensavo a Mirko, se spacciasse ancora, se fosse sotto qualche ponte o se si fosse messo una cravatta e la testa a posto. Poi un giorno mia madre mi presentò Dora, una ragazza senza infamia né lode e figlia della sua amica, quella del girarrosto. Dora era talmente anonima e talmente piatta, in senso lato e non solo fisico, che mi sembrava particolarmente adatta a impersonare il ruolo di compagna per la vita. O almeno fino a quando non ci fossimo stancati. Così ci siamo sposati e ora abbiamo tre figli, Rosa, Mauro e Mirko. Rosa ha quattordici anni ma ne dimostra trentatré. Ama girare scosciata, truccata da battona e con i capelli finti, lei li chiama extension, biondo platino nonostante abbia la ricrescita nera. Rinnega le sue origini. E già ha un fidanzato che se la vuole sposare, la vuole portare in Crociera sul Mar Morto. Che forse non sa nemmeno dov'è. Mauro ha dieci anni e penso che non ci sia totalmente con la testa, a volte parla solo e dice di avere un amico che vede solo lui. A tavola apparecchia per sei e imbocca l'aria. Prima o poi gli passerà, spero. Ha i capelli neri e crespi e il monociglio che lo fa sembrare tutto tranne che intelligente. La maestra chiama sempre a casa, io le dico di parlare con mia moglie, mia moglie di parlare con me e alla fine penso si riduca a parlare da sola. O con l'amico immaginario di Mauro. Mirko ha un anno e con me non c'entra proprio niente. È biondo e ha il naso all'insù, la sua prima parola è stata "Aldo". Forse mi dovrei preoccupare, la verità è che non m'importa proprio se sia figlio mio o dell'idraulico. Dora sta a casa ventidue ore al giorno nette, io nove se va bene. Siamo una coppia solida perché non ci vediamo e non ci parliamo, a volte lei mi chiama per avvertirmi di comprare una cassa d'acqua o una ricarica del telefono per Rosa. E stiamo bene così. Ci sono sere in cui torno a casa e ho le palle più girate del solito, perché girate sono più o meno sempre, e lei sa che basta un nonnulla per farmi scoppiare. Allora mi dice - Nicola ti ho fatto i broccoletti.. - e io mi incazzo perché da quando Ciro cominciò a vomitare nel mio zaino ogni santo giorno alle elementari io di broccoletti non ne ho potuti più vedere. Quindi le do un ceffone e le dico che è un'ingrata e che dopo dodici ore di lavoro sotto il sole mi aspetto qualcosa di più di un piatto di broccoli puzzolenti. Allora lei mette su l'acqua per la pasta per poi rifare, a distanza di un mese, la stessa cazzata.
Poi c'è Maya e nessuno può togliermi quell'appuntamento mensile che aspetto contando i giorni sul calendario e gli euro nel portafogli. Lei, o lui, o che so io, sta in una sorta di soppalco vicino la stazione. Ha un letto foderato di velluto rosso ed una gigantografia di lei stessa con degli affari che sembrano ventose luccicanti sui capezzoli ed un tanga di paillettes argentate. A volto guardo i suoi polpacci e mi impressiono, se poi è alzata, o alzato, o che so io, chiudo gli occhi e lei mi abbraccia rassicurante, poggiando la sua guancia liscia sulla mia abbastanza ispida e incurvando la schiena.
- Nicolino mio, il mondo è duro! - sussurra mentre mi slaccia i pantaloni.
E passiamo assieme il pomeriggio, uno al mese perché poi Dora s'incazza. E lei fa a me quello che io faccio a lei, un scambio equo come quando alle medie le femmine fingevano di stare con me per un pacco di Marlboro. Fingiamo di stare bene perché me lo merito. Sono un uomo perbene.


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