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lavoro pubblicato martedì 26 novembre 2013
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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I PIRATI NEL MASTELLO

di PaoloGuastone. Letto 604 volte. Dallo scaffale Amicizia

  In principio c'era un mastello. Un mastello vero e proprio di plastica, enorme, che pretendevamo di far stare a galla nelle risaie attorno al paese, con noi tre dentro. Ovviamente il mastello non collaborava e finivamo sempre coperti di fango da...

In principio c'era un mastello. Un mastello vero e proprio di plastica, enorme, che pretendevamo di far stare a galla nelle risaie attorno al paese, con noi tre dentro.

Ovviamente il mastello non collaborava e finivamo sempre coperti di fango da capo a piedi.

E poi c'erano i pirati: io, Mario e Adolfo, tre ragazzini che rincorrevano le galline con la spada di legno e la benda sull'occhio, fissata con l'elastico delle mutande.

Infine, siccome ne avevamo abbastanza di finire sempre a mollo e prenderle di santa ragione, arrivò anche la nave. Dall'officina meccanica recuperammo una vecchia camera d'aria di trattore e la rattoppammo con colla per scarpe e pezzi di camera d'aria di bicicletta.

La riparazione fu abbastanza semplice anche perchè nessuno si accorse del furto del barattolo di colla, gonfiare la gomma, con la pompa della bicicletta, fu un po' più difficile, ma, dopo un pomeriggio intero passato a pompare, ad un passo dall'infarto, la nave era pronta per il varo.

Un paio di assi, trovate nella discarica, costituirono il ponte di comando.

Ne solcammo tanti, di fossi, durante le vacanze estive, avanti e indietro per l'immensa campagna, sempre fradici e conciati da pirati da strapazzo, ma, il ricordo che, dopo tutti questi anni, è ancora vivo, riguarda un certo pomeriggio di Luglio. Faceva un caldo terribile, che ci cuoceva lentamente, come maiali roteanti allo spiedo.

Non c'era altro da fare che prendere la nave e correre a rinfrescarsi giù al torrente!

Tra la curva del Sacro Cuore e il Mulino c'erano tante spiaggette: scendemmo alla Lanca del Prete, legammo la nave ad un albero e la utilizzammo come piattaforma per i tuffi.

Eravamo tutti e tre a bordo, pronti a tuffarci, quando accadde l'imprevisto.

La fune di ormeggio, per la troppa permanenza in acqua, era marcita. Sollecitata dalla corrente iniziò lentamente a sfilacciarsi e, quando ce ne accorgemmo, era già troppo tardi.

Con uno schiocco sinistro, simile al suono di una corda di chitarra, l'ultimo filo cedette e la nave finì in balia della corrente con noi tre sopra.

Il mio cuore ebbe prima un fremito di terrore puro, poi iniziò a galoppare furioso inondandomi di sudore ghiacciato.

Mentre la corrente ci trascinava al largo, capimmo che, questa volta, il pericolo era grosso.

Non si trattava di nascondersi alla vista di Don Alfredo, che voleva obbligarci ad entrare in chiesa, oppure sfuggire alle ire del vecchio Pierino, dopo avergli spogliato un albero intero di frutta.

Questa volta si trattava di combattere un nemico più forte e più furbo, contro il quale avevamo ben poche speranze di farla franca.

Non avevamo né timone né remi. Proposi di buttarci in acqua e nuotare fino alla riva.

"No!", gridò Mario, "La corrente è troppo forte e non ce la faremo!".

"E allora, cosa facciamo?".

"Ci buttiamo in acqua, ma restiamo aggrappati alla nave!".

"E...e poi?".

"E poi sbattiamo i piedi più forte possibile in modo da avvicinarci alla riva!".

Non c'era tempo per discutere. Con la coda dell'occhio, avevo intravisto sfilare, tra gli alberi, il tetto del mulino e questo significava che avevamo già fatto parecchia strada.

Troppa.

E significava anche che la cascata si stava avvicinando.

Ci scaraventammo in acqua e cominciammo a sbattere i piedi con tutte le nostre forze.

La fatica era immensa e il mio cuore sembrava voler scoppiare nel petto, però, poco per volta, la nave abbandonò il centro del fiume e puntò, in diagonale, verso la riva, mentre già si sentiva in lontananza il rombo cupo della cascata.

Aumentammo l'andatura finché riuscimmo ad avvicinarci alla riva di quel tanto che bastava per aggrapparci ad un ramo sporgente e metterci finalmente al sicuro.

Non ricordo quanto tempo ci mettemmo per ritornare a casa. Non ricordo nemmeno cosa urlò mia nonna per rimproverarmi del ritardo.

Il ricordo che, invece, ancora oggi, ogni tanto viene a trovarmi è quello della Signora in Nero che un pomeriggio lontano ci passò accanto ma se ne andò a mani vuote.

E, allora, cara la mia Signora, non posso fare a meno di trattenere una risata.

Eh già, perché ti sei presa tanta gente, tra le acque, ma noi tre, invece, siamo ancora qui.

Lo so che sei molto paziente e che sai aspettare. Ma so anche che sei molto arrabbiata.

Perché quel giorno avresti potuto prenderci, tutti e tre insieme, però non ci sei riuscita.

E sarebbe bastato veramente poco perchè eravamo piccoli e la corrente tirava, eccome se tirava.

Ma ce l'abbiamo fatta. Te l'abbiamo fatta!

Oh certo, alla fine, prima o poi, ci prenderai comunque, e non sarà nemmeno importante sapere da chi di noi comincerai.

E non dovrai fare molta fatica, in fondo, dopo così tanto tempo, perché la vecchiaia si sarà divertita assai e di quei ragazzini non sarà rimasto più nemmeno il ricordo.

E quando toccherà a me, non me ne curerò più di tanto perché saprò di aver vissuto bene e che me ne andrò stretto tra le braccia di chi ho amato per tutta la vita.

E nell'attimo in cui sentirò la tua ombra fredda accanto a me, penserò a lui, a quel piccolo pirata in mutande che un bel giorno, in mezzo alla campagna, ti mise nel sacco.

E allora ti guarderò ancora in faccia, sprezzante e coraggioso come un leone.



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