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lavoro pubblicato martedì 26 novembre 2013
ultima lettura lunedì 18 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Capiterà anche a voi

di ellissa66. Letto 781 volte. Dallo scaffale Gialli

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Qualche anno fa

Il dolore iniziò sordo come un eco lontana di vomito e nausea. Quando si rese insopportabile lo costrinse a gettarsi fuori dal letto. La testa implodeva mentre un gigantesco macigno rotolava nel suo stomaco. Non distingueva più le caratteristiche degli oggetti accanto a lui …. carponi ormai apprezzava la presenza di un pavimento. Ingoiava saliva quando smettere di respirare gli sembrò un dono.

Oggi

La sveglia suona obbediente alle sei e mezza, ma io sono già in piedi. Senza disturbare nessuno ne accendere luci ho aggredito le cinque di mattina e mi sono infilato in bagno.“Stanco. Sono stanco” ho ammesso allo specchio convinto .

Poggio delicatamente le chiappe sulla vasca da bagno e afferro i gomiti incrociati con le mani, come facevo da bambino. Ecco, sono rimasto cosi per un oretta, di cui una buona metà ho pianto.

“ Evaristooooo ” la voce che mi chiama è allegra … lei …

Apro la porta senza sorridere, completamente nudo. Mia moglie, perfettamente vestita, mi osserva. Evaristo è il nome di un capoufficio viscido che, in un film degli anni cinquanta, prova a scoparsi Doris Day. Io mi chiamo Riccardo Rossi, come il comico, come l’esempio delle pagine gialle, come il primario famoso … non come lui, sono io quello …

“Avevi ragione” sussurro controvoglia con la pelle d’oca

“Papà è nudo!” un figlio avvisa il resto della casa con tono professionale.

Mia moglie, stordita mi porge il suo cappotto, come fossimo soli in un panorama di guerra e non vi fosse altro in giro con cui coprirmi.

Non smette però di sorridere quando chiede “Su cosa tra tante?” .

Mia figlia con aria rassegnata mi porge il caffè e, con gesto automatico, risponde al telefono che suonava incessante: “Sono la figlia… mio padre è uscito… No, ha lasciato qui il cellulare…. Non lo so… Si è probabile che abbia l’altro numero, ma io non lo so”.

Da piccolo ero un ragazzino molto indipendente. Un modo più elegante di indicare che ero solo. Mi stupisce sempre scoprire che ora ho una famiglia, persone che mi vedono e che provano a comunicare con me e per me anche se non me ne accorgo. La ragazzina ha dieci anni. Ha appena mentito con eleganza al telefono senza chiedere nulla. Ha reputato fosse la cosa migliore da fare in questo momento, lei che ha trentacinque anni meno di me. Sono alla frutta e qui se ne sono accorti tutti.

Decido di indossare un accappatoio e mi siedo in cucina. Mia moglie si chiama Liliana ed è sempre stata una brava persona. Lavora part time come chimica, presso la sede romana di una piccola azienda francese. Oggi farà tardi. Ho due figli, Saverio, un maschio rachitico ed impertinente di 12 anni che mi osserva smollicando, mi stupisco sempre della quantità di cibo che riesce a contenere senza accumulare un solo grammo. E poi una femmina, Cassandra. Ha capelli corti e porta gli orecchini. il viso è tondo come tutto il resto del corpo. Veste con gli abiti del fratello, studia come se da questo dipendesse il sorgere del sole e fa colazione esclusivamente con latte e biscotti. In genere Saverio glieli ruba, lei è lentissima, e litigano. Stamane no. Sono tutti e tre li’ per me. Anche se non capisco che cosa si aspettino. Liliana profuma, si siede accanto a me e traduce quello che vedo: “ cosa vuoi fare?”.

Bella domanda. Io sono John Wayne e il capitano Kirk! Prendo aria e parlo …. “vado in ospedale …. Oggi e’ lunedì ” ….. ho avuto un attimo di cedimento. Mica capita tutti i giorni di iniziare una rivoluzione ehhhhh” rido, mi sforzo di mostrare i denti dimenticando che in genere non fa un buon effetto. E’ atavico si ha paura di essere aggrediti…. Chiudo repentinamente le fauci amplificando la sensazione generale di smarrimento.

Loro si guardano silenziosi. Saverio decide che è il momento di finire i cereali E mia moglie chiosa “vengo con te dai ti accompagno” Mi posa una mano sulla spalla e noto l’anello nuziale. Non se lo merita. Lei deve andare a lavoro e i miei figli a scuola. Afferro la mano e la stringo e rifiuto guardandola “chiedi le ferie invece che ce ne andiamo una settimana a dormire da qualche parte” . Quindi mi alzo e scappo in camera da letto. Mi infilo di tutto, afferro la mia cartellina e torno in cucina. Li osservo, hanno acceso il portatile e cliccano. Li bacio tutti. Noto che Saverio ha rubato i biscotti alla principessa, lei se ne accorge seguendo il mio sguardo ed inizia ad urlare. Chiudo la porta mentre si augurano la morte. Per fortuna, così mia moglie e occupata e non può accompagnarmi e guardarmi negli occhi.

Il traffico è sorprendentemente inesistente. Parcheggio vicino alla fermata della metro e chiudo la macchina. Mi guardo intorno. Ho paura. Decido di infilarmi in un baretto minuscolo ma molto accogliente. La prerogativa del luogo è la totale noncuranza. Sono seduto da almeno mezzora, non senza aver tolto la suoneria al cellulare che si illumina di continuo, ed ho ingurgitato tre ottimi whisky. Sono le otto e trentasei di mattina, osservo l’orologio e rifletto che da oggi lo farò tutti i giorni. Molto meglio del Lexotan.

L’odore dell’ aria rimanda a qualcosa dell’infanzia, misto a chiuso ed umido ma con un colore di dolcezza dovuto forse al fumo di sigaretta che un tempo non era illegale. Ora che lo è qui non lo hanno saputo. Sono al paese di mio nonno, nella sua cantina, lui gioca a carte con gli amici e beve, io guardo e mangio fichi. La voce alle mie spalle mi riporta a terra. La conosco. Non mi volto e non mi sottraggo all’ascolto della sua conversazione telefonica, come tutti gli altri, dentro questo posto.

“Una settimana ! mi hanno messo in ferie per tutta la settimana …. prima di tutto il convegno dura tre giorni …. ma siccome mi hanno organizzato il viaggio che manco nel terzo mondo … mi servono sette giorni hanno detto!” la voce non è lagnosa, semplicemente la persona che parla sta piangendo.

“ e come facciamo con i bambini quest’estate??” continua, mentre io comincio a capire. L’interlocutore la sostiene, la incoraggia e lei rincara la dose “ mi hanno prenotata all’ultimo piano di un albergo dove non prende cellulare e non c’e’ internet… per telefonare devo pagare l’albergo di merda che non ha autobus…. E ci devo arrivare in treno! E dal treno devo pagare il taxi che manco si sa se c’e’ quando arrivo!! Ti rendi conto??? Per partecipare ad un convegno di …. E chi sceglie il mio nome??? La segretaria pompinara rotta inculo del primario manco dipendente del cazzo di ospedale!!! E mi mette in ferie??!!!” non mi volto. La sento disperata. La immagino una maschera tra trucco e mocciolo.

Nessuno sembra interessato alla conversazione tranne me.

Lei è una povera crista. E’ una donna combattiva. Io so cosa c’e’ dietro alle sue lacrime. E anche la persona con la quale la dottoressa Benedetti parla. Dice qualcosa che improvvisamente la fa ridere. Si sganascia. Mi piego leggermente sulla destra e la osservo entrare in bagno, si laverà la faccia e verrà a lavoro. Quando si è incudini bisogna prenderle, quando si è martelli bisogna darle.

Rifiuto una chiamata e compongo il numero di Carlo. Lui risponde, sembra seccato, nel frattempo cerco i soldi nella tasca e metto cinquanta euro in mano al barista che non prova neanche a darmi il resto, ma tanto io sono già uscito, il sole mi da fastidio agli occhi, resisto, fanculo agli occhiali.

“Riccardo…. Ti pensavo” esordisce Carlo.

“Carlo ho bisogno che tu sparga la voce che verrai al convegno “La Responsabilità Medica nel Nuovo Millennio” da sabato a martedì, a Calamita”

“devo venire in culo alla luna? È un posto per nudisti” risponde come prendendo appunti.

“No, mi serve solo che tu lo dica”

“hai qualche troia?”

Non tradisco mia moglie da tredici anni e almeno tre mesi. Lui però ricorda periodi più divertenti della mia vita e, d’altro canto, chi ha organizzato la cosa, lo so per certo, l’ha fatto per dare da mangiare all’ albergo del cognato. Se ci voglio andare, lui ha capito, l’intenzione può essere nascondere una grande scopata.

“No” rispondo, Carlo non replica “ho bisogno di dormire”.

“Ok” acconsente, decidendo di non chiedere oltre.

“Grazie” dico, sono alla fermata della metro quando chiudo la conversazione.

. La dottoressa Benedetti è ferma con una cartella in mano. L’avvicino, lei si scuote - “buongiorno” - mi saluta educata

“buongiorno … sentita la novità?” chiedo allargando le braccia.

“Buongiorno... eh no ….” Certo che no, Carlo, il mio testimone di nozze, che stimo come un fratello, per gli altri è solo uno dei prossimi candidati al Nobel. In questo momento avrà chiamato il mio reparto chiedendogli se posso andare con lui.. Avrà chiamato la Donzelli, grande bocca, per dirgli che parte per Calamita. Due telefonate. Poi tornerà a lavoro. Se qualcuno gli chiederà conto un giorno, sorriderà annuendo e dirà “avevo i miei buoni motivi”.

Ma lei ancora non lo sa. Glielo racconteranno però. . Quindi esordisco come il tenente Colombo, di cui ho la cera.

“Spero di non contrariarla chiedendole tutti i documenti, i biglietti del treno nonché la sua relazione per il Convegno. Mi dispiacerebbe” continuo serio. Lei aggrotta le sopracciglia stupita.

“Avrei intenzione di partire io. L’unico ostacolo è quel cancro dello studio privato. Supporrei che dato che lei è stata posta in ferie potrebbe sostituirmi” mi fermo qui, tanto non mi chiederà altro. A malapena riuscirà a chiudere la bocca.

Cerca di rispondermi. Si impegna, ma imita perfettamente un pesce rosso. Quindi inspira l’aria carica di fumi di scarico delle macchine e deglutisce.

"Io non ho problemi... assolutamente" biascica scuotendo la testa, non riuscendo comunque a chiudere la bocca aperta.

Arriviamo in ospedale circa venti minuti dopo. Abbiamo viaggiato insieme in perfetto silenzio ed io, grazie alla metropolitana, ho parzialmente smaltito l’alcool in eccesso. La mia collega si precipita a definire i cambiamenti, io so che vuole solo attaccarsi al telefono per avvisare del miracolo e la lascio libera.

Il mio reparto ospita 30 posti letto tra degenza, sub-intensiva e privati. Questi ultimi non esistono sulla carta come pure i quattro pezzi di merda che grazie a ingerenze politiche hanno messo radici nelle stanze che avrebbero dovuto diventare la nuova medicheria e la nuova stanza della caposala, a turno.

Li vedo venirmi incontro come tanti cagnoloni, loro e quella pompinara che mi hanno obbligato a pagare privatamente con l’incarico di segretaria. Questo e lo studio privato sono stati resi necessari per evitare altre scelte, ben più importanti mi fossero precluse.

“Gli tiro un osso”- mi sono detto – “e staranno buoni”.

Ma non e stato così, più concedi e più vogliono, ed intanto tutti i tuoi sforzi ed il tuo impegno vanno in vacca, non dall’oggi al domani …. è un processo lento ma inesorabile.

Ieri li ho cacciati via. Ecco cosa ho fatto: ho fatto revocare dall’ospedale tutti i permessi, ho aperto il reparto paganti (leggi grandi raccomandati) ai degenti provenienti dalla sub-intensiva, ho scritto un gigantesco ESTICAZZI sulla mia carriera.

L’aria diventa afosa mentre mi salutano cordiali, vestiti quasi tutti di blu, e la pompinara mostra generose tette sporgenti da un reggipetto lillà. E’ la prima che mi saluta quasi abbracciandomi.

Rifletto che avrei dovuto bere di più.

“Professore … l’aspettavamo!”

Annuisco, vedo le pareti bianche ormai sporche e logore. Il pavimento dissestato, i fili elettrici pendere dal soffitto. Osservo il mento appuntito e gli occhiali dorati, quelle sopracciglia ben curate e rispondo “ci credo”

Silenzio … Stanno per elencare i nomi delle persone che mi tempestano di telefonate da ieri.

“Ho registrato tutto” biascico, ma loro capiscono perfettamente e si mettono a cuccia.

“vedete?” mostro un bellissimo pezzettino nero di tecnologia che non riesco manco ad accendere, immaginate a registrare…, ma loro lì annuiscono. Se non fossero irrimediabilmente irrecuperabili non sarebbero quello che sono.

“Tra i miei pazienti ho tre direttori di giornale e almeno quattro giornalisti televisivi. Gli consegno le voci di tanti amici, incluse le vostre. Ma non solo! Anche tante, tantissime foto e filmati. Vedeste come siete tutti carini! Pubblico tutto con un preavviso di due ore”

Alzo gli occhi al soffitto trafitto dall’incuria. Quando li abbasso, non ci sono più.

Barcollo quando spalanco le porte a vetri. Gli infermieri stanno prendendo possesso di tutto il possibile. Mi guardano senza vedermi. Rintraccio la caposala in una delle stanze. Stanno portando avanti la visita. I malati mi salutano. Sono quattro per stanza. Il bagno è in corridoio. I letti sono antichi, le tapparelle calate a metà. Sui tavolinetti, ordinate, le cartelle. Dalla finestra, il soffitto è 5 metri, entra una luce ottima. Guidi, l’uomo che mi sostituirà durante i prossimi sette giorni, osserva un foglio. Distrae lo sguardo per pochi secondi quando si rende conto che ci sono. Proseguiamo la visita insieme, tutti insieme. Come si sarebbe sempre dovuto fare. Alla fine siamo sudati, emozionati, ci troviamo appoggiati al carrello rettangolare, chiuso, che custodisce le cartelle dei pazienti e non ci diciamo niente, Ci abbracciamo come fossimo tornati da un lungo viaggio. Faccio “ciao” come i bambini piccoli e poi, giro i tacchi. Loro restano fermi. Mi accompagna Giuseppe, un infermiere. Mi porta la borsa fino al taxi che ha chiamato lui personalmente. Quando mi siedo mi stringe la mano. Durante il tragitto mi ricordo della macchina che ho parcheggiato… e di avvisare Liliana.

“Lilia’ !”

“Ricca’!” risponde ironica

“Hai chiesto le ferie?”

“che ?? si penso che si possa fa.. pensavo la settimana dopo Pasqua ….ma n’do stai…”

“Ascolta lIlia’…. . Ho riflettuto. Me ne vado ad un convegno a Calamita… sarebbero due ore in macchina ma hanno prenotato un viaggio che dure un giorno…. te invece prendi le doppie chiavi della mia auto “

“che???”

“ascoltami: se prendi le doppie chiavi della mia auto e ti fai accompagnare con la valigia all’angolo di via Casmire, vicino al negozio di borse, arrivi prima di me. Ohhh anche domani … stare li fino a martedi e secondo loro tornare mercoledi…”

“…vojo crede che scherzi” sussurra mentre ascolto i suoi passi in sottofondo, si sta allontanando per parlarmi da sola.

“per gnente. Qui si scatenerà l’ira di Dio. Io me ne vado e quelli saranno costretti a parlare da soli. C’e’ sto convegno, ci dovrebbe venire Carlo”

“Carlo a Calamita????? Manco se lo vedo” ora può esprimersi liberamente ….

“infetti non ci sarà. Dai vieni con i ragazzini”

“Ma se hai la macchina alla metro da stamattina non c’hai manco la i vestiti …. E lo studio come fai….”

“Ci pensa la Benedetti. Io ho preso il suo posto al convegno e lei il mio allo studio…”

“…. Voglio stare calma…” ride apertamente. Non è un buon segno.

“devi stare calma….” Quanto ancora mi sopporterà?

“A che ora parte il treno…” chiede.

“all’una”. Poco… mi sopporterà ancora per poco.

“se ce la faccio ti porto una borsa…. Ti chiamo stasera comunque…..”

“Ti amo?” mi auguro che regga. Che nessun disponibile bell’uomo glielo appoggi. Che nessun piacente quarantenne le offra una birra con la scusa di sentire i suoi sfoghi.

Lei non risponde subito, io resto in linea fino a che non sento la sua voce dichiarare “si direi di si. Facciamo così cavatela fino a sabato, io arrivo con le mutande pulite in serata”

“Si anche io ti amo Liliana”. Chiudo la conversazione e infilo il cellulare in tasca. L’uomo alla guida mi fa segno che stiamo per arrivare. Mi indica un entrata laterale che conoscevo, si assicura che io sappia dove vado e mi consegna il suo biglietto per il ritorno.

L’odore della stazione Termini, quando scendi dal taxi ti ricorda che stai per partire. E’ un misto di urine, ferro, cibo, sudore, plastica, gas di scarico. Tra morire asfissiati e partire decido per la seconda. Salgo sul treno e prendo possesso del mio posto.

Sarà mio fino alla fine, pare.

Leggo il messaggio della collega miracolata “ho appena sentito sua moglie. Le ho confermato la mia disponibilità Grazie. Benedetti” e chiudo gli occhi … Dormo.

Mi sveglia l’umido della notte con il suo abbraccio.

Quando avevo dodici anni ero molto magro e vivace. Ricordo aneddoti felici e lunghe gare in bici durante le quali le mie gambe soffrivamo. Cadevo, mi ferivo, mi rialzavo.

Quel giorno tornai a casa prima, avevo fame. Scorsi mia madre al telefono.

Era terrea. Annuiva, compita, e ringraziava.

Pensai istintivamente che una batosta presa mi avrebbe permesso di fare tutto quello che avessi voluto quel giorno.

Rimase infatti sulla poltrona un po’, ciondolò in soggiorno e solo verso le cinque si accorse che io avevo mangiato tutto quello che avevo trovato ed ero uscito senza aver riordinato o compiuto nulla dei compiti assegnatomi.

Correvo sulla bici su Via Portuense. Le macchine, non più pericolose sembravano lente e goffe. Ad un certo punto volai. Volai! Non avevo visto il gradone del marciapiede terminare e la mia bici si era impennata nel vuoto. Strinsi i freni e ascoltai le ruote toccare nuovamente terra ad un centimetro da una fiat 500. Non caddi. Non fui travolto. Tremavo ancora quando rientrai a casa. Corsi incontro a mia madre e le raccontai tutto. Lavai i piatti senza smettere di parlare. Lei inclinò la testa e mi raccontò della sua amica.

Non ricordo tutti i particolari di quel racconto doloroso.

“Perché lo stai dicendo a me?” chiesi, sommerso dall’ egocentrismo della pubertà.

“Perché dopo quel salto sei più grande” Rispose.

Ora con gli occhi aperti guardavo lo scompartimento pieno di persone, tutti uomini, di varia età e stato sociale.

Non rivolgo la parola a nessuno. La maggior parte stanchi, alcuni distrutti guardavano lo schermo di cellulari, tablet, portatili. L’uomo seduto accanto a me dorme. Di fronte a me un ragazzo sui vent’anni legge un libretto di istruzioni. Chiudo e riapro gli occhi. Ho individuato anche un malato. Sclere grigiaste abito più grande di lui perche evidentemente ha perso peso troppo in fretta, sguardo sperduto.

Sollevo la mano e lo saluto. Lui non sorride.

Allora mi alzo e seguendo il ritmo del treno lo approccio rapidamente. “Si vuole sedere?”Alcuni risponderebbero no. Altri elencherebbero liste di persone potenti pronti ad aiutarli. Qualcuno si offenderebbe, Poi c’e’ lui, che è intelligente ed accetta. China il capo Sulla parete e si addormenta. Io prendo il suo posto sul predellino e guardo fuori. Quando arriviamo alla stazione di Caramatta assisto ad una diaspora disperata. Corriamo tutti verso il la coincidenza per Calamita attraversando il binario, il sottopassaggio è chiuso per lavori. Io e il malato ci teniamo compagnia in questa paradossale carica dei disperati mentre attraversiamo il binario proprio sotto il cartello che impone di non farlo. Ridiamo proponendoci di farci fare una foto. Mi guardo attorno. Il buio nasconde i difetti di questa stazione in cui i cartelloni pubblicitari la fanno da padrone, culi affascinanti per lo più. Con noi anche il ragazzo biondo che leggeva libretti di istruzioni e tre della persone che hanno fatto il viaggio in corridoio con me.

Forte del numero, sfondo un muro di persone e conquisto un unico sedile che consegno al mio paziente. Noi quattro ci posizioniamo i a raggiera intorno a lui. Ci guardiamo soddisfatti quando il treno stracolmo parte concedendoci un onda degna delle migliori giostre di paese. Uno dopo l’altra le stazioni svuotano il nostro trenino concedendoci riposo. Alle ore 23.34 siamo a Calamita.

Devo aprire un ennesima parentesi. Io son un monnezzaro. Mi piace guardare tra i rifiuti, vicino i cassonetti. Le persone buttano la qualunque. Io raccolgo.

Appendiabito bianco di legno

Albero di limone

Tre gerani con vaso

Pianta di alloro

Sedici quadri

Lo specchio attaccato alla porta di ingresso, quello che prima che cadesse era nella camera da letto e quello in bagno con la cornice bianca.

Oggettistica varia tra cui la mia statuetta preferita raffigurante un micio

Un micio vero, si chiama Lampa e ora ha 8 anni

Lenzuola cuscini piumoni cuscini su cui spesso dormono i miei due cani e quattro gatti. Un piumone però è sul mio letto.

Tanto per dire. Io sono un ottimista di natura. Sono un medico. Aggiusto raccolgo, poi mi stufo facile. “Lei dove va” mi dice il malato “mia moglie ci viene a prendere l’accompagno volentieri”.Respiro a pieni polmoni l’aria pulita di questa piccola stazione pitturata di blu. Questo moribondo mi ha annoiato. L’ ho individuato, fatta la diagnosi. Ora lo curo. Non se ne parli più.“Non lo so dove vado io ma te non ci vieni. Te torni a Roma in ospedale. Se mi ascolti ti ricoveri stanotte. “ Allungo la mano e gli porgo il mio biglietto da visita. Lui comincia a ridere supportato dagli altri due, il ragazzo biondo e lo spilungone. Poi smettono dopo essersi passati il pezzetto di carta.

“Non mi sembra il caso di pazziare” suggerisce il biondo e mi restituisce un biglietto da visita, non il mio. Quello che il padre ha tirato fuori dal portafoglio. Non lo guardo, so riconoscere i carabinieri quando li vedo. “Ho mandato un messaggio al medico che mi sostituisce. Ora chiamo il reparto. Se lo carichi sulla macchina alle cinque e ricoverato. Fra quattro giorni te lo opero. Senza spese ulteriori.” Afferro il cellulare dalla tasca. “Allora? Che volemo fa…. “ Il malato per me gia puzza. Deve guarire o togliersi dai coglioni,al limite morire ma mica può rimanere li a guardarmi. “La sua foto ci sta su internet” suggerisce una ragazza, sopraggiunta da poco. “Sono la figlia” si presenta tendendomi la mano mentre indica il pennellone che si irrigidisce contrito. Eggia’ tutti dipendiamo da una donna. Stringo la mano sicura e quella subito dopo la usa per porgere lo smart phone dove il mio faccione deturpa l ‘ospedale per cui lavoro.

“Io penso che ci vado. Sono stanco di campare cosi, chiama dai” mi autorizza il futuro zombie. “ ma dottore una cosa gliela devo dire. Non ho denaro alcuno.” deglutisce “e se devo tornare a Roma mi debbo fare prestare una somma”

Compongo il numero e dopo qualche squillo una voce assonnata mi risponde, si chiama Gaspare ed e uno degli infermieri che fa la notte. Lo avviso che arriva un nuovo ricovero, gli passo tutti i dati e lui ne prende nota. Poi mi chiede veramente curioso “ma operi te?”

“si penso di si, torno in tempo”

“quindi torni dotto’… emmenomale” non lo so se e ironico ma glisso.

“fatte n’artra canna” sussurro, lui ride, un campanello suona in sottofondo. Ci salutiamo. Alzo lo sguardo.

Guardo la nuova arrivata. E’ sulla quarantina, capelli corti, faccia tirata. “sono la moglie” si presenta. Anche lei mi porge la mano. “Suo marito si ricovera. Bisogna trovare qualcuno che lo porti a Roma stanotte.

“L’altro medico dice che deve fare molti altri accertamenti. Dobbiamo aspettare” biascica. Quello che la colpisce non e la situazione surreale, e’ la paura.

“L’altro medico ha tempo io no.” Si sa sono stufarello.

Ci osserviamo. Lei trema. Indossa una felpa blu su un paio di pantaloni neri, è stanca. Deve decidere.

“E dai Gerardo sali in macchina che Roma non l’hai vista bene“ . Mi sorride compiacente. In questo momento, posti a semicircolo su questo binario in questa stazione desolata sembriamo felici. La ascolto dare ordini e vedo tutti assumere posizioni, ruoli, competenze. Il biondo viene incaricato di portarmi in albergo. Lei con la figlia del pennellone che scopro essere suo fratello, accompagneranno il malandato, finanziati da una colletta improvvisata. Persino io metto cinquanta euro. Per circa mezzora in stazione giungono persone di ogni foggia. Tutti salutano porgendo la mano e piccole somme. Giunta a cinquecento euro la Signora ingrana la prima e ci saluta. Io vengo pilotato verso la macchina con il ragazzino che conosce la strada per andare dove devo andare.. “sono felice di averla incontrata” mi saluta riconoscente mentre mi apre la portiera “e spero di vederla presto” mi saluta sempre stringendomi la destra.

Io scendo ed osservo l’albergo. Mi sorprende, e’ bellissimo. Una piccola costruzione a cortina incastonata nella roccia. Le finestre, tutte di legno, sono illuminate e piccoli balconcini offrono piante colorate. Il vialetto e’ circondato da un orto botanico, per lo più piante grasse di ogni taglia e tipo, ma anche rose e un albero di limoni pieno di frutti. Piccole lanterne ecologiche mi illuminano.

Compio cinque o sei passi e sobbalzo. Un ragazzo, magro e vestito di nero mi osserva. Istintivamente riproduco l’atteggiamento più amichevole che ho visto mettere in atto da quando sono arrivato qui, porgo la mano aperta verso di lui e sorrido mentre, all’una di notte dichiaro a uno sconosciuto in penombra “salve mi chiamo Riccardo Rossi”

Riconosciuto il codice ed il nome, il tenebroso si tira immediatamente su e allungata la colonna stende il braccio e stringe la mia mano. Alle mie spalle la macchina del figlio di Gerardo mette in moto e si allontana. Sono arrivato a destinazione. Il cucciolo d’ombra mi accompagna dentro senza accendere nulla e mi porge sottovoce una chiave. Io in cambio gli cedo la mia carta d’identità e il bancomat. Quest’ultimo mi viene restituito dopo qualche secondo e dopo l’inserimento del cosiddetto PIN. Sorridendo mi viene illustrata una piantina dell’albergo. Con l’indice indica la cima.

“è la sua stanza, qui funziona tutto con il fotovoltaico, ma abbiamo qualche problema con l’illuminazione notturna “

“potremo tingerci la faccia di nero così saremmo perfetti” scherzo, in realtà sto morendo di sonno anche se erano anni che non mi divertivo cosi. Ovviamente, dati i problemi con l’energia alternativa il mio bagaglio me lo trascino su per le scale. L’ascensore non e sicuro. La porta è dipinta di blu, che rappresenta il mare e bellissimi e stranissimi pesciolini ci nuotano dentro. Il letto è comodissimo. Mi spoglio ed entro nella doccia senza attendere che il simpatico portiere di notte abbia terminato il discorsetto d’obbligo. Quando esco infilato in un magnifico accappatoio fornito dall’albergo (cotone naturale) è ancora lì. Ci osserviamo silenziosi. Lui improvvisamente capisce e, visibilmente imbarazzato mi saluta.

“ buonanotte allora…”

“buonanotte a lei”. Quando esce rifletto che voleva fare buona figura, mi dispiace di non avergli dato più soddisfazione. Non mi ricordo manco come si chiama.

Il resto è sonno profondo.

2) La sveglia

Nulla cambia al risveglio. Sono sempre io ad aprire gli occhi, questa di per se e una notizia confortante. Non metto molto a fuoco se non gli abiti e le tende aperte. Sono blu scure. Sul tavolino due vassoi mostrano del cibo. Devono avermeli portati mentre dormivo e chi lo ha fatto ha pensato mi servisse la luce. Non mi importa che ora sia. Sono curioso invece di di vedere dove porta la scala che intravedo nel balconcino. In accappatoio mi affaccio. La testa mi gira ma il panorama è eccezionale. Salgo sulla scala e senza guardarmi indietro arrivo al tetto. Il tetto e protetto da un gazebo bianco. I muretti sono anch’essi bianchi. Di fronte a me un altro accesso, segnalato da un cartello ingiallito. Lei e lì, seduta su una sdraio che prende il sole. Ha circa la mia età, capelli corti e indossa un paio di jeans e una maglia di cotone a maniche lunghe blu. Mi sento a disagio ma non posso materialmente fare marcia indietro senza essere visto. Il rumore ha richiamato la sua attenzione. Mi guarda, non parla. Intorno a me le roccia e di fronte il mare. Scenderei di nuovo le scale ma lei inizia a parlare

“ Buongiorno. Come sta?”

“ Bene, grazie””

“Vuole prendere il sole?”

“No… torno giù cosi mangio mi hanno portato i pasti in camera… sono qui per curiosità …”

“ahh beh io lo avevo detto a Santolo che doveva chiudere la scala.. chi sale non scende piu..” ride. Scuote la testa. E’ una bella donna ma io non le interesso. Decido di sedermi ma ci ripenso repentinamente, mi contraddirei e non voglio dare l’immagine di un disadattato mentale. Mentre scendo mi do dello stupido ma quando rientro sono felice. Mangio volentieri guardando fuori. Esco di nuovo sul balcone e mi accendo una sigaretta. Fumare fa male e quello che accadde alla seconda tirata mi ispira la decisione di smettere. Avevo già notato salendo una rientranza nel muro. Ci poggio un piattino adibito a portacenere. Il resto e’ sfacello. Come attendesse solo me il muro crolla. Dapprima si sgrana come un formaggio poi precipita verso il pavimento del balcone. Resto impietrito. Respiro profondamente. Osservo la scena come rapito e scorgo quanto resta spalancando gli occhi.

<img alt="" />Qui dovrebbe esserci un immagine che non sono riuscita a inserire.... rappresenta un uomo mummificato..... qualcuno può aiutarmi?

Il muro si e sgretolato integralmente, come se un sipario si fosse aperto ed ora il mio amico muto e rinsecchito fosse entrato in scena. Mi avvicino. E’ un uomo mummificato. Mi ci mancava solo lui. Il mio primo istinto, dopo aver gettato la sigaretta stizzito e quello di ricomporre il muro. Lo farei anche ma il rumore ha richiamato spettatori non paganti. Il ragazzo che mi ha ricevuto ha un apertura mandibolare di tutto rispetto. Ha utilizzato una seconda chiave, forse preoccupato che gli stessi scassando la camera. Dall’espressione contrita capisco che anche lui ricostruirebbe ilmuro.

“E ora chi lo dice a mio padre….” È abbattuto, sconvolto.

“Tuo padre è l’ultimo dei problemi, chi lo dice ai carabinieri…” aggiungo io.

“No qui dotto’ è tutto abbusivo, qui mica lo possono trovare… enno’ bisogna aspettare che torna mio padre…ma come si fa ma da dove mi viene…”

Sono avvilito ma mai quanto lui. Mi dice che mi ha portato la colazione e il pranzo. Che sono uno dei pochi clienti paganti dell’albergo. Che suo padre è in Germania a lavorare per tirare su qualcosa. E’ disperato. Più la sua angoscia monta più io mi tranquillizzo. “Certo non e periodo per scandali….”

“le multe sono salatissime….”

“vai a dimostrare l’estraneità vostra di fronte a un uomo mummificato ….”

Sono le frasi che pronuncio per consolarlo, Dopo sei minuti di “comune” accordo decidiamo che l’uomo, goliardicamente soprannominato Tut (come tutankamon), può stare benissimo lì.

“secondo me avrà …. Sei anni” mi pronuncio metodico “quindi giorno più giorno meno….”.

“mio padre ritorna la prossima settimana” suggerisce il ragazzo, che si chiama Santolo ed ha 21 anni. Bravissimo per la sua età.

“Appunto” concludo giulivo “e Tut non ha fretta”.

“Ma esiste un problema” interloquisce “Simona .. vive qui .. fa le pulizie .. come si fa a non farla entrare ..”

“La donna delle pulizie? “ chiedo mentre cerco un paio di guanti in bagno. Li avevo visti dentro il mobile. Sono lunghi e spessi e di un bel giallo canarino. Li indosso.

“Si noi le passiamo l’alloggio e lei ci fa le pulizie… vive nella stanza di fronte alla sua.. “

Realizzo di averla conosciuta sul tetto. Per esserne sicuro la descrivo a Santolo che me lo conferma. E’ un problema. Ma vi ho gia posto rimedio con un piano improvvisato. Afferro la mano destra di Tut e tiro delicatamente verso di me. Un dito si stacca. Sono imbarazzatissimo. Farei qualsiasi cosa perche il ragazzo non se ne accorga, lo infilo repentinamente nella tasca poi mi volto ed entro

“ dai forza dobbiamo darci da fare, prendi le lenzuola…” Lui sgrana gli occhi e mi obbedisce ciecamente. Gli manca molto il padre ed io, immeritatamente vado bene. Prendiamo due lenzuola, ne mettiamo uno a terra, tiriamo Tut. Un blocco, lui e il suo giaciglio si staccano. Lo rivoltiamo, lo posiamo a terra e lo copriamo con il secondo lenzuolo. Poi lo portiamo dentro. Sempre sollevandolo con delicatezza lo mettiamo a letto. Lo copriamo e bestemmiando puliamo il balconcino dai detriti. Abbiamo tempo fino alle sei, ora in cui Simona rientra per dare una mano in cucina e ai tavoli. Sono venti sacchetti che non sappiamo dove smaltire. Non ci sono lati positivi. Gli ospiti stanno tornando in albergo e Santolo si deve rendere presentabile. Resto io, Tut e un muro disintegrato ma molto ordinato. Guardo fuori. Che al muro manchino novanta centimetri non se ne potrebbe accorgere nessuno. Ovviamente tranne il muratore di Tut e Simona, che entrando, domani mattina scoprirebbe il mio amico nel letto.

Scendo a cena con una faccia da culo incredibile. Scherzo con gli altri ospiti, sorrido alla cuoca, concedo mance generose ai due camerieri, uno dei quali è il ragazzo biondo, il figlio del carabiniere che opererò.

Santolo mi tratta da cliente raccomandato quale sono. Mi viene servito di tutto dalle cozze gratinate alla zuppa di ceci. Mangio e bevo come se il mondo terminasse domani mattina e io debba morire stanotte. Poi saluto tutti e salgo le scale (l’energia alternativa è evidentemente finita) e rientro in stanza. Saluto Tut, accendo la televisione e mi metto sulla poltrona accanto a lui. Mi risveglio alle tre di notte. Qualcuno bussa alla porta. In preda ad una pesantezza di stomaco, che neanche un coccodrillo, mi alzo e chiedo “chi è”? potrebbe essere anche la signora con la falce per quel che mi riguarda.

“Sono Santolo… aprite….” Ora mi da del ‘Voi’?

Apro la porta e lo scorgo teso. Preoccupato. Trascina all’interno un carrello di ferro a rotelle. “Ci mettiamo sopra i sacchetti e poi li buttiamo….”

“E come?” chiedo io abituato a smaltire tutto legalmente.

Appare sorpreso dalla domanda. Lo osservo: è bellissimo. Ha dei lineamenti latini definiti e capelli folti e lucidi. “Ci pensa Carmelo, gli ho detto che passasse alle cinque, gli do’ dieci euro” espone il progetto con voce tremante. Credo tema il mio giudizio.

“Chi è Carmelo?” devo pur chiedere qualcosa.

“L’arabo che fa i Kebab in piazza… a volte viene a cucinare pure qui… fa anche il muratore… fa tutto se lo paghi…”

“Arabo?”

“Si certo, Egiziano. si chiamerebbe Kerim ma Carmelo è più pratico….”

“Ma l’ascensore? Se non funziona quello per gli ospiti non funzionerà nemmeno quello di servizio….”

Santolo fuga ogni mio dubbio con un alzata di spalle “ho riattaccato la corrente dotto’ “

Il resto è una lenta agonia.

Sul pavimento resta qualche traccia di polvere e nella stanza il parquet si rovina in un paio di punti ma sono particolari che solo il Tenente Colombo o al detective Monk potrebbero scoprire.

Carmelo arriva puntuale. Porgo venti euro a Santolo che mi caccia via, non potrebbe giustificare la mia presenza. Salgo le scale (il buon ragazzo ha staccato di nuovo l’energia elettrica…) e mi ficco sotto le lenzuola del letto accanto a quello di Tut. Mi sono appena addormentato che di nuovo qualcuno bussa. Mi alzo e spalanco la porta. Arrestatemi non me ne frega nulla, tanto sto morendo.

Santolo per nulla colpito dai miei rantoli mi porge una banconota da dieci euro e mi comunica che se alzo la cornetta c’e’ una telefonata per me. Quindi non è stato lui a svegliare me. Qualcuno, cercando me, ha interrotto il suo sonno.

Rispondo. E’ mia moglie. Dovrei raccontarle quello che è successo?

“Lili come stai!!”

“sono due giorni che non riesco a parlarti” non sembra arrabbiata. Mi riferisce solo l’accaduto.

“Scusami” ricordo solo ora di non averla chiamata, ero preso da Tut. “Ho avuto tanto da fare” riassumo.

“Beh dato che dopodomani operi, non vengo …” me lo dice lei, pensa cosi di abbreviare i tempi… in realtà mi ricorda che ho venti ore per piazzare una mummia.

Come da accordi copro Tut e lo saluto. Sbarro il cancelletto del terrazzo, serro la portafinestra, inoltre chiudo la stanza e sul pomello metto il cartello “do not disturb”.

Scendo rasato e vestito alle otto. Saluto Santolo che davanti a tutti si scusa perche le pulizie questa mattina tarderanno. Simona è dovuta correre in paese a fare la spesa data l’alta affluenza nel ristorante. Tornerà alle undici. Gli rispondo che assolutamente per me non cambia nulla, che tolga la mia stanza dalla lista di quelle da pulire, anche perché la lascerò il giorno dopo. Lui, che è uno straccio, recita la parte perfettamente. Gli estorco le chiavi della macchina e guido fino alla stazione dei Carabinieri. Una volta giunto chiedo di parlare con Sperandio Claudio, lo zio del cameriere, fratello della moglie dell’uomo che dovrò operare dopodomani.

“Ho bisogno di una cortesia” sono nell’androne di una palazzina inizio novecento. Lui mi sorride, è quasi felice di potermi agevolare. Mi conduce nella guardiola e siede dietro un computer, lo accende, mette le mani sulla tastiera, alternando piccoli tocchi sul mouse. “mi dica!” ora è pronto. Domani devo ripartire. Dopodomani devo riprendere la mia vita ed entrare in camera operatoria. Quindi la mummia non mi può rimanere sul groppone. Parlo a voce lenta e cadenzata:

“Sto cercando una persona. So’ che era di queste parti. alto un metro e ottantacinque, forse quanto lei. Capelli brizzolati e barba. Corporatura robusta e buono stato economico. Non la sento …. Nessuno lo sente da almeno sei anni. Cinque sei anni almeno.”

Questa richiesta posta con un tono melodrammatico è frutto di un ragionamento. Se Tut fosse scomparso senza pagare, in un albergo in cui mi hanno fatto pagare in anticipo e staccano la corrente per ridurre all’ osso le spese, Santolo se lo sarebbe ricordato. Questo significa che il mio amico incartapecorito non aveva legalmente preso alloggio li’ con tanto di registrazione alla questura. Pur chiedendo, nessuna schedina sarebbe saltata fuori a presentarmelo. Ma, un uomo di quella taglia non poteva essere stato ucciso e portato all’ultimo piano, che ne so da un cliente. Più probabilmente Tut era in visita a un ospite di quella stanza.

Il carabiniere continua a ticchettare, cliccare con cadenza regolare e senza sollevare lo sguardo dal computer mi risponde “qua la gente viene e va…. Vorrei più particolari…”

Non ci credo, a Calamita si conoscono tutti. È un centro piccolissimo e disperato, strozzato dai debiti e dalla mancanza di lavoro. Se il treno li collegasse meglio potrebbero anche lavorare con il turismo per esempio.

“Non è un mio amico. Non lo conosco. Ma sono molto affezionato a qualcuno che lo cerca.”

Mi sono incartato. Ora mi chiederà un nome e cognome. Me la cavo come medico … perché mi sono messo in questo impiccio?Ecco ho deciso. Non resisterò molto ancora. Mi sento Pinocchio … va bene confesserò tutto. Ora gli racconto la storia … .in fondo che mi possono fare?

Improvvisamente ricordo Santolo. E proseguo l’attesa.

Lui continua a cliccare. Mi guarda. Non vede Pinocchio. O forse si.

Rimette lo sguardo sullo schermo e mi risponde. “Luciano Bulgari, qui lo chiamano mosca. Professione sarto”

“Da quanto …”

“mmmm la moglie disse che avevano avuto una delle tante liti…. Probabilmente si è trasferito da qualche parente all’ estero …. Qui lo fanno in molti…. Sono sei anni che non lo vede e non riceve un soldo per i figli …. “ prende aria, clicca sul mouse, decide di continuare “ ha svuotato il conto corrente nella settimana precedente alla fuga … 26 mila euro circa, per fortuna lei lavora nella scuola come insegnante … prima lo cercava … poi si è organizzata … “

“E voi? Non lo avete cercato?” chiedo

“Non ha voluto lei. Dice che i figli non si pagano. Abita qui dietro se volete. Via Leopardi 23, uscite, continuate dritto, la prima a sinistra e poi la prima a destra”

Se è lui non se ne è mai andato da Calamita, i suoi soldi si.

“E aveva amici? Nemici? Si …. Insomma che vita faceva ….”

“Donne … giovani …. Spesso straniere. Amici … diciamo che nessuno lo ha rimpianto. I fratelli hanno passato una cosa di denaro ai nipoti e tutti abbiamo dormito meglio …”

Mi fissa. Quindi Tut era soprannominato “mosca”. Uno che si nutre di merda e che sporca tutto quello che tocca …. Abbiamo? Perché dire “Abbiamo?”

“Aveva precedenti penali?”

“No ... giocava… come tanti”.

Mi alzo e tendo la mano. Anche il carabiniere fa lo stesso. Lo ringrazio e mentre esco con la coda dell’occhio spizzo sullo schermo. Mi aspettavo qualcosa tipo RIS, ed invece il cognato del mio paziente stava giocando a poker. Esco sulla strada e chiamo Santolo.

“buongiorno”

“Buongiorno dottore tutto bene?”

“Sto andando a trovare la moglie …. “ come mi sento Montalbano”! “la signora Bulgari”

“Mirella? Ma no… il marito …. O madonna … Io ho chiamato mio padre. Come lei mi ha detto. Sei anni fa era tutto finito, ma la stanza ancora non si affittava. Mio padre dice che fino al 2010 non ci ha vissuto nessuno. E poi mi ha detto di chiedere a Simona. Lei sa tutto dell’ albergo”

“Cosa gli hai raccontato a tuo padre?” ho bisogno di una sigaretta.

“Che il muro e caduto con il cliente dentro, che ho pulito e che Carmelo ha gettato tutto, che era un’intercapedine probabilmente si era pensato di mettere un armadio a muro, che non si è più fatto. Lui questo non lo ricordava.”

“Quando torna ?”

“Gennaio” me lo dice con un filo di voce.

“Torno tra un ora” aggiungo. Sono piu bravo io. Non mi fermo “ e per favore dammi del Tu. Mi chiamo Riccardo”

“Ti lascio la zuppa di pesce Riccardo” mi dice felice.

Mi trovo la casa di fronte. Una piccola villetta molto ben tenuta. Mi rendo conto di non conoscere il cognome della signora. Poi rifletto. Che ci vado a fare?

Non ho tempo di rispondermi. Una donna apre la porta si affaccia sul vialetto. E’stata avvisata. Procede verso di me fino a raggiungermi. “buongiorno dottore”

Trasmette rifiuto in ogni suo movimento. Non mi invita ad entrare, non vorrebbe che io fossi lì e desidera solo che mi allontani velocemente.

“Sto cercando …”

“soldi? Mio marito? Non ho nessuno dei due. Se ha fatto debiti non è qui che dovete venire, lui non abita qui. Non è più nessuno, non esiste più dalla sera del sei aprile 2007 quando se ne è andato, da quando lo abbiamo CACCIATO. Lo dica a chi vuole, noi lo abbiamo CACCIATO e non lo rivogliamo e non pagheremo i suoi debiti”

Urla, per lei scoprire le corna non doveva essere cosa nuova. No doveva esserci qualcos’altro.

“Io non lo conosco.. Vorrei capire cosa è successo. Non lo so nemmeno se lo voglio sapere.”

Resta ferma e mi guarda respirando a bocca aperta. Socchiudendo gli occhi comincia a ridere. Restiamo in mezzo alla strada. “Aveva messo in cinta una ragazzina di 17 anni…. Come a mia figlia … e mi viene in casa a dirmi che ha prelevato i soldi perche le deve pagare l’aborto perche il figlio è down. Lei si rende conto? Mai nella vita MAI NELLA VITA”

“L’aborto….” Sussurro.

“Omicidio… PECCATO MORTALEEEE ha portato il PECCATO MORTALE NELLA MIA CASAAAAAA” ed inizia ad urlare. Non sono i soldi che rivuole. Grida mentre gesticola come una tarantolata alla ricerca dell’innocenza. Le mattine di Natale. La colazione di Pasqua con le uova. L’odore dei panni puliti.

“Sono addolorato” non provo ad abbracciarla. Lei deglutisce si asciuga le lacrime con le mani e conclude “E’ UN ANIMA DANNATA DELL’INFERNO DEVE BRUCIARE E PIANGERE PER I SUOI PECCATI!!!!”

Me ne vado. Lei urla ancora ma appena voltate le spalle altre persone la afferrano. Non è sola. Torno a piedi in albergo dimenticando anche la macchina di Santolo. Arrivo per l’ora di pranzo. Tut mi guarda dal suo letto come a dire “te lo avevo detto…”. Scendo per pranzo e trovo la sala piena.

“Oggi abbiamo tutto prenotato ” Le occhiaie di Santolo sembrano disegnate “Dottore lei ci ha portato tanta clientela” Gli concedo una pacca sulle spalle e ammiro il prodotto del mio lavoro. Un unico posto vuoto brilla in un tavolo da due posizionato vicino all’acquario. L’altro commensale è Carlo. Mi sorride, non si alza ma mi mostra la sedia. Lo avvicino e mi siedo. Mangiamo in silenzio.

“Ho preso una stanza qui, ti riporto a Roma, domani” Carlo parla a bocca piena e io non lo sopporto.

“E chiudi sta bocca cazzo”

Annuisce.

“prima ti devo presentare qualcuno”

Continua ad annuire. Finiamo il pasto. Restituisco le chiavi a Santolo che non ha il tempo, per fortuna, di chiedermi dove ho parcheggiato, e saliamo in camera.

Lo sguardo di Carlo quando gli presento Tut non mostra sorpresa.

“Era lì” dico indicando il balconcino.

“la faccia mi dice che soffocava… secondo me è steccato con il botulino” Lo tocca e poi ritrae il dito come i bambini.

“Botulino?” spalanco gli occhi.

“SI, guarda la faccia… questo è un botulino.. certo che è brutto” Vado in bagno e prendo l’accappatoio, Carlo mi chiede “lo vuoi coprire?”

“No” estraggo il dito che vi avevo lasciato quando cercando di spostarlo gliel’avevo amputato. “Dai fallo analizzare” chiedo.

“Vabbè”lo prende, lo avvolge in un fazzoletto di carta e lo mette nella tasca del suo cappotto. “
“A che ora partiamo?”

“Aveva una moglie e dei figli, pare avesse messo in cinta una ragazzina di 17 anni e che questa avesse bisogno di soldi per abortire, il bambino aveva la sindrome di down”

“Forse voleva essere pagata per abortire” suggerisce Carlo “senno’ se ne andava in qualsiasi ospedale con la madre no?”

Il mondo si illumina. Ho capito cosa è successo. Il dolore arriva sordo. Lo stomaco si chiude. Corro in bagno e vomito. Mi manca l’aria. Carlo mi tiene al testa. Mi ricompone. Non chiede.

Il dolore va ad onde quando pare che tu possa sopportarlo, che tu ti ci sia abituato diventa piu forte. Per fortuna ho un amico con me.

Scendiamo nella hall e parliamo con Santolo. Carmelo ci sfiora ed è a lui che chiede di far uscire Simona dalla cucina. Ci sediamo nel salottino della hall.

Faccio velocemente le presentazioni e mi rendo immediatamente conto che non ne avevano bisogno. Entrambi sono fuori come un balcone.

Si guardano, ridono, poi sghignazzano, parlottano, mentre io spiego a Santolo che la sua macchina è in paese vicino alla stazione dei carabinieri.

Santolo se ne frega ma specifica “Simona ha sofferto tanto lei, te sei un medico. No? “

Carmelo non schioda da noi. Sono già d’accordo.

In fondo Kerim è egiziano, lui di mummie e di tombe se ne intende.

“No… ecco … devo andare “

Quando li raggiungo i due sembrano sul punto di giacere insieme. Li interrompo.

“abbiamo poco tempo… Simona dobbiamo seppellire Mosca”

“Si me lo ha detto, Carlo”

“Santolo mi ha detto che tua figlia vive a Roma e tu spesso vai a trovarla per aiutarla con tuo nipote”

Ride. E’ libera.

“Aveva detto che era malformato. Che era mongoloide. Allora è venuta da me. Mi ha confessato tutto. Doveva abortire, lui pagava tutto. PAGAVA TUTTOOOOO”

Anche lei urla. Carlo le afferra la mano e Simona si calma, anzi gliela stringe e continua.

“Allora la porto a Forlì da mia sorella. Quello fa la morfologica e mi scrive che il figlio è sano”

Carlo riassume velocemente: “ha falsificato un ecografia… e pagato un collega…. La figlia le aveva detto che lui l’aveva portata in uno studio ….”

“Non si uccide un anima pura” scuote la testa. Io lo so che non parla del feto, ma della sua bambina. “Me l’aveva convinta. . . . non mi importa dei sacrifici . . “

Ora la donna ci guarda.

“E’ venuto a cercare mia figlia. Io gli ho dato la chiave della stanza nuova, l’ho fatto salire dalle scale. La moglie lo aveva cacciato ehehehehe lui da me veniva … la mosca …. Lavoravo in cucina. L’ ho visto passare e prendere qualcosa da mangiare. E pure un barattolo di marmellata fatta in casa”

Guardo Carlo, che alza il pollice in alto.

“Non puoi averlo murato tutto da sola…” dico.

“No. Certo. Ma io non l’ho murato … perche’? Io manco sapevo che era morto. Sennò festeggiavo e mica la mandavo a Roma mia figlia… dopo il servizio sono salita in camera ma non c’era più “ Mi volto e vedo Carmelo, Kerim. Vendo Santolo. Immagino Gerardo, Mirella, il Pennellone. Questa è una famiglia.

Mi alzo L’odore è acre. Ho bisogno di fumare. Esco. Guardo le piante. Al mio rientro non trovo più nessuno.

Salgo in camera. Sono tutti lì. Non parlano. Simona è avvinghiata a Carlo che sembra al settimo cielo. Mi dispiace per Tut.

Beh grosso com’era servivano due persone “ dice pratico Carmelo, Adesso un paio ore e settanta euro e torna come prima tutto io da solo” Tutti annuiamo. Tiro fuori cento euro.

“Trenta euro per il materiale” specifico.

“naturale naturale …” dice Kerim. Mi volto verso Carlo “ accompagniamo Santolo alla sua macchina e poi partiamo?”

“Non vuoi sapere chi lo ha murato?” mi chiede.

“No. Sono le quattro. Gli assenti contano davvero poco. Cominciamo a pensare ai presenti” L’ho detto. Devo riprendere la mia vita.

“Ma i soldi? Pare avesse ventimila euro dietro” chiede Carlo a Simona che scuote la testa, “Macchè… la metà li aveva dati a quel criminale… gli altri se li era giocati a poker… ahahhaah” ride…. “manco i soldi alla fine … Claudio glieli aveva vinti e che ci voleva … a sto fesso … “ lo indica.

Partiamo alle cinque. Salutiamo tutti e abbraccio Santolo. Ci diamo appuntamente per una rimpatriata che non ci sarà mai.

Otto mesi dopo

Il mio ufficio è stato sbattuto in corsia, è una stanza di degenza modificata. Lo condivido con tutti gli altri medici. Mi hanno tolto sei infermieri, anche se ovviamente non li hanno potuti scegliere. Si son dovuti prendere due donne in gravidanza, Tonino che andrà in pensione fra un anno e tre lavativi. Mi hanno tolto dieci posti letto, e meno male perché senza personale non era facile. Due colleghi si sono trasferiti. In seguito a non ben precisate accuse di sessismo ho pubblicato un articolo su Repubblica e Corriere della Sera in cui dichiaro che la situazione della donna è disperata.

Gerardo, Carabiniere conosciuto in treno sta bene, è tornato a lavoro.

Mia moglie ha chiesto la separazione.

“Dotto’ il telefono squilla” mi richiama un portantino.

Rispondo. Dall’altra parte del filo una voce femminile mi saluta cerimoniosa.

“Buongiorno, Professor Rossi?”

“Solo dottore. Non insegno”

“Buongiorno dottore sono la cognata di Gerardo Denatoli. Vorrei tanto ringraziarla per tutto quello che ha fatto per lui”

“Gerardo? Assssiiii mi avete fatto ingrassare di almeno sei chili!! Basta con i ringraziamenti !!!”

Ride schernendosi e prosegue “ dottore ma noi due ci siamo conosciuti non è vero? Sono Mirella, Mirella Cassola vedova Bulgari”

Non ho parole. Per fortuna le ha lei:” Hanno ritrovato mio marito sepolto nel bosco nella riserva Pinella… pensano ad un avvelenamento … pare abbia mangiato qualcosa di tossico.. pensi … si è mummificato … Pensi … ma non voglio tediarla con le mie storie … volevo chiederle una cosa pratica”

“Mi dica” ho voglia di fumare. Faccio segno a un collega con la mano e quello mi passa la sua sigaretta elettronica. Do una tirata mentre ascolto “siccome veniamo su a visitare la città accompagniamo Gerardo per la visita, ma siccome abbiamo saputo del controllo che coincide con le date, volevamo sapere se la dobbiamo spostare questo appuntamento”

Tiro ancora.

“Mmmmm dica la data per cortesia….”

“Il 17 alle due… vengono i NAS… lei capisce… e Gerardo? Noi veniamo e voi ci rimandate indietro….”

Mi intossico. Mi manca l’aria ma con le branchie rispondo “ma no, anzi quando ci sono i controlli tutto marcia meglio… “

“Mah che le devo dire…. Denunciano che si fuma, che dentro i frigoriferi per i farmaci ci sono gli scarafaggi perché ci viene lasciato cibo vecchio….

Lancio la sigaretta elettronica lontana e faccio gesto di chiamare tutti. La prima reazione è il silenzio.

“Lo porti Gerardo lo porti… ma io non le ho detto chi vedo spesso qui a Roma!”

“Chi?”

“La conosce la signora che lavorava all’abergo di Santolo? Beh la figlia che ora 24 anni vive qui …. Pensi che Simona è già nonna! Il bambino ha sei anni… uno splendore!! Vispo intelligente è il primo della sua prima elementare…!”

Ora è lei senza parole. “Ringrazierò la Madonna” Dice dopo qualche minuto “Devo vederlo stò bambino… Ora che vengo me lo presenta! Sono così … così …”

“In ritardo. La devo salutare Signora devo correre mi perdoni …. Mi saluti Gerardo … ci vediamo qui a Roma”

Attacco. Devo allarmare il mio reparto. Via sigarette, carbonella per barbecue. Arrivano i Nas. Mi chiudo dentro a scrivere ordini di servizio e lettere di protesta verso la direzione sanitaria e i giornali. Non serviranno a nulla ma ci copriranno il culo. Almeno per un altro pò.

Capiterà anche a voi di vivere e di apprezzare la vita . Per quello che è.



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