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lavoro pubblicato martedì 26 novembre 2013
ultima lettura mercoledì 11 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

DATE VOI UN TITOLO

di CHRIS. Letto 1060 volte. Dallo scaffale Pulp

Bombolo era un pallone gonfiato. Aveva poco più di trent’anni, e lo chiamavano così per il suo grosso stomaco. Sembrava quasi che la pancia fosse una persona a parte. Faceva il falegname ed era convinto di essere il più bravo...

Bombolo era un pallone gonfiato. Aveva poco più di trent’anni, e lo chiamavano così per il suo grosso stomaco. Sembrava quasi che la pancia fosse una persona a parte. Faceva il falegname ed era convinto di essere il più bravo artigiano della città. Possedeva una piccola falegnameria che gestiva in nero proprio sotto casa sua. Abitava in campagna, nelle periferie dimenticate dal Padreterno. Sotto di lui, a sottostare ai suoi ordini vi erano due giovani dipendenti. Li pisciava in mano e li trattava da schiavi. Non c’era lavoro e perciò la gente come lui aveva il potere di approfittarsene. Quattro spicci erano meglio che niente. Meglio fare la dieta che il digiuno. Il primo operaio si chiamava Ciuchino. Era un buon lavoratore, si lamentava alle sue spalle, lo odiava in silenzio e davanti a lui apriva bocca solo per leccare il culo. Aveva circa venticinque anni, i denti a coniglio, il viso liscio senza un filo di barba, e gli occhietti furbi anche se furbo non lo era. La sua vita si divideva tra il lavoro e la fidanzata. Una troietta di nome Rosa che andava in giro a far pompini un po’ a tutti, facendogli crescere le corna fino al soffitto della falegnameria. Lo sfruttava e lo umiliava, lo trattava come uno straccio e lui non reagiva. Stringeva i denti e lavorava, sopportando persino Bombolo che spesso lo trattava pure peggio. Beveva caffè in quantità industriale e ascoltava musica neomelodica tutta la giornata. Il secondo operaio era più giovane di quattro o cinque anni. Si chiamava Genny ed era un biondino che vestiva sempre con felpe o maglie larghe. Beccava cento euro a settimana quando il gran capo si ricordava di pagarlo. Era largo di bocca e stretto di manica. Loro erano i suoi schiavi e se ne infischiava delle loro vite private. Per lui non erano esseri umani ma oggetti da lavoro come martelli e cacciaviti. Gli servivano a far soldi e ad arricchirsi. Genny provava a fare il rapper, era il suo sogno nel cassetto, e perciò spesso capitava si assentasse dal lavoro per andare a registrare in studio. Bombolo non lo capiva, lo considerava un illuso. I poveri non avevano il diritto di sognare. I loro cassetti dovevano contenere merda dura e panni sporchi. Non c’era spazio per i sogni. Bombolo era contento della persona che era, anzi, ne andava fiero. Lui aveva una ditta in nero, un fuoristrada, uno scooter, fregava gli operai e lo stato, s’ingozzava di cibo, scopava prostitute rumene, e maneggiava contanti. Aveva tutto quel che un uomo mediocre potesse desiderare.

Un giorno come tanti la madre di Bombolo, che tutti chiamavano Zia Mariella, era in giardino a sgozzare conigli con un coltellaccio più lungo del suo braccio. Era un’anziana vedova che aveva cresciuto il figlio a suon di sberle e cibo sano, il risultato fu un omone panzuto e sbruffone. Andava tutte le mattine al camposanto e tutte le sere a messa. Era molto devota alla Madonna e appesa al collo portava sempre una collana con un gran crocefisso d’oro . Era una vecchietta bassa sotto il metro e cinquanta e un po’ tondetta, i capelli bianchi e le vesti nere. Era da vent’anni che portava il lutto. All’apparenza poteva sembrare la più tenera delle nonne italiane ma non era affatto così. Zia Mariella era una vecchia strega, una vecchia contadina, coltivava l’orto e allevava polli e conigli nonostante l’età. Non si fermava mai, era instancabile. Aveva gli occhi della tigre e le spalle curve. Non si impressionava davanti a nulla; ai grossi conigli bianchi schizzava il sangue dalla gola e andava a finire tutto sul camice ingiallito di Zia Mariella. Sembrava una vecchia assassina, la protagonista di un horror; uccideva e annusava sangue. Era tranquilla. Senza peccati. Erano le nove e mezzo del mattino. Suo figlio non c’era. Era andato sicuramente a puttane con la scusa d’andar a prendere le misure di qualcosa. Genny non era venuto a lavoro. Quel drogato disgraziato, Zia Mariella proprio non lo sopportava. Lo considerava un incapace buono solo a fumare quelle sigarette puzzolenti. Al lavoro non ci pensava mai. Lavorava lì da due anni e non faceva esattamente il falegname... il suo compito era spazzare la segatura, raccogliere la segatura, e buttare la segatura... ma non solo eh; gli spettava anche pulire la merda dei conigli e del cane e di dar da mangiare a quest’ultimo. Un cane nero di taglia grande che stava da quasi cinque anni recluso in una gabbia di tre metri per due. Si chiamava Rocky come il pugile, e non aveva mai scopato. Mai. In falegnameria Ciuchino si dava da fare; in un ora di lavoro aveva già assemblato una porta, ora doveva solo spalmare la colla sul legno e compensati, al resto ci avrebbe pensato la pressa. Era una giornata di Aprile ma per lui sembrava piena estate, era sudato come un maiale e indossava una maglia della salute bianca. Con lui c’era un cliente venuto a portare delle misure per un armadio che doveva regalare alla sua giovane amante, anche lei straniera. Il Signore c’è da dire non fosse proprio un cliente “normale”, di ordinaria routine. Era un uomo sui sessanta, alto, grasso, con la voce roca e le mani dure come la pelle di un rinoceronte. Si chiamava Trapianto e apparteneva ai clienti “speciali”. Questo per vari motivi. Il più importante era per la fama di violento alcolizzato; lo chiamavano appunto Trapianto perché di trapianti di fegato ne aveva avuti ben due. Portava un cappellino nero e indossava dei calzoni marroni e una camicia sbottonata; gli si potevano vedere le enormi cicatrici rimaste dopo i vari interventi. Fumava un sigaro ed era già ubriaco, gli puzzava l’alito di vino e non la smetteva di fare domande. << Quando lo venite a montare l’armadio? >>. Disse Trapianto finendo la frase con un rutto marcio. << Voi ora ci avete portato le misure... dateci un po’ di tempo... vuole un caffè? >>. Disse Ciuchino pulendosi le mani sulla maglietta.

<< No. A chi vuoi darlo a bere quel veleno per i topi! Io bevo solo il mio vino. Anche se ultimamente ho avuto ancora problemi al fegato! I medici si ostinano a dirmi che non devo bere, mi hanno dato pochi anni di vita, ti rendi conto che razza di stronzi! Vogliono portarmi iella. Che cazzo si sono messi a fare? Chi sono loro per dirmi quant’altro devo campare... sono diventati tutti Padreterni >>. Disse Trapianto a voce alta e sputando ogni poco in terra. Ciuchino fece una pausa caffè, la prima di una lunga serie. Aveva la media di venti\venticinque caffè al giorno. Preparò la sua droga e la somministrò senza dolcificante. Guardo i sacchi pieni di segatura, i topolini che ogni tanto si aggiravano per la falegnameria, il legno, le macchine e poi finalmente riuscì a guardarsi dentro. Andava avanti a stento in ogni senso. Spesso si sentiva solo una macchina da lavoro, una sega circolare senza cervello e che quindi non poteva soffrire. Trapianto lo risvegliò dal coma e gli disse: << Ma dove cazzo è andato il ciccione? >>.

<< Non lo so, non lo vedo da ieri. Apro io la mattina. Lui viene ogni tanto a dare un’occhiata e a darsi due aree... l’altro ragazzo manco è venuto, ma figuratevi! Quello è il peggiore. Va in giro con certi stronzi di un livello che non potete neanche immaginare >>. Disse Ciuchino sputtanando Bombolo, Genny, e po’ tutti. Non lo faceva per cattiveria. Erano solo chiacchiere di un lavoratore stressato.

<< Sei tu che non puoi immaginare io quanti ne ho pestati di questi stronzoni! Ah, e l’armadio lo voglio per massimo fine mese già a casa di Irina, bello e montato, altrimenti pesto anche il tuo capo!... Mi raccomando un buon lavoro. Quest’anno vi sto facendo lavorare sodo! >>. Il che era vero. Trapianto era pieno zeppo di case, amanti, e terreni. Era uno zotico ubriacone che si era arricchito producendo vino in casa e vendendolo a tutto il paese... tutto in nero ovviamente. In inverno consegnava anche bombole del gas col suo operaio straniero che d’estate gli faceva da contadino, giardiniere, cameriere, autista, e facchino, il tutto per poche centinaia di euro mensili... sempre in nero ovviamente.

<< Certo... non preoccupatevi, tutto sarà fatto a dovere... >>. Disse Ciuchino rimettendosi a lavoro. All’improvviso squillò il cellulare di Trapianto. L’uomo prese il vecchio Alcatel dalla sacca dei calzoni e controllò, chiamavano da casa sua. Rispose.

<< CHI E’? >>.

<< Sono io! >>. Era sua moglie Annarita.

<< Che cazzo vuoi?! Mo’ sono uscito da casa, mi vuoi fare stare in santa pace si o no?! >>. Urlò l’uomo agitandosi. Trapianto odiava sua moglie, la considerava una vecchiaccia con le tette mosce che non era buona neanche più a cucinare un piatto di pasta.

<< Calmati! Stai sempre incazzato... non si può mai parlare. Volevo solo sapere se a pranzo vuoi la costoletta o le salsicce >>. Disse la consorte.

<< Mi chiami per queste cazzate?! Non so neanche se torno per pranzo... Porca troia, non voglio tornarci in quel inferno! E dì ai tuoi figli di non chiedermi più un euro, siamo intesi? Me ne sbatto il cazzo! >>. Urlò l’omone. Trapianto aveva tre figli. Il primogenito si chiama Carlo e si era fatto fregare da una donna, che lo aveva raggirato fregandogli il Bar con l’aiuto del commercialista. Le due figlie femmine erano conosciute in zona per i loro gran lavori di bocca.

<< ... dove sei? >>. Disse Annarita a voce bassa. Trapianto non rispose, staccò il cellulare e riprese a sputare in terra; bestemmiò, e guardò Ciuchino sistemare dei vecchi giornali sotto la pressa e urlò:

<< LE DONNE SONO TUTTE DELLE GRAN PUTTANE SCASSACOGLIONI! CAZZO! >>. Il tono della voce diventava sempre più alto, possente, rauco; era un Vasco contadino che probabilmente al vero Vasco lo odiava. Persone così andavano contro le sue morali... beh, lui beveva damigiane di vino e manteneva economicamente donnine di quarant’anni più giovani di lui... però lui era Trapianto! E tutti dovevano portargli rispetto. Mentre parlava fu interrotto da Ciuchino che andandogli vicino gli mise una mano sulla spalla, e disse:

<< Calmatevi... >>. Trapianto rimase per un attimo come stupito, poi guardò Ciuchino con i suoi grandi occhi scuri e lo spinse via, facendolo cadere col culo per terra. Poi disse:

<< Chi cazzo sei tu per dire a me di stare calmo?! Sei più femmina di quella femmina di mio figlio che prima si fa fregare da una femmina più furba di voi, e poi se ne sta tutto il giorno rinchiuso in casa a farsi seghe guardando femmine più bone di voi al computer!..... AH! >>. Disse Trapianto sputando nuovamente in terra. << Mi sono rotto il cazzo! Le misure ce le hai. Quando viene il tuo capo digli che se non mi fa un buon prezzo gli faccio perdere venti chili... o gli ammazzo il cane, non so ci devo pensare. Ora me ne vado, c’ho del lavoro da fare... >>. Disse Trapianto indeciso tra: se andare a casa a spaccare il muso alla moglie, o ubriacarsi fino a dimenticarsi di avere una moglie. Era sempre molto indeciso su scelte del genere, ma poi faceva sempre quello che più gli andava in quel momento. Uscì dalla falegnameria, salutò la vecchia con un cenno di testa, e andò via. << Ubriacone schifoso.. porco... povera moglie... povera moglie >>. Disse Zia Mariella a bassa voce mentre lavava dei panni sporchi in una grande bacinella di legno. Intanto Ciuchino si era rialzato e messo al lavoro. Che povero Cristo che era il buon Ciuchino! Gli toccava sopportare tutto e non poter far niente. Stress fisico e mentale, grandi dosi di caffeina, umiliazioni gratis, tradimenti sotto il naso, rate della macchina, data del matrimonio fissata, cercare casa, mutuo da affrontare, diventare padre, vacanze di famiglie, altri tradimenti, mutuo non ancora estinto, lavoro precario, insoddisfazione sessuale, divorzio, vedere i figli nel weekend, figli che ti odiano, figli che non conosci, versare gli alimenti, ex moglie che si risposa, ex moglie che ti disprezza, invecchiare, perdere il lavoro... la sua mente arrivò fin qui quando questa serie di parole che entravano e uscivano dalla sua testa una di seguito l’altra, lo portarono a due porte: impazzire prima di morire o morire per non impazzire, che in altre parole voleva dire “suicidio”. Perché stava andando incontro ad una vita che aveva visto e rivisto un milione di volte? A venticinque anni si era già arreso. Bevve un altro caffè e pensò di cambiare vita. Voleva provarci ma non sapeva come, nella vita non sapeva far nient’altro che il falegname. Aveva sempre fatto quello di mestiere. Era ai comandi di Bombolo da quand’era solo un adolescente. Gettò il bicchierino in tasca, lo schiacciò sotto al piede e guardò il foglio di carta appoggiato sulla squadratrice elettrica. Erano le misure dell’armadio che aveva portato Trapianto: altro lavoro. Non ne sarebbe mai uscito vivo. Smise di pensare a cosa fare. Afferrò il bigliettino e lo mise in tasca, s’ infilò il giubbino e andò via.

<< Se viene vostro figlio ditegli che sono andato in ferramenta a comprare il Bostik >>. Disse Ciuchino alla vecchia affacciata al balcone occupata a stendere dei grossi mutandoni, probabilmente del figlio.

<< Non metterci molto! >>. Urlò la vecchia.

<< No... cinque minuti e torno... >>. Disse Ciuchino con tono un po’ insicuro.

Dopo due ore Bombolo tornò a casa. Scese dalla sua Audi nero metallizzato e si avviò prima in casa. Fu accolto da un profumino di coniglio alla cacciatora. Aveva già l’acquolina alla gola quel maiale. Erano meno di sei ore che era sveglio e si era già pappato quattro cornetti al cioccolato e due pizzette al pomodoro. Aveva perso duecentocinquanta euro alla slot machine del Bar, e si era scopato una biondina sui ventitre anni, che gli aveva tolto altri quaranta euro di dosso. Tra Bar e puttane aveva già speso poco più di trecento euro e la giornata era appena iniziata. Fece spuntino con mezzo barattolo di marmellata fatta in casa, e fu rimproverato dal suo senso di colpa. “Sei un porco” gli diceva la coscienza, “pesi centoventi chili... almeno stando a sei mesi fa, cioè l’ultima volta che ti sei pesato... quanto tempo è che non ti guardi nudo allo specchio? Ti fai schifo da solo ma continui a mangiare perché sei un animale... uno schifoso animale!”. Si accese una Marlboro, uscì nuovamente di casa e avviandosi in falegnameria disse tra se: << Devo andare in palestra... devo dimagrire >>. Non era una novità. Lo diceva sempre ogni volta che la sua coscienza gli faceva la morale. I suoi buoni propositi però, sparivano davanti al primo alimento commestibile. Il guaio più brutto e da non credere, era che la coscienza di Bombolo parlava solo quando a rimetterci e ad essere in svantaggio era lui, per il resto taceva. Comunque fanculo! Lui era il più bravo artigiano di tutta la città e tutti gli altri dovevano fargli un maledetto pompino! Almeno secondo lui... Bombolo il falegname più dritto della città. Entrando non vide Ciuchino e cominciò a chiamarlo, prima a bassa voce poi gridando come un forsennato. << Ciuchino... Ciuchino... Ciuchino!.... CIUCHINO! MA DOVE CAZZO SEI? BRUTTO STRONZO PEZZO DI MERDA! IO TI LICENZIO! ESCI FUORI O TI METTO IN GABBIA INSIEME A ROCKY... E TI AVVISO NON HA MAI VISTO UN ALTRO CANE QUINDI NON DISTINGUE I BUCHI... PORCO CAZZO! DOVE SEI!? >>. Ciuchino non rispondeva. Ciuchino non c’era. Ma dov’era? Boh! Faceva il falegname Bombolo mica l’indovino. Provo a chiamarlo al cellulare ma risultava occupato. Lasciò perdere e si mise a lavoro... non è che gli piacesse tanto lavorare, cioè lui lo sapeva fare ma non doveva dimostrarlo a nessuno... lui sapeva di essere il più grande e perciò poteva anche permettersi il lusso di pagare qualcun altro che lo facesse al posto suo. Però in quel preciso istante non c’era nessuno e perciò toccava a lui, toccava al gran capo. Il gran capo che tornò a sporcarsi le mani di Bostik.

CONTINUA...



Commenti

pubblicato il 26/11/2013 15.07.47
CHRIS, ha scritto: mi date un cazzo di titolo? Grazie...
pubblicato il 23/03/2014 8.55.14
Gelo, ha scritto: un racconto troppo lungo per essere letto tutto . ecco il titolo

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