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lavoro pubblicato domenica 24 novembre 2013
ultima lettura sabato 27 giugno 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Spie dell'Impero

di rominamarco. Letto 717 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Gorsky azionò il bioscanner. Alcuni led cominciarono a brillare, lui se ne disinteressò. Era il primo pilota e aveva molte altre cose da fare. Per esempio controllare l'assetto in orbita. Controllò... tutto regolare. Il pianeta ...

Gorsky azionò il bioscanner. Alcuni led cominciarono a brillare, lui se ne disinteressò. Era il primo pilota e aveva molte altre cose da fare. Per esempio controllare l'assetto in orbita. Controllò... tutto regolare.

Il pianeta Archon riempiva la visuale del finestrino anteriore; lo guardò schifato. Quella palla piena di nuvole verdi... quel sasso privo di risorse... Gorsky pensò a quanto fosse stupido essere lì. Eppure era lì. Lui e il suo copilota Connors.

Connors uscì proprio in quel momento dalla piccolissima sezione eliminazione rifiuti biologici: il cesso, in parole povere.

Tutto era stretto nel Ricognitore Spia; i due piloti, quando erano entrambi seduti, si urtavano continuamente i gomiti.

«C'è qualche novità?»

«Sto passando al bioscanner l'intero pianeta: ha rilevato i fuggitivi, ora faccio un controllo delle identità, erano tutti schedati quando hanno lasciato la Terra».

«Ghost è attivo, vero?»

«Mi prendi per un novellino? L'ho attivato prima del salto, non possono averci visto».

Connors andò a sedersi al suo posto... i gomiti si urtarono, come al solito.

Il monitor fu inondato dai dati elaborati: comparvero velocissime le foto di ogni dissidente con nome e età anagrafica all'epoca della fuga. E man mano che il computer analizzava un soggetto, venivano subito calcolati lo stato fisico, psichico e l'età attuale riferita a un tempo terrestre.

Gorsky sgranò gli occhi.

«Ma... deve esserci un errore!»

Sul monitor le foto e i dati scorrevano più lentamente. Comparve un uomo, Ossian Larsson...

Età al momento della fuga: 32 anni. Età attuale 336 anni. Situazione fisica: in perfetta salute.

Il bioscanner passò al prossimo: Klaus Leeber...

Età al momento della fuga: 27 anni. Età attuale 284 anni. Situazione fisica: in perfetta salute.

«Che significa?» disse serio Connors.

«Non lo so, ma dobbiamo riferire».

«Avremmo dovuto trovare i loro pronipoti. Come fanno questi qua, ad essere ancora vivi?»

«Ti ho detto che non lo so! Ci hanno mandato qui a raccogliere informazioni importanti... bene: mi sembra che questo sia abbastanza importante».

Connors trafficò con la consolle del computer, dalla sua parte.

«Che stai facendo? Aspetta almeno che il sistema abbia archiviato i dati di tutti».

«Faccio un controllo in parallelo, sulle bestie indigene».

«Perché? Io le avevo già escluse dalla scansione, dobbiamo indagare sui dissidenti. Sulla Terra non sanno che farsene di quelle creature».

Partì la seconda scansione, si sovrappose alla prima e accanto alle piccole sagome rosse che rappresentavano gli esseri umani presenti sul pianeta, si affiancarono altre sagome gialle, più grandi... dalla forma decisamente inumana.

«Ecco, vedi?» esultò Connors «vedi come stanno vicini, umani e creature aliene?»

Gorsky si avvicinò al video, interessato, grattandosi il mento.

«Troppo vicine. Le avevamo classificate come bestie feroci, che sia possibile addomesticarle?»

«E se fossero intelligenti e si fossero alleate con i fuggitivi?»

«Impossibile: non c'era traccia di tecnologia quando, trecentocinquanta anni fa, i primi esploratori fecero la scansione dall'orbita. E non ce n'è neppure oggi, a parte il piccolo insediamento che però è opera dell'uomo. Ti dico che quelle sono solo bestie, non possono allearsi con nessuno».

Connors scrisse il rapporto, le sue dita correvano veloci sulla tastiera mentre Gorsky continuava a guardare quelle figure. Si chiese quale intreccio perverso poteva essersi verificato tra uomini e alieni... se lo chiese ma non riuscì a darsi una risposta.

La comunicazione Kammax partì poco dopo per la Terra, schizzò via a velocità luce. Il rapporto aveva allegati tutti i dati sulla misteriosa longevità dei dissidenti, e in più, evidenziava la possibile simbiosi tra umani e alieni. Il che era da considerarsi innaturale e pericoloso, nel caso di propagazione su altri mondi controllati dall'Impero.

«Dici che decideranno di intervenire?»

«Non lo so, non ci sono risorse utili da prendere. A che serve venire qui e piazzare una base?»

«Il nostro Imperatore è vecchio, e questi campano almeno trecento anni. Cosa credi che farà quando apprenderà queste notizie?»

Gorsky rimase in silenzio, a pensare.

Connors, invece, si accorse che qualcosa pensava in lui: vide degli occhi che lo guardavano, vide degli occhi... ma li vide solo nei suoi pensieri. E non erano i “suoi” occhi. Si sentì osservato da dentro. Fu una sensazione tremenda che durò poco, ma bastò a inorridirlo.

«Andiamo via di qua, presto! Ci hanno scoperti».

Abbassò la leva principale, quella dei motori di spinta. La nave schizzò via senza meta, senza un briciolo di calcolo rotta impostato. I due piloti furono schiacciati ai sedili per via dell'accelerazione, Gorsky voleva mandarlo al diavolo ma non riusciva a parlare, si ripromise di farlo appena avessero decelerato.

Proxima Centauri ha due pianeti, il secondo è Archon; e il Ricognitore Spia, impazzito per la maldestra manovra di Connors, sfrecciò casualmente proprio verso il primo pianeta... più grande e con una piccola luna.

Finalmente decelerarono.

«Testa di cazzo! Stai cercando di farci ammazzare?» sbraitò Gorsky.

Connors lo guardava pallido ma non parlava, Gorsky non seppe più che dirgli, con un cenno stizzito lo mandò al diavolo e si interessò agli strumenti. Già due spie rosse avevano cominciato a lampeggiare e non era buon segno.

Controllò utilizzando il computer.

«Ecco, lo sapevo! Hai sforzato due giunti di potenza. Abbiamo un problema: se non ripariamo il danno non potremo fare il salto a velocità luce, per il ritorno».

«Mi dispiace» balbettò Connors «ho avuto paura, quello là era entrato nella mia testa».

«Quello là, chi?»

«Non lo so, forse una di quelle creature aliene che convivono con i fuggitivi».

«Ma erano tutte sul pianeta. Come avrebbe fatto, una di quelle, a entrarti nella testa?»

«Ti dico che l'ha fatto! Non so come, ma ad un tratto ci ha visti. E questo nonostante il sistema Ghost che ci rendeva invisibili. È come se mi avesse visto... in un sogno».

«Bah!...» sbottò Gorsky. Poi tornò a occuparsi dei comandi: afferrò la cloche e virò, aveva già in mente cosa fare.

«Atterriamo su quella piccola luna» disse «faremo le riparazioni necessarie prima di ripartire».


Quella luna aveva un'atmosfera. Le condizioni non erano certo invitanti: quell'atmosfera era talmente densa da impedire qualsiasi osservazione diretta della superficie. Il computer l'analizzò velocemente mentre scendevano:


Diossido di carbonio 82,3%

Azoto 17,5%

Vapore acqueo 0,01%

Ossigeno <20 ppm


«Sei pazzo! Così rischiamo di sfracellarci» protestò Connors.

«Non abbiamo scelta, guarda quanto velocemente scende la nostra energia, grazie al capolavoro che hai fatto».

Effettivamente Gorsky aveva ragione, Connors guardò il display coi livelli energetici e vide che erano in picchiata. Non parlò più, si sentiva in colpa.

Scesero con la maggior cautela possibile, ma non fu sufficiente. Arrivarono sulle rocce, in un punto che non aveva niente di piano. I pattini di stazionamento trovarono appoggio da una parte sola e la nave si inclinò.

Gorsky cercò di riprendersi, voleva risalire e riprovare ma i giunti di potenza esalarono l'ultimo respiro. I motori ebbero un cedimento improvviso e il ricognitore crollò al suolo. Paurosamente inclinato iniziò a scivolare sulle rocce causandosi chissà quali danni. Si fermò più in basso, addosso a un muro di pietre.

I due piloti erano spaventati: quello era senza dubbio un naufragio. Persero perfino la voglia di imprecare.

«E ora? Che si fa?» disse Connors.

«Mettiamo le tute e usciamo, voglio vedere in che condizioni è questa carretta!»


Più tardi, il portello esterno del Ricognitore Spia si aprì, non era stato facile indossare le tute nello spazio angusto dell'abitacolo ma, alla fine, c'erano riusciti. Il primo a uscire fu Connors, calò la scaletta e scese. Subito dietro apparì Gorsky che lo seguì.

«Non si vede niente qui, come facciamo a controllare i danni alla nave?» disse Connors, cercando invano di spostare la nebbia con il guanto, anche se sapeva che era inutile.

«Dobbiamo riuscirci» replicò Gorsky. E intanto avvicinò il casco alla lamiera liscia dello scafo, sforzandosi di vedere.

Connors fece altrettanto in un altro punto, si aiutò tastando coi guanti.


Li videro subito: erano piccoli batuffoli di pelo, di un simpatico color fucsia. Si erano attaccati qua e là sul metallo.

«E questi cosa sono?» disse Gorsky.

Connors ne prese uno, non stava appiccicato, lo raccolse con facilità. Quando l'ebbe sul guanto questo si mosse, lui se l'avvicinò al casco per osservarlo meglio.

Il batuffolo mostrò tre piccoli occhi, prima stavano nascosti in mezzo al pelo, chiusi. Ma ora si erano aperti e lo guardavano.

«È un alieno, un piccolo buffo alieno».

«Piccola luna, piccolo alieno» rise Gorsky «buttalo, abbiamo problemi più importanti da risolvere, piuttosto che giocare con quelle palline».

Connors gettò via il batuffolo, che si perse nella nebbia. Poi però si guardò la tuta: ne aveva altri attaccati addosso, soprattutto sugli stivali.

Perché?


Un forte dolore a un piede lo fece sobbalzare. Gridò.

Il sibilo che seguì gli fece capire che la sua tuta perdeva aria, qualcosa l'aveva forata. Subito dopo cominciò a sentire morsi ai piedi e alle gambe.

«Ahhhh!»

«Che ti prende, Connors!» disse Gorsky allarmato, e subito accorse. Arrivò dall'amico e lo sostenne perché questo sembrava afflosciarsi. Guardò la sua espressione attraverso il vetro del casco: era un'espressione di dolore.

«Ahhhhhhh!... Aiutami...» rantolò Connors.

Gorsky non sapeva cosa fare, esaminò velocemente la tuta di Connors e vide c'erano attaccate molte di quelle palline di pelo. Poi si accorse che in più punti, all'altezza degli stivali, il tessuto era strappato. E vide che le palline entravano.

Tornò a guardare il casco.

Erano dentro, ne aveva alcune dentro e, oltre agli occhi, ora mostravano anche delle bocche piene di piccoli denti. Lo stavano mangiando!

«Ahhhhh!» Connors urlò disperato, ma Gorsky lo lasciò. Aveva capito che non poteva più fare niente per lui. Si guardò a sua volta, si vide addosso i batuffoli color fucsia, erano meno di quelli che aveva Connors, ma molti stavano arrivando e cercavano di salire sui suoi stivali.

Imprecò e corse alla scaletta. Salì preso dal panico, appena fu sopra la sganciò... non c'era tempo per ritrarla. Entrò nell'abitacolo e cercò di chiudere il portello; ma si accorse che dentro era già pieno di palle di pelo color fucsia. Erano arrivate anche lì. Gli arrivarono addosso in massa e altre entrarono dal portello rimasto semi aperto, lo sommersero.

Un urlo agghiacciante uscì dal Ricognitore Spia, fu l'ultimo grido umano che si udì su quella luna, quel giorno.

Dopo, ci fu solo il rumore di mascelle che masticavano.


FINE



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