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lavoro pubblicato sabato 23 novembre 2013
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

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13 Novembre 2005

di Aidan. Letto 690 volte. Dallo scaffale Storia

13 Novembre 2005Un forte rumore da far tremare la finestra.Mi svegliai, di colpo, nel mio letto stropicciandomi gl'occhi per il rude impatto acustic...

13 Novembre 2005

Un forte rumore da far tremare la finestra.

Mi svegliai, di colpo, nel mio letto stropicciandomi gl'occhi per il rude impatto acustico, i capelli ancora arruffati e appiccicosi e con la testa dritta sul cuscino. Un altro tuono, un altro salto.

Il soffitto è buio, sembra notte fonda. La sveglia sul comodino adiacente al letto segna le 07:14 ticchettando fastidiosamente nella testa, maggiore del peso dell'acqua che batte sull'unica finestra della stanza. Urlando dal fastidio picchiai il braccio sul lato del comodino rovesciando la sveglia sul pavimento, ancora viva di quel suono così penetrante e monotono.

08:15, un'ora ed un minuto a fissare il soffitto vuoto, spoglio di ogni colore se non di quel bianco, ormai ingiallito dal tempo, e le crepe: in quante tortuose vie create dall'umidità e dal tempo potevo identificarmi? Ce n'è una che parte dal gancio del lampadario e si espande fino al lato ovest della sua posizione ramificandosi in altre, proprio come un veleno che scorre velocemente nelle vene e invade tutto l'organismo. Ti rende inerme ma consapevole di ciò che ti circonda, dentro e fuori.

08:24 Dopo aver fantasticato su percorsi e itinerari da seguire o meno lungo la stanza, m'inarco a mezzo busto per poi ricadere, rigidamente, sul cuscino. Il peso è eccessivo come un masso poggiato sul ventre e il mal di testa aumentò dallo sforzo provato e non riuscito. Sentii il bisogno di rigurgitare qualcosa mentre provavo a testare la sensibilità delle gambe e con un movimento istintivo balzai con la testa fuori dal letto tenendomi stretto con le mani ai bordi metallici gelati.

08:32 Il tanfo diviene insopportabile e ancora non trovo il coraggio di alzarmi dal letto. Sembro paralizzato mentalmente, il corpo rifiuta qualsiasi comando. L'accendino, di solito con le sigarette, non c'è. Cerco ovunque quando poi in maniera agitata passo le mani per le tasche e lo trovo in quella destra; non ricordavo neanche di essermi addormentato vestito. Indossavo un Jeans blu scuro leggermente strappato qua e di là all'altezza delle ginocchia e una camicia celeste stropicciata e sfilacciata dell'ultimo bottone, semplice ed elegante come le prospettive della serata appena trascorsa.

Faceva freddo fuori, forse grandinava. Dentro la mia testa sentivo la stessa sensazione: blocchi di ghiaccio grandi quanto la mia mano a tartassarmi come faceva l'acqua sul vetro.

Diritto in bagno.

Una bella lavata di faccia con l'acqua fredda, forse mi sveglierà.

Vado in cucina, siedo, accendo il pc e poi faccio partire la play list: " Your call" dei Secondhand Serenade questa mattina, non male davvero. Mi dirigo verso il frigo, prendo il latte; apro la credenza, cereali e fette biscottate. Buongiorno mondo!

Ricordo che la colazione ideale era abbondante come quelle che facevi da piccolo o quando eri fuori: caffè, latte freddo o caldo, burro, marmellata (di fragole), nutella, biscotti, fette biscottate, cereali e succo d'arancia. Mi venne in mente la colazione in quell'ostello a Roma, ben fatto davvero: semplice, economico, elegante ed in pieno centro. Ero con una ragazza Greca, alta e bianchissima dai capelli color carota, che sorrideva sempre anche se non ne ho mai capito il motivo. Forse per il mio scarso inglese, forse perché le sembravo buffo o probabilmente perché era stupida di per se. La conobbi in un precedente viaggio a Madrid e decidemmo di rivederci a distanza di due mesi e poco più. Non fu niente di eccezionale, ricordo bene solo le sue forme ed il sonno che mi veniva subito dopo. Aspettavo come un bambino la mattina per farmi svegliare dalla titolare dell'ostello ai piedi del letto con quel carrello pieno di roba ed il suo «ecco la colazione». Sempre abbondante.

Nel frattempo le canzoni scorrevano veloci e facevano da sottofondo al traffico e allo sgranocchiare dei cereali sotto al palato, forse erano passate un paio dei Ministri e una di Ligabue quella che fa " l'amore conta, conosci un altro modo per fregar la morte? " e quella mattina più che farmi questa domanda non sapevo che cosa rispondere. Ritorno in bagno, apro il rubinetto della doccia mettendo la mano di tanto in tanto per assicurarmi della temperatura e poi mi ci tuffo dentro; erano sempre docce lunghe quelle di primo mattino e, rare. Denti, talco e la solita crema rivitalizzante per il viso:

«Da applicare tutte le mattine per sei mesi»

«Si dottore, d'accordo»

Era uno strazio quel dermatologo, lo vedevo ogni due mesi per dirci buongiorno e arrivederci con un biglietto da 50 euro lasciato sulla scrivania. E sorrideva, sorrideva di gusto.

Mi vestì, presi le sigarette e l'accendino e girai la chiave tre volte verso sinistra nella serratura della porta.

Oggi, la colazione, era un optional.

Non presi l'ascensore, non lo facevo mai nonostante era uno dei pochi rimasti del quartiere a non richiedere la monetina luccicante per l'utilizzo. Ed il quinto piano del palazzo, nonché l'ultimo, ha ben 141 scalini fino alla strada che conto tutti i giorni come se potessero magicamente aggiungersi o togliersi. Un saluto veloce al portiere, il signor Proust, un uomo sulla cinquantina, grassottello, basso e con un baffo lungo che ha il vizio di toccarsi ogni volta che inizia a parlare. Indossa sempre una camicia celeste, al limite bianca con le classiche bretelle attaccate al pantalone marrone, macchiato qua e di là di non so cosa ma che neanche la lavatrice ha saputo mandar via. La cara signora Proust è una casalinga vittima della sbadataggine e della non curanza del marito: oltre a lavare e stirare camicie tutto il giorno e tutti i dì si occupa anche delle scale una volta a settimana. Io e il signor Proust ci limitiamo ad un saluto formale e, ogni volta, evito qualsiasi coinvolgimento o discorso improvvisando una certa fretta che in realtà è giustificata dal mio fare sempre tardi al lavoro. Quella mattina mi fissava più del solito, nel suo gabbiotto che a malapena ci entrava, e fa un cenno con la mano come per alzarsi dalla sedia:

«Signore!»

«Sì?» girandomi piano e con una voce sottile.

«C'è una lettera per lei.» Fui meravigliato e sconcertato dalla cosa, non ricevevo posta da quando mi sono trasferito qua. Nella mia testa cominciavano a passare più e più figure, da quelle improbabili a quelle più... improbabili in effetti. Mi avvicinai al signor Proust abbozzando un sorriso mentre ritraevo dalla sua mano la busta.

«E' la prima da quando è qui, non è solo come vuol far vedere allora» Si lisciò i baffi.

Sorrisi serrando i denti questa volta; osservai un certo compiacimento nella sua voce come se stesse aspettando da tempo il momento di potermi dire quelle parole. Abbassai lo sguardo per evitare di dare una risposta, mi girai e varcai la porta alludendo ad un saluto.

Alle 10 del mattino quel Proust era già sudato come un ciclista dopo 150 Km e puzzava come un cammello. Per non parlare della macchia di olio sulla camicia.

Che si mangia a prima mattina?

Chiamai un taxi.

«Dove la porto?»

«Blantyre Lodge, grazie.»

«Nel parco?»

«Esatto.»

«Con questa pioggia? E cosa deve fare?»

«Non sono affari suoi. Ora parta.»

Durante il tragitto mi tormentò quel pensiero, quel segreto. Notai che il conducente era incuriosito da me dal fatto che continuasse ad osservarmi più della strada dallo specchietto retrovisore.

Strinsi forte la lettera tra le mani che avevo poggiate sulle ginocchia, e chiusi gli occhi.

C'è un errore di fondo nell'uomo: è imprigionato nella propria mente.

E io quella mattina avevo un appuntamento importante con la mia, di prigione.



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