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lavoro pubblicato venerdì 15 novembre 2013
ultima lettura mercoledì 20 settembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Come se non mi avessi mai visto prima - 1

di Gabriele Cecchini. Letto 523 volte. Dallo scaffale Sogni

Con occhi nuovi ..

Me ne stavo seduta al solito tavolo, nell’angolo più tranquillo del solito Caffè a bere whisky puro, quando entrarono due mammine con poppanti, carrozzine e ciucciotti al seguito.

Cosa mi tocca sentire!

«Ti dorme tutta la notte? Beata te, io devo svegliarmi ogni ora per dargli una poppata!» comincia una, rossa di capelli.

«Almeno però ti dorme durante il giorno! In tutta la giornata non trovo neanche il tempo per un caffè!» risponde l’altra, la grassona.

«Caffè?! Sei matta? Fa male al bambino, non te lo ha detto il pediatra? Niente caffè finché allatti, bella mia!».

Se devo dire la verità tanto bella non era: due occhi come due uova al tegamino, capelli crespi sparati come razzi e venti chili di sovrappeso.

«Sapessi poi quando mi vede... come sorride! Quasi dice mamma!».

«Non esagerare, Conci, ha solo due settimane! Non vede ancora, me lo ha detto il pediatra».

«Cosa stai dicendo? Forse il tuo non ti riconosce, perché è più scemo! Guarda che occhi da salame che ha!».

«Come osi? È tanto bello, Robertino della mamma, è vero amore?» disse rivolgendosi direttamente al poppante, che non gradì quelle smorfie da film dell’orrore e scoppiò a piangere.

«Lo fai pure piangere, scimmia! Non sai comunicare col tuo bambino».

«Questo è troppo, non starò qui a farmi insultare da una fissata di terz’ordine che vede bella quella rana che non ha neanche le labbra!».

«Cosa? Parli tu, che per bambino hai una specie di quadrodi Picasso? Un occhio qui, un occhio lì... è proprio brutto! Rassegnati, è tutto sua madre!».

«Ha parlato la fotomodella! Sembra che il bambino non l’abbia ancora partorito!».

A questa uscita la grassona non resistette più, e come in preda ad un raptus prese la rossa per i capelli, facendola gridare per il dolore. Intercettai lo sguardo del cameriere, e scoppiammo a ridere di gusto. A quel punto, mi sentii in dovere di entrare in scena, solo per il piacere di vedere la vergogna e i sensi di colpa comparire su quelle due facce nere di rabbia idiota.

«E poi dicono che essere mamme è un dono del cielo... sembrate due isteriche, vergognatevi!». Strappai di mano la scarpa a quella che, ahimè, era mia figlia - non la cicciona, l’altra, quella magra con i capelli rossastri.

«Mamma, da dove salti fuori?».

«Da quel tavolo laggiù. Tiziana, tutto il bar vi sta guardando! ».

«Hai ragione mamma, siamo due stupide. Stiamo qui, a scannarci davanti a questi due angioletti. Sai, mamma, sentono tutto! Me lo ha detto il pediatra!».

«Se la smettessi una buona volta con tutti quei libri e quei dottori... è diventata una fissazione! Piuttosto, il pediatra non ti ha detto che il pannolino è da cambiare quando manda un puzzo così soffocante?».

«Quanto sei spiritosa, mamma! Certo che lo so che deve essere cambiato! Andresti tu? Oggi l’ho già cambiato tre volte! ».

«Bugia, bugia, che il diavolo ti porti via!» disse l’altra neo-madre con aria furbetta.

«Va bene, agli ordini. Vieni con me, tesorino, ti porto via da queste pazze».

E così presi il neonato e me ne andai nella macchina di mia figlia, dove c’era una sede dislocata della nursery più fornita di tutta la città. Mentre me ne stavo tornando al bar, un po’ scocciata perché il pupo era più agitato del solito e avevo faticato a cambiarlo, lo vidi.

Se ne stava appoggiato a un albero a braccia conserte, a guardare me. Che bell’uomo, pensai, mi sembrava uscito da un vecchio film, poi mi avvicinai e realizzai che si trattava del marito di mia figlia; l'avevo visto almeno un milione di volte, ma era diverso, non so cosa avesse. C'era lo zampino del diavolo. La luce del sole sgattaiolava calda e chiara delineando i confini della figura, non mi ero mai accorta di quanto fosse bello. Occhi chiari, capelli castani, un naso spigoloso e due mascelle pronunciate; un viso pieno di linee diritte, che però sembravano disegnate da un artista, tanto erano armoniose. Così percorsi il tragitto che mi separava da lui senza staccargli gli occhi di dosso.

«Manuel, che fai qui tutto solo? Tua moglie è dentro con Conci a fare a cazzotti!», lui sorrise.

«Come al solito, no?» disse con voce tranquilla.

«Pensa che matta che sono, non ti avevo riconosciuto da là, mi sembravi diverso...».

Non dovetti andare oltre, sapeva a cosa facessi riferimento.

«Lo so, anche tu mi sembravi un'altra con il bambino in braccio...». Mi fissò e mi sentii tremendamente imbarazzata, ed eccitata.

«Allora questo lo dobbiamo considerare il nostro primo incontro. Dobbiamo entrare nel bar e brindare!».

Non sembrò molto contento di quella mia uscita, e così capii che non era solo una mia impressione, o una allucinazione di una vedova quarantaduenne insoddisfatta e un po’ brilla: avevamo entrambi una voglia matta di scopare. La cosa che eccitò entrambi fu il fatto di sentirci due sconosciuti, come se non ci fossimo mai visti prima (mentre in realtà l’avevo visto a pranzo a casa mia il lunedì precedente). Forse c’era qualcosa di perverso che mi spingeva a desiderare l’uomo di mia figlia, fingendo di non conoscerlo? Forse c’era davvero lo zampino del diavolo...

«Va bene, ma non qui. Vai a riportare il bambino, e poi torna, ti aspetto. E fai come se non mi avessi mai visto prima».

Non riuscii a protestare, tanto era il desiderio di andare da qualche parte con quell’uomo, ero letteralmente in trance. Rientrai. Misi il bambino nella carrozzina senza concedere il tempo a mia figlia di dire niente, e me ne uscii di fretta, stupita di non sentire nessun senso di colpa arrampicarsi su per il collo, egoista e vogliosa più che mai.

Fai come se non mi avessi mai visto prima.



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