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lavoro pubblicato lunedì 11 novembre 2013
ultima lettura mercoledì 2 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Wither -fiore appassito-

di give989. Letto 592 volte. Dallo scaffale Pulp

Sono qui. Non posso essere in nessun altro posto. Penso... Diseredato. Sono qui. Non posso essere in nessun altro posto. Sono... Senza una casa. ...


Sono qui. Non posso essere in nessun altro posto. Penso...

Diseredato.

Sono qui.

Non posso essere in nessun altro posto.

Sono...

Senza una casa.

Sono e volevo essere quello senza una casa.

Volevo essere quello libero.

Senza responsabilità.

Senza doveri.

Senza un cazzo.

Senza.

Senza.

"Pillole in quantità esorbitante. Pillole. Pillole. Pillole. Imipramina, Amitriptilina, Clomipramina, Doxepina. Voglio, solo essere felice. Dosulepina, Trimipramina. Voglio solo essere quiete. Nortriptilina. Sono qui. Sono cosparso di fango e pioggia. Tranilcipromina, Fenelzina. Vedo la mia lacrima condita toccare la punta di un filo d'erba. Scende lentamente, attraverso una guancia ecologica e biodegradabile. Venlafaxina, Duloxetina. La guardo mentre si lascia assorbire dallo sporcizia. Felicità. Sporcizia. Le mie labbra d'acqua piovana si cancellano come un mascara in tristezza. Non so cosa fare. Non so. Non so. Non so se ridere o piangere. Non so cosa fare.”

Accarezzando i miei lunghi capelli scuri, mezzi grigi, sporchi di melma e fango, io non te lo volevo dire, ma siamo solo l'ombra di noi stessi. Siamo il 'made in china' del nostro ideale, di quello che vorremmo essere. Gente onesta. Gente lavoratrice. Gente attiva socialmente. Gente gentile. Gente civile. Gente, vorrei poter dire che non mi vomito addosso guardandomi allo specchio. Vorrei. Piccoli vermi che strisciano subdolamente e si corteggiano. Piccoli vermi che strisciano subdolamente e si corteggiano fino alla morte. Mentendo. Giudicando. Schernendo. Scappando. Ciechi. Ciechi. Ciechi figli di una cagna in un vicolo cieco senza illuminazione. Puoi gridare. Puoi urlare. Puoi pregare. Alla fine morirai qui, solo. Soffocato nella pozzanghera della tua stessa merda. Perché quello è il senso della vita. Quello è il senso di tutto questo. Solo quello.

Non posso fare nient'altro che accarezzare i miei capelli. Duri, stanchi, vecchi e dementi, senili e imbalsamati. Passarmeli tra le dita e giocarci, come un ragazzino che ha appena scoperto il sapore di una compagna di classe nei cessi della scuola. Sono duri è vero, ma sempre così fottutamente morbidi nel ricordo.

Se me ne volessi andare via da sto posto, sarebbe per sempre. Se me ne volessi andare veramente, sarebbe solo per cambiare vita. Nuove facce, nuove idee. Nessuna famiglia. Nessun amico. Cittadino del cemento e della terra. Nato dal sangue e allevato con la merda. Siamo quel che mangiamo, dicono. Voglio. Voglio. Sarò un nuovo me stesso."

Dicevo. Dicevo. E non dicevo un cazzo. Dicevo solo cazzate.

Quanto ero giovane ed idealista. Ho passato la mia vita a credere di essere libero e felice. Droghe per aprire le porte della percezione, a contatto con la natura, con i miei fratelli e sorelle. Droghe e scopate. Tante. Tante. Tante. Vegetali che si cuociono lentamente nella pentola. Un piatto salutare, ma se aggiungi poco sale il tutto risulta alquanto insipido. Non so perché, ma il mondo tutto "pace e amore" mi ha stufato. E' irreale quanto un orgasmo multiplo in un uomo. Dopo vent'anni passati a coltivare la terra cibandomi dei suoi frutti, fumando costantemente erba sotto saltuario acido, non posso fare altro che sentirmi un verme. Mi sento un cazzo d'invertebrato. Un egoista, stronzo, figlio di una troia, del cazzo, invertebrata. Invertebrato. Io. Lei. Non so. Cazzo. Cazzo. Cazzo e cazzo. Non riesco più a pensare bene.

Cazzo.

Il mio sogno è finito. Il mio sogno è la mista che finisce nell'acqua del bong perché ho voluto fare il gradasso. Il mio sogno è il cartone che vomito perché ho bevuto troppo. Il mio sogno è il tumore che mi cresce nei polmoni perché fumo troppo. Posso anche filtrare l'acqua, cercare nel vomito, operarmi e farmi la fottuta chemio. Posso anche piangere se voglio, ma oramai il sogno è finito. Il mio sogno. Il mio sogno è un figlio del Contergan e adesso, ora, in questo momento, è finito.

Un anime in rotoscope che mi parla e mi dice che “Il mio fiore sboccò. Il fiore, il fiore sbocciò. Era terribilmente spaventato dal vento. Nessuno l'aveva visto prima, ma sbocciò. Il mio fiore è sbocciato. Il mio fiore, il mio fiore è sbocciato. Il mio fiore si è radicato nelle arterie, e ora, cosa può consolarmi? Non posso fermarlo. Non posso. Il mio cuore è un bulbo in fermento e ho il sangue d'inchiostro. Il mio fiore sbocciò. Il fiore, il fiore sbocciò. Era terribilmente spaventato dal vento. Nessuno l'aveva visto prima, ma sbocciò. Devastando il resto.”

Giapponesi del cazzo.

Apro i miei occhi, azzurri rispecchiano il cielo, come una limpida pozzanghera appena terminato il temporale. Apro i miei occhi, e il sole mi ferisce. Sono un uomo troppo sensibile, sapete? Disteso su un letto d'erba secca. I primi profumi di giugno si stanno facendo sentire. Mani incrociate sul cranio e gambe accavallate. Manca solo la spiga per essere un cazzo di Tom Sawyer moderno. Certo, con la differenza che adesso i pesticidi mi fotterebbero gli organi in pochi anni.

Vista drammatica, sembra che adori le tragedie. Mi proteggo con la mano oscurandomi, e lacrimosi, chiudo gli occhi di nuovo. Il riflesso del sole, adesso così labile, mi attraversa le palpebre, donandomi una mistica visione apparente di pura allegria ed illuminazione. Nelle mie orecchie sento il fruscio del vento tra la paglia. I rami secchi che scrosciano tra loro, come un batterista strafatto d'anfetamina che segna il tempo.

Voglio stare qui. Nessuno può portarmi via.

Voglio stare qui. Nessuno può trascinarmi via.

Se è vero che la felicità è fatta di piccole cose, allora io sono nella mia isola deserta. Nella mia intima isola deserta. Accompagnato solo da sensazioni, vivo per sentire.

Il calore uniforme mi colpisce la cute e si disperde attraverso la carne, fino a raggiungere le ossa. Fino a toccare gli organi. Fino a scaldarmi il cuore. Siii...

Oddio.

E tutto si ferma in quell'attimo perfetto.

Odio.

La luce scompare. Apro gli occhi confuso e incazzato. Una nuvola cupa e densa svolazza sulla mia beatitudine, come una mosca attirata dallo sterco, si posa su di me per nutrirsi.

Avvilito. Sfiancato. Affranto. Disprezzato. Fottuto.

Sono fottuto. Sì, sono fottuto.

Sentendomi riempire di sputi oleosi e acidi, mi soffermo a pensare. Mi alzo e mi guardo attorno, una condensa di nebbia e cenere sta ricoprendo il mio mondo. Mi alzo, asciugando lo schifo dal mio viso con la giacca. Strisce viscose che rimangono cicatrizzate sul volto, come macchie di vedetta d'infedeltà islamica. Cammino tra bukakke di saliva tersa, ricordando quei pochi attimi di gioia, ormai svaniti.

Cenere alla cenere.

Polvere alla polvere.

Solo questo resta di noi.

Ora.

E...

E....

E.....

E.

E sto precipitando. Sto precipitando. Vedo granelli di vita in essenza, precipitare. Cado, cado. Cado. Concentrazione, concentrazione. Con-cen-trazione. Sento il sibilio dell'arteria destra che si muove. Sibil-Io. Simil-Io. Fruuuuu-scio. Il mio ventricolo destro è fottuto. Braccio è il mio ramo che si spezza.


Infarto.


Appesantito. Mi sfrego la testa oleosa, scrostandomi pensieri di una mineralità fin troppo innata. Sollevato. Mi risveglio sudando limpidezza da pori fin troppo ostruiti. Sono qui. Sono qui. Galleggiando tra merda ed acqua, incerto sull'affondare. E sono qui. E comunque, galleggio. Voglio liquefarmi. Voglio essere orgasmo. Voglio essere Kleenex nella fogna. Voglio essere aria. Voglio essere purissima. Voglio essere Levissima. Voglio, voglio. Voglio. Voglio essere le dita congelate dei piedi di Messner, e cadere, cadere. Cadere. Voglio essere. Nulla. E più. E tra lame d'erba e polsi kamikaze, vene danzano un ballo sordo. Nell'aria fluttuano, e ondeggiano, e tremano. Vive. Spruzzano e squirtano linfa rossastra in ogni dove. Vivi. Senti. Stringi. Muori. Voglio solo bermi. Voglio solo nutrirmi. Voglio solo sentirmi. Voglio. Solo. Vivere.

Vivere?

Vivere.

Non ne ho idea.

E sento in me la mia prima canzone. La mia prima idea. La mia prima volta. Amore.

Sento il cotone sulla pelle e lui sente il mio battito. Il mio cuore pulsa e si trascina lungo la manica, solcando le impurità della maglia. Non posso farne a meno. Non posso farne a meno. Tutto si riduce a questo allora, in una tanto falsa quanto troia rappresentazione di cellule erotomani in pieno atto sessuale. Luride puttane esibizioniste. Dicono, e lo dicono loro, che non posso farne a meno.

I bambini in cortile stanno sclerando. Sclerano i bambini, urlano, giocano con la loro innocenza. Sento urla provenire dalla grondaia. Le urla salgono e si arrampicano, strisciano come vecchi serpenti in cambio muta. Scalano l'ottone, affamate, entrando nella mia camera, silenziose e sinuose, dalla finestra, silenziose e sinuose. Le luride. La loro lingua sibila versi poetici per addolcirmi. Vogliono entrarmi dentro. Vogliono possedermi. Ma alla fine, non posso essere addolcito. Non posso innamorarmi. Non posso. Fare nulla. Non posso. Spaventarmi. Non. Posso. Essere libero. Alla fine, sono solamente fottuto. Fottuto. Fottuto. Fottuto. Fottuto. E ancora, con gran sorpresa di tutti, fottuto alla grande.

Questa è la fine. La mia fine.

Questa è la mia fine, le mie vene varicose sono fottute alla grande e non posso fare nulla. Nulla. Nulla.

Nulla.

Le mie porte della percezione sono aperte, ma non ero pronto. Chi può realmente esserlo? Una porta sfondata non si può più chiudere bene, sapete?

Una pazzia rivestita e avvolta da una velata lucidità, neanche tanto opaca ad essere sinceri. Questo e nient'altro mi resta. Ci resta. La meta ultima di una generazione di sognatori ecologisti e cosmopoliti. Bel sogno del cazzo, dico adesso afflitto, urlando frignante. In questo campo, Woodstock di dementi e menomati, pensatori e falsi ideali, incubi e utopie, tutto è un miraggio. Un'oasi in un deserto, mentre cammini da ore ed ore, forse da tutta la vita, strafatto di metanfetamina e con le labbra secche e screpolate. Tu lecchi e lecchi, quelle labbra che una volta erano capaci di amare così intensamente, ma adesso ingoi solo sabbia. Adesso è solo un sogno in deriva, e un legno, coperto da braci in asfissia autoerotica, che si lascia trasportare, incurante, dalla fredda corrente nella buia notte del mondo.




Commenti

pubblicato il 12/11/2013 2.30.47
CHRIS, ha scritto: Bel viaggio... sentito sopratutto.
pubblicato il 12/11/2013 12.38.07
give989, ha scritto: Grazie!

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