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lavoro pubblicato giovedì 7 novembre 2013
ultima lettura mercoledì 10 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Racconti del giorno e della notte (Parte 1)

di Peppone. Letto 677 volte. Dallo scaffale Fantasia

Le turbe dell' anima in un'atmosfera fantasy. Se la vita può essere narrata una narrazione fantasiosa, forse, può cogliere alcuni aspetti della vita stessa.

…Nel borgo di Barental…

Da diverse notti non brillavano stelle nel cielo di Barental.

Nubi scure e sempre cariche di pioggia, fuori stagione, immobili, spesso squarciate da saette e lampi ottenebravano cuori e menti dei semplici abitanti del piccolo borgo marinaro, che non riuscivano ormai da tempo a godere di albe serene, preannuncianti buone giornate e rilassanti crepuscoli, pronti a garantire un riposante e corroborante sonno.

La vita, tutto sommato, continuava regolarmente tra le vicessitudine della quotidianità.

Al mattino, di buon’ora, i pescatori tiravano a bordo reti e attrezzature e prendevano il mare per tonare a ore tarde. Contadini e conadine si recavano nei campi vicini e lontani a seconda delle colture. I più piccoli si recavano nella locale scuola in virtù di un recente decreto imperiale che garantiva l’istruzione di base.

A pochi passi dall’ingresso nord del borgo vi era, ozioso, l’ufficio del locale magistrato, sporadicamente chiamato in causa per semplici mansioni arbitrali riguardo a piccole transizioni commerciali o screzi e liti tra i popolani.

La vita percorreva le ordinarie vie della consuetudine, ma il cielo era sempre più cupo.

Nelle valli di Concodor, cinque anni prima…

Una cruenta e colossale battaglia di stava combattendo nelle verdi valli del Concodor, territorio a ovest della captale, la fastosa e industriosa Palistra.

Dopo due anni di tremenda guerra tra gli adepti delle fazioni dei due pretendenti al trono imperiale, i figli del defunto sovrano, quella sarebbe sicuramente stato lo scontro decisivo.

Imperversava il tumulto guerreggiante lancie squassate, armi infrante e corazze e carni dilaniate e mutilate.

Dietro le file contrapposte i due condottieri impegnati a dirigere le manovre belliche assistevano l’uno alla capitolazione delle proprie forze e l’altro al trionfo della propria causa, per la gloria del suo sovrano.

Era antica usanza che i comandanti vincitori decapitassero i lo parigrado avverso per evitargli la vergogna della sconfitta.

Il generale Liquo si trovava ora dinanzi il condottiero caduto, già inginocchiato e pronto ad affrontare il suo destino.

“Fratello mio” disse in lacrime Liquo, “Taci” ribattè severo l’altro: “Entrambi abbiamo intrapreso consci un cammino e se il mio è giunto al termine non potevo desiderare che uomo migliore vi ponesse fine”.

Attorno a loro tutti gli uomini tacevano sgomenti dinanzi la drammaticità dell’epigolo di una guerra fratricida in cui parole come amicizia, fratellanza e unione hanno perso ogni dignità e senso.

Una lama si elevò alta verso il cielo e come mannaia si abbatè per scporcarsi copiosamente di sangue.

Tutto fu finito.

…Un mese dopo…

Liquo, sebbene avrebbe postuto aspirare a diventare il primo consigliere del neo-imperatore, si dimise dalla sua carica.

Ritiratosi nella tenuta di campagna della sua famiglia prese a disinteressarsi anche dell’amministrazione del suo patrimonio,demandandola a procuratori.

Trascorreva le giornate a stordirsi con l’alcol, a oziore, a vagare per le campagne o per le stanze della villa. Era solo, triste e smepre più iracondo. Con le sue mani aveva eliminato la persona più cara che gli fosse rimasta la mondo, l’amto fratello maggiore, che dopo la morte del padre era statsa la sua guida e il suo punto di riferimento, colpevole soltanto di aver creduto in una causa differente. Il rimorso, la rabbia, la vergogna, la tristezza, il rimpianto come un mefitico turbine si addensafano e fondevano nella sua anima, opprimendolo e pervadendolo di un’insopportabile senso di vuoto e nella totale apatia.

Aveva solo diciannove anni, ma sulle sue spalle sentiva gravare un secolare macigno.

…Due anni dopo…

Un dì Liquo stremato dalla solitudine decise di fare ritorno in città per una rapida passeggiata. Sentiva il bisogno di vedere gente, sentire il caos del trambusto urbano, percepire odori e profumi di merci e pietanze.

Con un gesto fece capire ad un suo servo di sellare un cavallo. Le sue terre, difatti, erano a un tiro di sasso dalla capitale.

L’aria era fresca e frizzantina e il sole caldo e luminoso. La campagna era viva e fertile, ma solo tenebre e malura risiedevano fisse in lui.

Gli occhi spenti e l’espressione assente colpì sgradevolmente quei cottadini che per caso incrociavano il suo sguardo.

La città caotica vibrante non lo stimolava. Assistè inerte al pestaggio di un’anziano in un vicolo. Una bambina gi chiese cortesemente di far schiacciare dagli zoccoli del suo cavallo un giocattolino di legno che le era caduto, ma insensibile continuò dritto laciandosi alle spalle i singhiozzi della fanciullina e le parole di conforto della sua mamma.

Fu testimone di molti simili misfatti, ma, a differenza di qualche anno prima, non lo squotevano minimanete, al contrario deluso e innervosito stava per ritornare sui suoi passi quando un urlo femminile attirò la sua attenzione.

“Che succede” si chiese sottovoce, stranito dall’inconsuetudinaria voglia di agire.

Cavalcò rapido tra la folle fino a giungere alla fonte delle urla.

Tre uomini perquotevano e tenevano ferma una giovane.

Liquo ritrovando un po’ del suo istinto combattivo sceso dalla cavalcatura gli si fiondò contro.

Sebbene ormai da tempo non si mantenesse in esercizio la sua pratica di guerriero e la sua esperienza furno bastevoli a sottomettere i tre balordi.

Percepì un certo senso di soddisfazione nel menare le mani. Si voltò verso la giovane, una ragazza incantevole dai lunghi e ondulati capelli rossi. Dalle vesti comprese che non era una popolana.

Senza proferire alcuna parola le porse una mano per aiutarla a rialzarsi. La fanciulla, malgrado l’avesse salvata, era titubante, non scorgeva gentilezza dagli occhi dell’estraneo e la cosa la impensieriva.

Liquo squotè leggermente le sue dita in segno di esortazione. La ragazza si levò da sola.

“Vi ringrazio” disse timida e ancora tremante lei. Lui la fissò per qualche attimo, poi: “Di nulla” proferì severo: “Avete una scorta?”, “No, stavo facendo solo una passeggiata”, “Da sola, per le vie del mercato, non sapete che qui c’è poca vigilanza”.

La giovane nion aggiunse altro e abbassò lo sguardo nel tentativo di concludere al più presto quell’incontro, ma per lei quel giorno l’inquietudine non era ancora destinanta a sciemare.

“Salite sul mio cavallo, è mio dovere scortarvi fino a dove vorrete”, “Non vi preoccupate”, “Salite” la interruppe freddo: “Io sono Liquo di Benserievo” nel pronunciare il suo nome ebbe un sussulto e non comprendeva cosa lo spingeva a tanta insistenza.

“E voi non avete nulla da temere da me”. Quello era un nome famoso e nota sebbene trista e tragica era la storia ad esso legata.

“Grazie” rispose lei rapida con una certa dose di reverenza e sorpresa. Venire a capo di chi fosse il suo soccorritore le fece dimenticare la paura provata dalla tentata aggressione.

“Dove andiamo?”, “Se per voi va bene, eccellenza, dovrei recarmi nella biblioteca imperiale, della quale sono di recente divenuta direttrice”.

“Direttrice” commentò lui non facendo trapelare altro che disinteresse: “Il vecchio Demestrio Leziante è morto?”. “Era mio padre, io mi chiamo Rebra Leziante”. Quest’informazione scoperta in tal modo a chiunque altro avrebbe provocato un certo imbarazzo, ma Liquo rimase impassibile: “Condoglianze, lo conoscievo bene. La genete muore madamigella, la gente” si interruppe, poi continuò: “Approfitterò allora della vostra carica per visualizzare dei volumi che mi ero da tempo ripromesso di leggere”.

Lei era visibilmene infastidita: “O insomma che villano che siete”. Lui volto di scatto lo squardo gelido e torvo zittendola, ma aveva compreso la causa di tale reazione.

“Perdonatemi, non parlo con qualcuno da tempo, non vi ho cheisto nemmeno se state bene. Sono ormai abituato a gridare ordini ai servi e a tacere nel resto della giornata. Fattostà che mi occorre leggere quei volumi, potete aiutarmi?”, lei acconsentì con un cenno del capo.

Nei giorni che si susseguirono le visite alla biblioteca da parte di Liquo si facevano sempre più frequenti e ancor più frequenti e sempre più lunghe erano le conversazoni tra lui e la giovane direttrice.

Pian piano i due istaurarono un piacevole rapporto di amicizia e per la prima volta da anni nel cuore cupo, sterile e spezzato di Liquo stava sbocciando una piccolo ma vivo germoglio.

Un giorno, però, Rebra si spinse un po’ oltre: “Liquo, perdonatemi, ormai è da diversi mesi che voi venite qui, spesso discutiamo piacevolmente di molti argomenti, ma non vi ho mai visto sorridere, i vostri occhi non perdono quell’alone di grigio e il vostor volto è sempre livido di una sorta di nervosismo”, “Cosa volete dirmi, Rebra” esordì inquisitorio lui.

La giovane con imbarazzo scielse di continuare: “Forse volete parlarmi di vostro fratello, è indubbio che il vostro stato emotivo è tutta la vostra esistenza fino ad oggi orbita intorno a quella battaglia”. Rebra fu fulminata da una sferzante espressione di Liquo, il quale stava per andarsene, ma: “Vi prego parlatemi di quel giorno, parlatemi dl vostro dolore”, “Perché dovrei?” esplose adirato lui tra le occhiate silenziose degli studiosi presenti nella sala adiacente.

“Signora, cosa volete sapere, cos’è che già non sapete visto che siete così acuta e storicamente ragguagliata. C’era la guerra, mio fratello, l’uomo che mi fece da padre un giorno mi disse di scegliere da che parte volevo stare e io gli risposi che la sua era sbagliata, che il sovrano che voleva lui era un pazzo sanguinario e che non capivo quale follia lo avesse condotto tra le sue schiere. Poi cadde per mia mano. Cosa dovrei fare, mia signora, dovrei vivere, è vita questa, mi alzo al mattino e spero di morire quanto prima e mi dedico all’autodistruzione, non mangio, bevo. Sotto affetto da un bruciore costante che mi pervade dall’interno e voi mi chiedete di parlarvi, parlavi di cosa?”.

Rebra cercando di immedesimarsi in tanta miserevole condizioni prese a lacrimare.

“E’ terribile, mio signore, è terribile, ma se non cercate di liberarvi di tutto ciò non riscirete a vivere”, “Voi non capite, non ho più alcuna ragione di vita. Tutto mi sembra vuoto, vano, inutile, non sono più spinto da ideali o da doveri”, “Allora perché venite qui, forse cercate conforto nella lettura e nelle chiacchiere?”, “Io, non lo so”, “Se qualcosa si è spezzato dentro di voi, col tempo e con la volontà potrete riparalo”, “Tacete, ora basta”, “Invece dovete ascoltarmi”, “Perché mai? Io non sono che un mostro, la mia anima è sfigurata e noon posso fare altro che barcamenarmi in questa tortura che è divenuta la mia vita con ciò che è rimasto di me”.

Istintivamente Rebra gli cinse le mani, quel contatto fisico inaspettato colse impreparato Liquo, che non sapeva come reagire.

“Io, se volete, vi starò accanto e a poco a poco sono sicura che voi troverete il modo di riesumare ciò che sta sepolto nel vostro cuore”, “Perché, perché fareste questo per me?” sussurrò confuso lui.

Un breve istante di silenzio, un dolce sorriso e poi: “Perché voi non siete un mostro, la vostra anima non è monca, avete solo bisogno di tempo e col tempo riscoprirete che la vita non è solo sofferenza e che non siete solo”.

Nei giorni che si susseguirono Liquo si rese conto che rinnovati sentimenti albergavano in lui. Aveva riscoperto l’amicizia, il piacere legato ad una bella giornata, la serena soddisfazione di fare qualcosa di buono come impedire un pestaggio e aiutare una bambina a raccogliere il suo giocattolo. Stava gradamente riscoprendo l’amore.

Una notte nella sua tenuta pensieri diversi dal tobido rimorso aleggiavano nella sua mente.

“Ma si, era li, è vero, si, dentro di me, si nascondeva era ben celato ma cera. Sento qualcosa di forte per quella ragazza, non pensavo potesse ricapitarmi, ma quando la quardo sento le tenebre diradarsi. Lei è la mia salvezza”.

Quando una psiche turbata e malata cerca un appiglio sicuro per ritrovare un equilibrio rischia di cadere in un baratro ancora più nero qualora l’aspettativa di approdare in un porto sicuro si rivela pura velleitarità.

“Mi amate, Liquo?” sussultò sorpreso Rebra: “Ma cosa dite, come potete pensare di parlami in questi termini”, “Ma io”, “Liquo ammetto che tra noi è nata una buona amicizia, ma nulla di più, io sono già promessa ad un uomo, un uomo che amo fin dall fanciullezza”, “Voi, non lo sapevo, non i avete mai de4tto ninte, come potevo saperlo”, “E’ vero, ma ciò nonostante voi non avete il diritto di venire nella mia biblioteca e dirmi di amarmi, non vi rendete conto di quanto sia sconveniente e sbagliato”.

Liquo vide cadere la sua unica speranza, si snetiva ingannato, raggirato, vessato.

“Voi mi avete ridato i miei sentimenti, mi vete fatto aprire, mi avete dato conoslazione e tutto senza mai fare rifermineto al vostro fidanzato, cosa significa tutto ciò? Per quale motivo avete insistito a rendermi la vita, che sadico piacere dovete provare, già me lo figuro, dev’essere stato divertente ergere un muro di carta da abbattere al momento giusto” senza permetterle di replicare scomparve dietro una porta che conduceva verso un’ala privata della biblioteca.

Settore magia oscura e affini.

Passo dopo mpasso quegli arcani volumi si nutrivano della sua rabbia, del suo livore, della sua frustrazione e giunto alla fine della polverosa fila di scaffali uno di quei libri cadde dal suo spazio per finirgloi in mano. Era logoro e pesante, sulla copertina di pelle vecchia vi era un’iscrizione: “Rinascita”.

…Tre anni dopo…

Da diverse notti non brillavano stelle nel cielo di Barental



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