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lavoro pubblicato martedì 5 novembre 2013
ultima lettura giovedì 21 settembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Meschina (3)

di Gabriele Cecchini. Letto 512 volte. Dallo scaffale Generico

La serata finale del Premio arriva e accade l'irreparabile. ..

La serata finale

Come fare ad annunciarla? Come avrebbe potuto pronunciare quel nome lungo e difficile senza stramazzare a terra per la vergogna? Il solo pensiero che la teppista potesse smascherarla di fronte a tutte quelle persone (ministri, prefetti, assessori, amici, nemici...) terrorizzava Dorotea, quasi non riusciva a respirare. Non era il panico da palcoscenico che l’assaliva solitamente dietro le quinte. Tutti avevano notato quanto Dorotea fosse più nervosa del solito, il che significava essere al limite di un attacco di nervi. Aveva la fronte bollente e gli occhi rossi.

«Come sto? Sembro bassa?».

Marta, la costumista, le avrebbe voluto rispondere che era bassa, ma rispose gentilmente: «Sei uno splendore, cara». Mancavano cinque minuti all’inizio della serata finale, che comprendeva l’esibizione dei concorrenti che avevano superato le eliminatorie precedenti e quindi la proclamazione dei vincitori.

«Che paura! Ogni volta è peggio... e se sbaglio? Se inciampo con questo vestito? Ti ricordi quella volta che quasi cadevo dal palco?». Non stava zitta un attimo. Si toccava convulsamente i capelli per controllare che la cupola fosse tondeggiante e compatta.

Prima di salire sul palco, Dorotea diede un’ultima occhiata alla lista dei concorrenti, cosa che faceva sempre. Cercò in quel magma bianco e nero dove navigavano numeri, lettere e nomi; quando i suoi occhietti timorosi non trovarono il nome che la ossessionava, si bloccarono di colpo. Nonostante il vestito stretto lungo fino ai piedi e i tacchi alti che le impedivano di muoversi agilmente, corse a chiedere spiegazioni.

«Diletta!» tuonò, «Quella contadina che mi ha insultato ieri, quella col nome spagnolo, non ha passato le selezioni?».

Diletta la guardò con aria perplessa: «Spagnola? Non ci sono concorrenti spagnole, Dorotea, quella che ti ha insultato è la numero 25, Margherita Bentini» e indicò un nome sulla lista che Dorotea stava stritolando con le sue mani minuscole.

«Cosa dici, idiota! Non ti ricordi? Maria Juanita Consuelo Rigual, quella punk!». Dorotea non capiva: da un lato avrebbe voluto tirare un sospiro di sollievo, dato che non c’era traccia del nome incriminato, dall’altro il suo cervello macchinoso e ridondante macinava fantasie assurde. «È tutto un complotto! Mi state giocando un brutto tiro, giuro che vi faccio licenziare tutti! Tirate fuori la vera lista, razza di ingannatori! Chi è stato a dirvi tutta la verità?».

La crisi di nervi era arrivata, impetuosa e rossa. La soprano si guardava attorno, pareva un ammasso di spini tutti attorcigliati - i suoi nervi; non voleva sentire ragioni. Portò le mani contratte, rigide dentro il lampione che aveva in testa e con fatica guastò tutta l’acconciatura - tre ore di lavoro in fumo! Diletta spiegò più volte che non c’era nessun tranello, che quella ragazza si chiamava Margherita Bentini e non c’era nessuna concorrente spagnola, ma niente. Era evidente che non poteva presentare la serata in quello stato. Tutto lo staff era imbarazzato, non l’avevano mai vista così, e non sapevano che fare. Dopo molti altri vaneggiamenti, decisero di chiamare un dottore, che arrivò prontamente (c'è sempre un medico tra il pubblico quando serve!) e le diede un calmante.

La portarono a casa sua. Dormì a lungo.

Il giorno dopo

Un’allucinazione causata dal troppo lavoro, ecco com’era andata. Dorotea, inutile negarlo, continuava a sostenere cocciutamente che quel dannato l'aveva letto sul programma. Possibile che quelle stupide lettere si fossero mescolate nella sua mente fino a formare proprio quel nome infernale? Stava forse impazzendo?

Si alzò, dopo quel lungo sonno, letargica e indolenzita. I colori intorno a lei erano d’ombra, ma non troppo scuri; pensò che doveva essere pomeriggio tardi. Guardò l’orologio: le cinque. Non un rumore, un suono. Uno scricchiolio sarebbe bastato a farle un po’ di compagnia, ma niente di niente. Si sentiva rallentata e stordita al punto che non riusciva a pensare alle conseguenze dell’accaduto. Strano: lei aveva sempre colpe, rimproveri, cause, effetti e giudizi a colmarle la mente. Si stese nuovamente sul divano e cominciò a guardare il soffitto, non l’aveva mai fatto prima. C’era una macchiolina rossa proprio sulla sua testa. «Sarà il mio cervello che se ne è uscito e ha strisciato fin lassù? Ma è davvero così piccolo?».

Abbassò lo sguardo e capì che era solo la spia lampeggiante della segreteria telefonica: c’era un messaggio. Spinse il tasto e ascoltò: «Dorrrrotea, soy Juan Miguel, ti chiamo per dirti che ieri la nostra chica Maria Juanita è morta, l’hanno investita mentre andava alle prove di canto; proprio il giorno del debutto nell’Aida, qui a Madrid, dove cantasti tu venticinque anni fa. Sono un uomo finito. Era proprio brava, come te, il suo professore diceva che ce l’aveva nel sangue. Che classe... se solo l’avessi sentita... So che non t’importa, ma ho voluto dirtelo, eri pur sempre sua madre. Addio».

Meschina vecchia che non sei altro, finirai sola come meriti. Hai pensieri sudici e sudicia è la tua vita. Il tuo posto è sotto terra, insieme ai vermi che divoreranno il tuo corpo brutto e avvizzito. Non si può riempire un vuoto infinito, il vuoto delle emozioni che non ti hanno insegnato a cogliere, il vuoto dell’amore che non hai mai conosciuto. Meschina, e niente altro.



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