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lavoro pubblicato venerdì 1 novembre 2013
ultima lettura venerdì 21 luglio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Meschina (1)

di Gabriele Cecchini. Letto 599 volte. Dallo scaffale Generico

Le prove «Se dovessi scegliere io i concorrenti, questi li spedirei tutti a casa!» gracchiò Dorotea non appena la concorrente nume...

Le prove

«Se dovessi scegliere io i concorrenti, questi li spedirei tutti a casa!» gracchiò Dorotea non appena la concorrente numero 24 ebbe finito di cantare. Purtroppo non spettava a lei selezionare i cantanti, visto che era solo la presentatrice, ma chi in passato aveva tentato di farglielo notare, era andato incontro a fulmini e saette. «Presentatrice io? Che affronto! Se ho calcato i palcoscenici di tutto il mondo, sono una Soprano! Maria disse che un legato come il mio non l’aveva mai sentito! − intendeva la Callas − Se presento questo premio canoro è solo per portarvi, o forse dovrei dire regalarvi, un po’ della mia popolarità!» a quel punto in genere si cacciava velocemente in bocca una caramella alla menta.

Era bassa, più bassa del dovuto - la sartoria doveva inventarsi trucchi sempre nuovi per mascherare la sua statura. I capelli argentei formavano sulla sua testa una cupola ben cementata, come un lampione. Non poteva fare nulla senza un colpo di rossetto rosso scuro sulle labbra troppo sottili. Nel complesso non aveva un aspetto spiacevole, con quegli occhi grandi e neri e il naso alla francese: una bella signora di cinquanta e più anni. Ma non aveva un bel carattere, come avrete di certo capito; estremamente permalosa e suscettibile, non era dotata affatto di autoironia. Per di più non se ne stava mai zitta, ed era maestra nell'arte del portare le persone all’esasperazione o al pianto. Quando puntava i suoi occhi accigliati su qualcuno, era come l’inizio di una battaglia per Dorotea. Vinceva sempre.

Il premio in questione era un premio per giovani cantanti che si svolgeva annualmente nella sua città natale e che era dedicato alla memoria di suo marito, Marcello Dall’oca, noto mecenate delle arti canore che morì prematuramente quando il progetto del Premio doveva ancora venire. Sulle prime era stata entusiasta di partecipare, come poteva rifiutarsi? Poi però, con l’andare del tempo, il prestigio del premio era andato diminuendo, mentre l’isteria di Dorotea era andata aumentando vertiginosamente. Le prove che avevano luogo prima della serata finale del premio costituivano il classico pretesto per scene al limite della pazzia. Dorotea tirava fuori tutto l’istrionismo e la cattiveria civettuola che aveva dentro, provando un piacere malsano a demolire i concorrenti, soprattutto le ragazze. Se ne stava nella prima fila di poltrone a godersi lo spettacolo come se si trovasse al circo, con le sue gambette accavallate a fatica (tanto erano corte) e degli occhialini da sarta appoggiati sul naso.

«Carina, ti hanno assalito i banditi? Cerca di domare quel cespuglio di capelli, come puoi pensare di diventare una cantante con quell’alveare in testa? E poi la gonna è troppo corta; la mia insegnante di canto mi diceva sempre: se in scena sei troppo nuda, la giuria sarà troppo impegnata a guardarti, non udirà affatto la tua esecuzione e penserà che sei una troietta! ».

La concorrente numero 24, assalita da queste critiche, scoppiò in lacrime e se ne andò.

«Perfetto, se piange vuole dire che ha capito la lezione. Non è un bene Diletta?».

Diletta, l’assistente di studio, annuì automaticamente, cosa che ormai si era abituata a fare da anni. Non sempre però Dorotea trovava ragazzine così spaventate e umili. La numero 25, infatti, era tutto fuorché spaventata. Capelli crespi di un biondo spento, trucco nero intorno agli occhi e rossetto scuro, sembrava una punk vestita di stracci. Non appena salì sul palco, Dorotea commentò piano rivolta a Diletta: «Che puzza che emana! Disinfestatela prima di domani sera, o sverrò sul palco!».

Dopo che ebbe finito di cantare una versione molto rock di un pezzo di Frank Sinatra, guardò dritto negli occhi Dorotea e attese il verdetto.

«Cioccolatino, ti hanno investita? O forse ti hanno rubato tutti i vestiti e ti sei dovuta mettere questa roba puzzolente che hai trovato in un cassonetto? Non penserai di salire sul palco conciata così, vero? Sai che ci sono dei centri di accoglienza... ».

«Si sta rivolgendo a me, specie di babbuino grasso e basso? Bella parrucca, quando se la toglie ci gioca a bowling?».

Diletta stava sbiancando, non aveva mai sentito nessuno rivolgersi a Dorotea in modo così diretto e insolente; l’unico attacco che ricordava era quello di Marta (la sarta aveva gridato a squarciagola: «Maledetta vecchia bastarda»), che causò due anni di musi e infiniti tentativi di farla licenziare da parte della soprano.

Dorotea sgranò gli occhi e si alzò in piedi.

Sembrava tremare.

«Come osi rivolgerti a me in questo modo? Brutta drogata! Sai chi sono io?».

«Mi faccia pensare, uno dei sette nani? Ah, no mi scusi, lei è quella cantante lirica che durante la prima dell’Aida alla Scala di Milano nel 1977 fece un acuto talmente stonato da rompere i timpani a tutti i malcapitati. E poi corse via piangendo nel bel mezzo dell’opera. È vero, è proprio lei, Dorotea Bassani, adesso ricordo. Bassani di nome e di fatto!».

Quell’episodio finì su tutti i giornali dell’epoca, e causò il declino di una carriera che aveva avuto più bassi che alti, per non dire più disastri che trionfi. La causa? Difficile da identificare: insegnanti sbagliati, impresari incapaci o forse solo una grande sfortuna. Di talento Dorotea ne aveva, almeno agli inizi.

Diletta, non sapendo cosa fare, si godette la scena, non senza una gran voglia di scoppiare a ridere. Dorotea si tolse una scarpa e la lanciò addosso alla concorrente numero 25, che riuscì a schivarla.

«Quella sera non mi sentivo bene, furfantella da quattro soldi! Nessuno mi ha mai trattato così, canti come una mucca in calore! Basterà una mia parola e ti escluderanno dalla gara».

«Sarebbe illegale, e la denuncerei. Quindi smetta di ragliare e veda di farsi prescrivere dei calmanti dal suo psichiatra».

La temeraria se ne andò senza lasciare a Dorotea il tempo di ribattere alcunché.

«Diletta, segnati il suo nome e vedi di fare in modo che non vinca nessun premio».

«Dorotea... sai che sarà la giuria a decidere, non io e non tu».

«Non posso permettere che una delinquente simile vinca un premio al concorso fondato in ricordo del mio povero marito. Parlerò con i giurati».

«Non è corretto, e se davvero la ragazza lo scoprisse...».

«Taci, dimmi il suo nome».

«Maria Rigual».

Dorotea si accigliò, si mise le mani al collo e cominciò a giocherellare convulsamente con la collana di perle nere che indossava da decenni. Era impietrita.

«Maria Juanita Consuelo Rigual» disse con voce piatta la ex-cantante lirica.

«Esattamente, ma come puoi sapere...».

Dorotea si alzò. Dopo un attimo si sedette di nuovo accanto all’assistente di studio, fissando la lista dei concorrenti che costei aveva in mano. Guardò fuori dalla finestra, come se la quercia fuori nel cortile le dovesse suggerire qualcosa da un momento all’altro.

«È mia figlia» disse Dorotea senza alcuna espressione in viso, come in trance. Quando fece per alzarsi dalla sedia, Diletta vide per la prima volta il volto di Dorotea colorato da righe nere, lacrime al rimmel.



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