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lavoro pubblicato martedì 29 ottobre 2013
ultima lettura domenica 19 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

PACCHI

di CHRIS. Letto 768 volte. Dallo scaffale Pulp

Lavoravo come magazziniere in una ditta di cosmetici. Nove ore al giorno. Nove ore a prendere pacchi, spostare pacchi, e sollevare pacchi. Era tutto un pacco, anche il mio stipendio: seicento euro mensili per passare la giornata coi pacchi. Tornavo a c...

Lavoravo come magazziniere in una ditta di cosmetici. Nove ore al giorno. Nove ore a prendere pacchi, spostare pacchi, e sollevare pacchi. Era tutto un pacco, anche il mio stipendio: seicento euro mensili per passare la giornata coi pacchi. Tornavo a casa che mia madre preparava già la cena, ma io ero sempre troppo stanco per mettermi a tavola. Di solito mi facevo una doccia e andavo al Bar ad ubriacarmi. Ritornavo a notte fonda zoppicando, e con le spalle piene di guai. Mischiavo un po’ di ansiolitici in un bicchiere di whiskey e andavo a dormire. Alle sette e trenta suonava la sveglia. Dovevo essere di nuovo sull’attenti e pronto per una nuova giornata di lavoro. Di pacchi. Non me la passavo un gran che bene. Le mattine ero sempre a postumi da sbronza, e mi recavo a lavoro ch’ero uno zombie con le occhiaie. Il mio cervello cominciava a captare segnali contemporanei solo dopo qualche ora di avvio. Non capivo più in che epoca fossi, in che anno, in che stagione. Tutti i giorni mi parevano uguali. Sempre gli stessi pacchi, sempre la stessa gente, sempre lo stesso schifoso caffè della macchinetta. Che senso aveva tutto questo? Che stavo campando a fare? Dedicavo la mia esistenza all’inutilità della giornata. Era come prendere ore e giorni di vita e gettarli da un auto in corsa. Non riuscì a farmi molti amici tra i colleghi. Preferivo più starmene sulle mie, meno mi guardavano negli occhi è meglio era. Ormai avevo preso le sembianze della droga e degli alcolici che mi buttavo in corpo ogni sera. Più lavoravo e più dovevo farmi per smaltire lo stress. La mia testa era un terremoto. Ero arrivato a pesare cinquantasei chili. Sembravo uno scheletro con le Nike e la barba. C’era solo un collega col quale andavo d’accordo. Si chiamava Alex, e oltre a sollevare pacchi e altre robe di pacchi, faceva il batterista in una rock band. Una volta dopo il lavoro andai nel loro studio ad ascoltarli, erano bravi ragazzi. In un ora di prove suonavano un quarto d’ora, il resto del tempo bevevano Guinness e chiacchieravano di leggendarie rock band: mi piaceva l’ambiente. Una mattina ero nella zona di scarico merci con Alberto e Nicholas. Avevano entrambi la mia età. Alberto ricopriva già una carica piuttosto importante in ditta, era capo magazziniere; si beccava mille e cinque al mese senza fare un cazzo. Nicholas invece era un povero ciccione che era stato assunto qualche settimana prima di me. Scaricavamo pacchi da un furgone, e i due colleghi parlavano di donne cercando di coinvolgermi nel discorso. Io però ne avevo le palle piene di quei due sbruffoni che facevano a gara a chi ne diceva di più grosse. Se Alberto diceva d’essersi scopato una modella, Nicholas diceva che s’era fatto una top model. Se Nicholas diceva d’essersi scopato una topa con la quinta, Alberto diceva che s’era fatto una topa con la sesta, e cosi via. Non la smettevano mai. Sembrava si divertissero un casino a sparare cazzate e a far finta di credersi a vicenda. Erano odiosi. Continuavo a guardarli con amarezza mentre scaricavamo il furgone. Per le cazzate che uscivano dalle loro bocche, avrebbero dovuto loro ber di meno, ma il guaio è che erano pure astemi. << E tu ultimamente con chi hai scopato? >>. Mi chiese Nicholas accendendosi una Merit. Alberto ch’era il caporeparto, ci permetteva di fumare durante l’orario di lavoro: mostrarci suoi amici era il prezzo da pagare per il nostro vizio. Se ci avesse visto la Signora Sandra, la datrice di lavoro, ci avrebbe licenziati in tronco, se “licenziare” è il verbo adatto. Prima di essere licenziato dovresti come minimo essere assunto. Lavoravo lì da un anno: non avevo uno straccio di contratto, non avevo orari, non prendevo ne la tredicesima e ne le ferie pagate. Per la ditta ero un fantasma che spostava pacchi. Non dovrebbe chiamarsi lavoro nero. Il nero macchia. Il mio lavoro era trasparente. Se magari fosse successo un incidente dove io ci avrei rimesso la vita, loro potevano tranquillamente tagliarmi in cento piccoli pezzi, e smistarmi in cento diversi pacchi. Una ragazzina un giorno apre una trousse della Pupa e ci trova dentro il mio uccello. << Ho scopato con una spugna >>. Dissi io azionando il muletto. Quel furgone era pieno zeppo di pacchi contenenti mascara e ombretti, sembrava non finissero più. << Tu sei un po’ strano, Chris... però mi sei simpatico >>. Disse Alberto compilando delle fatture. Veniva a lavoro vestito che sembrava un damerino. Stava sempre ben attento a non impolverarsi gli abiti, e lasciava sempre agl’altri il lavoro pesante: a vent’anni aveva già capito come si faceva il capo. << Ieri ho scopato con un’universitaria che è riuscita ad infilarmi il preservativo con la bocca >>. Disse ancora Alberto. Più lo guardavo e più mi veniva la nausea da post sbornia. D’un tratto arrivò quello che in ditta tutti chiamavano “Zio Ettore”. Era un uomo brizzolato sui cinquant’anni passati. Lavorava lì da venti e più anni. << Ehi, stronzo! >>. Urlò Zio Ettore ad Alberto. << Stasera con chi infili? Con Belen o con la Befana? >>. Disse sempre Zio Ettore scompisciandosi dalle risate. Era solito prendere in giro Alberto per le sue famose bufale. Non lo sopportava. Lo considerava un mocciosetto che stava facendo in fretta carriera perché raccomandato. In giro si diceva infatti che la Signora Sandra fosse una sua mezza parente. A me non me ne importava un cazzo. Finche mi faceva fumare durante l’orario di lavoro lo trattavo da amicone, o almeno ci provavo. Per quanto riguarda Zio Ettore neanche lui mi pareva uno del tutto sincero, ma una cosa la diceva giusta. << Chris >>. Diceva sempre: << Qui dentro o ci muori o ci impazzisci. Non ci sono altre alternative >>. Alberto si agitò subito, e da gran spavaldo qual’era alzò la voce e disse: << Fatti i cazzi tuoi, VECCHIACCIO! Non vedi la fica dagl’anni 70’ >>. Nicholas da buon cagnolino leccaculo scoppiò in una esagerata e forzata risata. Alberto si compiaceva col compagno di balle, e gli mollò una pacca sulla spalla. Era come se si masturbassero a vicenda. << Fai poco lo sbruffone! Altrimenti sarò costretto a prenderti a sberle per insegnarti un po’ d’educazione! Credi che sono finocchio come il tuo vecchio? >>. Disse Zio Ettore. Io me ne stavo zitto, non m’immischiavo. Volevo farmi gli affari miei. Avevo già parecchi guai al di fuori di quella ditta schifosa. Non me ne servivano altri. Avevo conosciuto una moretta di nome Giada. Dipingeva strane cose e beveva quasi quanto me. Mi stavo affezionando ma non volevo farla ammattire, perciò ci andavo piano. La mia era una vita piena di casi da risolvere, e come detective non valevo una sega: non riuscivo mai a risolvere un cazzo. Tra le urla di Zio Ettore, le battute squallide di Alberto, e le risate confezionate di Nicholas, la mattinata trascorreva. Ogni tanto facevano per darsele, ma poi nessuno dei due arrivava al dunque. Nessuno allungava per primo le mani. Sembrava di stare a guardare uno di quei programmi politici alla tv, dove si minacciano e se ne dicono di tutti i colori. Poi vince il primo che abbandona lo studio televisivo. Finimmo di scaricare il furgone e tornai in magazzino. C’era Alex accovacciato in terra che montava e smontava pacchi. M’accesi una Lucky e gli chiesi: << Socio, che ora porti? >>. Il capellone guardò lo Swatch che aveva sul polso sinistro e disse: << L’una meno venti, tra un po’ stacchiamo e andiamo a berci qualcosa. Qui dentro le ore sembrano giorni, cazzo, da stamattina ad ora mi è cresciuta la barba di almeno un centimetro >>. Disse Alex toccandosi la barba e sghignazzando. Era simpatico il socio. Io e lui eravamo gli unici a non tornare a casa nella pausa pranzo. Non abitavamo nei paraggi e non potevamo andare e venire con quei quattro pidocchi che guadagnavamo. Andavamo a mangiare al Bar di fronte. Di solito lui prendeva qualche Guinness e un paio di tramezzini. Io se faceva freddo mi imbottivo di whisky e mi lasciavo coccolare dal colore dell’alcool. Pensavo a Giada, alle sue lunghe gambe bianche, ai suoi quadri, alle nostre bevute, e alle nostre scopate. Il capellone finì di montare e smontare pacchi all’una spaccate. Ci lavammo le mani e uscimmo da quel postaccio. Andammo al Bar di fronte e vedemmo la Signora Sandra passare in auto, in un Audi grigia. Quella troia aveva la grana che le usciva dal buco del culo, eppure era un cesso. Naso storto, occhi storti, denti storti, spina dorsale storta, caviglie storte e umore sempre storto. Era Storta. Per lei “rifarsi”non sarebbe bastato, lei avrebbe dovuto “trasformarsi”. << Che dice la Storta? Novità? >>. Chiesi al collega capellone subito dopo aver ordinato il pranzo, cioè il beveraggio... cominciai con uno scotch doppio. Faceva un bel po’ di freddo. << Ho sentito Raimondo, il ragioniere. Dice che a breve la Storta dovrà fare dei tagli al personale... ma è roba di routine. Lo fa tutti gli anni. Ogni Dicembre ne prende tre nuovi e ogni Novembre ne manda via qualcuno... tu da quanto sei qui? >>. Disse il batterista apparecchiando la tavola. Aveva le sue manie il capellone. Apparecchiava anche per del tonno in scatola; si portava tovaglie e posate da casa. Era ben educato per essere un rockettaro. << Dal Dicembre scorso, il mese prossimo fa giusto un anno... sono venuto con quel ciccione di Nicholas >>. Dissi io bevendo poi il mio scotch tutto d’un fiato. Sentivo il calore. I miei dolci pensieri da sborniato erano l’unica cosa che in quel momento poteva farmi evadere. Alex diede qualche morso al suo tramezzino farcito e bevve birra a grandi sorsate. Si pulì il muso con il braccio: aveva ancora dell’insalata tra la folta barba nera. << C’hai la tovaglia, perché non ti pulisci con quella? >>. Dissi. << UN ALTRO SCOTCH DOPPIO! >>. Urlai poi al barista. << Mia madre non vuole che la sporchi... >>. Disse Alex. Bevemmo un altro po’, poi andammo nella sua Yaris. Quell’auto era un cesso ma aveva un impianto stereo da paura, roba che quando alzavi il volume tremavano i vetri. Alex inserì “The Wall” dei Pink Floyd, e ci drogammo di musica fino alla fine della pausa pranzo. Quando rientrammo in magazzino, Alex mi pigliò sotto braccio e mi disse: << Frà, non voglio portarti sfiga, ma mi sa che quella troia della Storta vuole bruciarti. Vedrai, s’inventerà la scusa più assurda e ti farà fuori... mi dispiace, lo sai anch’io vado d’accordo con pochi qui dentro. C’ha ragione quel vecchio brontolone di Zio Ettore, qui dentro o si muore o si impazzisce... >>. Detto questo Alex tornò a montare e a smontare i suoi pacchi. Io tornai da Alberto, che affidò un nuovo incarico a me e Nicholas. Dovevamo prendere un centinaio di pacchi dal magazzino e portarli al secondo piano. Non c’era l’ascensore e dovevamo fare cento volte avanti e indietro, e come se non bastasse ogni pacco pesava una cifra. << Buon lavoro... >>. Disse Alberto, con quel sorrisino che ha solo chi riesce a metterlo in culo al prossimo. Cominciammo a trasportare i pacchi. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Giù in magazzino Alberto si era comodamente seduto su un pacco, e messaggiava col suo cellulare d’ultimissima generazione. Ci fermammo per una sigaretta. Sentivo il sudore colarmi dappertutto, avevo il fiatone, e affogavo i miei affannosi tirando lunghe boccate dalla mia Lucky, a polmoni aperti. Quasi mi veniva un infarto... a momenti ci morivo per davvero in quel posto di merda. Qual’era l’alternativa? Impazzire? Pensai ch forse la Signora Sandra ci teneva alla mia salute: fisica e mentale. Perciò voleva togliermi l’unico posto da precario che avevo. Guardai le cose da un altro punto di vista, e le vidi per quello che erano. La padrona stava semplicemente rimettendo un altro schiavo sul mercato. La banalità dell’essere umano sta nel voler sentirsele dire le cose. Dì a un uomo che è uno schiavo, e poi trattalo come un re: si sentirà sfruttato. Dopo dì a un uomo che è un re, e poi trattalo da schiavo: si sentirà orgoglioso del suo lavoro. Riprendemmo il lavoro, c’erano ancora dozzine e dozzine di pacchi da portar su. Avanti e indietro. Su e giù. In magazzino era tornato anche Zio Ettore, e insieme ad Alberto stavano riprendendo la litigata mattutina. Io e Nicholas ce ne fregavamo, avevamo ancora un casino di lavoro da fare. Li sentivamo gridare, gli stronzi. Sembravano cane e gatto, si stuzzicavano a vicenda. All’improvviso sentimmo un fracasso provenire dal magazzino. Corremmo giù a vedere cos’era successo. Quei due polli per darsi qualche sberla avevano sfondato un intero scaffale di merce. I pacchi erano caduti e si erano aperti, di conseguenza la merce si era danneggiata. C’erano bottigline di smalto colorato, rotte e sparse un po’ su tutto il pavimento. << Mettiamo a posto noi ragazzi... non preoccupatevi. Riprendete il lavoro >>. Ci disse Alberto. Guardai l’orologio appeso al muro: segnava le cinque del pomeriggio. I due polli non misero a posto neanche per il cazzo, anzi, filarono su in direzione non so perché. Verso le sette a fine giornata, la Storta mi convocò in ufficio. Mandò il suo cagnolino fedele a chiamarmi, Fazio dell’amministrazione. Il buon cagnolino fedele mi accompagnò nell’ufficio della Storta. Ci ero stato poche volte lì dentro; era un luogo infernale, lo detestavo. I muri erano di un giallo così acceso che sembrava d’essere rinchiusi nel sole. Lei era seduta dietro la sua enorme scrivania grigia, piena di scartoffie e di campioni cosmetici. Anche il modo che aveva di sedersi in poltrona era storto. << Non si siede? >>. Disse la Storta indicandomi le due sedie d’avanti. << No, grazie. Preferisco restare all’inpiedi >>. Dissi io guardando un quadro appeso al muro dietro di lei. Giada ne faceva di più belli. << Sarò breve e coincisa. Non sono per le perdite di tempo >>. Disse la Storta. << Neanche io, poi è quasi orario di chiusura. Vorrei tornamene a casa >>. << I danni che lei ha causato in magazzino ammontano ad un valore di milleseicento euro. Lei capirà, con quello che prende non può certo risarcirmi, ma sono costretta quanto meno a mandarla via... >>. Disse la Storta cercando di assumere un area quanto più umana possibile. << Da chi le è stata riferita questa notizia? >>. Dissi io. Avevo già capito. Quando capisci le cose prima degli altri hai due possibilità: o te ne stai zitto e lasci che le cose arrivino da sole, o esplodi e molli tutto risparmiandoti i preliminari e i convenevoli precedenti alla grande inculata. Scelsi la seconda alternativa. Quando lei mi fece i nomi di Alberto e di Zio Ettore me ne stavo già andando via. << Non le interessa sapere se questo mese prenderà lo stipendio? >>. Disse la Storta mentre varcavo la soglia della porta. << Non ora. Passerò io a chiederglielo... se me ne ricorderò >>. In quel momento i soldi erano sia l’ultima cosa a cui stavo pensando sia la cosa che mi faceva più schifo in assoluto. Anzi no, in assoluto mi facevano schifo le parti che questa gente recitava. Sembravano attori scadenti. Questa gente di soldi più ne aveva e più ne voleva, col tempo diventavano una dipendenza. Io non ne avevo mai avuti così tanti da potermi affezionare. Tornai a casa. Mia madre cucinava i ravioli ed io non avevo fame. Mi feci una doccia e uscì; passai per il super e acquistai una bottiglia di whisky. Andai a berla da Giada. Mi mostrò il suo ultimo dipinto: raffigurava un uomo nudo che tentava di tagliare un prato infinito con una forbicetta. << E’ un uomo che vuole cambiare vita. Non gli importa di quanto sia dura. Lui ci prova lo stesso >>. Disse Giada col quel sorriso da sborniata che tanto mi piaceva. Dopo un ora eravamo già un bel po’ sbronzi, e i nostri discorsi degenerarono sull’osceno. Scopammo, e poi lei si addormentò. Io no. La mia insonnia mi faceva vedere cose che non volevo vedere. Guardai la mia vita col punto di vista più saggio che avevo mi sentì impotente. Io partivo da sotto zero e con la fame, per cambiar vita avrei dovuto estirparlo a mano il prato infinito. Spezzare fino alla radice.



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