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lavoro pubblicato venerdì 25 ottobre 2013
ultima lettura giovedì 16 novembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Una buona mappa

di Gabriele Cecchini. Letto 574 volte. Dallo scaffale Amore

Cos'è l'amore? È guardare l’altro e dimenticare se stessi per più di attimo, sentire il vuoto dell’anima riempirsi di un’ondata che ti sovrasta, che non controlli e pensi solo all’altro, abbandonarsi a qualcosa con l’illusione che non finirà mai.

Mi ostino a parlarti. La convinzione che come per magia queste parole giungano a te non mi abbandona; che magari passando dalla via lattea, dalle galassie questi suoni tramutati in carboni freddi planino sulla tua nuova vita, su di te. Mi illudo che risuonino dentro il rumore del rasoio mentre ti radi, si mescolino al gorgoglio dell’acqua che bolle sui fornelli mentre prepari il pranzo o che interrompano il cianciare sfasato della marmitta della tua vecchia macchina... Non sono pazza, solo vorrei che capissi. E tornassi.
Da quando ci siamo lasciati, mi aggrappo ai luoghi - non alle persone. Vago per il mondo senza meta. Non mi affeziono a niente e nessuno, non voglio conoscere niente e nessuno. Il viaggio che sto facendo è tra me e te.
Ma tu non ci sei più.

L’altro giorno mi sono trovata la sabbia nelle scarpe. Mi è esplosa dentro una bomba di emozioni, ricordi serbati chiusi sotto chiave, avanzi di una vita che era più vita di quella che conduco ora. Sensazioni che erano scivolate via come nubi dall’orizzonte sono risalite a galla, e pesano.
I ricordi nelle scarpe... che cosa bizzarra!

Sono arrivata a Rio quattro giorni fa. Fino a quel momento ero riuscita a tenerti fuori dalla'acquario che mi contiene fatto di piccole azioni meccaniche e piccole manie, di mezzi vizi e mezze virtù. Poi all’improvviso mi sono sentita catapultare fuori dalla geografia, dalle mappe che incapsulano gli spazi nella pretesa di conoscerli, misurarli, da Rio. Mi sono trovata in braccio a te, ancora.
Non sono mai riuscita a incapsularti, conoscerti, misurarti (non sono una buona mappa!). Per un momento ho avuto la pretesa di farlo, ma è durato il tempo che impiega un palloncino a sparire nel cielo dopo che è scappato di mano. La scintilla di un attimo. Sfuggivi come la marea che arretra per non farsi prendere dai bagnanti.
Chi ti ha conosciuto? Io no.
La sabbia nelle scarpe... chissà se ricordi. Credo di no. Ero sempre io a tenere i conti. Ero la memoria della nostra coppia, tu non ricordavi mai niente. Un bambino, eri. Ci siamo già stati qui, ricordi?, facevo io. No, sei sicura?, mi accoltellavi tu. Quasi che la nostra vita insieme la dimenticassi all’istante, eri forse sovrappensiero mentre la costruivamo? Che male faceva ogni volta che dimenticavi il nostro passato, la nostra storia... così dimenticavi anche me. Quante cose ho serbato, galassie di pensieri che non si dicono agli altri, non si comunicano, ma rimangono dentro in attesa che qualcuno li accenda strofinandoli come fiammiferi in una scatola...
Un essere senza memoria che essere è?
Avrò lasciato una piccola traccia su di te?

Dunque, la sabbia.
Come si dice, rivivo quel momento come fosse ora. Non è vero. Non è ora, non è niente, quel pezzetto di esperienza non sarà mai più nulla.
Eravamo io e te, a Nizza. La prima vacanza assieme. La spiaggia era un po’ come quella di Rio. Lo stesso tipo di persone, le stesse frasi monche in lingue diverse ma con gli stessi suoni, sguardi, gesti. I luoghi sono scenari di plastica che carichiamo di significati nel momento in cui li viviamo. Certo a Nizza non c’erano questi pendii che guardano i bagnanti negli occhi come vecchie curiose. Forse sei tu che mi guardi da dentro la roccia. Illusa!
Sto divagando, lo sai, è il mio peggior difetto. Devo dire ogni cosa nei dettagli e far uscire dalla mia mente tutto quello che c’è. Mi perdonerai, giusto? Sempre a spiegare, chiarire... Questo ostinarmi a essere onesta ha distrutto la nostra storia. Aspetto a parlarti di Nizza perché per me ricordare quelle giornate di gioia sfrenata e amore incatenato è doloroso... divagando allontano quel momento... temporeggio...

Insomma, dopo una giornata in spiaggia tornammo in albergo, quell’hotel scalcinato che sul sito sembrava tanto carino (almeno così dicevi) e invece faceva letteralmente pena - privo di optional, di frivolezze di cui stupirsi, di atmosfera.
«Che fastidio, ho la sabbia nelle scarpe...» dicesti tu con un’espressione buffa in viso.
Ti guardai e scoppiai a ridere mentre realizzavo che quel minuscolo mozzicone di vita non si sarebbe mai spento dentro di me, avrebbe continuato a bruciare nonostante i tentativi di schiacciarlo e spegnerlo.
Così è stato.
Decidemmo di comprarci delle ciabatte di plastica, più pratiche per andare in piaggia. Fu la prima cosa che facemmo il mattino seguente. Un mattino facile, allegro, senza rimbrotti e lamentele, perché eravamo giovani, persi e pieni l’uno dell’altra. Pieni dell’ “ora”, del presente. Ora sono piena del “prima”, del passato.
Anche stavolta la mattina dopo, cioè ieri, sono andata a comprarmi le ciabatte di plastica, ma era un mattino difficile, ostico, di quelli che ti svegli perché anche l’oblio della coscienza ti è insopportabile, oppure che in realtà non ti svegli anche se ti alzi dal letto. Da allora non riesco a smettere di pensare a te e di parlarti.
Prima ho detto che eravamo innamorati. Ma cosa vuol dire? Ho quarant’anni e ancora non lo so. È guardare l’altro e dimenticare se stessi per più di attimo, sentire il vuoto dell’anima riempirsi di un’ondata che ti sovrasta, che non controlli e pensi solo all’altro, abbandonarsi a qualcosa con l’illusione che non finirà mai.
Anche le più scettiche, tipo me, cedono alle lusinghe dell’amore. Si lasciano cullare da quella leggerezza malandrina che come un maremoto travolge ogni cosa, e le altre persone cambiano volto: diventano di una noia mortale. Solo l’innamorato ti risveglia e ti colma. Quando lui non c’è, il tempo è assenza, è come trovarsi in un’altra stanza. E guardi gli amici, i familiari, ma non li vedi, gli occhi li lanci oltre.
Ora che mi hai lasciata da un anno e più? Com’è il tempo? Penso ancora a te quando parlo con uno sconosciuto o col tassista? No, mi attacco alle parole che gorgogliano davanti a me e tento di distrarmi da te - il mio pensiero fisso. Che ossessione.

Che poi in braccio a te non ci sono mai stata. Solo una volta mi hai presa tra le braccia come si prende una bambina, ma non conta, ero svenuta. Diversamente non mi prendevi mai su di te, mantenevi delle distanze piccole ma precise tra te e me, spazi invalicabili che non potevo fare miei. Se fosse stato per me, ti avrei fatto anche entrare dentro di me, tanto era il bisogno di annullarle, le distanze. Come in quel film di Almodòvar, dove lui diventa piccolo piccolo ed entra nella vagina di lei.
Ma si sa, ogni persona è un mondo a sé, che ha le sue leggi e le sue latitudini. Il contatto col tuo mondo andava e veniva, intenso e abbacinante lo era solo per pochi istanti. Mi viene in mente, per esempio, quando guardavamo la città dalla terrazza, con quel fare distaccato di chi la vita la critica più che viverla. Giocavamo a fare gli esistenzialisti, gli artisti. Ci guardavamo e ridevamo senza parlare. Complici. L’affaccendarsi della signora della casa di fronte a ramazzare il terrazzo o a cambiare le lenzuola, le corse dietro alle farfalle dei bambini, le camminate lente degli anziani...
Anche a Nizza, in spiaggia, ci prendevamo gioco del mondo. Che idiozia. Forse era proprio quel sentirsi parte di un mondo solo nostro, ponendo un velo tra noi e le altre persone, che ci faceva sentire magicamente uniti, unici. Ma durava poco. Per il resto io ti rincorrevo come si rincorrono le lucciole − segui la luce che a intermittenza ti indica la strada, poi si spegne e non sai più che fare.

Ho voglia di raccontarti tutto dal principio, ogni cosa sul nostro viaggio. Quasi che per te fosse una storia nuova, che non hai vissuto in prima persona. Probabilmente avrai già dimenticato tutto. Forse questo diventano le nostre esperienze mentre le riviviamo: storie vissute da estranei, perché in fondo non siamo più quelle persone lì, è come guardare un film. Se fossi qui, ti addormenteresti mentre parlo, come facevi coi film e i concerti di musica classica. Non sopportavi le cose che duravano a lungo.
Arrivammo a Nizza di notte. Guidavo io. Tu dormivi nei sedili posteriori. Che bella sensazione averti lì, dormiente, abbandonato, solo il respiro altalenante a rompere la quiete della notte. Niente musica, non volevo abbellire quel momento, renderlo fintamente indimenticabile con una colonna sonora da poco, volevo prenderlo e tenerlo dentro di me così com’era, reale e tremendamente dolce. Un’emozione che non ho più provato. Mi sentivo come la tua guardia del corpo, che veglia su di te nei momenti in cui sei più vulnerabile...
Giunta davanti all’hotel, ti svegliai con il cuore il gola. L’aria era così calda che se chiudevi gli occhi non ci credevi che era buio, il mare taceva, l’atmosfera era millesimata. Nella mente scorreva il titolo di quell’esperienza a carattere giganteschi e fosforescenti, come a Broadway: “Io e te per la prima volta da soli da qualche parte”. Non frammenti, morsi, ritagli di noi rubati a non si sa quale destino che aveva voluto separarci (io sposata, tu sposato), no, solo noi per una settimana intera.
Vedi? Ne parlo come se la stessi vivendo ora quella notte. Possibile? Si può essere così perduti? O partiti di testa (come diresti tu)? Non me ne vergogno. Ormai questa replica infinita per un solo spettatore pagante (io stessa) è l’unico motore che mi spinge avanti. Ironia della sorte: guardando indietro vado avanti!
Ti aiutai a scendere dalla macchina e a salire in ascensore. Ero una specie di infermiera che scorta il malato fino alla sua stanza. Giunti nel nostro piccolo spazio, nella porzione di mondo che sarebbe stata tutta per noi giorno e notte per sette giorni, tu miracolosamente ti svegliasti e mi baciasti. Non c’era nemmeno la luce accesa a guardarci, solo noi nel buio che ci baciavamo. Avrei dovuto morire in quell’istante, almeno non sarebbe venuto il “dopo”, la fine, i minuti voraci che si mangiano come cannibali quelli che sono venuti prima, il vuoto che segue i momenti migliori.
Facemmo l’amore, appassionati e dolci al tempo stesso. Un attimo dopo, buttai gli occhi fuori dalla finestra, una finestra che non conoscevo, che non avevo mai visto alla luce. E al di là vidi un aereo che si alzava in volo - l’hotel si trovava vicino all’aeroporto - e capii che per una cosa che finisce ce n’è un’altra che inizia, è la vita.
Ci addormentammo e senza sogni arrivò il mattino – già lo stavo vivendo il sogno.

Sono come un’onda del mare, vado e vengo dai discorsi, arretro e avanzo. Non mi è di nessuna utilità questo incedere all’indietro (forse dovrei dire retrocedere?), lo so, lo penseresti anche tu, ma vallo a dire all’ubriaco che deve smettere di bere, provaci! Prova a spiegare il senso della vita a un suicida! Mi avvicino e mi allontano da te.
Ma tu non ci sei più accanto a me. Sono io che faccio tutti e due i ruoli. Il mio e il tuo. Forse l’ho sempre fatto, anche quando ti avevo accanto... Dovevo amare per due, perché tu di me non volevi saperne. Tranne in quella vacanza benedetta. Oasi di pace ultraterrena.
Passavamo le giornate a nuotare, prendere il sole e fare l’amore. Banali rituali dei turisti innamorati. Amavo i pranzi e soprattutto le cene. Passeggiavamo senza fretta per il lungomare, quella linea quasi infinita incollata alla spiaggia, con le palme, gli altri turisti e un odore salmastro che rinvigoriva. Poi leggendo i menù appesi fuori dai locali, sceglievamo dove avremmo trascorso la serata. Entravamo col sorriso sulle labbra, ordinavamo, mangiavamo per poi fermarci a bere champagne ore e ore, mentre i camerieri e i baristi mettevano in ordine il locale. Non ci guardavano in modo strano, nei posti di mare la gente è libera da ogni tipo di pregiudizio, è pronta a tutto, come qui a Rio; ci lasciavano vivere il nostro idillio. Ridevamo e ci baciavamo finché il padrone non ci veniva a dire che dovevano chiudere, ma se volevamo potevamo starcene nei tavolini all’esterno anche tutta la notte. Una notte lo facemmo. Rimanemmo fuori tutta la notte a chiacchierare. Ah che bella nottata quella!
E se mi stessi tradendo inventando una montagna di bazzecole più rosa di quelle che furono? Chi lo sa come funziona la mente umana? Sarebbe un dolore insormontabile sapere di aver perso tutto quello che mi resta di te – il ricordo. Meglio non pensarci.
Vado in spiaggia, spero di distrarmi.


Sono a Nizza. Continuo a parlarti. Sono passati venti giorni dall’ultima volta che ti ho parlato, da Rio.
Che dire? Sono voluta tornare sul luogo del delitto. Stesso albergo, stessa spiaggia, stessa città. Manchi solo tu.
Nizza non è cambiata, è piena di persone, un bailamme continuo di voci e colori che ti stende al suolo. Ma sto meglio qui che a Rio. Essere nel continente, dalle mie parti, mi fa sentire più protetta, tranquilla.

Ieri mi è successa una cosa stranissima.
Ero seduta su una panchina davanti all’hotel, me ne stavo al sole senza pensare a niente. Ho alzato lo sguardo e ho visto un uomo e una donna su un terrazzo del terzo piano. Erano identici a noi. Appoggiati alla ringhiera, guardavano i passanti e la spiaggia con occhi allegri. Sembravano capirsi senza parlare, proprio come facevamo noi. Lui indicava qualcosa in lontananza e lei annuiva.
Possibile che fossimo davvero noi? Può un ricordo uscire dalla mente e farsi materia? Non credo. Ma non riuscivo a staccare gli occhi da loro. Da quel momento ho incominciato a sentirmi stramba, quasi che dalla realtà fossi finita in una dimensione ultraterrena, dentro una divagazione onirica altrui.
Anche ora sono seduta sulla panchina e aspetto che escano sul terrazzo. Anzi, aspetto che usciamo sul terrazzo.
Staranno - staremo facendo l’amore.
La cosa bizzarra è che sono più vecchi di noi ai tempi di quel viaggio Nizza. Quasi che le persone che eravamo allora si siano fermate qui, abbiano proseguito le loro vite esultanti senza curarsi di noi due, che abbiamo perso quello che avevamo, che ci siamo lasciati.

È stato il giorno più brutto della mia vita quel giorno di novembre. Ti vedevo arrivare e intuivo che c’era qualcosa di strano nei tuoi occhi. Si era spento qualcosa.
«Ti devo dire una cosa» esordisti.
«Dimmi» risposi io con le mani che già tremavano.
«La nostra storia non può andare avanti, mia moglie è morta oggi e mi sento terribilmente in colpa di averla tradita negli ultimi mesi della sua vita. Dobbiamo rompere. Non ci vedremo mai più» proseguisti tu.
«Morta? Era malata?»
«No, è stato un incidente.»
«Proprio ora che potremmo avere...»
«Non potremmo avere più nulla. Tutto quelle che potevamo prendere ce lo siamo preso nel momento sbagliato. Non si può tornare indietro.»
«E io?»
«Pensi solo a te, come sempre! Come puoi pensare a te nel giorno che mia moglie è morta?»
«Vattene. Se pensi questo di me, non mi hai conosciuta. Non sai chi sono. Ti ho amato. Ahimè, ti amo ancora, ma passerà. Vattene» sbottai io con le lacrime che annacquavano la durezza delle mie parole.
Lui se ne andò senza fiatare.
Ho detto “lui se ne andò senza fiatare”, come se non stessi più parlando con te, ma stessi raccontando la nostra storia a qualcun altro... A chi la sto raccontando se non a te?
Forse per un momento la stavo narrando a quei due del terzo piano. Loro non sanno com’è andata a finire tra noi. Loro si amano ancora.

Nel tempo mi sono stupita della forza che dimostrai, della durezza e del coraggio che ebbi in quel momento. Non supplicai, non gridai, non mi umiliai. Forse mi sto umiliando ora, che ti parlo anche se non sei qui.
Non ti ho più cercato, né allora né mai. Chissà che fine hai fatto... Chissà perché proprio in questo mese sei tornato a galla dentro di me... Cosa mi sta succedendo?
Squilla il cellulare.

Era Nora, la mia amica. Mi ha detto che sei morto d’infarto due giorni fa. Com’è possibile?
Sei lassù, affacciato alla finestra del terzo piano che guardi proprio verso di me...
Anzi, verso di lei.

Che fastidio... la sabbia nelle scarpe... Domattina comprerò un paio di ciabatte.



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