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lavoro pubblicato venerdì 25 ottobre 2013
ultima lettura venerdì 11 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le insane ispirazioni (4): La musa.

di Saccinto. Letto 520 volte. Dallo scaffale Sogni

Nell'estate dei quindici anni ci fermammo sempre più spesso sulle scale della rotonda, l'orchestra del paese. Diventammo una comitiva di trenta ragazzi e ragazze che si fidanzavano e si lasciavano, andavano e venivano, portavano altra gente. Le ...

Nell'estate dei quindici anni ci fermammo sempre più spesso sulle scale della rotonda, l'orchestra del paese. Diventammo una comitiva di trenta ragazzi e ragazze che si fidanzavano e si lasciavano, andavano e venivano, portavano altra gente. Le serate divennero sempre più caotiche. Salivamo e scendevamo dalla rotonda decine di volte, rubavamo le borse delle ragazze per cercare di capire cosa ci tenessero dentro, ci fermavamo a parlare con chiunque delle cose più stupide. Certe sere ci tenevamo alla larga per via di tutto quel casino. Potevi farlo in due modi: standotene lontano o uscendo dopo le dieci quando le ragazze erano andate via e i ragazzi non avevano più niente con cui divertirsi.

Una di quelle sere passate sulla rotonda, venne una ragazza nuova. Era alta. Aveva il viso dai lineamenti morbidi. Morbidi occhi, morbide labbra. Si chiamava Ramona, allungò una mano per presentarsi mentre con l'altra si ravviò i capelli sulla fronte.

Sentii una cosa strana, come se il tempo si fosse messo a fare casino e la memoria anche. Mi sembrò di riconoscerla nello stesso momento in cui ero sicuro di non averla mai vista. La lasciai lì con Ersilia, l'amica con cui era venuta, e andai a farmi un giro.

Quando ritornai il gruppo era arrivato e tutti si muovevano intorno a lei. Mi misi seduto a terra da una parte e cercai di ascoltare quello che diceva senza farlo sembrare. Arrivava poca roba. Arrivava solo che aveva un accento strano e parlava di quello che aveva fatto quell'estate. Chissà com'era possibile, ma a me quelle cose sembrava già di saperle.

Appena parlava di Milano, io mi intristivo senza sapere perché. Appena diceva qualcosa dei suoi amici, io sapevo che avrebbe detto qualcosa dei suoi amici. E mi intristivo di nuovo. Lei parlava con gli altri e ogni tanto mi guardava. Sapevo che sapeva quello che sapevo io. Non era possibile che non lo sapesse.

Me ne stetti tutto il tempo seduto a terra a fumare con calma senza dire niente. Aveva detto che si chiamava Ramona. Avevo avuto come un deja vu, ma al contrario. Un deja vu di cose ipotetiche che ero sicuro sarebbero accadute. Continuava a succedermi in ogni momento.

Mi misi in piedi quando Ersilia chiese chi volesse accompagnare lei e la sua amica a casa. Si fecero avanti tre o quattro ragazzi. Raccolsi il braccio di Ramona e la tirai a me, mentre gli altri litigavano fra loro.

Lei non fece resistenza, si fece tenere. Si voltò solo verso Ersilia e si ravviò ancora i capelli all'indietro in quel modo assurdo. La chiamò, dicendo che noi stavamo andando. Disse noi. C'ero anch'io.

- Così tu sei di Milano - mi sembrò un inizio di conversazione accettabile.

- Sono appena tornata da Milano – continuava a voltarsi indietro per vedere se Ersilia ci seguiva. Tommaso la accompagnava.

- Allora non sei di Milano?

- A Milano ci vado ogni anno. Ci passo tutti i mesi estivi.

- Milano ad agosto non dev'essere una bella cosa.

- Si esce il pomeriggio ai parchi con gli amici, ci sono i club, un sacco di concerti e le discoteche. I ragazzi sono tutti fighi.

- E tu sei fidanzata con uno di questi fighi?

- Quest'estate sono stata insieme a un ragazzo. Abbiamo deciso di lasciarci quando sono scesa.

- Vi siete lasciati perché sei tornata dalle vacanze? E per lui andava bene?

- Ho il suo numero, siamo rimasti amici.

- Vuol dire che non era innamorato.

- Non mi importa. Io sono stata corretta. C'erano altri che mi venivano dietro, ma lui si è fatto avanti prima. Non l'ho tradito. Io non tradisco mai – scandiva in modo surreale le parole, con quelle belle labbra. Forse era dovuto all'accento.

- Non ti manca neanche un po'?

- No. Ormai è il mio ex. Non guardo mai al passato. Adesso dovresti lasciarmi il braccio – lo sfilò via fermandosi per aspettare Ersilia e Tommaso – Questa è la strada della casa dei miei nonni, potrebbero vederci i miei genitori.

Ramona mi baciò tre volte le guance. Disse che a Milano si usava così. La guardai andare via. Aveva i gomiti piegati in dentro mentre camminava e anche le punte dei piedi. Una cosa che mi faceva impazzire. Adesso che si allontanava non riuscivo a credere di essere riuscito a parlarle in quel modo. Di solito l'alone di sacralità che emanavano le muse mi ipnotizzava fino allo schifo. Preferivo tentare di entrare nel loro campo visivo, scrivere una dozzina di poesie, mandargliene due anonimamente e aspettare che si fidanzassero con qualche insensibile stronzo. Se n'erano andate via tutte così.

Neppure con quella per cui avevo messo il record di poesie era andata molto bene. La mia storia importante. Gliene avevo scritte ventuno, ma non ne avevo ricavato neanche un bacio. Si chiamava Lidia.

Il primo anno di scuola aveva un taglio di capelli che sembrava si fosse procurata con una casuale rotazione di un'ascia a fil di schiena, la faccia appuntita, i denti storti, le occhiaie e i peli che le spuntavano ai lati delle labbra. Come primo rimedio li tingeva di biondo.

Linda era seduta nel banco accanto al mio. Le cose un po' più complesse non tanto le capiva, ma invece di ammetterlo diceva che non le piacevano. Le liquidava così. Non amava avere problemi.

A volte cercava di essere antipatica, per questo mi piaceva prenderla in giro. Il suo borsellino era il mio luna park. Le scambiavo l'anima dei colori a spirito: nel giallo mettevo il blu, nel rosso il marrone. Quando usava il giallo veniva fuori il verde. Fingeva di arrabbiarsi, ma in realtà si divertiva. Alcuni momenti sembrava davvero felice.

Quando le parlavo, certe volte, si metteva a guardarmi con una mano sotto il mento. Facevo cadere una penna. Mi chinavo sperando che si fosse distratta.

- Perché sei diventato rosso? Ti stai vergognando? - mi diceva.

- No – agitavo le mani davanti a me – è che mi sono piegato per prendere la penna.

Faceva queste cose che spegnevano la luce dentro al cervello e facevano partire il film. Ormai avevo la cineteca che trasbordava. Manuele era testimone di gran parte di quello che accadeva nella nostra fila di banchi. A volte gli pizzicavo una gamba per fargli ascoltare quello che lei diceva. Poi quando eravamo soli gli chiedevo se aveva detto proprio quello che avevo sentito. L'aveva detto. Si girava un nuovo film.

Sull'albero di noce scrivevo per lei poesie d'amore semplici come tramonti sulla collina. Ferlinghetti e Ginsberg mi avevano ispirato un nuovo modo di scrivere fatto di crasi, & commerciali e un inspiegabile rimpianto del presente. Da lì in poi tutti i futuri erano possibili. Anche quello in cui Lidia provava qualcosa per me.

Un giorno le avevo lasciato una di quelle poesie nella cassetta della posta. Casa sua era proprio sulla strada della scuola, speravo che la trovasse appena dopo le lezioni. Forse nel frattempo l'aveva trovata sua madre perché il giorno dopo lei aveva la solita faccia di sempre. Alla ricreazione, mentre salivamo in classe, l'avevo vista da sola andare per il corridoio. L'avevo raggiunta.

- La tua cassetta della posta è davvero bella – avevo detto.

- Sì – aveva risposto lei – ma non c'è niente.

Qualcuno doveva averle detto che ci avevo messo la poesia dentro.

Per la vergogna, la seconda volta avevo chiesto a Manuele di imbucarle un'altra poesia per me. L'aveva fatto nel momento migliore: di mattina, andando a scuola, prima che lei scendesse. C'erano le sue amiche sotto casa. Gli avevano chiesto che cosa volesse fare e lui aveva spiegato. Avevo piazzato una mano nei capelli dall'altra parte della strada. Man mano che erano passati i compagni di classe, le amiche li avevano fermati e avevano raccontato. Lei era scesa. Loro le avevano indicato la cassetta della posta. C'era gente che si arrampicava sulla sua spalla leggendo ad alta voce. Non era quello che avevo immaginato. Mi ero rimesso lo zaino in spalla e avevo ripreso la strada per la scuola.

Adesso chi ce l'aveva il coraggio di sedersi vicino a lei e di tenersi gli sguardi di tutti? Guardai l'asfalto tagliare dritto fino al bivio oltre la scuola. Pensai di proseguire in quella direzione.

- E adesso? - mi chiesi.

- Sta zitto – mi risposi.

Entrai nella scuola. Ma Lidia, quel giorno, non mi parlò. Sedette al banco come se nulla fosse e non disse niente per tutto il tempo. Io di parlare non me la sentivo. Stavo e basta. Manuele si nascondeva sotto il banco per il casino che aveva combinato.

Alcuni giorni dopo, distrattamente mentre tirava fuori qualcosa dallo zaino premendo il seno contro lo schienale della sedia, divenne rossa.

- Ah, era davvero bella, la poesia.

- Quale poesia?

- Quella che mi hai mandato – alzò un sopracciglio.

Dunque le avevo mandato una poesia. Cercai di fare una battuta che riuscì male. Non mi chiese se l'avessi scritta per lei. Forse non le importava. Non mi chiese altro. Qualche giorno dopo era fidanzata con uno.

Ecco come erano le muse. Distratte, insensibili, indifferenti. Erano capaci di fidanzarsi con qualcuno solo perché si era 'fatto avanti prima degli altri'. Bel modo di scegliere. Se non l'avessi presa per un braccio, Ramona sarebbe stata pronta a fare una cazzata. O forse lei era davvero lì per me, ma non ci voleva niente che qualche imbecille si facesse avanti.

Beh? Mi ero fatto avanti io. Ero io l'imbecille, stavolta.

Quella sera scrissi per lei, alla scrivania con un pigiama corto. Scrissi un testo in versi su una serie di foglietti di carta continuando a torcermi i peli delle gambe. Li infilai in un cassetto e mi alzai per andare a dormire. Non avevo mai visto una ragazza così bella.



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