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lavoro pubblicato giovedì 24 ottobre 2013
ultima lettura domenica 17 settembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

AFFARI ROSSO SATANA (3)

di Gabriele Cecchini. Letto 569 volte. Dallo scaffale Gialli

Un racconto a puntate che vede come protagonista Rosa Ortensia Sullivan, una venditrice tutta particolare. Vi terrà col fiato sospeso fino alla.... fine.........

TERZO AFFARE

Tilda Rottingher finse di essersi dimenticata la carta di credito, come sempre quando si trovava in compagnia di un “amico”.

«Non ti preoccupare Tilda, faccio io» fece Leonard, l’accompagnatore della mattina.

«Oh Lenny, sei un vero tesoro! Sei sicuro che non sia un problema?» sapeva benissimo che non sarebbe stato un problema, altrimenti perché diavolo si sarebbe recata lì al centro commerciale con quel vecchio? Sebbene fosse la migliore del corso per infermiere che aveva frequentato, qualcosa le aveva fatto capire che l’unico modo per riuscire a sopravvivere era farsi molti “amici”. Cominciava tutto col far capire ai pazienti “eletti” che potevano contare su di lei, che potevano rivolgersi a lei per ogni cosa, ogni desiderio, ogni necessità.. Non andava a letto con quei vecchietti, come pensava la maggior parte della gente che vedeva i suoi traffici, no, Tilda era più furba: se li faceva amici. Li coccolava, li curava, ci giocava a carte, gli portava tanti fiori (non le costavano nulla: li rubava a sua madre mentre dormiva). Intanto lei, dopo il primo approccio, cominciava a indagare sui conti in banca e sui possedimenti di questi pazienti dell’ospedale. Non voleva rubare loro milioni, questo no, voleva solo che la ricambiassero delle attenzioni che lei aveva rivolto loro durante la degenza in ospedale. Così, dopo la guarigione, se li portava a pranzo fuori, nei supermercati, nei negozi dove le interessava qualcosa. E chi era così senza cuore da non comprare ogni cosa che quegli occhi da cerbiatto indifeso chiedevano discretamente?

«Oh che bel pigiama di seta, se potessi permettermelo... con la paga misera dell’ospedale fatico ad arrivare a fine mese, poi mia madre è malata...».

«Mamma mia che bell’anello! Ha ragione la mia amica Diana a dirmi che una pietra così costosa sfigurerebbe addosso a una povera infermiera orfana di padre come me...».

«Oh povera mamma! Ecco quali sono le scarpe che voleva regalarmi prima dell’ultima ricaduta che l’ha immobilizzata a letto! Pensa che avrebbe venduto la sua vecchia macchina da cucire per comprarmele... che belle!».

«No, non chiedermi perché sto piangendo, sono solo i capricci di una bambina che non è mai cresciuta, perché non ha vissuto un’infanzia felice, perché nessuno le ha mai regalato un vestito da sera come quello... come sono stupida, maledetta povertà...».

Tutte queste richieste venivano accolte con frasi del tipo: «Povera Tilda, te lo compro io, andiamo!».

L’unico rifiuto era stato causato da un errore di chi le aveva fornito le informazioni, cioè Ronda, la sua amica che lavorava alla Union Express Bank; in quel caso il povero vecchio fu riportato subito a casa dopo un attacco improvviso della madre di Tilda. Quel 23 novembre era il suo quarantesimo compleanno, e la gita al centro commerciale con Lenny era solo l’inizio di una giornata ricca di sorprese, dato che l’aspettavano altri due giri per negozi. Adesso Tilda era tranquilla con questo nuovo equilibrio fatto di “amici”, e ciò era dovuto alla soluzione che aveva architettato per riuscire a sopravvivere a ciò che aveva subito. Tutto risaliva a un fatto accaduto un anno prima, quando aveva appena cominciato a lavorare all’ospedale. Pian piano era riuscita a farsi amici tutti i colleghi e le colleghe, anche quelle che lavoravano lì da infiniti anni, le più scettiche sulle nuove arrivate. Quel suo modo di lavorare silenzioso ed efficiente incantò gli altri. «Discreta e lavoratrice» questo disse il capo infermiere quando l’amministrazione chiese notizie sulla nuova arrivata. Tilda infatti odiava i conflitti aperti e i sorrisi che rivolgeva a tutti erano figli di un’ingenuità e di una fiducia nel prossimo che commuoveva. Probabilmente la soddisfazione per il suo primo lavoro, il ricordo della fatica fatta nel riprendere gli studi dopo i trent’anni, la voglia di ricominciare la rendevano così fiduciosa da non accorgersi dei finti sorrisi e di occhiate ben più che amichevoli. Questo per dire che, quando si ritrovò addosso la collega Madeleine (filippina cinquantenne robusta e assai mascolina) che tentava di fare sesso con lei con una libidine fuori dal normale, Tilda cadde letteralmente dalle nuvole. Mai aveva pensato che quei sorrisi languidi potessero nascondere un’attrazione così animalesca, non aveva capito che la linguetta che spuntava sul lato sinistro della bocca della collega quando la vedeva stava a testimoniare tale arrapamento e non era semplicemente un tic nervoso! Così l’unica cosa che fece fu tentare in tutti i modi di togliersi di dosso quel bisonte in calore che emetteva rantoli e sospiri. Come poteva prevedere che Madeleine cadesse all’indietro andando a sbattere la testa contro lo spigolo del tavolo di marmo restandoci secca? Tilda chiamò aiuto, dicendo che l’aveva trovata lì in terra morta stecchita, e nessuno sospettò nulla. Dopo l’accaduto, Tilda rivide nella sua mente tutti i sorrisini dei suoi colleghi, che, sapendo della passione non celata della collega filippina per la nuova arrivata, ghignavano maliziosi e curiosi. Capì che ridevano di lei. Allora l’unico modo che le permise di sedare i sensi di colpa per avere ucciso una collega fu quello di adottare a distanza più bambini filippini le consentisse il suo stipendio (al 23 novembre erano ottanta), di modo che la stirpe non venisse compromessa da quella morte. Questo era uno dei motivi per i quali si faceva mantenere dai pazienti dell’ospedale, oltre ovviamente alla voglia di togliersi qualche sfizio. Tilda aveva aperto gli occhi, perdendo quella ingenuità campagnola che possedeva un tempo.

«Signore, guardi queste torte, sono un vero affare!». Al sentire quella voce suadente e ruffiana, Tilda tornò sulla terra dalla galassia dove spesso la conducevano i suoi pensieri contorti. La prima cosa che vide fu una macchia rosa geranio che si agitava. Era la Sullivan, che, non contenta dei due affari già conclusi, stava per godersi la soddisfazione del terzo successo di quel 23 novembre, ed erano solo le 10:30!



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