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lavoro pubblicato mercoledì 23 ottobre 2013
ultima lettura venerdì 21 luglio 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

AFFARI ROSSO SATANA (2)

di Gabriele Cecchini. Letto 513 volte. Dallo scaffale Gialli

Un racconto a puntate che vede come protagonista Rosa Ortensia Sullivan, una venditrice tutta particolare. Vi terrà col fiato sospeso fino alla.... fine.......

SECONDO AFFARE

Dalle colline del quartiere aristocratico dove dal lontano 1936 si ergeva minacciosa la sua casa miliardaria, Samantha non riusciva a capire se ci fosse bel tempo o no; colpa degli occhiali da sole che si era dimenticata di togliersi la sera prima. Ecco, così i suoi occhi verdi furono colpiti da un’ondata di raggi caldi e insoliti per quel mese. Ne fu felice, e si meravigliò del suo stesso stato d’animo, generalmente una giornata soleggiata la faceva sentire in colpa, dato che era costretta a restare in casa a causa della sua attività principale: poltrire a letto o sul divano. La causa dei sensi di colpa che provava per ogni fottutissima cosa era l’educazione cattolica impartitale da quella bigotta di sua madre. Quando studiava si sentiva in colpa perché non lavorava, nonostante i miliardi che possedesse. Quando lavorava si sentiva in colpa per non aver continuato a studiare. Adesso che non studiava e non lavorava la sua vita era un casino, lo sapeva benissimo. Ecco cosa faceva tutto il giorno: dormire, mangiare e andare a correre sulle colline per non diventare una bomba di grasso. A volte usciva con le sue amiche, ma raramente era riuscita a sopportarle per un’intera sera, con tutte quelle stronzate su tutti gli uomini single della città... La sua “tana” collocata così in alto era metafora del suo stato mentale: si sentiva al di sopra di tutte le preoccupazioni delle persone che stavano sotto, giù in città, al di sopra di ogni altro essere umano, nel senso che non le interessava sposarsi (non provava ansia per il fatto di avere 33 anni e non avere un uomo), non voleva andarsene dalla sua meravigliosa dimora e non voleva andare in viaggio nei paesi esotici che vedeva regolarmente nelle cartoline inviatele da suo padre durante i lunghi viaggi che fa con la sua nuova compagna Dana. Cercò ovunque la sua domestica, Cora, ma non la trovò da nessuna parte. Poi si accorse di un foglietto scritto sul blocco accanto al telefono nell’ingresso principale: «Tornata a casa, madre molto malata, perdona, signore».

Cazzo, un corso di lingua potevano anche farglielo fare all’agenzia dove l’aveva trovata... che rabbia! Aveva finito le sigarette, era questo il motivo per cui la stava cercando. «Anche il succo d’ananas è finito... vuoi vedere che mi tocca andare a fare spesa? Cribbio, che palle!».

L’idea non le dispiacque più di quanto si sarebbe aspettata, chissà perché... ah già... il solito senso di colpa: andando fuori faceva qualcosa di utile e pratico, invece di ciondolare per casa come uno zombie. «Crepa vecchia strega!» inveì rivolta alla madre che la guardava dalla fotografia appesa in salotto, scattata in occasione del primo saggio di pianoforte di Sammy (come la chiamava lei). Mentre prendeva l’ascensore per recarsi nel garage a prendere l’auto, pensò a quanto tempo fosse trascorso dall’ultima telefonata di sua madre, forse due o tre mesi. Troppo tempo per lei, chissà che non le fosse accaduto qualcosa di brutto...

«Magari è finita sotto un treno!» rise immaginandosi la faccia della madre a quell’uscita irriverente e maligna, la solita faccia da BPS (bigotta-pregasanti-scassapalle).

Che coda lungo la tangenziale che porta al centro commerciale! Ripassò nella mente la lista delle cose che doveva comprare.

«Si vede che non fai mai la spesa, bambina viziata, ci vuole la lista!» era la madre a parlare. Possibile che da così lontano riuscisse a condizionarla a quel modo? Non avrebbe mai fatto figli, per non correre il rischio di imbottirli di complessi, sensi di colpa e paure, come tacchini ripieni di fragilità pronti a essere divorati da un mondo meschino e pieno di gente malevola pronta a scovare ogni debolezza. «Sammy, stai superando tua madre con il pessimismo! Goditi ogni momento come me!» era suo padre stavolta a parlare. Nonostante avesse sempre vissuto sulle nuvole, e non si fosse mai occupato di lei o di sua madre, era riuscito a trasmetterle un po’ della sua leggerezza e del suo senso dell’umorismo.

Entrò nel centro commerciale alle 10:23, dopo aver ingoiato un chewing-gum (si era dimenticata di lavarsi i denti).

«Ci mancava solo questa bomboniera vivente vestita color rosa porco a rendere la giornata un vero schifo!» disse sottovoce mentre veniva braccata da Rosa Ortensia Sullivan, la venditrice più scaltra di tutto il paese.



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