ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 22 ottobre 2013
ultima lettura lunedì 5 agosto 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Cane.

di g1ordan0. Letto 665 volte. Dallo scaffale Sogni

E’ successo di nuovo. Erano quasi due anni che questo cane del cazzo non si faceva più vedere, ma si è ripresentato, sfacciato, inesorabile, maledettamente puntuale. E tanto per cambiare non si è limitato ad aspe...

E’ successo di nuovo. Erano quasi due anni che questo cane del cazzo non si faceva più vedere, ma si è ripresentato, sfacciato, inesorabile, maledettamente puntuale. E tanto per cambiare non si è limitato ad aspettarmi minaccioso sul percorso o a ringhiare da dietro una svolta o un angolo, non mi ha concesso nessuna retromarcia. Cane di merda. Subdolo e schivo, un rettile più che un pastore tedesco, fino a poco fa mai si era palesato con chiarezza alla mia memoria e, impalpabile, si era solo appostato sul limitare dell’immaginazione, come un particolare che nessuno nota mai in una fotografia, come una cosa di cui tempo fa hai sentito parlare e della quale non ti fregava nulla, come un déjà-vu. Ricordo che una volta mi sembrò di vederlo in una strada buia, mentre andavo ad una festa. Cambiai strada, ma ero troppo ubriaco e mi persi, e decisi di tornare a casa. Un’altra volta ero in casa mia, a letto, con una fica ubriaca, anch’io fatto, ubriaco e stonato al limite. Stavo giocherellando con il suo bel corpo, mi piaceva farla eccitare anche se non credo sarei potuto andare in fondo. Comunque, mi sembra che a un certo punto ebbi paura, come di una presenza in corridoio, forse un ringhio sommesso e una cosa come un muso nero schiudere lentamente la porta. Mi immobilizzai per un minuto buono, paura, adrenalina, tornai quasi lucido.
-Cazzo hai visto? Hai sentito?- ma la fica ora dormiva, mi alzai e niente, tornai a letto bestemmiando.
E queste è tutto quello che posso riportare di più chiaro, il resto sono solo impressioni, o sogni, almeno finchè quel cane figlio di puttana non ha deciso di lasciare un segno nitido.
Sappiate che, comunque, non ho nulla contro questa bestiaccia del cazzo. Non è per niente facile descrivere i motivi di un cane. Gli animali non sono buoni o cattivi, né assecondano alcun tipo di ragionamento stupido o intelligente che sia, agiscono e basta, ed è per questo che li amo profondamente, per l’istinto, roba che ci riporta alle vere radici di quello che siamo. Solo alla bambineria dei padroni o alla ottusità di un qualche animalista sta trovare una ragione superiore in quello che fanno, cosa che li vorrebbe avvicinare all’affettività nevrotica del genere umano.
Fino a qui ci siamo. Fatto sta che non riesco minimamente a spiegarmi perché e da dove salti fuori questo cazzo di pastore tedesco che da anni mi osserva da una distanza onirica e orienta il mio destino, come una psicosi, o un’handicap fisico. Il problema contingente è che quest’estate per ben due volte mi ha ridotto in fin di vita. Cioè, è fondamentalmente questo il succo del discorso, ma non è che una tenue e superficiale visione della problematicità di quelle umide giornate agostane. Vabbè, partiamo dai fatti.
Lei è probabilmente una stronza. Dico probabilmente perché ai più è evidente che tra i due il coglione sono io e stronza perché voglio la coscienza pulita, che non si dica che quel tonto non abbia fatto abbastanza, o che sia stato carino ma troppo timido eccetera. Fatto sta che per due settimane provai ad uscire con lei, io e lei da soli, ma fondamentalmente non ci sono riuscito. Sì, sono d’accordo, a volte ho usato troppi giri di parole, non sono stato conciso, potete dire quel che cazzo vi pare, ma credo che l’abbia capito che mi piace, non penso si sarebbe dovuto chiamare l’esperto. In poche parole, ogni volta che ci siamo visti, c’era di mezzo sempre la sua cuginetta, o amici ubriachi, o il pallore ronzante del suo malinconico ex, tutte presenze in grado di annientare la mia flebile forza di volontà “per oggi è così, ma la prossima volta…”. Comunque vada, mi sembrava davvero di avercela quasi fatta, anche se a posteriori non è che abbia ben chiaro il quadro della situazione e sicuramente tra poco converrete con me come non sia stato poi così semplice. Come sempre mi ero preparato un breve discorsetto (che di solito si incolla alle mie labbra asciutte e non esce neanche con il sudore) e stavo sorprendentemente iniziandolo. Eravamo a una festa, c’era il suo ex del cazzo, ma riuscii a portarla via, in un angoletto appartato. Stomaco in subbuglio, membra burrose, sensi pesanti come sotto un temporale.
-Certo che tu me ne fai fare di fatica! (sorride checcazzo, è fatta!)-
-…-
- (Tremore delle labbra) Ma se io ade…- E questo cazzo di pastore tedesco, nero come il pozzo dell’inferno, sbucò da dietro di lei, neanche il tempo di realizzare e mi azzannò con tanta cattiveria che non riuscii a capire dove, un dolore ottenebrante e la realtà affoga. O almeno è questo che ricordo.
Mi risvegliai intrappolato nell’ambra. Persino lo schiudere gli occhi era cercare di riemergere dal magma delle viscere della terra. Il minimo accenno di movimento fu quasi letale, tremore, febbre. Non fu facile rendermi conto che stavo annegando nel dolore, cambiò molte volte la luce nella mia stanza prima di riuscire a concepire la puzza del mio stesso sangue, l’insostenibile vista dei neri squarci semicicatrizzati sul braccio, sulla spalla, sul petto. Un urlo solo interiore, poi di nuovo nell’ambra.
Il dottore arrivò come un fantasma, nemmeno una domanda, fece solo un ottimo lavoro. In pochi giorni fui indolenzito e ristabilito, finalmente di nuovo sensibile alla vita, e neanche affetto da malattie animalesche.
Di nuovo pronto a rivelarmi alla donna, chissà come avrà passato questi giorni, sarà morta di preoccupazione, mi dicevo, scorrendo ripetutamente le sue due chiamate senza risposta sul mio telefono finchè non mi sembrarono almeno cinque o sei. La richiamai.
-Scusa se non ti ho risposto, ma sono stato proprio male…-
-Ah, ok, fa niente-
-Aperitivo?-
-Va bene.-
Certo, neanche un accenno alla storia del cane mi sembrò oltremodo insensibile da parte sua. Un come stai almeno, fanculo. Vabbè.
L’aperitivo fu la solita cosa a tre/quattro. Io, lei, la cuginetta e il misterioso maturo amante della cugina che non si palesava mai al mio campo visivo. Che carini, guarda come si sorridono, diceva lei, ma quando mi guardavo in giro con il sacrificio di torsioni lancinanti, quell’uomo, chissà come, sfuggiva di nuovo al mio sguardo. Sticazzi.
-Quel cane mi ha ridotto una merda-
-Cane?-
-Sì, dai! L’ultima sera che ci siamo visti…-
-Ah, ma dai!-
-Ah ma dai?!- cazzo, forse sto un po’ confuso, pensai -come non ti ricordi del boschetto, del cane?-
-Uhm, no, anzi di sicuro non c’ero, altrimenti me ne sarei ricordata!… Dell’altra sera ti volevo dire che mi dispiace di essermene andata in quel modo, ma avevo scazzato…-
-…-
La cuginetta continuava a lanciare smorfiette e sorrisi a quell’invisibile attempato.
-Dimmi su! Che ti è successo poi-
-Beh, a ‘sto punto non è che ne sono così sicuro- mormorai, sfilandomi la manica destra della maglia tra mille coltellate che ghermivano le mie carni masticate.
-Oh! Oddio! Ma quando… come? Un cane mi hai detto?- La cuginetta ora inorridiva silenziosamente, nonostante le bende rendessero invisibile la gravità della situazione.
-Sì… Un pastore tedesco… Dal boschetto… Boh. Mi sono svegliato la mattina che stavo così- Un breve riassunto di quello che blaterai, completamente annebbiato da quella confusione dolorosa. Quel pomeriggio me ne andai quasi subito, cercando di pulire i miei ricordi. Comunque, al terzo e ultimo campari: –Senti, ti va bene se ti vengo a prendere ed andiamo a fare un giro, che ne so, andiamo a cena e poi da qualche parte?-
-Certo, quando ti pare.- Ci mettemmo d’accordo per il sabato. Quando ti pare. Oddio.
Le ferite andavano quasi bene, quel giorno riuscii persino a lavarmi tutto. Era lo stato mentale che non funzionava granché. Quel quando ti pare mi aveva tolto quattro notti di sonno. Quando ti pare, era fatta. Quando mi pare! Angosciato dal fatto che non potevo scoparla come si deve, ma qualcosa avrei pur fatto, l’avrei fatta godere con i mezzi a mia disposizione. E comunque, per inciso, non avremmo scopato, avremmo fatto l’amore. Poi, d’altronde, quando ti pare.
Ma non ci dormivo, le notti erano solo agitazione e sogni deliranti, ogni tanto il pensiero del cane sullo sfondo. Quel cazzo di cane. Se non fosse stato per lui avrei già dormito profondamente notti sazie e lascive. Nessuna agitazione, nessuna ferita, ora era infinitamente meglio di quando stracazzo ti pare.
Quel sabato comunque mi sentivo abbastanza in forma, nonostante l’udito sibilante, gli occhi pesanti, il colorito di un qualcosa di semidigerito. Ma spiritoso, arguto, intelligente, quello sì, e quello basta con lei per entrare. Si evinceva con ovvietà dal quando ti pare. Mi preparai con calma, il quando ti pare mi dava quel vantaggio di farle aspettare la mia chiamata, di tenerla un po’ sulla corda, mi sarei fatto sentire solo poco prima di arrivare da lei. L’incubo cominciò prima di salire in macchina, con quelle nere sembianze canine che ormai avevo parcheggiato nel passato di quelle insensate veglie notturne. Quel pastore nero guizzò con prontezza paradossale alle mie spalle appena uscii di casa, premurandosi di mantenersi alle soglie dell’allucinazione. Fanculo alla paranoia, mi dissi, cominciando a sudare copiosamente, stavolta non sei reale. Anzi, spero che tu lo sia, almeno ti metto a mezzora di macchina, pezzo di merda. Guidai come un forsennato, scavalcando trenta chilometri di curve a occhi spalancati, con il dolore che si rifaceva vivo a ogni scalata, che mi teneva fisso sulle mie paure e lontano dalla realtà di lei.
Arrivai trafelato, avevo bisogno di tranquillità, coraggio, di alcool. Era presto, poi, neanche le sei e mezza. Un campari e gin fece al caso mio, il cuore riprese fiato, ma ormai non riuscivo a togliermi dalla mente quel cane. In più dovevo avere un aspetto disumano, al bar mi guardavano tutti, così non potei fare a meno di specchiarmi approssimativamente nella vetrina. Oddio. Un altro campari, grazie.
Uscii inciampando, insonne, ferito, mezzo ubriaco. Se mi prende così me la sposo, pensai, cercando un contegno non troppo ostentato mentre mi cadeva il telefono che già era partita la chiamata per lei. Non feci in tempo a bestemmiare. Quella bestia maledetta si avventò di nuovo affamata della mia vita, stavolta mi accorsi che ringhiava diritta al petto, stavolta mi avrebbe sbranato: per la prima volta capii il panico e rimasi coscientemente paralizzato, diventai anima, la vita usciva ad osservarmi pronta all’annientamento come una forma di sabbia al vento.
E mi svegliai nel mio letto con la luce del pomeriggio. Non come l’altra volta nella giada, ma nella palude tossica, una palude rovente e stantia che regalava ben poco ossigeno mentre mi consumava il corpo con i suoi acidi, un dolore orribile, soffocante.
Antidolorifico. Oddio, le ho dato buca, stavolta me la sono giocata, fu il mio primo pensiero nitido, piansi pure mentre il fantasma del dottore faceva di nuovo il suo lavoro, scuotendo di continuo, ma quasi impercettibilmente, il capo. Stavo dedicandomi a lei con una forza che mai avevo usato prima con una donna. Mi impegnavo a sentirla spesso, a raggiungerla nonostante situazioni poco consone alle mie intenzioni, facevo il simpatico, ironico e intelligente come nei momenti con lei non lo sono mai stato prima. Scavalcavo dolori fisici lancinanti, rimuovevo facilmente dalla mia coscienza situazioni grottesche e indefessamente psicotiche, come quella bestiaccia demoniaca e onirica, come il fatto che mi succedevano cose tremende lontano da casa e poi mi risvegliavo puntualmente nel mio letto con quell’ectoplasmico dottore sempre pronto ad intervenire, e nessuno che mai avesse fatto un accenno ai miei “incidenti”. Ma tutto questo sacrificio fisico e nervoso non aveva portato a nulla e le distanze tra di noi erano rimaste immutate. “Ehi! Scusa per ieri, ma non mi sentivo bene e ho dormito tutto il giorno” recitava un messaggino della domenica, una chiamata senza risposta. Meno male, pensai, non le ho dato buca! Pronto a dimenticare di nuovo tutto, a ristabilirmi, a riprovarci.
E di nuovo arrivarono le notti insonni, stavolta solo un paio a dire la verità, costellate da cane e dolore, con contorno dell’aggravarsi dell’inadeguatezza sessuale. Il quando ti pare tuttavia mi teneva ancora vivo, sul pezzo, ristabiliva velocemente il mio corpo martoriato.
Una telefonata ruppe tutto.
-Ciao.-
-Ciao!-
-Come va?-
-Beh, così così, ho avuto di nuovo a che fare… Niente, ho avuto un incidente, ma sto bene- Se le parlavo di nuovo del cane, chissà che avrebbe pensato.
-Tutte a te, capitano?-
-E’ il flusso del karma.-
-Senti, stasera vieni? E’ che domani vado via, stasera ci ubriachiamo tutti insieme, ho voglia-
-…-
-…-.
Il castello del quando ti pare mi crollò addosso con un rumore di legno fradicio e fango rimestato. Sapevo che prima o poi sarebbe successo, se ne sarebbe tornata nella sua città, ma non avevo temuto neppure nella più tetra delle ansie notturne che l’avrebbe fatto così, senza prima avermi dato la possibilità di provare il gusto, l’odore, il sapore di lei. Quella sera non andai e per qualche giorno fui occupato a cadere senza atterrare, con l’unico hobby di scavare nel fango del rimpianto alla ricerca di pezzi che fossero la prova della sua crudeltà, seppellendovi precipitosamente la mia inettitudine.
L’ultimo giorno della mia tristezza provai ad atterrare sul morbido. Finalmente dormii di notte, i tormenti del fisico sembravano lasciarmi quasi definitivamente in pace, così mi decisi a tornare in montagna, nel luogo dove a volte andavo a cercare nel silenzio la consapevolezza delle mie azioni. Incespicai faticosamente per tutta la tenue salita del sentiero, non ero guarito, ma tenni duro perché sapevo di averne bisogno. Nell’affanno ovattato, sotto il primo sole di settembre, ritrovai il cane nero che mi aspettava sotto il mio albero. Un colpo al cuore, poi sorrisi: -visto che non mi lasci nemmeno lo spazio per me stesso, mi puoi pure magiare vivo- gli dissi. Ma sembrava proprio non averne l’umore, era accucciato a terra, il muso tuffato tre le zampe nell’erba bassa e le orecchie che penzolavano. Sospirò rumorosamente, guardandomi di sottecchi. Mi sedetti gemendo accanto a lui e guardai distrattamente la valle, anch’io sospirai.
-Ora la noia, ancora- mormorai.


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: