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lavoro pubblicato martedì 22 ottobre 2013
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Mind control

di roccodm. Letto 993 volte. Dallo scaffale Horror

La vicenda che mi appresto a narrare risulterebbe incredibile e assurda alla maggior parte delle persone dotate di coscienza critica, se non fosse stata a lungo data in pasto ai media che l'hanno ampiamente divulgata; grazie all'elevata presa sul pubb...

La vicenda che mi appresto a narrare risulterebbe incredibile e assurda alla maggior parte delle persone dotate di coscienza critica, se non fosse stata a lungo data in pasto ai media che l'hanno ampiamente divulgata; grazie all'elevata presa sul pubblico notoriamente affezionato di questo genere di fatti di cronaca.
Una vicenda che ha inorridito, terrorizzato, ma anche dato la possibilità anche al cittadino qualunque di, anteponendo il consueto "secondo me", riadattarla in base alla sua più o meno fervida immaginazione.
Trovo necessario consegnare alla Storia la mia ricostruzione, ora che ho riacquistato il sufficiente equilibrio interiore per ripercorrere quella singolare esperienza che tanto mi ha stravolto la vita.

Ho studiato duramente, spendendo una significativa parte della giovinezza sui libri. Una fatica ricambiata dalla soddisfazione di nutrirmi del sapere che mi interessava maggiormente e culminata col conferimento della cattedra di Entomologia nel prestigioso Ateneo cui ho prestato il mio ingegno per tanti anni. Un approdo che ho sempre considerato naturale conseguenza dei miei studi, anzi, la migliore e unica collocazione per poter dar loro margini di evoluzione.

Una passione nata casualmente quando, poco più che bambino, scoprii e iniziai ad osservare instancabilmente un formicaio presente nel giardino della mia fanciullesca dimora. Capii subito che dietro quei movimenti coordinati e dietro quell'instancabile lavoro di squadra condotto dalle formiche si celava un modello sociale governato da regole raffinate e figlie di una intelligenza non comune in animali di stazza esponenzialmente maggiore. Tuttavia, ben presto, il mio interesse si spostò sulle api mellifere, per motivi di praticità e per l'enorme fascino nel vederle librare nel cielo.

L'osservazione prima, lo studio in seguito e quindi la sperimentazione scientifica mi condussero in modo certo e senza titubanze all'evidenza che le api comunicano tra di loro. Non però come molti colleghi hanno a lungo dibattuto: non con la danza e non coi ferormoni. O meglio, non solo. Le api dovevano comunicare anche acusticamente, come facciamo noi quadrumani evoluti.
La danza può andar bene per la comunicazione a grande distanza, i ferormoni indubbiamente governano il funzionamento dell'alveare; ma delle evidenti incongruenze lasciano aperte le porte della comunicazione acustica.

Eppure per molti anni il mondo delle api è stato considerato privo di suoni, addirittura si pensava che le api fossero prive di un orecchio per ascoltare. Solo (abbastanza) recentemente la comunità scientifica ha trovato convergenza sull'esistenza di un apparato idoneo alla ricezione di onde sonore posto alla base delle antenne.

La differenziazione dei compiti all'interno dell'alveare non ammettono una forma di comunicazione generica e collettiva come l'impiego dei ferormoni, che invece sono utilissimi in casi di allerta generale, come quando viene messo a rischio l'alveare. Illuminati colleghi avevano osservato una situazione gestibile esclusivamente attraverso una comunicazione acustica: la gestione della temperatura dell'alveare.

L'alveare viene mantenuto ad una temperatura ottimale per la crescita delle larve compresa tra i 20 e i 35 gradi. Quando la temperatura cresce eccessivamente, con un perfetto gioco di squadra le levatrici inumidiscono le cellette con acqua, mentre altre operaie ne favoriscono l'evaporazione con lo sbattere delle ali. Il risultato è analogo ad un frigorifero naturale che riesce a contenere l'incremento di temperatura. Questa operazione richiede il coordinamento di diversi attori, ma le istruzioni non possono valere globalmente per l'intero alveare: una zona potrebbe essere più calda di un altra, in qualche punto può essere necessaria più acqua o ventilazione. Inoltre bisogna comunicare alle bottinatrici di sospendere la ricerca di polline e approvvigionare acqua.

Il dubbio generò una ovvia conseguenza: collocare dei microfoni nell'alveare e ascoltare: fu così che si ascoltò per la prima volta la voce dell'ape. All'inizio quello che si ascoltò fu un ronzio di bassa frequenza, da molti confuso con il rumore generato dallo sbattimento delle ali. Poi con tecniche di elaborazione sempre più raffinate si poterono differenziare delle sequenze distinte, associate a differenti comandi indirizzati a singole api o a gruppi specifici.

Una lacuna era stata colmata, ma molto restava ancora da spiegare. Le sequenze campionate erano poche, e mancava la risposta più importante tra tutte: la comunicazione acustica è usata anche per innescare il controllo mentale che la regina esercita sulla sua famiglia, sulle sue api?

Il controllo mentale, si una delle questioni più dibattute, più controverse, più affascinanti del mondo a strisce gialle e nere delle api. Con il controllo mentale giustifichiamo quell'assoluta fedeltà, fino alla morte, delle api nei confronti della propria regina. Giustifichiamo una vita di sacrificio, spesa interamente al servizio dell'alveare: appena superato lo stadio larvale, le giovani api hanno già da lavorare duramente per sistemare le celle da preparare per le nuove generazioni.

Un controllo assoluto che spinge anche a fare cose contro l'istinto, come nel caso di cui accennavo prima in cui la bottinatrice invece che cercare il polline più dolce, in caso di necessità si mette alla ricerca dell'acqua, che di dolce non ha nulla. Un controllo, inoltre, che resiste a distanza e che spinge l'ape a tornare sempre nel suo alveare, nella sua famiglia dalla sua regina.


Con un gruppo di collaboratori, molti di loro giovani menti brillanti, dedicai molti anni di studio per tentare di trovare quel nesso, che istintivamente sentivo, tra comunicazione acustica e controllo mentale. Con il rapido progredire dell'informatica, potei disporre di un sistema di calcolo che offriva diverse migliaia di processori e, grazie ad algoritmi a reti neurali, iniziammo ad elaborare quei suoni da poche centinaia di hertz prodotti dalle api.

I primi risultati furono sconfortanti, sembrava che la forma di comunicazione fosse molto rudimentale; forse -addirittura- pseudocasuale. In realtà non ci avevamo capito un granché. Fu, però, l'osservazione di alcune simmetrie nella forma d'onda, interrotte da sfasamenti che inizialmente filtravamo considerandoli rumore, che mi offrì la via per decodificare il linguaggio delle api.

Il poderoso sistema di calcolo dovette macinare per anni, nutrendosi di una sempre più ampia collezione di dati, per offrire il primo strumento di conversazione tra l'uomo e gli animali. Realizzai di aver portato sul terreno scientifico un qualcosa finora apparso solo nella fantascienza: un traduttore simultaneo uomo-ape.

Il modello a reti neurali consente all'algoritmo di adattarsi a seconda dell'apprendimento condotto. Se i primi tentativi di comunicazione erano rozzi e approssimativi, per non dire comici. La formulazione di ciascuna parola richiedeva tempo, a causa della bassa frequenza dei segnali acustici delle api e della strutturazione della vocalizzazione.

Le prime frasi che ascoltai erano in realtà una sequenza di indicazioni più o meno geografiche per raggiungere campi pieni di polline: «Albero grande, fiume fino roccia rossa, in direzione profumo di acacia». Oppure altre voci registrate dentro l'alveare: «Freddo, vibrare addome, tutte vicine».

Avevamo pochi dubbi sull'affidabilità dello strumento che avevamo realizzato, ma ben più dubbi ne avevamo sull'opportunità di divulgarne la notizia: saremmo stati presi, nella migliore delle ipotesi, per millantatori. O più probabilmente chiusi in una casa di cura. Decidemmo di continuare gli studi e cercare di utilizzare il traduttore simultaneo per apprendere cose inedite, da divulgare -però- illustrando i risultati in modo convenzionale. L'ascolto delle api ci doveva servire come suggerimento, ma le deduzioni dovevano seguire i consueti canoni.

Quale ambito di ricerca da approfondire con il nostro nuovo dispositivo poteva essere più entusiasmante, più ambizioso, se non il controllo mentale della regina?

Tipicamente catturavamo qualche esemplare di ape, quasi sempre bottinatrici e qualche sentinella, e la conducevamo in laboratorio. Ci limitammo per molto tempo ad ascoltare quanto ci comunicavano in modo passivo. Poi mi venne una idea, usare il traduttore al rovescio: provare a parlare alle api.

Fu una proposta che destabilizzò il mio gruppo di ricerca. Fui preso per matto, nonostante i più credessero nel nostro sistema di comunicazione. Qualcuno approfittò per chiedere un anno sabbatico, ma altri collaboratori uscirono via, sbattendo la porta.
Più che resistenze di natura tecnica, era sorto un dilemma ideologico sull'opportunità di interagire tra specie diverse. L'interferenza, una cosa non contemplata dalla natura, cosa avrebbe portato? Quali conseguenze?

Abbagliato dal sogno di una vita che sembrava realizzarsi, non volli sentire ragioni e continuai sulla mia strada; restando praticamente solo coi miei sogni e le mie manie di grandezza. Mi accorsi di avere un laboratorio enorme e pieno di tantissime attività quando restai solo. Avrei dovuto riconsiderare le mie scelte, ma ormai l'ego mi faceva procedere senza mai soffermarmi a riflettere.

Presi una delle api catturate e la misi in zona di conversazione. Ripeteva abbastanza nervosamente un'unica parola «casa». Avvicinai la bocca al microfono e partorii una domanda decisamente banale: «chi sei?». Sentii un ronzio uscire dall'altoparlante: era la mia voce resa udibile per le api.

Non mi aspettavo risposta, e mi mordevo il labbro per aver formulato una domanda inadeguata e senza una dovuta riflessione. Stentai a parlare ulteriormente e restai in attesa di un qualcosa. E l'attesa fu ripagata, l'ape rispose: «sono una bottinatrice, porto cibo a casa». Fui sconvolto. Terminai così l'esperimento, con il monito di essere più riflessivo nel formulare ulteriori quesiti.

Provai invano a dormire, quella notte. Anzi, non riesco a ricordare neanche se avevo mangiato. Serviva una domanda secca, diretta, per cercare di capire il meccanismo del controllo mentale.

Mi rotolai senza pace nel letto finché la luce scacciò, pian piano, le tenebre dalla mia stanza. Il sole si affacciava carico di un caldo rosso a riscaldare una stranamente fredda mattina di luglio. Ero già in cammino, assorto nei miei pensieri, diretto al laboratorio. Tornai dall'ape, la tolsi dalla teca e la misi in prossimità del comunicatore. Indossavo ancora il soprabito, ma ero determinato e risoluto. La domanda secca e perentoria fu: «Cos'è che ti vincola alla regina, al tuo alveare?». Non dovetti attendere molto: «La regina è la mia regina», frase che fu ripetuta più volte.

Mi rassegnai, era stato un fallimento. Nessuna utile informazione era giunta dal botta e risposta, nessun elemento di alcuna utilità. Restava una strada da tentare, ormai, ed era ora di rompere ogni indugio: dovevo ascoltare un'ape regina. Dovevo interrogarla.

Il sole si era levato alto in cielo, ormai, e la temperatura salita rendendo l'aria afosa. Furtivamente mi aggiravo presso le aree di allevamento di pertinenza dell'università, approfittando anche dell'assenza di personale ormai in vacanza. Non avrei potuto prendere la sola regina, o perlomeno non me ne ritenni capace, e semplificando molto il problema non esitai a prendere un intero alveare, caricandolo -dopo averlo chiuso in un sacco di plastica- in auto e lo portai in laboratorio.

Non fu facile sedare la controffensiva delle api, una volta aperto l'alveare su un bancone. Più difficile ancora fu prelevare la regina e portarla nella stanza adiacente, allestita con i dispositivi di comunicazione. Alla fine, tuttavia, me la cavai con giusto un paio di punture. La regina, fissata su un supporto fisso, non si dimenava come gli altri esemplari fatti accomodare in quello scomodo divano.

Senza subire lo stesso travaglio di una notte insonne, iniziai a parlarle. Quasi come se fosse, ormai, un conoscente. O forse un rivale.
«Chi sei? Come riesci ad esercitare il controllo mentale sulle tue operaie?»

Che domanda sciocca, pensai dopo averla pronunciata. In realtà non sapevo cosa avrebbe potuto rispondermi, quale segreto avrebbe potuto rilevarmi. Ed in effetti nessun segreto fu rivelato: «Io sono la regina, la tua regina!», fu la risposta. Anzi, non fu una risposta, ma una sorta di arpione lanciato direttamente nella mia mente.

Ancora oggi mi chiedo cosa sia realmente accaduto, o meglio come. Con quelle semplici parole divenni suo schiavo. Caddi sotto il suo controllo mentale.


A ripensarci ora provo ancora orrore e ribrezzo, ma sono convinto di ricordare esattamente come sono andate le cose. La mia mente fu stravolta, ma ancora capace di adoperare razionalità e scienza, anche se il mio pensiero, da allora, fu unicamente rivolto alla regina, la mia regina, e il suo alveare. Divenni il primo umano al servizio delle api e misi tutte le mie conoscenze a disposizione della mia nuova famiglia.

Non riesco a ricordare esattamente se ho continuato a dialogare con la regina attraverso il comunicatore che avevamo realizzato, o se c'è stata una comunicazione telepatica o di altro genere. Sono convinto, ad ogni modo, di aver agito su chiare direttive della regina.

L'alveare era nel laboratorio, un laboratorio allestito diversi anni prima e accuratamente insonorizzato a causa degli esperimenti fatti sui primati, animali che non si esimono dal protestare rumorosamente per i trattamenti subiti. Il laboratorio aveva anche un discreto accesso indipendente, direttamente sul piazzale della facoltà adibito a parcheggio. Il laboratorio era anche ben attrezzato per il controllo climatico e fornito d'acqua. Il laboratorio divenne l'alveare.

La regina mi chiedeva nutrimento, visto che le bottinatrici non potevano uscire alla ricerca di polline. Iniziai così ad approvvigionare zucchero, da destinare alla nutrizione e divenne anche la mia fonte di nutrimento principale. Somministrai alla regina degli ormoni, cui degli studi avevano evidenziato la facoltà di incrementarne la capacità di deporre le uova. Mi ingegnai anche come architetto di alveare, realizzando degli ampliamenti usando una enorme quantità di fogli di cera comprati appositamente. In pochi giorni l'alveare era cresciuto mostruosamente e il laboratorio era ovunque un brulicare di api.

Lo stabile del laboratorio era sostanzialmente deserto, i più erano in ferie e quei pochi che lo frequentavano erano occupati solo sui loro interessi. I miei collaboratori non si erano più fatti sentire da tempo. Passavo la quasi totalità della giornata nel laboratorio e quando dovevo sbrigare qualche commissione uscivo direttamente sul piazzale.

Una mattina, penso casualmente, proprio sul piazzale incontrai il prof. Andrew Shustone, neurologo e psichiatra. Provai a schivarlo con indifferenza, ma lui mi afferrò per il braccio: «Sei così preso dai tuoi esperimenti che neanche hai un minuto per salutare un amico?»
«No, Andrew, sono solo sovrappensiero. Ho alcune cose da sbrigare»
«Eppure ti ho visto frequentare a lungo il laboratorio in questo periodo...»
«Si, è vero. Ho degli interessanti studi in corso, ma niente di sufficientemente maturo per neanche farne un accenno»
«Ho capito, hai trovato qualche filone d'oro e non vuoi condividerlo. Almeno finché non ne apprezzi le dimensioni.»
«Già Andrew, già.»
Ci salutammo e finalmente riprese la sua strada.

Un campanello d'allarme mi suonò nella mente. L'alveare non sarebbe potuto rimanere per sempre nel laboratorio, specie adesso che era cresciuto a dismisura e pullulato da un numero inestimabile di api.

Passarono alcuni giorni, io continuavo a rifornire l'alveare di quantità sempre maggiori di zucchero e a lavorare per l'espansione dell'alveare che ormai occupava una superficie di diversi metri quadri. Probabilmente nella mia mente era svanito lo stesso concetto di futuro, pensavo solo al benessere immediato dell'alveare. I giorni scorrevano tutti in modo analogo, la sera mi rannicchiavo sulla sedia e riposavo per qualche ora. Probabilmente avevo assunto un aspetto trasandato e orripilante, ma non penso che ne avevo piena coscienza.

La monotonia venne interrotta da un fastidioso rumore, qualcuno bussava alla porta del laboratorio: era Andrew: «So che sei li, apri. Sono seriamente preoccupato per te».
Rimasi paralizzato, sperando che andasse via. Invece lui, che si era procurato -chissà come- le chiavi del laboratorio, tentò di aprire la porta. Ricordo ancora l'orrore stampato sul suo viso quando, una volta aperta la porta, si trovò al cospetto del mostruoso alveare che ormai aveva invaso l'intero laboratorio. Si mosse verso di me, stava per dare fiato al suo orrore, ma io con un fulmineo movimento gli piantai un tagliacarte nel ventre. Rantolò per qualche istante, e morì senza dire nulla. Preparai una enorme cella, con la cera di cui disponevo e ci celai il corpo del collega, il corpo di uno dei pochi amici che potevo annoverare. Anche le api mi aiutarono a sigillarne la chiusura.

Caddi in uno stato di profonda apatia, ma sentii forte la presa mentale della regina che mi ricondusse al ruolo di operaio. Passarono altri giorni, ma nella mia mente il ragionamento logico razionale era ormai svanito. Avrei dovuto aspettarmi una conseguenza al mio gesto, una conseguenza alla scomparsa di una influente persona. Ero invece inebetito e mi limitavo a svolgere meccanicamente i miei compiti.

Fu nuovamente un rumore a destarmi dall'oblio. Una serie di fumogeni ruppero, penetrando nel laboratorio, le due finestre che lo illuminavano appena. Ci fu un'irruzione, non so se di forze speciali o se piuttosto fossero vigili del fuoco, ma ci fu comunque una imponente lotta: da un lato le moltitudini di api dall'altra orde di uomini incappucciati che usavano gas e lanciafiamme. Io insensibile spettatore, fino a quando fui prelevato di forza e -penso- pesantemente sedato.

Mi svegliai solidamente legato su un bianco letto, in una bianca stanza illuminata da una luce così bianca capace da penetrarmi anche le palpebre che si sforzavano per proteggere gli occhi. All'inizio nessuno mi parlava, di me dovevano nutrire un orrore indescrivibile.
Neanche io avevo voglia di parlare, ma avrei voluto sapere l'epilogo della guerra tra due specie viventi. Eppure sapevo che la regina doveva essere morta, non ne sentivo più il controllo mentale.

Passarono anni, la mia riabilitazione fu considerata stabile. Seppi che il laboratorio venne devastato durante l'assalto e la maggior parte degli studi irrimediabilmente persi. Unico caso di umano caduto sotto controllo mentale, non sono mai riuscito a capirne modalità ed effetti. Ciò che invece ho purtroppo appreso, le conseguenze.



Commenti

pubblicato il 22/10/2013 9.32.40
roccodm, ha scritto: È la prima volta che mi cimento a scrivere un racconto, per giunta horror. Gradirei VS commenti. Sentitevi liberi anche di stroncarlo... non mi offendo.
pubblicato il 04/11/2013 10.54.09
BadAngel, ha scritto: Ricorda molto lo stile di Poe, sia per quanto riguarda l'espediente di fingere di raccontare un fatto realmente accaduto in prima persona, sia per la minuziosa precisione scientifica: molto bello.

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