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lavoro pubblicato lunedì 21 ottobre 2013
ultima lettura lunedì 22 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

...of darkness - Cap. III

di flama87. Letto 640 volte. Dallo scaffale Fantasia

...di sovrani e sudditiGli interi del castello non rendevano giustizia alla sua maestosità. Soltanto il cancello principale poteva contenere i...

...di sovrani e sudditi

Gli interi del castello non rendevano giustizia alla sua maestosità. Soltanto il cancello principale poteva contenere in altezza una qualunque casa del paese, ancor più di una in larghezza. Il rumore dei meccanismi che ne applicavano l'apertura era una fanfara roca, oscura e mesta: un benvenuto a chi entrava, seguito da qualche bestemmia non appena varcato l'uscio, mediata alla meno peggio dal metallico ruotare degli ingranaggi.
Tutto era nero e lucido, il pavimento, le statue, le mattonelle, le tende, le finestre... la tua sagoma si specchiava contorta nell'imprecisione di un riflesso malevolo, dandoti la sensazione che ogni cosa, entro quei limiti, si torcesse per il puro gusto di torcersi. E parlando di statue, ne avevi contate una miriade soltanto all'ingresso -ne vedesti un'immensità a decorazione di quasi ogni cosa in quel posto: raffiguravano creature grottesche, vagamente umane e intente a gridare chissà cosa. L'atrio principale, accompagnato ai lati da due rampe di scale, presentavano una immensa colonna centrale interamente decorata con dei bassorilievi. Eri certo che parlassero di qualcosa, che raccontassero una storia oscura, lunga, fatta di uomini e donne di cui solo vagamente pensavi di riconoscere il volto.
Di lì a poco giunse ad accogliervi un uomo tozzo, di mezz'età, calvo e monco. Furibondo già di per sé, non gradì la vostra presenza -lo capivi da come biascicava male parole. Si asservì comunque al suo ruolo e, pur continuando ad ingiuriarvi, ti fece strada per un lungo corridoio. Il Cavaliere, esaurito il suo compito, tornò ai suoi doveri.
Il corridoio sembrava la metafora della vita: lungo, rovinato in più punti, attraversato da un vento forte e gelido, quasi in procinto di sgretolarsi quando si eresse a ponte coperto sul vuoto; sbucava da un fianco del castello e portava ad una torre solitaria, nonché la più grande di tutte. Ti azzardavi durante il cammino a fissare fuori, verso un cielo nero e privo di stelle, laddove moriva la luce e le tenebre si facevano più grosse, dove eri certo che niente sopravvivesse... niente che non fosse figlio dell'oscurità.
Il lungo tappeto rosso e consunto si soffermò al cospetto di due leoni, uno divelto e l'altro privo di testa. L'immensa cancellata attese paziente che l'anziano maggiordomo l'aprisse, divertita quasi dal suo rantolare dovuto alla fatica e al dolore, conseguenza dei suoi acciacchi. Poco dopo ti fu fatto cenno di avanzare e, non appena eseguisti, le porte si chiusero dietro di te.
E così ne eri certo, adesso: le cose stavano peggiorando, la tua situazione non era delle migliori e, per motivi che non capivi, ti riusciva difficile ribellarti ad un destino già scritto. Dovevi avanzare, in quella sala del trono immersa e aperta al cielo da una cupola vetrata in gran parte distrutta. Potevi vedere ancora i cocci che cadevano dall'alto, immaginando quale mostruosità avesse sfondato quella costruzione sublime: retta da ampi colonnati, una fila di travi e rilievi floreali, incastonati in rettangoli a specchio sul firmamento da un lato e sul pavimento dall'altro.
E poi, il trono. Una struttura in legno scuro, con ampi cuscini in ricami dorati, retto al di sotto da una pedana in pietra con scala, e protetto alle spalle da una statua imperiosa e possente. Arroccato sul suo scranno vedesti il Sovrano: una figura scura, nera come neri erano i suoi sudditi, nascosto sotto ad un saio di pece che lasciava intravedere a malapena i bracciali di una corazza, foriera di una lucentezza sinistra e tetra. Nessuna corona cingeva il suo capo, nascosto sotto al cappuccio: la sua era una sovranità conquistata, non ereditata.
"Ti aspettavo", fece lui.
"Mi aspettavi?", replicasti sorpreso.
"Perché ti sorprendi? E' da quando sei arrivato nel mio regno che ti attendo".
"Mi sorprende sapere di esservi già noto".
"Non dovrebbe. O forse, sì. Sì, forse dovrebbe. Dopo tutto anche io sono sorpreso, non credevo di rivederti in queste spoglie".
"Voi parlate come se già ci conoscessimo, quando io non so nemmeno dove mi trovo!"
"Strano che tu non sappia che questo è il reame di Lloyd. Comunque, in qualità di Sovrano, unico e solo, ti do nuovamente il benvenuto".
Un mezzo sorriso deturpò la tua serietà. "Grazie".
Lui rispose con una risata sommessa. "Sempre ironico, vedo".
"Ancora, troppa familiarità da qualcuno che vedo per la prima volta".
Lui scrollò le spalle. "Dovresti già conoscermi, invero. Io e te siamo gli unici a conoscere chiunque, qui in questo regno".
Ti meravigliò la sua affermazione. Poi, ti lasciò basito il vederlo sparire in uno sbuffo di fuliggine. Si ripresentò dietro di te, accostandosi al tuo orecchio. Criptico.
"E' questo il mio più grande dilemma. Io ti conosco ma, al tempo stesso, non so cosa sei. Dovrei leggere nel tuo pensiero, come ho già fatto in passato, o come faccio con chiunque in questo reame. Tuttavia, tu sei un'eccezione. Ho saputo della tua esistenza nel momento in cui ti ho avvertito sfuggire dalle mie grinfie: sei sgusciato dal mio sguardo, dove io non posso ghermirti. E ciò non mi piace. Non mi piace che tu venga qui, nel mio reame, come una incognita di cui non posso decifrare la natura. Sfuggi al mio controllo, al mio potere... e ciò non posso concedertelo. Il che accresce il mio dilemma: non sei Puro, dunque non posso renderti Impuro, e se non posso renderti tale non ho altro modo per controllarti. Comprendi?".
"Credo, credo di sì". Avevi una gran paura di lui. C'era qualcosa, sotto quel cappuccio, che cercava di sondare il tuo cuore con insistenza, anche se invano.
"In passato hai sempre sbandierato le tua ragioni. Ora invece sembri non ricordare... ma se tu non rammenti, perché sei qui?"
Deglutisti. "Una bambina, non so il suo nome, mi ha mandato qui dicendo che un suo amico stava per fare una sciocchezza. Che solo io potevo convincerlo a cambiare idea, dato che lei non poteva intervenire".
"E così, adesso è una bambina". Ti superò, andando verso il suo trono.
Non capivi. "Non capisco".
"Cambia aspetto ogni volta, o forse siamo noi a dare a lui l'aspetto che vogliamo? Sei già stato qui altre volte, sotto suo consiglio, e hai già provato a farmi cambiare idea... ma è la prima volta che lo ammetti così platealmente. ".
"Tu! Tu sei l'amico di quella bambina!" gridasti meravigliato.
Lui si girò di scatto. Tutto il castello tremò e ciò bastò a zittirti. "Amico? Amico?! Una parola che per me non ha significato: il dono che mi ha dato è mio, ne faccio quel che voglio!"
Molti pensieri attraversarono la tua testa. Con un moto di coraggio che non sapevi ove nascesse, avanzasti replicando: "Il dono è tuo, vero. Però ciò non ti da il diritto di abusarne. Questo regno ti è stato dato perché prosperasse, non perché tu lo distruggessi!"
Lui scoppiò in una seconda ma più fragorosa risata. "Il reame? Oh no, sciocco che non sei altro. Non è del reame che si parla ma di ben altro. Mi meraviglia che tu non lo sappia, dopo tutto sei venuto qui per questo. Mi sorprende ancor di più che tu sia venuto qui disarmato. I tuoi predecessori avevano tutti un'arma, qualcosa con cui farsi scudo o recarmi offesa. Tu invece non hai niente. Pensi di impietosirmi?"
"No, non ne ho bisogno. Voglio solo capire... e farti capire".
Una terza risata scoppiò, più gutturale e maligna. "Qui sei tu che dovresti capire. Oh e hai da capire così tante cose. Così tante che ci staranno nella tua piccola testa? Ma forse è meglio così, che tu non sappia dico -il tuo ignorare è per me un utile strumento, oltre che un vantaggio. Troverai una fine peggiore degli altri, proprio perché, a dispetto di loro, morirai non sapendo chi sei e perché sei davvero qui!"
Ad un cenno della sua mano si allargò sotto di te una grande ombra, come fosse una macchia di olio. Tentacoli neri emersero dal pavimento stringendosi attorno al tuo corpo e tenendoti saldamente bloccato. Così, mentre inutilmente ti sforzavi per liberarti, lui ebbro del proprio potere ti guardava con aria di scherno. Puntò il dito e concluse:
"Da stupido sei giunto e da stupido te ne andrai".
E poi l'oscurità ti si prese, portandoti chissà dove.

******

Continua....



Commenti

pubblicato il 13/11/2013 14.51.07
flama87, ha scritto: https://www.facebook.com/flama87

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