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lavoro pubblicato giovedì 17 ottobre 2013
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

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ERO DIO.

di cloridicus. Letto 871 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Sono legato a questo letto, robuste cinghie serrano le mie caviglie e avvinghiano i miei polsi stanchi; i miei muscoli sono ormai delle vesciche vuote...

Sono legato a questo letto, robuste cinghie serrano le mie caviglie e avvinghiano i miei polsi stanchi; i miei muscoli sono ormai delle vesciche vuote, senza forza né linfa.
Tutto cominciò, non so più quando, un mese, un anno fa, forse, quando un progetto segreto vide la luce.
Era il sogno più ambizioso e più osceno, che mente umana potesse partorire e anch’io, nella mia pochezza, pensavo che fosse solo una chimera irraggiungibile, un mistero destinato a perire col genere umano.
Io fui il loro soggetto, la loro cavia.
Vennero da me, se non ricordo male, in novembre, in una giornata piombigna e funerea, come se ne vedono solo ad autunno in Virginia.
Ero, allora, uno dei tanti poveri cristi, in attesa nel braccio della morte, che sperava in un atto di clemenza che non sarebbe mai arrivato in tempo .
Mi parlarono di un esperimento, senza entrare in particolari, che richiedeva ,per le prove finali, un essere umano. Mi dissero che sebbene le possibilità di sopravvivenza fossero poche, esse erano senz’altro superiori a quelle della sedia elettrica che mi avrebbe aspettato di lì a poco ("simpatici" pensai): se ce l’avessi fatta, se loro ce l’avessero fatta, sarei stato libero, con un’altra identità.
Mentirono, ovviamente, ma non è che al momento avessi altre possibilità.
Tra una morte certa ed una probabile la scelta era fin troppo scontata.
Accettai ed uscii dal carcere con loro, senza manette, senza la tuta arancione della prigione, come un uomo libero e ciò mi fece paura perché questa sicurezza ostentata era rivelatrice del loro potere.
Il viaggio durò alcune ore, pesanti, silenziose; un vago senso di pentimento ogni tanto faceva capolino, ma il mio istinto di sopravvivenza lo prendeva a calci ricordandogli che era una via per uscirne…in un modo o nell’altro.
Giunto ai laboratori, mi venne incontro un uomo anziano che si presentò come dott. Jorge; mi salutò come si usa con un’amico che non si vede da tempo, e mi portò con lui a bere un caffè.
Era simpatico il vecchio…, mi chiese com’era andato il viaggio, le mie preferenze culinarie, per quale squadra tifassi (lui era per i Bengals di Cincinnati) e mai un’accenno al mio passato d’assassino di poliziotti, ma credo che a lui non interessasse più di tanto.
Mi sottoposero ad un’infinità di test clinici, prove fisiche, colloqui psichiatrici e capii che, ormai, ero passato dallo stato di soggetto a quello di oggetto: giovane, in buona salute e con un discreto quoziente intellettivo.
Ogni tanto Jorge passava a salutarmi, facevamo quattro chiacchiere, si parlava del più e del meno e mi diceva dell’esperimento, cui aveva dedicato venti anni di studio, di vita, senza però mai entrare nei dettagli, nel fine.
Immaginavo si trattasse qualcosa di grosso, di segreto, visto l’andirivieni di militari pluridecorati e con la stella di rito, ma niente di più.
Il test fu fissato per il 18 dicembre, il giorno del mio compleanno, e Jorge, che ormai conosceva la mia vita meglio di me , la mattina passò per porgermi gli auguri: tra noi si era instaurata una sorta di amichevole complicità , entrambi volevamo, per motivi diversi, che le cose andassero per il verso sperato, ma quel giorno mi chiese se desiderassi il conforto di un prete e se desiderassi lasciare due righe.
Avevo dimenticato che c’era la concreta possibilità di non uscirne e la cosa mi fece rabbrividire.
Gli risposi, comunque, che non avevo bisogno di nulla, che i miei conti probabilmente li avrei saldati a breve, direttamente col Boss; si congedo’ con un sorriso e dopo pochi minuti giunsero loro.
Mi fecero indossare un camice verde e salii sulla barella in acciaio.
In certi momenti, sapete, si notano tante piccole cose inutili, una lampada che sta per fulminarsi, una ruota della lettiga che cigola, una minuscola macchia sul soffitto bianco e si prova un’istintivo, assurdo, attaccamento a queste cose terrene che non sentiremo o vedremo più.
Percorsi il lungo corridoio ripensando alla mia vita sbagliata, ai due poliziotti che ebbero la sfortuna di incontrarmi quel giorno, giù al supermercato, alla ragazza che avevo promesso di sposare…..chissà cosa stava facendo in quel momento…….chissà se si ricorda di me…….
D’un tratto mi ritrovai nella sala, circolare, di un bianco abbacinante; non una sala operatoria, ma qualcosa di diverso, non fosse altro per la massiccia presenza di monitor e macchine elettroniche stipate al suo interno.
Mi sistemarono sul tavolo centrale e una voce fuoricampo, metallica, disse di iniziare: mi guardai attorno e chiusi gli occhi.
Sentii solo un pizzico sul braccio destro….poi tutto si fece sfuocato, distorto…le voci…il calore….la luce……la luce……..
Mi risvegliai circondato da medici sbalorditi, che con facce ebeti fissavano le onde sinuose del mio battito cardiaco e i picchi delle mie funzioni cerebrali.
Solo Jorge, mi guardava col suo viso scarno e sorridente come a dire “ce l’abbiamo fatta..”, e devo dirvi che ero più felice per lui che per me..
Chiese di lasciarci soli e tutti uscirono con una strana smorfia di incredulità stampata sul viso.
Si sedette e mi disse –Sei morto, John, lo sai? Sei morto per una settimana intera e poi ti abbiamo richiamato!
- Era questo l’esperimento.. vero Jorge?.
- Si…..Come ti senti?
- Bene….credo…- risposi
- Ricordi qualcosa?….anche una sensazione….
- Credo di ricordare tutto.
Gli raccontai quell’esperienza, anche se sapevo che mai avrebbe compreso.
- La morte fisica, Jorge, il distacco dalla materialità, rende ciò che rimane integrato in maniera simultanea con l’intero creato, fuori dal tempo, fuori da tutto. Ero pulviscolo che ruotava per formare un ammasso,ero l’esplosione nucleare su una stella, ero l’atomo che ribolliva, la corda quantica che vibrava. Ero il pianto di un bimbo, l’ultimo respiro di un morituro, il vento che scuote e la luce che infonde vita. Ero il canto di uccello in un remoto pianeta, ero il buco nero che crea altri universi, ero il virus che uccide e ero la preghiera che conforta. Ero Dio.-
Sono certo che qualcuno ascoltasse i nostri discorsi, che valutasse ogni frase, soppesasse ogni sillaba, attento ad ogni più piccola inflessione, a ogni emozione, palese e celata: so che quel qualcuno ebbe paura.
Quella è stata l’ultima che ho visto Jorge e da quel giorno sono qui, su questo letto.
Io sono il loro più geloso segreto, il più esaltante mistero e come tale devo essere nascosto a tutti.
Pensate come sarebbe, cosa sarebbe, la vita se non ci fosse più lo spauracchio della morte, l’infame menzogna compagna di ogni nostro respiro. Pensate se si sapesse in giro che questo è l’Inferno….e la morte l’uscita.



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