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lavoro pubblicato mercoledì 16 ottobre 2013
ultima lettura mercoledì 10 luglio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

LA LEGGENDA DELL'UBRIACONE COL TACCUINO

di CHRIS. Letto 632 volte. Dallo scaffale Pulp

Era da un po’ di tempo che cercavo di tenermi alla larga dal lavoro. Ma è dura campare alla giornata al giorno d’oggi, in questo mondo che non pensa a nient’altro che arricchirsi. Prima i governi erano furbi. Se eri povero e se.....

Era da un po’ di tempo che cercavo di tenermi alla larga dal lavoro. Ma è dura campare alla giornata al giorno d’oggi, in questo mondo che non pensa a nient’altro che arricchirsi. Prima i governi erano furbi. Se eri povero e senza mezzi, ti fornivano le catene e lasciavano a te la triste decisione: o ti incatenavi ad un lavoro che non ti piaceva per tutta la vita, sopravvivendo ad una vita miserabile e sottovalutata; o gettavi via le catene e morivi di fame, affogando in un mare di libertà. Oggi le cose sono cambiate: il governo non è più furbo come una volta; oggi , è semplicemente ingordo.
Passavo i pomeriggi con Genny, rinchiusi a casa sua a strafarci di canne e a giocare alla Play. E le sere da solo, o con Sal, ma sempre in giro per i bar: ambedue i casi. Conoscete la frase “Chi non beve in compagnia è un ladro o una spia”? Beh, chi beve in entrambi i casi, è più facile che sia semplicemente un alcolizzato.
Quand’ero con Genny, che mi trovavo a chiedergli consiglio sull’argomento, lui mi rispondeva tipo così:
<< Un lavoro? Cos’è un lavoro? Uno di quei merdosi impegni che ti occupano il cervello tutto il giorno? Dove si va tutte le mattine e si ritorna sempre di sera? Che poi prendono e ti danno solo i solo per comprarti un pochettino d’erba il sabato?... no amico, secondo me non dovresti farla sta’ cazzata di metterti a lavorare >>. Diceva il biondo. Spesso mentre aveva in mano o un joystick, o una canna, o una forchetta.
Quando affrontavo l’argomento con Sal, invece era diverso. La scena era sempre tipo questa. Io e lui seduti al tavolo del bar, o in macchina. Bevevamo birra e fumavamo spini; e capitava di parlare di lavoro.
<< Io dico che un fottuto lavoro potresti trovartelo, non puoi mica sempre stare in sto’ bar del cazzo >>.
<< Perché no? Cosa me lo impedisce? >>.
<< I quattrini compare, i quattrini! Non puoi mica andare avanti a gare di birra, e a vendere quadri riciclati! Arriverà un giorno in cui il tuo business di fermerà, e non saprai più da dove prendere le monete >>.
<< Quindi o muori di fame o sei un povero schiavo dello stato? >>. << Va così... purtroppo >>.
Il mio discorso torna, però mi piace più come la pensa Genny su quest’argomento. Si avvicina più alla mia filosofia di vita, in questo caso. D’altronde gli ho insegnato io a saltare il lavoro il Lunedì mattina a pieni postumi da sbronza, dove tutto ciò che vuoi è un letto su cui poggiare le tue pesanti gambe, e un pacchetto da venti di Lucky.
Perciò continuai a guadagnare qualche spicciolo partecipando a gare di birra, e vendendo quadri riciclati. A bere me la cavavo un casino, vincevo sempre; più che altro il guaio era trovare uno sfidante: sette su dieci non accettavano la sfida. I quadri invece, cioè non so se definirli proprio riciclati... diciamo che m’era morta una zia ricca, che c’aveva la passione per l’arte, e possedeva un’infinita di quadri di pittori sconosciuti. Qualche giorno dopo il decesso, ero passato di lì ed avevo requisito tutto il materiale. Riuscivo a smerciarne qualcuno di tanto in tanto; uno all’’Uranium a qualche ubriaco; uno a dei miei parenti ricchi con la puzza sotto il naso, e s’andava avanti: potevo pagarmi da bere, e mandava bene così. Continuavo a starmene spaparanzato o sul divano di casa di Genny o al tavolo di un bar. Bevevo birra, e fumavo erba tutto il giorno, fino a quando il mio business s’interruppe: c’aveva ragione quel testa di cazzo di Sal.
Dovetti fare i conti con il calo delle vendite dei quadri, e con le sbornie solitarie. Ormai nessuno più osava sfidarmi, ed ero costretto a pagarmi io stesso da bere. Fino a quando dichiarai bancarotta, e cominciai a fare debiti coi bar.
Io e Genny cercammo nello spaccio, un’alternativa al lavoro. Compravamo panette di fumo all’ingrosso, le tagliavamo, facevamo i pezzi, e li smerciavamo. Ma non eravamo mica degli bravi spacciatori, eh; fumavamo più di quel che vendevamo, e i miei debiti restavano a galla. Io, Genny, e Sal: se a quest’ora avessimo venduto almeno la metà di tutte le canne che abbiamo fumato in vita nostra, beh, saremmo ricchi sfondati... contateci! Tutte e tre insieme eguaglieremmo George Young.
I debiti aumentavano sempre di più, e dopo un po’ di tempo, solo nel mio quartiere venni bandito da sette Bar. era come se avessero una mia foto spiaccicata sul muro, con su scritto “WANTED. DEAD O LIVE”.
Il guaio era che quando mi capitava di vendere qualche pezzo di fumo, la scelta su come spendere il cash, ricadeva su due possibilità: regolare i conti e restare sobrio, o ubriacarmi e dimenticarmi dei creditori. Optai sempre per la seconda, ma ovviamente fui costretto a cambiare Bar, e perciò mi spostai più fuori zona, dove nessuno mi conosceva. I soldi per bere però, erano sempre pochi. Dovevo inventarmi qualcosa.
Iniziò tutto per caso. Bevvi due T e tre whiskey, ero solo come un gatto randagio, e ubriaco quanto basta ad accedere al magico mondo della follia; dove tutto ciò che dici e che fai, può essere capovolto da folle a geniale. Il Bar era affollato al punto giusto, e le due cameriere (una più topa dell’altra) avevano parecchio da fare. Sul bancone c’era scritto “CERCASI BANCONISTA”, ma io non potrei mai lavorarci in un bar, sarebbe come mettere Sal in un centro scommesse, o Genny in una piantagione di maria.
Andai in bagno a pisciare un po’ di alcool, poi uscì fuori a fumare una Lucky, e quando rientrai trovai una coppia seduta al mio tavolo. Cazzo, non avevo ancora pagato che ste’ troie già m’avevano sloggiato... ma fu proprio quella la mia salvezza. Ebbi l’idea brillante. Riuscì fuori, ma questa volta non a fumare... montai in macchina e me la squagliai. Per qualche minuto m’ostinai a controllare lo specchio retrovisore, pensavo che probabilmente qualcuno mi stesse seguendo. Magari una delle due cameriere vestita da coniglietta, che voleva farmi un pompino e poi tagliarmi la cappella. Ero alquanto paranoico, ma mi capita spesso quando sono ubriaco. Una volta ero convinto che un barista avesse corretto con del veleno il mio quinto whiskey liscio. Lo accusai di volermi avvelenare, ma poi mi venne sete e lo bevvi: mi sentì immortale! Almeno fino al giorno dopo... furono i postumi a ricordarmi ch’ero un semplice umano, e pure di quelli un po’ difettosi.
Nessuno mi seguì, ne mi venne a cercare. La mia idea aveva funzionato; l’importante era non ritornarci in quel Bar, ma sai che me ne fregava? Un fottuto cazzo moscio! C’avevo centinaia, ma che dico, migliaia di Bar da esplorare e da fottermi; migliaia di Bar dove andare, bere e sparire.
Continuai così per due, tre mesi: ogni giorno un nuovo Bar, una nuova sbronza. Non restavo mai a secco, e quando facevo il pieno cominciavo a sentirmi una specie di Messia che in qualunque posto va, gli pagano da bere: il Re degli ubriaconi, il protettore degli alcolizzati, il nemico giurato degli A.A.
Dopo mesi di sbronza vagabonda e spericolata, il soprannome che mi affibbiarono non fu nessuno di questi, ma fu “l’ubriacone col taccuino”.
In giro cominciò a prendere forma una sorta di leggenda popolare. I baristi la chiamarono appunto “La Leggenda dell’ubriacone col taccuino”. Questo era dovuto al fatto che me ne stavo tutto il tempo stravaccato ad un tavolo, a bere T e a prendere appunti sul taccuino per il mio romanzo.
Giravano un mucchio di voci su sta’ leggenda. Se ne dicevano di cotte e di crude. In primis veniva messa in dubbio la mia esistenza; c’era chi ci credeva e chi no. Io esisto, cioè almeno nei giorni in cui bevo mi sento vivo. Il resto dei giorni lo passo a metà strada tra la morte e i postumi da sbronza.
<< Secondo me è tutta una montatura inscenata dai baristi a scopo di lucro, o semplicemente per noia >>. Diceva qualcuno.
<< Invece è vero, esiste! A me una volta è capitato di vederlo. Ha un aspetto ripugnante: giubbotto di pelle, e barba incolta, capelli spettinati e pelle bianco Dracula... credo sia matto, se ne sta tutto il tempo a bere e a scrivere cose su quel taccuino... ma che c’avrà mai da scrivere tanto? >>. Dicevano altri.
C’era addirittura qualche pollo che andava in giro a dire ch’ero una specie di “KIRA” alcolizzato, che guardava gli umani con gli occhi dello “Shinigami”, e che annotava i loro nomi su un fantomatico “Death note” poco funzionante. Ma gli umani ne raccontano di storiacce assurde, per non parlare poi degli scrittori alcolizzati, che scrivono in pieni momenti di sbronza totale...
Un giorno andai in un Bar distante dal mio quartiere sei, sette chilometri. Entrai, e subito ebbi un impressione come qualcosa di familiare, o che almeno avevo già visto. Ma era difficile, o meglio impossibile ricordare; ero stato in centinaia di bar in quei pochi mesi, non concludevo una giornata sobrio da quando... manco me lo ricordo. Come cazzo avrei potuto ricordarmi di quel cesso di Bar? Arredato con tavoli di legno e pareti zebrate. Vado a sedermi all’ultimo tavolino, quello più vicino all’uscita: alla via di fuga. Una cameriera cicciona venne a prendere l’ordinazione; un whiskey e una T: cambio i Bar non gli alcolici.
Iniziai a bere, e dopo un po’ estrassi il taccuino dal giubbotto di pelle; cominciai a prendere qualche appunto. Cazzo, non ne verrò mai a capo con sto’ romanzo maledetto! Ancor’oggi che ci butto il sangue sulle pagine.
Notai poi che il tizio seduto dietro alla cassa, ci dava dentro con le occhiatacce, non la smetteva di guardarmi il pollo spelacchiato. C’avrà avuto sui trenta da poco passati; abbronzato, calvo e col pizzetto. Lo vidi che bisbigliava qualcosa nell’orecchio della cameriera cicciona che m’aveva portato il beveraggio. Non capivo cose si dicessero, ma continuavano a guardarmi. Sulle prime cercai di non dar peso alla cosa, e me ne restai sulle mie; poi con la coda dell’occhio li vidi avvicinarsi al mio tavolo. Li guardai attentamente, c’avevano una strana espressione sul volto, tipo di rabbia mischiata alla soddisfazione.
Quando sono ormai a pochi metri da me, il panico m’assale, avevo capito il loro gioco... anzi erano loro ad aver capito il mio. Alzai di colpo il culo dalla sedia, stringendo ancora nelle mani birra e taccuino. Arretrai di qualche passo, e l’uomo indicandomi col braccio, mi disse: << Ehi tu! Dove vai? Ho capito chi sei brutto stronzo di un ubriacone! Ora metteremo fine a questa storia!... cazzo, gli altri baristi dovranno farmi un pompino di gruppo. Ti ho beccato! >>. Fece l’uomo, con una tonalità di voce isterica e squillante, tipo donna col ciclo mestruale.
<< No pollo... cioè amico. Non sono io quel tizio che cerchi, ma ho capito a chi ti riferisci. Vado a chiamarlo e te lo porto,ok? Però calmati socio, ok? >>. Gli dissi io, vedendo che il tizio s’era armato d’una spranga di ferro, presa dietro al bancone del Bar. E’ inimmaginabile l’attrezzatura che i baristi possano nascondere dietro quei banconi. Zio Sam all’Uranium, dietro al bancone ci tiene una bambola gonfiabile; per non parlar poi del Redhouse Bar sulla litoranea, quel tizio è pazzo, dietro al banco c’ha nascosta una Carabina c’ha fatto la seconda guerra mondiale. Che sclerati sti’ baristi.
<< Consegnati e giuro che non ti faccio male! >>. Disse il pollo spelacchiato.
<< Già, non ti facciamo male... >>. Ripeté la grassona.
<< No dai, tu puoi farmi male baby >>. Dissi io accennando un mezzo sorriso.
Il pollo spelacchiato forse era il ragazzo, perché dopo questa mia squallida battutina del cazzo, lui pigliò e s’agitò ancora di più. Avanzò di qualche passo, continuando a maneggiare la spranga. Le cose per me, si stavano mettendo davvero male, ma fanculo! Avevo la via di fuga a mezzo metro da me. Perciò gli lanciai contro la mezza bottiglia di T, e scappai. Sentì un grugnito di dolore, e poi dei passi correre nella mia direzione. Mi voltai all’indietro, e vidi il pollo spelacchiato con la zucca sanguinante, che mi seguiva e mi malediceva.
<< Brutto figlio di puttana! Se ti piglio sei morto, sai quante te ne suono! >>. Urlava il pollo ferito.
<< Ehi socio! Guarda che quella roba del Death Note è vera! Se scrivo il tuo nome sul taccuino poi sei morto, spacciato, finito... arresto cardiaco in quaranta secondi, l’hai visto il cartone? >>. Gli gridai io, correndo a più non posso. Menomale che con un po’ di alcool nel cervello accuso meno la stanchezza.
<< Sì che lo visto! Ma tanto non funziona, se no sai quanta gente avresti ammazzato... ma mo’ ti ammazzo io, ti ammazzo io! >>. Urlava ancora il pollastro, distante una decina di metri dal mio culo bianco.
<< Oh Cristo, socio! Io non ricordo nemmeno di esserci stato nel tuo Bar di merda...>>. Urlai io. Mentre percorrevo correndo il marciapiede sulla strada della posta. Dovevo farmi spazio tra bidoni della spazzatura e vecchiette ch’erano andate a prelevare la pensione.
<< Due settimane fa. Giovedì sera. Otto Tennent’s e quattro whiskey: mi devi mezzo centone! >>. Gridò il pollo spelacchiato, con un filo d’affanno.
<< Cristo, socio, che prezzi! >>. Feci io, ritrovandomi una borsa in mano, non so manco io come. Poi sentì gridare una vecchiaccia, con una brutta voce. << Al ladro! Al ladro! Mi ha rubata i soldi della pensione >>.
<< Imbroglione, violento, maniaco e pure ladro!... psicopatico! Psicopatico! Io ti ammazzo! AHHHHH! >>.
Urlò ancora il pollo, con quella voce squillante marchiata di rabbia. Ma io non sono un ladro, o almeno no in questo senso, perciò mollai la borsetta e presi a correre ancora più veloce: a gambe levate.
Non ce la facevo più fuggire, dovevo fermarmi, prendere fiato. Avevo un dolore ad un fianco ch’era paragonabile a un tumore. Non sentivo parlare il pollo già da qualche minuto, così trovai un viale poco affollato e mi fermai a prendere fiato. Sentivo il sudore colarmi dal collo fino al buco del culo. Mi guardai un po’ attorno affannato, e non vidi nessuno: l’avevo scampata. M’era andata di lusso, quel pollo voleva farmi fuori e imbalsamarmi, per portarmi poi come trofeo dagl’altri baristi scoppiati mentali. O forse sono io lo scoppiato mentale... bah, non lo so, può darsi, sarà... chi lo sa? Chi è così sano da poter dire a un altro uomo che è pazzo?
Presi il treno e ritornai nel mio quartiere. Andai all’Uranium, questa volta coi soldi... gli dovevo ancora centotrenta bucce all’amico. Gliene portai cento e ordinai una T. C’era Sal con un suo collega di lavoro. Erano seduti su due sgabelli vicino al bancone, bevevano Heineken e ridevano a crepapelle. Pensai subito che zio Sam gli avesse fatto vedere la bambola. Così m’avvicinai, salutai i soci, e sorridendo gli chiesi:
<< Che c’avete da ridere? Avete visto il pezzo forte dello zio? >>.
<< No ma che, non so niente di sta’ storia. Di che parli? >>. Disse Sal. << Niente lascia stare >>. Dissi io.
<< Ridevamo perché oggi il nostro capo ha mandato via l’albanese che lavora con noi. L’ha beccato a farsi una canna nel cesso e se scazzato... per farla breve, Borak, s’è incazzato più di lui; così che ha preso e gli ha mollato una pizza. Se ne andato via dicendo cose tipo “tua moglie ha culo grasso, lei vacca che non vede cazzo da tanti anni” eccetera eccetera >>. Disse il collega di Sal, tutto ridendo. Credo si chiami Baggio, ho sentito parlare di lui, ma so solo che è un fanatico della Juventus e cose così.
<< A proposito! >>. Disse Sal, quasi esaltato perché illuminato da una brillante idea. Per fortuna che le sue brillanti idee non erano come le mie... se no sai che coppia!
<< Spara >>. Dissi io. << Si è appunto liberato un posto in falegnameria mo’ che Borak non c’è. Lo vuoi un lavoro? >>. Disse Sal, guardandomi negli occhi.
Spostai lo sguardo. Guardai le bottiglie esposte dietro al bancone, i bicchieri vuoti ai tavoli, le cameriere, il frigo delle birre, i posaceneri colmi di mozziconi. Feci qualche passo a destra e mi voltai a guardare fuori. C’erano auto bloccate nel traffico, il sole, i pedoni, l’ignoranza, la natura morta... il mondo degli umani.
<< No socio, grazie... il mio business si sta riprendendo... >>.



Commenti

pubblicato il 18/10/2013 8.24.14
Tijean, ha scritto: ciao, bel racconto... alcune imprecisioni grammaticali e parti scritte in fretta, comunque continua a scrivere e migliorarti
pubblicato il 18/10/2013 11.14.11
CHRIS, ha scritto: Sì socio, l'ho notato anch'io. Ho pubblicato senza rileggere una seconda volta, capita quando si è sbronzi.
pubblicato il 23/03/2014 11.31.01
Gelo, ha scritto: ... scusa CHRIS, non è personale, solo mi ricordi un coglione che odio, anche lui si credeva di essere un gran figo ... tu nei racconti bevi, ti fai canne, scopate, prendi al culo i vari "polli" ... io onestamente non riesco manco a leggerle le cazzate che scrivi, tu non sai manco cosa sia il genere Pulp, non ne hai proprio idea, anzi, hai un'idea sbagliata ...

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