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lavoro pubblicato martedì 8 ottobre 2013
ultima lettura domenica 15 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'anima nel DNX

di ElisaC. Letto 582 volte. Dallo scaffale Fantascienza

L’irrequietezza di Denia aumentava ad ogni progressione dei secondi sul display. Teneva in mano quel suo DNX come fosse il proprio cuore pulsante strappato dal petto. Pulsava anche quello, considerava tra sé, ed anche molto velocemente....

L’irrequietezza di Denia aumentava ad ogni progressione dei secondi sul display.

Teneva in mano quel suo DNX come fosse il proprio cuore pulsante strappato dal petto.

Pulsava anche quello, considerava tra sé, ed anche molto velocemente.

Ad ogni secondo che passava, il momento si avvicinava e lei avrebbe dovuto decidere.

Il dito indice a sfiorare le risposte giuste e la sua vita si sarebbe programmata per sempre. Le risposte non si potevano modificare, perché erano delle preferenze cui nessuno aveva il permesso di ripensarci.

18 anni per pensarci e poi decidere. Sempre però tra un ventaglio di alternative che il Governo concedeva senza possibilità di scelta.

Ma il problema stava proprio lì. Nell’andare oltre, nell’avere una diversa prospettiva, di scegliere veramente. Perché per Denia, che aveva speso tutti i suoi 17 anni e 364 giorni a pensare, scegliere significava avere la possibilità di esprimere la propria libertà, non preferire un’alternativa ad un’altra.

Rigirava il DNX aprendo e chiudendo i sei schermi scorrevoli, lavagne satinate dove si accendevano e si attivavano funzioni e comunicazioni, informazioni, notizie, dati e perfino quanti minuti erano trascorsi dalla nascita.

I suoi erano 9.465.120.

Controllava ogni livello di display, fino al terzo, il più riservato, quello dove sarebbero comparse quelle domande moleste alle quali non avrebbe potuto sottrarsi, alle quali non avrebbe potuto mentire, sulle quali avrebbe dovuto poi costruire tutta la sua vita.

Il sole stava infilandosi dietro i capannoni e i palazzi e dalla finestra la ragazza continuava a fissare la strada, dove qualcuno, qualche vecchio, ogni tanto passava in bicicletta o a piedi per tornare a casa.

In fondo alla via, le piccole residenze a due piani fuori terra, erano rimaste - in città - le uniche senza seminterrato e, quindi, senza garage, così erano abitate solo da anziani, che dopo il tramonto non avevano l’esigenza di uscire.

Non poteva più aspettare, pensò, l’unico che potesse aiutarla era Marko.

Scese di corsa, inviò un memox ai suoi e, ficcandosi il DNX in tasca, uscì bluffando con una camminata indifferente e distratta radendo i muri dei palazzi.

Se una Ronda l’avesse fermata, avrebbe recitato la parte di una stupida smemorata e si sarebbe solo presa una menzione, visto che ancora non era maggiorenne.

Per poche, pochissime ore ancora, maledizione.

Sentì un paio di finestre aprirsi e richiudersi e il fiato le si fermò percependo un’ombra avvicinarsi, ma arrivò di fronte alla porta di Marko senza che nessuno l’avesse fermata. Avvicinò il pollice al campanello che, leggendo la sua impronta digitale, suonò il relativo motivetto, annunciandola.

La porta si aprì immediatamente e fu tirata dentro a forza. Quasi cadde.

“Ma sei pazza?” Marko era incredulo “Vuoi farti uccidere?”.

Denia lo abbracciò forte, poi si mise a piangere. Suo nonno era la sola persona che aveva sempre ragione.

Apparecchiò anche per lei, sulla tavola vestita di una tovaglia a quadri rossi che era appartenuta alla famiglia da un paio di generazioni e le versò il resto della pasta al ragù che lui si preparava sempre in abbondanza. Denia provava sempre un forte senso di nostalgia quando passava qualche ora dal nonno, perché ancora lì si respirava l’atmosfera di un mondo ormai finito.

“Una volta, quando si diventava maggiorenni, era una festa. E adesso, si piange, invece?”le disse il vecchio.

Lo schermo sulla parete stava insistentemente chiedendo di scegliere il programma da mandare in onda.

Marko toccò un’opzione a caso tra le quattro e girò le spalle alla trasmissione.

“Non mi interessa cosa trasmettono…tanto non guardo… sono tutte programmazioni senza note importanti… solo musiche e risate e colori… ma quelli li possiamo già vivere noi, fuori, nella vita vera…perché presentarceli belli finti sullo schermo? Dovrebbero invece trasmetterci qualcosa di sconosciuto, farci conoscere cose nuove, farci crescere il cervello! Ma è pericoloso, Denia, pensare… e un cervello grande pensa... perché il cervello è fatto per pensare! Che novità, eh?”

Marko mise in bocca una forchettata enorme di pasta e il ragù colava rosso da ogni angolo.

“Ma il Governo non vuole gente che pensa… è un assioma della Storia…”

Marko alla Storia non rinunciava mai, in qualunque circostanza tirava fuori l’esempio storico, perché, nonostante avesse poi dedicato la sua vita alla biomedica, in lui resisteva forte la curiosità e la passione per il passato, per gli eventi e per i personaggi che avevano costruito l’umanità. Da lì, diceva sempre, si può partire per prevedere il futuro.

Era per questo che Denia era lì, voleva una mano per decidere sul futuro, il suo.

E suo nonno lo sapeva, perché da tempo l’aspettava al varco di quella sua giornata speciale, forse perché sapeva che la nipote non era tipo da fermarsi di fronte a nulla.

Rossa, capelli ricci e soffici in una tonda nuvola attorno al viso minuto, anche nell’aspetto presentava la propria caparbietà.

“E’ una vita che rifletto… e sono disperata… non ho una soluzione… non ce l’ho… mi sembra di buttare al vento tutti questi anni di idee e sogni, di analisi e progetti… ma non mi danno scampo e a mezzanotte dovrò per forza fare una scelta”.

“Il Governo controlla tutto, anche le menti… ma qualcosa gli può andare storto… non credi?” Marko era più caparbio di lei. “Controllano tutto perché sono incapaci di guidare la Nazione, si è arrivati a questo perché non hanno saputo prevedere il futuro. Governi impegnati solo a difendere i propri esclusivi interessi, intrighi di corte e utili miliardari direttamente prelevati dalle tasche dei cittadini… non avevano il tempo di accorgersi che il popolo cambiava, che la loro prepotenza era d’esempio, che senza regole loro potevano costruire imperi ma i giovani si tramutavano in predatori e attaccavano i loro regni. Ecco, come ci siamo arrivati. La Storia… insegna, ma nessuno l’ascolta…”.

Tutto aveva avuto inizio una cinquantina d’anni prima.

La figlia del Premier era stata rapita. Il commando che l’aveva presa una sera mentre rientrava a casa dopo una festa, si faceva chiamare “Predons”, proprio come la banda di banditi protagonisti del più famoso videogame mai creato prima, che era scaturito proprio dalla mente e dalla brama famelica del padre della ragazza. Un videogame dal successo planetario, in cui la regola era proprio la mancanza di regole, un videogame senza protagonisti positivi, dove qualsiasi personaggio poteva comportarsi senza trovare nessun limite alle opzioni disponibili, nel quale ogni soggetto era, al pari di tutti gli altri, una sorta di essere onnipotente con licenza di decidere della vita e della morte, della distruzione e dell’umiliazione di chiunque altro, e – elemento principale del successo riscosso – in cui ogni individuo progrediva e si evolveva autonomamente nella capacità di attuare nefandezze sempre peggiori man mano che il giocatore operava. Si chiamava “Homo homini lupus”.

Il produttore del game era diventato uno degli uomini più ricchi del mondo e, proprio quando stava raggiungendo uno dei suoi sogni più grandi- rientrare nelle prime tre posizioni della graduatoria che il Times stilava annualmente – aveva già spinto i suoi interessi più in là, per tutelare l’impero che aveva messo in piedi sotto di sé.

“Chi non ha più sogni, non ha più niente da dare… nei miei sogni c’è il Paese che attende da noi grandi cose”. Sotto questo slogan aveva riunito qualche personaggio d’esperienza e senza scrupoli, come ogni uomo dell’ambiente in quel tempo, ed era entrato in politica.

La sua popolarità, derivata dalla diffusione dei suoi games e soprattutto del celeberrimo “Homo homini lupus”, aveva fatto il resto e senza alcuna fatica.

Così, quando gli comunicarono il rapimento della figlia, era da cinque anni insediato alla guida del Paese.

Marko cambiò ancora programma, per evitare che scattasse ‘l’interessamento dei Servizi Sociali’ per le persone anziane, attivo da qualche anno per gli ultrasessantenni che vivevano soli.

“Se non cambi canale televisivo, potresti essere morto, o morente o, peggio ancora, malato… o magari potresti essere lì che ti sei perso nei tuoi pensieri a ricordare quando ancora tutto questo non c’era e magari poi ti potrebbe sfuggire un pensiero, una riflessione… o - pericolosissimi! - un dissenso, una critica…. Si sa, i vecchi sono naturalmente predisposti a rimpiangere i bei tempi andati.”.

Denia sorrideva. Marko era arrabbiatissimo, ma mangiava di gusto. Mentre lei, quel piatto invitante, non l’aveva ancora toccato.

“Senti, nonno…” chiese rigirando con la forchetta le tagliatelle che si divincolavano come prede “secondo te, quando si entra in coma, cosa succede? E se si cade in uno stato neurovegetativo?”.

La domanda cadde col fragore di un meteorite, lasciandone lo stesso assordante ed infinito silenzio.

Gli istanti stillavano come gocce, scavando nella roccia degli strati profondi dell’animo del vecchio.

Vero ed inevitabile si affacciava il rimpianto dei tempi andati. Così, Marko si rivide giovane ricercatore con un fresco contratto presso il più grande centro mondiale di cura e ricerca. Dal punto più alto sino ad allora raggiunto nella sua vita in salita, guardava ad una vetta ancora inviolata: la reversibilità dello stato di coma. Per quello aveva studiato, per quello aveva tenuto testa alle difficoltà che gli si erano presentate puntualissime e precise sul suo cammino, perché era una sfida tra lui e quel mostro che minacciava e colpiva tante famiglie nel suo Paese.

Sembrava non esserci più nessun altro stato della salute umana che tenesse in scacco la medicina mondiale come il coma, in tutti i suoi gradi. Lo studio della reversibilità era solo un’ipotesi, un’illusione data solo da qualche raro risveglio e, a parte alcuni anni di euforia per una scoperta che aveva aperto nuove speranze, lo stato comatoso aveva sempre mantenuto l’inviolabilità.

Lui, Marko, allora si era fatto invitare alla sfida e il suo obiettivo era uno solo.

“Quando la gara comincia, si è comunque sempre in pareggio… è questo il mio vantaggio: ho appena iniziato e quindi la partita è del tutto aperta… è un fatto di realtà”, disse ad un collega giapponese che non capiva il suo accanimento agonistico.

Le sue ricerche lo avevano appassionato moltissimo e in laboratorio trascorreva anche giornate intere ed intere notti, spesso senza dormire. Gli occhi erano il punto dolente: gli facevano male, qualche volta aveva l’impressione di aver le palpebre di carta abrasiva.

Così, una notte aveva persino sfregato le mani sugli occhi quando aveva visto, in un doppio riflesso sul vetro davanti a sé, una giovane donna che lo fissava curiosa.

Al laboratorio non poteva accedere nessuno e, tantomeno, degenti dei reparti.

Girandosi per chiederle di uscire, non vide nessuno.

Denia gli chiese dell’acqua, forse per interrompere quel senso di lontananza che avvertiva tra loro. Era lì per un senso di fiducia e di intimità che il nonno le aveva sempre regalato, ma ora intravedeva scenari diversi, in uno sguardo che la portava in passaggi segreti di vita passata.

Marko le riempì il bicchiere scuotendo la testa, ancora incredulo di come la storia, anche quella personale, trovasse sempre il modo di far tornare i conti.

“Quando una persona entra in coma, perde i contatti con il mondo, dicono…” abbozzò una risposta.

“E tu, invece, che dici?” senza sapere di aver trovato la maniglia segreta che apriva il passaggio nascosto, Denia aveva azzardato una domanda provocatoria pensando di fare scoppiare una risposta contraria, poiché suo nonno aveva un’opinione critica verso ogni cosa.

Marko era certo che la ragazza non sapesse esattamente su cosa stesse insistendo, ma rimase affascinato dalla coincidenza ed ammirato per la determinazione della nipote.

“Io non dico nulla, però c’è uno studio sull’argomento che conservo.” alzandosi, andò ad aprire un cassetto e ne estrasse una vecchia rivista di carta.

Porgendola a Denia, ci tenne a raccomandarle “E’ roba da museo, quasi si sbriciola, sfoglia piano”.

Lontani ricordi, ricordi di carta.

Nelle notti al laboratorio la ragazza pallida si ripresentò ancora, sempre in un doppio riflesso sfuggente sul vetro del separé davanti al microscopio. Silenziosa nel comparire, velocissima nel dileguarsi.

Marko non riusciva a capire perché sfidasse ogni volta i divieti e si avventurasse nel laboratorio, con il rischio di essere ripresa, solo per fissarlo e poi andarsene. Ad un certo punto, si sentì anche lusingato, credendo che lei venisse per spiarlo.

Così, la tentazione di chiudere a chiave la porta sparì presto, poiché Marko pensava che lei non avrebbe più trovato il modo di entrare, e, soprattutto, non avrebbe più potuto conoscerla.

Aveva un piano. L’avrebbe aspettata dietro la porta, lasciata apposta socchiusa, e poi l’avrebbe seguita, chiamata, magari si sarebbe presentato.

Finché una notte successe proprio quello che Marko aveva immaginato.

La seguì, lungo i corridoi in penombra, con il passo silenzioso delle calzature di gomma sul linoleum dei pavimenti, fino ad una stanza, fino ad un letto, nel buio appena sfumato da un raggio di luce verde, quella del monitor al quale la ragazza viveva legata e che, lento, scandiva i tracciati cerebrale e cardiaco in sofferenza di quel corpo che di apparentemente vivo non aveva quasi più nulla.

Denia leggeva velocemente, lo sguardo infilava le parole come perle di una collana e, infine, alla firma dell’articolo scientifico, ne chiuse il giro con un suggello prezioso.

“L’hai scritto tu… è uno studio preciso, la prova scientifica dell’esistenza dell’anima”.

A quel letto monitorato, a quel corpo tenuto in vita dalle macchine, era tornato ogni notte. Si era informato della malattia che aveva colpito quella ragazza, ma gli fu risposto che si trattava di un incidente subìto in tenera età. Così, la ragazza era vissuta, cresciuta in quel letto, malata nell’aspetto ma non nell’anima, che lui aveva chiaramente visto e seguito fin lì.

Doveva trovare il modo di riuscire a mettersi in contatto con quella giovane donna che lo aveva chiamato. Lo doveva fare scientificamente, perché quella era l’unica modalità che conosceva, doveva essere certo che una persona caduta in uno stato neurovegetativo può lasciare la propria anima vagare per i corridoi di un ospedale. Doveva provare l’esistenza dell’anima separata dal corpo.

Da scienziato, la questione non gli apparve strana. Uno scienziato prova tutto, e se non riesce a provare vuol dire che la cosa non esiste. Non tenta nemmeno di venirne fuori con ipotesi e supposizioni, quindi la strada gli sembrava semplice, perché aveva solo due alternative: vincere o perdere.

L’agonismo era lo spirito migliore per le sfide impossibili, così colse anche quella senza riflettere oltre.

Avrebbe dedicato il giorno alla ricerca medica e le notti a quella… dell’anima, partendo da quella giovane anima che si era persa tra le stanze d’ospedale.

Dopo molto tempo di osservazione e di rilevazioni mediche sul corpo inanimato, aveva abbastanza dati per poter stendere un’esauriente relazione sullo stato neurovegetativo, ma nulla più.

Gli serviva il passaggio per la smaterializzazione dei suoi studi, per passare, come l’acqua in ebollizione, dallo stato solido allo stato… per così dire… aeriforme.

Pensò di stendere un modello per le interviste, così come si fa per la ricerca sui pazienti vigili.

Attese a lungo, ogni notte con le sue schede vuote, pronte per essere compilate.

Invano.

Finché ebbe un’intuizione alla quale non avrebbe dato credito nessuno.

Collegò i sensori cerebrali profondi ad un registratore di files audio, attraverso il monitor già applicato, che smise di rilevare attività mediche, per rilevare attività che i suoi colleghi non esitarono a definire ‘paranormali’ ed anche in senso decisamente negativo.

Così, la ragazza del letto riuscì a ‘parlare’, dicendo di chiamarsi Joli, descrivendo il suo andirivieni dal suo corpo, le sue sensazioni, la sua capacità di maturare e svilupparsi non solo fisicamente, ma anche intellettualmente, apprendendo da tutto ciò che le accadeva intorno.

Il registratore audio, captava deboli segnali coerenti con frasi e parole, il monitor segnava tracciati coerenti con i segnali audio.

Applicò il metodo agli altri pazienti in coma vigile ed ad altri in stato neurovegetativo, con il medesimo risultato.

Due anni di rilevazioni, poi la pubblicazione.

“E poi, dopo questo articolo? Non sei più andato avanti? Cosa ne è stato di tutti questi studi? Il Governo nega l’esistenza dell’anima dopo la morte, come fossimo tutti individui creati in un enorme videogame! Questo può cambiare le cose, ribaltare Stati e risollevare popolazioni!”

“E’ questo il pericolo, Denia… è questo che hanno intravisto quando mi hanno ‘gentilmente concesso una rendita vitalizia’ molto alta e la casa dove abito e dove è vissuta tua madre… la macchina girava ben collaudata sui suoi ingranaggi e nessuno poteva permettere che un articoletto di un giovane ricercatore senza nome incrinasse il meccanismo. Avevano bisogno di continuare con la loro ‘politica del rigore’ e così hanno fatto in modo di tagliarmi fuori. L’alternativa era un’accusa di complotto e, unica pena, la morte.”.

“E questa autorevole rivista scientifica? La leggono in tutto il mondo… nessuno ne ha fatto nulla dei tuoi studi? Nessuno ti ha cercato? Nessuno ha provato ad aiutarti?”.

“Nessuno, Denia, nessuno… perché si sapeva a cosa mi ero esposto e fuori da questo Paese le cose sono molto diverse, ma nessuno ha tanto potere da intervenire dentro i confini di un altro Stato. Gli studi sono proseguiti, di questo sono certo, perché molto più tardi, sul display del mio DNX un messaggio non firmato mi ringraziava per quanto avevo iniziato e per gli importanti riconoscimenti che la comunità scientifica aveva assegnato ai miei successori.”.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, celebrato dalla comunità scientifica, Marko aveva voluto rientrare nel suo Paese per qualche giorno di vacanza. Fu qui che, all’aeroporto, trovò una squadra dell’Ordine che lo invitò a seguirlo e che gli consegnò “l’invito” a mettersi da parte.

“Quindi… se io andassi all’estero, potrei…”

“Nessuno può andare all’estero, Denia.”

“Se, se, se… parliamo per ipotesi… se potessi uscire dal Paese, potrei quindi essere garantita se mi succedesse qualcosa… se, voglio dire, non fossi più in grado di decidere del mio corpo… avrei una possibilità, un destino diverso da quello stabilito qui?”

“E’ probabile, anche se nessuna notizia esce e nessuna notizia entra, qui…perciò non abbiamo una risposta. E l’ipotesi di uscire è irrealizzabile, da vivi.”.

Il rapimento della figlia del Premier non era durato a lungo. Avevano trovato la ragazza torturata e barbaramente uccisa, in un forziere molto simile a quello dell’Indizio Finale in “Homo homini lupus”.

Il padre, feroce di rabbia e cieco di dolore, convocò le Camere e sull’onda dell’incubo collettivo di un popolo ingovernabile suscitò il senso di assoluta necessità di promulgare leggi severissime, che in pochi e lapidari punti d’ordine portavano il Paese ad un regime di terrore:

- Ogni Cittadino sarebbe stato obbligatoriamente dotato di un DNX personale, fin dalla nascita, sul quale sarebbero via via stati inseriti gruppo sanguigno, DNA, impronte digitali, tutte le informazioni anagrafiche, mediche, scolastiche, ed ogni altra informazione che permettesse l’identificazione e la valutazione della storia personale;

- Il DNX , con funzioni di documento d’identità e riconoscimento, avrebbe dovuto essere l’unico strumento di comunicazione, sostituendo telefonia, fax, pubblicazioni, web, al fine di un costante monitoraggio delle azioni dei Cittadini e la loro ubicazione sul territorio;

- Nessuno poteva spostarsi in gruppo, ogni persona maggiorenne poteva camminare o viaggiare su un automezzo solo se individualmente, i minorenni dovevano essere accompagnati;

- Nessuno poteva uscire dopo il crepuscolo, se non spostandosi con un automezzo dal proprio garage a quello di un altro edificio;

- I garages potevano essere solo sotterranei;

- Nessuno poteva entrare nello Stato se non già Cittadino;

- Nessun Cittadino poteva lasciare lo Stato;

- I reati sarebbero rientrati tutti in una delle seguenti categorie: evasione fiscale, reati contro la persona, reati contro il patrimonio e l’ambiente. Fumare, giocare d’azzardo, drogarsi, superare i limiti di velocità, ad esempio, appartenevano alla categoria dei reati contro la persona, mentre inquinare, costruire edifici abusivi, tagliare gli alberi erano considerati reati contro il patrimonio e l’ambiente ;

- L’evasione fiscale sarebbe stata punita con il lavoro sociale senza retribuzione per periodi fissi di 5, 10, 15 anni secondo l’importo evaso;

- Gli altri reati, tutti indistintamente, con la pena di morte;

- Le assegnazioni di lavoro sociale e le esecuzioni sarebbero state rese pubbliche con avvisi sui tabelloni elettronici pubblicitari sulle strade e con comunicati scorrevoli sempre in primo piano a bordo schermo delle televisioni.

Con il tempo, al DNX erano state aggiunte molte altre funzioni, compresa quella di raccogliere le disposizioni in caso di incapacità di decidere sulla propria persona, da rilasciare su alternative predefinite dal Governo il giorno del compimento della maggiore età.

Il motivo della profonda crisi di Denia era una domanda specifica, alla quale tutti, tra le altre, dovevano rispondere al compimento del 18° anno d’età:

<<in caso di perdita della capacità di decidere per le proprie sorti, a causa di uno stato neurovegetativo persistente, il sottoscritto maggiorenne decide: 1) che gli venga procurata l’eutanasia, senza possibilità di espianto di organi o di altre sperimentazioni clinici; 2) che il proprio corpo sia donato alla scienza per l’esportazione di organi e l’effettuazione di esperimenti scientifici>>.

In entrambi i casi, sarebbe stata una violazione dell’anima, poiché nel primo, le si impediva di crescere e percorrere la strada che le era stata prescritta nascendo, nel secondo la si sarebbe sottoposta a sofferenze, se non fisiche, sicuramente spirituali, distraendola dal suo cammino. E, pensava Denia, lei e la sua anima erano la stessa cosa… quindi voleva dire soffrire personalmente.

“Perché, Denia, questo punto ti preoccupa particolarmente? Voglio dire, anche altre domande alle quali tra poche ore dovrai rispondere coinvolgono sfere altrettanto importanti… ma tu sei concentrata assolutamente solo su questa.. posso saperne il motivo?” chiese Marko raccogliendo il piatto della nipote, ancora pieno, ma ormai freddo.

“Io penso che Dio…”

“Dio? E’ una parola che non sentivo da moltissimo tempo… Denia… sei sicura di sapere di cosa stai parlando?”

La società non negava Dio, e nemmeno il Governo. Semplicemente l’avevano sostituito, con altre tematiche, altri miti, altri riti.

Solitamente, nella Storia, gli assolutismi ed i fanatismi avevano sfruttato l’alibi dell’appartenenza religiosa, con teorie più o meno inserite nelle religioni ed avevano avuto la partecipazione di Dio stesso convocandolo come persona informata sui fatti. In questo caso, parlare di Dio non serviva più, perché comunque parlarne sostenendo le teorie religiose contrastava con l’applicazione sistematica della pena di morte per il controllo della criminalità, e, parimenti, parlarne negandone le tesi significava farsi nemica una parte della popolazione o “per non saper né leggere né scrivere” per non farseLo nemico.

Quindi, meglio dimenticarsene, avevano deciso al Governo, dando al popolo qualcosa d’altro cui pensare, altre discussioni da seguire, altre problematiche da affrontare.

Così, dalle televisioni e dai digi-giornali abbondavano polemiche e dibattiti spesso inconsistenti, liti e risse fatue, polemiche che non si sapeva più da dove erano partite e che non finivano da nessuna parte.

Semplicemente, Dio era stato estromesso dal palcoscenico, non era menzionato, non faceva parte delle questioni importanti.

Era stato dimenticato. Indolore, asettico, in ambiente sterile, l’asportazione di Dio dalla società era un intervento riuscito.

“E tu, nonno, sai di cosa sto parlando?” chiese Denia a bruciapelo.

“Certo, da sempre. Dio mi è stato vicino per tutta la vita, come avrei potuto non conoscerlo? E’ stato Lui a farmi conoscere la ragazza del coma, è stato Lui a permettermi di seguirne gli studi, a spianarmi la strada per la pubblicazione dei risultati su quella rivista scientifica che filtra e seleziona i testi prima di accettare anche solo di leggerli… tutto perché fosse diffusa la prova scientifica dell’anima… ma in tanti momenti della Storia, perché la Storia ripropone se stessa – e questo non lo dico io ma un certo Vico secoli fa – Dio è stato odiato, combattuto, contrastato, negato per far posto all’uomo… ma ora, stiamo vivendo qualcosa di diverso, poiché l’uomo ha capito che Dio non può essere sconfitto, ha provato ad ignorarlo, emarginarlo, a dimenticarlo nell’indifferenza… cosa che mi sembra molto più pericolosa, perché nel contrasto tra due parti, sia che si fronteggino sia che si neghino a vicenda, entrambe esistono perché fanno parte di un dibattito…ma se una delle due non riconosce l’altra, allora quella parte cessa di avere una propria identità, una propria presenza.”

Denia giocherellava con i display del DNX.

Per sottolineare la propria aperta contrapposizione con le posizioni sociali diffuse, ne aveva scelto una cover che riproduceva un cielo stellato, che di notte brillava come la volta celeste riproducendone perfettamente un settore.

“Se ci pensi bene, nonno, l’anima è come un DNX. Ci appartiene dal primo momento, è un’immagine della nostra vita, delle nostre esperienze, di quello che – giorno dopo giorno – fa parte di noi. E’ nostro, dentro ci sono informazioni sul nostro DNA, sul gruppo sanguigno, sui voti scolastici e perfino la data di quando abbiamo perso il primo dentino. E’ una specie di grande data base di ricordi e conoscenze, di nozioni e conquiste.”

“Veramente l’anima non è come il nostro DNX, Denia. Noi ‘siamo’ la nostra anima prima delle nostre prime esperienze.”

“Vuoi dire che…”

“Che il corpo è come un vestito. Infatti, nasci con alcune sembianze, poi cresci e cambi, infine invecchi e decadi. Hai mai provato l’impressione di essere solo la tua testa?” ora Marko aveva superato l’imbarazzo di sempre e parlava a Denia liberamente.

Forse il fattore scatenante era stato il raccontare la sua lontana esperienza, quella parte della sua vita di cui non avrebbe pensato di riappropriarsi più, come se avesse infranto, ora, il cristallo della teca di un museo, nella quale aveva in passato deciso di lasciare per sempre i suoi ricordi.

Poi, continuò “Se un giorno, invece di cambiare il vestito, ti spogliassi e lo lasciassi su una sedia, su un letto, come saresti? Nuda, certo. Avresti freddo, ti sentiresti imbarazzata, poi però ti abitueresti alla nuova condizione e, chissà mai, potresti anche trovarti bene perché più libera, senza condizionamenti che il tuo vestito ti chiede, senza dover essere sempre obbligata a dover indossare il vestito giusto. Ma non perderesti la tua personalità, la tua identità, la tua autonomia di pensiero e le tue caratteristiche. Ecco, com’è il trovarsi in coma.”

La ragazza del letto glielo aveva descritto molto bene, ma ancora lui non aveva colto fino in fondo l’essenza dell’esistere senza una corporeità. Poi, era stato ricoverato alla clinica un famosissimo stilista italiano, un celebre artista dell’alta sartoria, improvvisamente sprofondato in un coma irreversibile e, dopo qualche tempo, in uno stato neurovegetativo. Era stato lui, durante le rilevazioni, a raccontargli le proprie impressioni tramite il paragone del vestito. Efficacissimo, perché tutti potevano capire con semplicità.

“E se il corpo muore, l’anima ha terminato il proprio cammino sulla terra…” Denia non stava trovando soluzioni, ma ancora domande e nuovi dubbi, che non l’aiutavano a decidere perché confermavano tutte le sue incertezze. “Io penso che, quando nasciamo, siamo dotati di un’anima con una dotazione di zero punti” continuava Denia, destando lo stupore di Marko “poi, la nostra vita è come un videogioco: ogni cosa che facciamo, tutte le azioni, i nostri pensieri, ci aiutano a guadagnare punti se sono positive, se servono a migliorare il mondo, se aiutano qualcuno a superare delle difficoltà. Se, invece, sono negative, ad ogni azione perdiamo punteggio. Tutto questo, il nostro cammino sulla terra serve a raggiungere il nostro risultato finale, in termini di punti, per accedere, dopo la morte, ad un livello di felicità o ad un altro. Se non abbiamo raggiunto il minimo punteggio, rimaniamo in uno stato di malessere e sofferenza, mentre ai livelli superiori, per gradi, si godrà di maggior stato di grazia.”

“Sei proprio figlia del tuo tempo… la vita come un videogioco, livelli superiori ed inferiori e punteggi… però la tua ipotesi è coerente, in senso lato, anche con le dottrine religiose… diciamo che le traduce in una chiave contemporanea, anche se semplificata… Quindi, dimmi Denia, per questo, ti preoccupi di trovare il modo per terminare nel maggior tempo possibile il percorso in vita?” precisò il nonno, affascinato dalla teoria dei punti.

Si era fatta sera. Ormai Denia non poteva più tornare a casa, doveva fermarsi lì fino al mattino seguente. Marko non aveva un garage per partire, né per farsi venire a prendere.

Prese il DNX e sul primo schermo a destra posò il pollice. Riconoscendo l’impronta digitale, il dispositivo fece apparire le funzionalità sul monitor. Si aprì un memox, che la ragazza compilò ed inviò con un messaggio per avvisare i suoi genitori. Il memox sarebbe apparso sul televisore, sul DNX di ciascuno dei suoi famigliari ed in quello degli amici della sua rubrica, nonché sui monitor della scuola. Tutti dovevano sapere, ma non per scelta: il protocollo di comunicazione prevedeva una costante visibilità di ogni messaggio, per un controllo assoluto di ogni cosa detta attraverso il riscontro reciproco.

Chi, infatti, avrebbe potuto dire o scrivere qualcosa contro la buona educazione, contro le regole, contro la legge, sapendo che tutti vi avrebbero avuto accesso? Ora nessuno, poiché il delitto che avrebbe commesso sarebbe rientrato nella categoria dei reati contro la persona, così catalogato per l’attinenza con il concetto di ”offesa”. Offesa contro la morale, offesa contro la regola, offesa alla legge… tutto ciò che non poteva naturalmente rientrare in una categoria di reati era considerato “offesa alla legge, offesa alla persona”… ma dentro la legge, pensava Denia, dov’era la persona?

Ma tutti, ormai, avevano paura anche solo di pensare, ed in questo, ne era sicura, lei rischiava troppo.

“Si…mi angoscia il fatto di dover scegliere il modo di impedire all’anima di fare il suo percorso. Ma non c’è solo questo.”

Marko si alzò e scrutò ogni pixel dello schermo televisivo. Era da troppo tempo sullo stesso programma e lui temeva si fosse attivato l’audio/video di controllo. Sarebbero stati immediatamente colti da un assistente sociale che avrebbe steso un verbale.

Un nonno ed una nipote che discutevano. Una delle situazioni più pericolose e difficili da giustificare perché, il Governo ne era allarmato, significava ormai l’ultimo scambio generazionale prima dell’oblio totale di quello che la Storia era stata prima di quel grande videogame in cui si era evoluta quella società.

Fortunatamente, mancavano ancora pochi secondi prima dello scadere del tempo e Marko aveva fatto in tempo a sfiorare il tasto sul monitor, che era ora aperto su uno spettacolo di ballo.

Allo sguardo interlocutore del vecchio, Denia continuò. “C’è anche il fatto che mi piacerebbe essere utile agli altri in ogni condizione. Questo fa parte delle prove e del punteggio.”

Il nonno rise. Denia aveva fatto della sua teoria un programma di vita ed in questo lui si riconosceva appieno. In lei rivedeva se stesso, quando aveva deciso di intraprendere la carriera di ricercatore. Era appena morto suo nonno, subito dopo la sorella. In prospettiva, aveva visto chiaramente la sua mèta, aveva capito che si sarebbe sentito realizzato solo se avesse fatto qualcosa di veramente utile per l’umanità. Poco importava, allora, se mai avesse scoperto qualcosa di davvero decisivo, se il suo lavoro avesse portato una svolta per la salute delle persone. Lui ce l’avrebbe messa tutta.

“Vorrei poter lavorare come infermiera. Mi permetterebbe di fare qualcosa per gli altri senza per forza dover esporre le mie opinioni… cosa che, mi rendo conto, per me potrebbe diventare pericolosa. Mi rendo conto di non saper aderire alle convenzioni e mi costerebbe caro… Ma, se un giorno cadessi in coma, senza risveglio a questa realtà, lascerei il mio corpo a centri di ricerca per l’esportazione di organi e l’effettuazione di esperimenti scientifici. Ma in questo modo mi farebbero morire prima del tempo concessomi e, secondo quanto ora mi racconti, nonno… di un tempo che potrebbe essere invece pieno di occasioni per crescere di livello. E sarebbe lo stesso se decidessi per l’eutanasia… comprendi? Non c’è nessun’altra alternativa!”

Marko guardava la ragazza dalla pelle bianchissima e dai capelli di fuoco, come quello sguardo allarmato che chiedeva un aiuto concreto.

Somigliava a sua nonna. Moltissimo. Nelle sembianze e nella determinazione. In quella voglia di vivere ‘nonostante tutto’… e non seppe più tacere su un segreto che aveva custodito per così tanti anni.

All’aeroporto, all’epoca rientro dal quale non sarebbe più ripartito, Marko non era solo.

Aveva fatto il viaggio tenendo nella sua una manina piccola e morbida, un fagottino caldo e tenero di due anni, con un gran fiocco in testa e tante domande e perché. Era sua figlia Adele. La madre di Denia.

La ragazza dimenticò tutto. Non sapeva più dire perché fosse lì, né controllare il tempo che passava veloce, né l’avvicinarsi dell’ora della scelta. La sua mente era tutta in quell’aereo, in quell’aeroscalo, in quell’abbraccio.

“Adele, è nostra figlia. Tutto quello che di lei mi è rimasto da allora. Non l’ho più potuta rivedere, né sapere come stava, se si fosse mai ripresa…. Mi è stato impedito, perché avrebbe voluto dire, per il Governo, riconoscere tutto ed ogni responsabilità.”

Marko aveva gli occhi lucidi e non riusciva più a parlare.

Denia aveva gli occhi lucidi e non riusciva più a pensare.

Entrambi, avevano un desiderio: sapere. Marko, sapere cose ne fosse stato della sua Joli amata nel corpo e ancor più nell’anima. Denia, sapere come fare ad essere utile alla vita come era stato per sua nonna, se si fosse trovata nelle medesime circostanze.

Quando si cerca sul fondo dei cassetti riaffiorano cose dimenticate, come il nome di Mauritius e il fatto che fosse l’inventore del DNX.

Era l’amico che gli aveva mandato quel messaggio non firmato dopo il suo trattenimento nel Paese. Mauritius, tenendosi opportunamente anonimo anche nel testo, l’aveva solo ringraziato per i risultati scientifici, ma, ne era sicuro, avrebbe voluto dire molte cose…

La vita di uno scienziato non è una vita comunicativa. Quindi nel DNX di Marko ci potevano essere non più di qualche migliaio di memox. Cifra irrisoria rispetto a quelli che il suo conteneva già, pensò Denia.

La ragazza chiese al nonno di risalire ad uno dei primi messaggi registrati, posto che il DNX gli era stato consegnato al suo rientro definitivo nel Paese.

Non ci volle molto. Con sua grande sorpresa, Marko trovò proprio quel messaggio anonimo. Risaliva a circa quarant’anni prima e fu un’emozione dolorosa rileggerlo.

La nipote gli chiese di aprirne i dettagli e di porre il polpastrello sul mittente.

“Ma non c’è mittente!” protestò Marko ingenuamente.

“Nonno…sei antico, antichissimo… ma mai quanto il tuo DNX. Devi sapere che i primi modelli portano ancora dei debug. Uno di questi è, appunto, la possibilità di risalire al mittente anche se coperto da anonimato. Ora non c’è più questo problema, perché non è più possibile ricevere messaggi anonimi…” spiegò la ragazza ridendo per la prima volta da quando era arrivata.

Il campo vuoto del mittente, sotto l’impronta dell’indice di Marko, svelò un ID.

Accanto, un puntino verde indicava che era ancora attivo.

L’incontro degli sguardi con i sogni di due generazioni fu la miccia che fece accadere il resto.

L’orologio dichiarava 50 minuti alla mezzanotte quando il comando ‘invio’ fece partire un messaggio vuoto.

La risposta, arrivò in una decina di secondi e diceva <<Dear friend>>.

Era la conferma che si poteva proseguire, che si stava conversando con la persona giusta.

Nell’arco di una decina di minuti il traffico di messaggi raggiunse quello medio mensile di Marko e questo poteva allarmare qualcuno addetto ai monitoraggi.

Cambiò canale al televisore e trascinò Denia sul terrazzo sopra la casa. Era proibito stare là, per quello lui era sicuro che non ci fossero rilevatori audio/video spia. Era l’unico posto sicuro che conosceva.

E il più pericoloso che potesse scegliere. Se qualcuno li avesse rilevati là, poteva acclamare la disobbedienza al coprifuoco e la condanna sarebbe stata a morte.

La preoccupazione era per Denia, lui non avrebbe avuto niente da perdere, una volta saputo di Joli. Ma Denia, aveva davvero tutta la vita davanti…

Decise, pertanto, di arrivare a fare al suo amico le domande cruciali.

<<Joli>> inviò solo il nome, senza il coraggio di aggiungere altro.

<<Dead, 35 years ago>>

Il nodo in gola si sciolse in lacrime che gli portarono via l’anima.

Ma ebbe la forza di spedire subito dopo <<Help. Need to create debug on DNX. Now.>>

<<Where>>

<< Lifestyle choices for the legal age>>

<<Which>>

<<Persistent vegetative state>>

<<How>>

<<Adding multiple choice: become an incubator of embryos, with self-fertilization if the life partner or those of third parties in vitro>>

<<Made>>

Marko ebbe appena il tempo di indicare a Denia l’aggiunta della scelta, quando il display mostrò la mezzanotte.

La ragazza compilò le scelte meccanicamente, fino all’unica domanda che proponeva tre risposte:

<<in caso di perdita della capacità di decidere per le proprie sorti, a causa di uno stato neurovegetativo persistente, il sottoscritto maggiorenne decide: 1) che gli venga procurata l’eutanasia, senza possibilità di espianto di organi o di altre sperimentazioni clinici; 2) che il proprio corpo sia donato alla scienza per l’esportazione di organi e l’effettuazione di esperimenti scientifici; 3) divenire incubatrice di embrioni, con fecondazione diretta se del compagno di vita o in vitro se di terzi.>> e passò il polpastrello lentamente sulla terza.

<<Grateful for life and even after my death, my soul thanks you>> si sentì di ringraziare Marko

<<My soul thanks you, for your discoveries, and it is responding to you by a monitor which is connected by twenty years>> ricevette dall’amico.

Il cielo sopra di loro mostrò in una volta sola tutte le stelle dell’universo.



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