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lavoro pubblicato mercoledì 2 ottobre 2013
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Punti di Vista

di AndrewDreamer. Letto 782 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Questo è il primo racconto che pubblico su questo sito. Spero vi piaccia e, se volete leggerne altri, ne trovate alcuni già pubblicati qui: http://coffecoffecat.blogspot.it/ buona lettura

Il caffè si era ormai raffreddato nella tazza grigia che la direzione del carcere regalava a tutti i nuovi dipendenti. La tazza di Jeff, però, era ormai vecchia e crepata, come a testimoniare gli anni di attività dentro quelle mura. In quel carcere le tazze da caffè lavoravano, senza alcun dubbio, più dei loro padroni e ben poche di esse arrivavano alla pensione. Non c'era da stupirsi di questo: il lavoro da fare era poca cosa ed i dipendenti e le guardie passavano il tempo a chiacchierare tra di loro, bere caffè e controllare monitor. Erano già parecchi anni che il grosso del lavoro era svolto dalle macchine mentre i carcerieri si occupavano della supervisione e della manutenzione. Jeff, in particolare, si occupava della direzione della supervisione da poco più di una settimana. Vent'anni di lavoro e finalmente aveva raggiunto la vetta, pensava guardando il cielo grigio fuori dalla finestra.

Jeff portò la tazza alla bocca ingoiando il caffè a grossi sorsi senza curarsi della sua temperatura.

- Prendine un altro Jeff, quello è ghiacciato. - disse una voce roca alle spalle del direttore. Era Bob, uno dei supervisori che passavano il loro turno a controllare i monitor, facendo ogni tanto una partita a carte con il computer e pause per il caffè ogni ora.

- Non fa niente, tanto ne prenderò un altro più tardi. - disse impassibile Jeff, per tutta risposta.

- Cosa c'è Jeff? Ti vedo pensieroso... - chiese Bob incuriosito.

- Oggi ci portano un nuovo detenuto. - fece Jeff lasciandosi sfuggire una nota di fastidio.

- Non me lo dire... – attaccò Bob – “Sala giochi”? - chiese con un ghigno sadico sul volto.

- Si... e – Jeff fece una pausa e continuò – e annullamento. -

Bob, senza quasi stupirsi si voltò lasciandosi alle spalle i monitor. Aveva una carnagione pallida che quasi si confondeva con il colore grigio delle mura ed un viso scarno e scavato fin quasi alle ossa ed aveva sempre un'espressione fin troppo spenta per i suoi trent'anni; i suoi occhi erano talmente provati dal suo lavoro, che sembravano accendersi solamente quando dalle alte sfere imponevano al carcere di “lavorare” i condannati. Jeff, invece, aveva un volto pieno come a contenere la carne che mancava a Bob, e degli occhi di un marrone chiaro, con un taglio che li faceva somigliare a quelli di un pesce. I due si guardarono e le loro espressioni ricalcavano l'una l'esatto opposto dell'altra: Jeff aveva inarcato le sopracciglia in segno di lutto, mentre Bob aveva sollevato le labbra scoprendo i denti gialli in tutto il loro splendore.

Jeff abbassò la testa scuotendola come a dire lentamente “no”. Non gli piaceva presiedere l'annullamento, mentre invece divertiva Bob. Jeff non lo odiava per questo, perchè sapeva che quello era il loro lavoro, il loro dovere, e se qualcuno veniva mandato all'annullamento, significava che era un pericolo per il paese e per la gente e che aveva commesso atti terribili ed indicibili. Nonostante questo, Jeff avrebbe tentato di salvare tutti, ma, purtroppo, non era lui a decidere della sorte dei suoi carcerati.

Bob, invece, era quasi contento del suo lavoro: lo prendeva come una missione. Spesso ne aveva discusso con Jeff e con gli altri colleghi dicendo “Io sono un cittadino onesto e faccio un lavoro onesto e se qualcuno sbaglia e fa del male alla gente, deve pagare. Quello che facciamo noi qui dentro è più duro di quello che fanno le persone la fuori ed è molto più importante, perché noi abbiamo la responsabilità di mostrare a tutti che gli errori hanno un prezzo”; nonostante questo Bob non si era mai attirato antipatie e, anzi, molti nel carcere, e per le strade delle città, la pensavano come lui.

- Chi ci mandano oggi? - chiese Bob.

- Uno grosso, ma di preciso non so chi. - disse Jeff appoggiando la tazza ormai vuota e portando la mano in tasca a cercare il pacchetto di sigarette – Pare abbia ucciso diverse persone, fra cui un agente, ed abbia fatto altro che non è stato specificano né a me, né alle televisioni. Il processo è stato a porte chiuse... sembra quasi lo vogliano tenere segreto. Sarei proprio curioso di chiedere a lui in persona quello che ha fatto. -

- A me non interessa affatto. - disse Bob con voce ferma e decisa – Anche se non ci dicono nulla, poco importa. Mi basta sapere che la giustizia ha deciso così per il bene del paese. Questo conta. -

Jeff presa una sigaretta, fece per dire qualcosa, ma proprio in quel momento, la sirena dell'entrata squillò. Jeff si voltò nuovamente verso la finestra da cui, in lontananza, si vedeva l'ingresso e vide il grosso furgone blindato scortato da tre pattuglie di droidi volanti e due droidi pesanti da strada.

L'altoparlante della sala controllo gracchio ed una voce metallica parlò avvisando il direttore ed il suo sottoposto:

- Signore, il prigioniero è arrivato. - la voce metallica del custode robotico parlava senza alcuna inflessione emotiva – Li lascio entrare come da programma? -

Jeff attese qualche secondo, come sovrappensiero, poi autorizzò il passaggio con un semplice “Affermativo”.

Le pesanti porte metalliche si ritirarono dentro le mura lasciando il passaggio libero al piccolo convoglio.

- Dev'essere proprio un pezzo grosso se lo hanno scortato in questo modo – constatò Bob eccitato, dopo aver raggiunto Jeff alla finestra.

- Già. - asserì il direttore – Ma non credo che dovremmo essere felici per questo. -

- Jeff, più sono cattivi e più sono scortati e più sono scortati, più sono pericolosi e più sono pericolosi, più è giusto che vengano annullati. - disse Bob sicuro del suo pensiero.

Il direttore non rispose alla provocazione. Sapeva che altrimenti avrebbero intavolato una discussione interminabile e di questo non aveva affatto voglia. In ogni caso sapeva che il discorso sarebbe finito col dimostrare che il loro dovere, per quanto duro, era necessario.

Il convoglio passò l'entrata che, nel giro di pochi secondi, si richiuse nascondendo l'unico passaggio per il mondo esterno. Quando arrivarono all'entrata dell'edificio, i due droidi da strada attesero che i robot della prigione portassero dentro il prigioniero e si portarono in prossimità dell'ingresso del complesso, mentre i tre droidi volanti, grossi quanto un essere umano, fluttuarono dentro l'edificio scortando le guardie robotiche del carcere. Quando la porta principale fu chiusa, dal furgone blindato scesero due persone ben vestite. Dovevano essere funzionari del governo centrale. Uno di questi lanciò un'occhiata alla finestra a cui erano affacciati Jeff e Bob e fece loro un cenno ed indicò all'altro l'entrata secondaria per il personale.

- Bob, alla postazione. - ordinò Jeff – Vado ad accogliere gli ospiti. Ci vorranno dieci minuti per portare il prigioniero in “sala giochi”. -

- Si signore. - disse Bob come se da un momento all'altro si fosse trasformato in un bravo soldatino.

Jeff si accese la sigaretta e si diresse verso la porta dicendo al sottoposto un'ultima cosa: - Quando il prigioniero sarà in sala, io non potrò presiedere, perché sarò a colloquio con i funzionari e dovrò compilare il rapporto. Non essere troppo duro con il condannato... Confido in questo. - ed oltrepassò la porta che si chiuse alle sue spalle.


Quando le porte dell'ascensore si aprirono, dieci piani più in basso, i due funzionari erano già pronti ad essere accolti. Erano due persone molto simili, quasi uguali per la verità: entrambi con lo stesso abito nero, la stessa cravatta blu scuro e la stessa camicia bianca. L'espressione di entrambi era sorridente e cordiale ed era incorniciata da capelli neri corti e ordinati. Avevano grosso modo gli stessi tratti somatici: naso piccolo e regolare e zigomi pieni, ma senza grasso; barba perfettamente tagliata e labbra scure e carnose. Differivano in maniera evidente solo per il colore degli occhi: il superiore, quello che per primo porse la mano al direttore del carcere, aveva gli occhi di un azzurro glaciale, mentre l'altro li aveva di colore viola acceso. Jeff capì al volo che il secondo doveva essere un clone cibernetico del primo, un tipo di macchina che veniva affiancata ai funzionari di grado medio-alto.

- Buon giorno, io sono Albert Corner, segretario dell'ufficio inquisizione e colonnello delle forze di polizia al quartier generale della procura di giustizia; questo è il mio collega, Unità 0764AC, più semplicemente Abel. -

- Piacere. - disse Jeff allungando la mano cordialmente con un sorriso di circostanza – Il prigioniero... - Abel lo interruppe immediatamente.

- Jeffrey – esordì il cyborg interrompendo il direttore del carcere – posso darti del tu? -

- Certo Signore. - confermò Jeff drizzandosi come dopo aver ricevuto un ordine – Mi chiami pure Jeff. -

- Jeff, riposo. Possiamo parlare anche in maniera informale. - disse Abel con la solita espressione sorridente – Del prigioniero parleremo subito, ma prima volevamo sapere come vi comportate qui in queste situazioni. -

- Grazie signore, volevo dire Abel. - disse Jeff rilassandosi – Qui, solitamente, seguiamo le procedure standard, ovvero ci atteniamo sia alle tempistiche imposte dalla legge, sia alla sentenza imposta dalla corte di giustizia. In parole povere, mentre stiamo parlando il prigioniero viene portato in “sala giochi” e... - venne interrotto da Albert.

- “Sala giochi”? - chiese Albert perplesso.

- Volevo dire Sala di Espiazione. Qui molti dipendenti la chiamano in questo modo. -

- Ahahah, capisco. Prego, continua. - concesse il funzionario.

- In questo momento il prigioniero viene portato in Sala di Espiazione dove rimarrà, secondo la sentenza, per circa un'ora. Dopo verrà scortato in una stanza dove attenderà l'annullamento. -

- Perfetto. - affermò Albert – In poche ore sarà tutto finito e noi potremmo tornare al quartier generale dove specificheremo sul rapporto la sua totale collaborazione e dedizione, Jeff. -

- Grazie signore. - ringraziò Jeff – Ora, se possibile, vorrei sapere qualcosa di più riguardo al prigioniero. Mi rendo conto del fatto che il mio compito sia di eseguire gli ordini e le sentenze, ma, se possibile, vorrei avere delucidazioni sul condannato. -

- Vedo che lei si preoccupa molto, anche per un rifiuto della società come il nostro. - disse Abel con il consueto sorriso.

- Non si tratta di preoccupazione. - specificò Jeff – L'annullamento è una mia responsabilità e, come tale, voglio conoscerne le ragioni. Eseguirò in ogni caso la sentenza, ma devo sapere per quale motivo terminerò la vita di un uomo. -

- Molto corretto da parte sua. - disse stupito Albert – Ebbene, il prigioniero si chiama Ronald Allen ed è stato condannato alla pena capitale per aver ucciso cinque persone, tra qui un agente di polizia. Sulla sua testa pesano le accuse di spaccio di stupefacenti e terrorismo. Il soggetto è un individuo pericoloso che minaccia il quieto vivere della gente nel nostro paese in molteplici modi, come può ben immaginare. Le forze dell'ordine sono riuscite a fermarlo prima che potesse fare del male a molte più persone e la corte ha deciso di annullarlo tempestivamente in quanto minaccia per il paese e per le persone. Ci sono altre domande? -

Jeff fece una pausa riflessiva e rispose: - No, nessuna ulteriore delucidazione. -

- Perfetto Jeff. - Abel pose una mano sulla spalla del direttore – Se ci vuole scusare, vorremmo essere scortati da uno dei vostri droni nella stanza dove potremmo compilare il rapporto preliminare, in attesa dell'esecuzione della sentenza. -

Jeff si voltò verso il pannello dell'ascensore e digitò dei numeri. Dal soffitto si aprì un'apertura dalla quale uscì un piccolo robot che, fluttuando, fece strada ai due funzionari che salutarono il direttore con un'ultima stretta di mano. Li avrebbe rivisti da li a due ore, al momento dell'annullamento.

Le porte dell'ascensore si riaprirono e Jeff rientrò, salendo fino alla stanza dove avrebbe compilato la sua parte di rapporto ed avvertito il quartier generale dell'arrivo e dell'inizio della procedura sentenziata.


Il rapporto compilato da Jeff si rivelò più sbrigativo del previsto, per il fatto che, nonostante le delucidazioni dei due funzionari, non possedeva i dati per riempirne i campi. In questi casi non si stupiva molto, perché significava solamente che il governo voleva tenere la faccenda sotto controllo. La stanza dove Jeff compilava il suo rapporto era buia, illuminata solamente dalla luce sopra la scrivania e dal monitor a cui inviava i dati al quartier generale. Il direttore guardò l'orologio: un'ora era passata ed il detenuto era, in quel momento, trasportato verso la stanza dove avrebbe atteso l'esecuzione. I due funzionari sarebbero stati impegnati ancora per qualche minuto a terminare il rapporto incompleto che, mandato alla sede centrale da Jeff, sarebbe stato rimandato al loro computer per essere soddisfacentemente completato con le informazioni che, per ragioni di sicurezza nazionale, non erano state fornite al direttore del carcere. Anche questa era una procedura standard. Jeff decise, come nelle sue facoltà, di andare a far visita al prigioniero, prima dell'esecuzione della sentenza.

Lunghi corridoi di un grigio metallico, innumerevoli droni che pattugliavano le celle per controllare i prigionieri, ed infine la stanza dell'annullamento. Ai lati della porta facevano la guardia due robot sentinella: due androidi alti poco più di due metri, dotati di braccia e gambe ed una testa tonda che ospitava un occhio elettronico che inviava ogni immagine sia alla sala di controllo della prigione, sia alla sala di controllo del quartier generale. Jeff fece un cenno alle guardie e queste si spostarono e aprirono la porta. Il direttore entrò e la porta si richiuse alle sue spalle.

La stanza era buia ed il prigioniero era legato ad una barella all'esatto centro della stanza. Ronald era coperto di sangue e respirava a fatica. Bob doveva essere stato particolarmente crudele, nonostante l'avvertimento di Jeff.

- Sei cosciente? - chiese il direttore.

- Si. - rispose Ronald fra un rantolo e l'altro – Siete davvero generosi in questo posto. -

Jeff fece un'espressione perplessa ed aprì la bocca per rispondere, ma il detenuto lo interruppe subito.

- No, non ti disturbare... era sarcasmo. L'ultimo modo che mi resta per farmi una risata. -

- Ti hanno portato qui, perché sei una minaccia per la gente. Hai ucciso – mentre Jeff parlava, Ronald rideva dolorosamente – Sei accusato di spaccio di stupefacenti e di terrorismo. Le persone come te minacciano il nostro paese. -

- Non ti disturbare cercando di provare odio verso di me. - disse Ronald con voce quasi divertita – So benissimo che non hai la minima idea di quello che ho fatto. -

- I funzionari mi hanno spiegato tutto. - disse sicuro Jeff.

- Si, immagino... Ho ucciso delle persone, fra cui un poliziotto.... certamente non ti hanno spiegato il motivo, altrimenti non saresti qui a fare delle domande. -

- Il corso della giustizia è corretto e serve a tutelare il paese. Se la legge ha deciso così, significa che la sentenza è giusta. -

- Tutelare il paese? - domandò Ronald retoricamente – L'unica cosa che il paese vuole tutelare è se stesso... -

- Il paese, lo stato, siamo anche noi. Lo stato e la società sono formati da persone, persone che vogliono vivere in pace ed armonia fra di loro. -

- La gente non fa più parte del paese da tempo, caro direttore. - sussurrò rantolando Ronald con un sottile sorriso sulle labbra – Tu non sei altro che il boia di un sistema che usa la cosiddetta “giustizia” per auto-tutelarsi e tu ne esegui gli ordini come un cagnolino scodinzolante. Quante persone hai già ucciso da quando lavori qui? Una? Dieci? Cento? O mille? -

- Tu per primo non hai il diritto di parlare di questo. Tu hai ucciso delle persone e... - Jeff venne interrotto dal prigioniero.

- Ho ucciso degli assassini per legittima difesa! - Ronald aveva alzato la voce quasi urlando, per quanto gli era possibile – Ho fatto quello che dovevo per difendere degli innocenti! Le quattro persone che ho ucciso... non volevo che morissero, ma sono stati loro ad arrivare, malmenare, stuprare e picchiare indistintamente uomini, donne e bambini. - Ronald fece una pausa per tossire una chiazza di sangue che gli colò sul mento e sugli abiti lacerati, mentre Jeff strabuzzava gli occhi senza capire – Quando è arrivato quel poliziotto, pensavo che ci avrebbe aiutati, che avrebbe fatto arrestare i quattro, ma lui non ha fatto altro che aiutarli a farci del male. E' stata una fortuna per quella gente che io sia riuscito ad afferrare la pistola dell'agente ed eliminare quei bastardi! Ho dato loro il tempo di fuggire, rimanendo li come un agnello sacrificale. -

- Non riesco a crederci... - disse Jeff simulando diffidenza, lasciandosi, tuttavia, sfuggire una nota di agitazione – E chi erano quei quattro? -

- Militanti del regime. - Ronald vide con la coda dell'occhio l'espressione contrariata del direttore e continuò – Si, regime. Perchè un paese dove un gruppo di persone non concordi con il governo viene eliminato brutalmente, con violenza, non può definirsi altro che tale. I quattro uomini erano membri delle associazioni filo-governative che facevano propaganda al governo. Noi eravamo nelle nostre case in una zona di periferia. Non siamo persone molto ricche, quindi ci aiutiamo fra di noi, cucinando per i più poveri, dando vestiti ai meno fortunati e riparando le abitazioni malmesse. Quella sera stavamo cenando tutti insieme ed è allora che sono arrivati gli uomini della propaganda. Hanno detto che dovevamo lasciare le nostre case ed andarcene dalla città oppure chiedere una tessera di partito e sottoscrivere la nostra fedeltà. Abbiamo rifiutato e loro quattro, armati di pistole e bastoni ci hanno costretti a subire la violenza. Hanno ucciso dei bambini e dei ragazzi... questo scommetto non te l'avevano detto i “funzionari della giustizia”... -

- E lo spaccio di stupefacenti? - chiese.

- Se c'era della droga, l'avevano addosso i quattro. Ricordo bene che uno di loro, mentre gli altri tre decidevano quale donna violentare, si è fatto qualche striscia di cocaina sul tavolo dopo aver gettato a terra piatti, bicchieri e quant'altro. -

- Non ti credo. - disse Jeff con fermezza.

- Puoi anche non credermi... ora non è che mi importi molto convincerti o meno. - sussurrò rassegnato Ronald.

Jeff fece una pausa camminando attorno alla barella su cui era legato il prigioniero, un altare sacrificale sopra cui venivano uccise persone per il bene del paese. Jeff, per un momento, si chiese se quella non fosse una pratica simile a quando gli uomini delle ere passate sacrificavano agnelli, buoi e montoni agli dei per averne la benevolenza. Se così fosse, Jeff non sarebbe stato altro che il cerimoniere di quella complessa pratica religiosa che risponde al volere della divinità incarnata dal governo. Il direttore del carcere fece un profondo respiro e ritornò in sé. Non poteva essere così. Di fronte a lui era legato un delinquente di prima categoria che pur di salvarsi la vita all'ultimo minuto o pur di lasciare in questo mondo il seme del male, avrebbe seminato discordia nelle orecchie di qualunque impreparato ascoltatore.

- La giustizia segue delle regole ben precise, regole che noi ci siamo imposti per vivere in pace ed armonia. La giustizia non sbaglia mai, perchè chi la regola non siamo altri che noi stessi e lo facciamo eleggendo un governo che legifera sulle questioni importanti e tramite le nostre regole, la giustizia decide delle vite dei fuorilegge. La tua condanna deve essere giusta, perchè... - Jeff venne interrotto dall'ormai fievole voce del prigioniero agonizzante, ma si bloccò e lo lasciò parlare non appena questo articolò le sue ragioni.

- Perchè, altrimenti, la giustizia non sarebbe più giusta. - disse Ronald concludendo il pensiero che sembrava quasi prendere vita nella mente del carceriere – Puoi continuare a pensarla come vuoi, puoi premere l'interruttore che porrà fine alla mia vita, puoi timbrare il tuo cartellino, questa sera, e tornare alla tua casa, dalla tua famiglia, e guardare i programmi trasmessi dal tuo televisore; potrai svegliarti domani e sorridere al sole che sorgerà e potrai tornare qui a lavorare, qui dove le persone vengono maltrattate, tenute prigioniere e soffrono o vengono torturate e uccise. Puoi fare tutto questo per il resto della tua vita da servo oppure puoi aprire gli occhi e vedere da te quello che sta succedendo per le strade delle città e del paese. I cosiddetti “dissidenti” vengono presi ed uccisi in silenzio. La nostra è un'epoca strana, dove tutti possono seguire il processo di un ladro o di un assassino dai propri televisori ed assistere alle esecuzioni dal comodo divano di casa propria, ringraziando il cielo di non essere loro i condannati, o gioendo della fine di un “ingiusto”. Questa è un'epoca strana in cui quelli diversi vengono accantonati per fare largo agli “uguali”. Puoi pensarla come ti pare, ma qualsiasi cosa penserai, non mi salverà dal giudizio che grava sulla mia testa. -

Jeff era rimasto senza parole. Mai gli era capitato di parlare con un condannato e di provare nel proprio profondo una rabbia divisa in due fra la negazione ed il compatimento. Ma le parole di Ronald non potevano essere vere, il mondo, il paese, non poteva essere marcio fino a quel punto.

- Io so che il mondo non è finito. Io so che il nostro paese siamo ancora noi. -

- Fino a ieri ho vissuto nel mondo che tu dici, il mondo delle persone, il paese di chi vuole pace e giustizia, ma oggi sono legato in un carcere attendendo la morte. E sono qui per aver fatto ciò che è giusto, per aver difeso degli innocenti. Se tu mi chiedessi se sono soddisfatto di aver ucciso, ti risponderei certamente di no. La morte non è mai giusta, né quando la si da, né quando la si riceve, ma se non l'avessi fatto, io e molte altre persone saremmo stati costretti a chinare il capo, subire la violenza, perdere la dignità e strisciare come vermi nel fango. Non vado fiero di quello che ho fatto, ma sono felice di aver salvato altre vite ed altre persone. - Ronald sembrò liberato per aver pronunciato quelle parole – So che tu premerai quel bottone e da una parte ne sono felice, perchè non farlo significherebbe essere etichettato come dissidente. Ma dall'altra parte, spero che tu farai tesoro di quello che ti ho detto e che guarderai con diffidenza al tuo “governo della libertà”. -

Jeff fece per dire qualcosa, ma le porte della stanza si aprirono con un suono metallico.

- Siamo pronti? - chiese Albert con il consueto sorriso cordiale.

Jeff temporeggiò lanciando un'occhiata a Ronald e si rivolse nuovamente al funzionario: - Si, tutto pronto. -

Jeff, uscendo dalla stanza, vide Albert voltare il suo sguardo verso il condannato e lo vide trasformarsi prima in un'espressione di disprezzo, poi in un ghigno sadico e compiaciuto.

Fuori dalla stanza, Jeff non disse più nulla, ma si limitò a camminare pensieroso verso la sala dei comandi seguito dai due funzionari. Nel corridoio, appena di fianco alla stanza in cui era imprigionato Ronald, si aprì un'altra porta a scomparsa, rivelando la stanza d'arrivo dei tre.

La sala era piccola ed illuminata con un paio di vecchie lampade e sul muro, esattamente sotto lo specchio di cristallo rinforzato, spesso dieci centimetri, rivolto alla stanza del condannato, vi era un unico bottone rosso. Quando Jeff vi fu davanti, Albert parlò:

- Siamo pronti. -

Jeff ripensò alle parole del prigioniero ed un turbine di pensieri e dubbi gli affollavano la mente. Fu Abel ad interrompere il filo dei suoi pensieri.

- Jeffrey, può procedere con l'esecuzione. -

Solo un dito si avvicinò a quel bottone, come se il resto della mano volesse tenervisi lontano. Una leggera pressione, una luce abbagliante dall'altra parte del vetro, luce che durò pochissimi istanti e, quando essa si affievolì, sul lettino, non rimase nulla se non i legacci e gli abiti con cui era coperto Ronald.

Giustizia era stata fatta e Jeff aveva premuto il pulsante come la sua posizione richiedeva. Null'altro riusciva ad occupare la mente del direttore del carcere se non una frase che continuò a ronzargli in testa: “ Sono stato il carnefice di un uomo e della giustizia allo stesso tempo”.



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