ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 1 ottobre 2013
ultima lettura mercoledì 15 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Ifigenia: la nascita di una feroce guerriera. Capitolo 3

di divinewars2013. Letto 642 volte. Dallo scaffale Fantasia

La voce sulle intenzioni della dea Artemide si diffonde presto e ciò desta il turbamento degli dei, in particolare di Zeus. Come deciderà di agire il re degli dei?..

CACCIA COSMICA

Artemide correva per le gallerie gassose, gettandosi col riso in volto tra le spire di gas violetto, nero e spruzzato di stelle. Le aquile di suo padre vi sfrecciavano tra le grida stridule e potenti, infastidite da quella caccia inaspettata. Sbattevano le ali, travolgendo quelle pareti fumose, rimestandole, fino talvolta a tranciarle nella grande fuga dalla dea della Caccia.

Una di loro virò a destra, in una galleria dalle pareti di astri cangianti e Artemide le scivolò dietro, abbandonando il gruppo di tre che inseguiva. L’aquila si guardò alle spalle e la fissò per un istante con la sua pupilla rossa e lucente. Spalancò le fauci ed emise il suo verso terribile, che fa sanguinare le orecchie dei mortali. Alcuni astri ne furono spostati, modificando così la loro orbita, e dei pianetini si frantumarono, andando a unirsi agli asteroidi che sbattevano come semini sulla pelle di Artemide.

La dea abbandonò per un istante la sua carne celeste, evitando così i danni delle grida, e non appena ebbero termine la sua rabbia entusiasta cacciò un urlo dalla bocca riformatasi, mostrando i denti bianchi e piegando le labbra rosso sangue.

L’animale divino piegò le ali e si buttò a capofitto nel centro di una galassia rotante, incendiandosi le piume grigie e argentine. Ne seguì una scia di detriti brucianti, che fece socchiudere gli occhi alla dea e ripararsi dietro lo scudo lunare: blu e tempestato di diamanti di Selene, che la riparò a dovere.

“Maledetta bestia!” imprecò Artemide. “Credi di fermarmi così? Io sono nata per la caccia!”

Arco e frecce le comparvero nelle mani e le dita si strinsero subito ad afferrarli. La dea mirò a quella palla di fiamma che sembrava fuggire lontano, ma ecco che questa virò a sinistra tra altre nebulose, e poi in alto, a destra, in una danza caotica nei cieli dell’universo.

“Non puoi sfuggirmi!” le urlò dietro.

Stanca di inseguirla, si bloccò di botto, in un vento magnetico che investì centinaia di astri e li rese più luminosi. Tese al massimo la corda dell’arco argentino, prese la mira quasi solleticandosi l’occhio con le penne blu metallo della coda, seguì per un attimo la traiettoria della sua preda, intuì e scoccò.

All’istante l’animale esplose e lasciò il suo ricordo nella formazione di una nebulosa vermiglia, dalla forma di bestia alata.

Artemide storse la bocca in un ghigno soddisfatto.

Un coro di grida stridule echeggiò per le gallerie dell’universo: i compagni protestavano per quella trasformazione, non decisa dal loro re, ma dai capricci della figlia.

“Lamentatevi pure!” urlò loro Artemide, a mento sollevato. “Io non ho paura di mio padre” disse a voce più bassa e i suoi occhi si fissarono su una luce gialla che si irradiava dall’interno della nebulosa: il cuore del moto, la sua potenza non ancora espressa: la parte più deliziosa di quella carne astrale, perché ivi, come nei mortali, risiede lo spirito vitale.

In un attimo gli fu appresso. Le dita protese della sua mano destra già sentivano il nuovo calore, la pelle bianca s’andava colorandosi di quell’oro luminoso e generoso di nutrimento. Ad Artemide venne una fame profonda quanto una voragine, già pregustandosi il dolce bottino, reso ancora più forte perché forgiato direttamente dalle mani di suo padre.

“Ferma!” ordinò una voce a lei familiare.

Artemide ritrasse la mano e si volse indietro di scatto. Però nella miriade di giochi tortuosi dell’universo, non riusciva a percepire nessuno, ad eccezione del lontano cigolio della ruota di Crono, e i sussurri degli dei, o lo strascico velato del loro passaggio. La loro percezione la pizzicava sottopelle, nelle zone dove i panneggi della veste da caccia la lasciavano scoperta. Uno degli sbuffi di Poseidone, la solleticò alla base del collo nudo, adornato solo da una collana argentea di preziosi zaffiri.

“Fratello” chiamò. “Rivelati. Non ho voglia di giocare” chiarì, con sguardo infastidito e scuro.

“Non più?” domandò lui e accennando una risata, prese le sembianze di un giovane uomo, dalla pelle abbronzata e la prestanza che si conface ad un corpo umano. Perché si pavoneggiasse in tal modo persino davanti a lei era un mistero. Voleva forse rimarcare, ancora una volta, l’idea sua e degli altri dei, che il corpo umano maschile rasentasse la perfezione delle forme possibili?

“Non giochiamo più da tempo” rimarcò lei. “E ne conosci benissimo il motivo.”

Apollo l’aveva indotta ad uccidere il suo primo e unico amico con l’inganno: Orione giaceva tra le costellazioni ora, addormentato. Come docilmente riposava, accanto al cane da lei donatogli, sull’erba, sospirando sotto le stelle.

“Porti ancora rancore per quel tuo miserabile amante?” disse lui, con un sorrisetto derisorio sul viso sbarbato.

Artemide gli mollò un manrovescio in viso, scuotendo i suoi astri dorati. “Non era il mio amante!”

Apollo le afferrò il braccio e la accostò a sé. “Ti era così vicino da superarmi nell’intimità” ringhiò lui. “Quando venivo a trovarti sentivo il suo puzzo ovunque.”

“Il tuo naso sente soltanto quello che vuole” replicò la dea, a un soffio dal viso di lui. “Mi credi sempre una tua proprietà, ma io sono tua sorella, non una tua schiava.”

Diede uno strattone per liberarsi, ma lui le intrappolò il cosmo. “Le sorelle obbediscono ai fratelli” ringhiò ancora lui, con i suoi denti bianchissimi. “E tu, che sei figlia del mio stesso padre e della mia stessa madre, devi seguire il mio volere.”

Prese un bel respiro cosmico, aspirando ed espirando una manciata di stelle, che rotolarono lontano. Lo sguardo azzurro si fece più quieto. “Ti proclami la vergine dea cacciatrice. Un fratello non potrebbe avere più orgoglio di me, nel sapere la sorella così intatta e pudica…”

“Lasciami stare” disse lei e allontanò lo sguardo. Parlare della sua intimità con lui la metteva in imbarazzo.

“… Ma se la tua reputazione è messa a rischio, io ho l’obbligo di intervenire” insistette lui.

“Tu intervieni solo quando ti pare” commentò amara Artemide, sfidandolo però con occhi lucidi.

Lui la fissò con il suo sguardo di ghiaccio, quasi divertito. “Sei diventata una bambina sfacciata, ultimamente.”

“Bambina?!” pronunciò Artemide con una smorfia di disprezzo e con uno spintone si liberò. “Ti ricordo che sono tua sorella gemella” puntualizzò. “Anzi, sono nata per prima e ho aiutato nostra madre a partorirti.” Il suo sguardo si scurì come il ciel notturno. “Forse non avrei mai dovuto farlo…”

Apollo le puntò contro l’indice della mano destra, luminoso come un raggio di sole. “Bada, sorella!” la minacciò lui. “Bada a restare al tuo posto. Godi della tua caccia, delle tue corse, delle tue libertà di fanciulla tra le fanciulle, ma niente di più. Hai già avuto molto da nostro padre, forse più di tutte le altre figlie!”

Artemide fece un passo indietro, guardinga come un lupo che fissa di sottecchi. “Sei tu che hai avuto più di tutti gli altri figli. Con tutto quel culto, dall’Arte al Sole! Il dio dell’ordine, ovviamente, ma del suo ordine.”

Gli occhi di Apollo si assottigliarono. “Queste idee nascono da Selene, non è vero?”

“Lascia stare Selene!” minacciò lei, stringendo l’elsa del pugnale da caccia sul fianco, e mostrò i denti.

Apollo intrecciò le mani dietro la schiena, esponendo con evidenza il bel petto. La veste infatti non gli copriva che la spalla, per poi scendere mollemente sino alla vita, dove una cinta di alloro dorato la stringeva. Le diede addirittura le spalle, tanto non la temeva e fece qualche passo verso la nube dell’aquila.

“Non sfidare nostro padre” disse lui, senza più toni ostili.

“E’ un consiglio?”

“E’ un avvertimento, sorella.”

“Da quando mi avverti su questioni con nostro padre?” domandò Artemide, raddrizzando il bel corpo cosmico. “Prima fermi la mia caccia, ora mi avverti su non so cosa-“

“Su non so cosa?” si girò lui. “Tutto l’Olimpo parla della tua volontà di prenderti un figlio di Clitemnestra!” Alcuni astri si infiammarono sotto il suo alito di tempesta, per poi spegnersi carbonizzati.

“Una figlia” chiarì lei. “Una femmina, non un maschio! L’erede del trono se lo possono tenere!”

“E’ pur sempre di sangue reale. Una diretta discendenza divina! Solo nostro padre Zeus avrebbe questo onore, perché suo artefice!”

In quel momento uno stormo d’aquile gridò dall’alto, volando in cerchio sopra di loro e formando una nuova grande galassia rotante. Maledetti uccelli!

“Non farmi ridere, persino l’Arcobaleno si piglia chi vuole, se l’aggrada…”

“Per una notte, quando sfugge all’occhio di nostro padre, ma poi anche lui viene richiamato.”

Apollo cominciò ad allontanarsi, lungo un tappeto di astri rossi.

“Io volevo Clitemnestra. E’ stata lei a propormi piuttosto di prendere una figlia. Ma quella che aveva era troppo preziosa ancora.”

“Clitemnestra non può offrirtela senza il permesso del suo re” rispose Apollo, senza voltarsi. Piccoli asteroidi finirono sotto i suoi sandali dorati.

“Allora sarà il suo re a offrirmela!”

“Non può” disse Apollo, voltandosi con un sorrisetto. “Appartiene alla dinastia reale, non può offrirtela senza il benestare di Zeus. E nostro padre, posso giurartelo, non ha alcuna intenzione di darti un dono simile! Non da quando passi più tempo alle Case Lunari che sull’Olimpo, o sulla Terra stessa, sfuggendo così ad ogni suo richiamo.”

“Obbedire, sempre obbedire! Se solo-” Un nuovo grido delle aquile li interruppe. “Adesso basta!”

Artemide incoccò una freccia e mirò, ma Apollo le chiuse la mano nella sua, impedendole di scoccare. Il suo sguardo era furente e luminoso come un sole estivo.

“Basta lo dico io. Sì, devi obbedire, rassegnati. Così è stato e così sempre sarà!”

Stringeva al punto da farle male, pur di piegarla ai suoi voleri. Lei lo fissò con altrettanta ferocia, con quella luce bianco lunare che sprigionava dallo sguardo cupo. Si ringhiarono contro a vicenda, come due lupi che vogliono il predominio sul branco.

“Smettila, ti dico” ordinò lui. “E rimani al tuo posto, come una sorella esemplare.”

Il fuoco di lui, che gli incendiò la mano, la fece desistere: come tutti gli animali, la dea aveva terrore del fuoco cosmico, che tanti dolori le ricordava. Fece scomparire arco e frecce. Chinò il capo.

“Sono felice che tu abbia compreso” disse. “Ora lascia la voliera di nostro padre, non è un luogo per i tuoi giochi.”

“Attendevo che mi ricevesse. Sono nel suo palazzo da giorni.”

“Non lo farà. Ha mandato me ad avvisarti. Adesso torna tra le tue fanciulle” le disse Apollo. “Mi divertono le loro risa durante i giochi.”

Artemide protestò con un verso riluttante, e impotente se ne andò, dimenticandosi per la rabbia persino la sua preda.

(la storia seguirà con più regolarità per motivi pratici su www.divinewars2013.wordpress.com, e con pubblicazioni una tantum anche sul sito e-writers)



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: