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lavoro pubblicato lunedì 30 settembre 2013
ultima lettura domenica 10 febbraio 2019

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Ifigenia: la nascita di una feroce guerriera. Capitolo 2 (aggiornato)

di divinewars2013. Letto 624 volte. Dallo scaffale Fantasia

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LA FIGLIA DI UNA REGINA

Artemide sorvolava i boschi del suo regno, con la leggerezza di una brezza. Le sue vesti erano così sottili da essere invisibili a occhio umano, e il corpo da carne s’era fatto stelle.

La luna calante s’assopiva nella notte ormai tarda. All’alba avrebbe guardato diritto verso il sole, per poi beffamente nascondersi e coricarsi con fanciullesca dolcezza.

La dea continuò a fissare quel disco, candido come ali di cigno, e vi si diresse col sorriso sulle labbra. La notte era stata lunga e lei necessitava di dormire.

Come pioggia leggiadra di stelle azzurre si rimaterializzò all’ingresso del grande palazzo, bianco quanto quelle terre. Anziché farlo ergere altissimo, sino alle più alte vette, la regina Selene aveva preferito estenderlo quanto dieci città messe assieme. Era un vero labirinto, per chi non lo conosceva, e perdersi era facile anche per una divinità. Questa difesa, insieme alle emanazioni notturne, proteggevano la città capitale della Luna, persino dalle ingerenze di Zeus.

Artemide si tolse l’elmo, bardato della criniera a forma di mezzaluna, e se lo mise sottobraccio. L’arco a tracolla le stringeva il pettorale dell’armatura. Avanzò con passo leggero sino al portone di roccia nera, su cui era intagliato il simbolo delle dee dell’Aria. Una forma di ribellione a suo padre Zeus, sebbene tutti sapessero che le dee dell’Aria, chiunque fossero state, erano morte da tempo, persino da prima che lei medesima nascesse dal ventre di sua madre.

Le guardie, in armature nere quanto il lato in ombra della luna, ordinarono di aprire alla dea cacciatrice.

Artemide sorrise fra sé. Per lei non c’era migliore definizione.

Passò spedita attraverso le chiare stanze, decorate da tendaggi, mobili e innumerevoli statue, per recarsi in tutta fretta verso le stanze del vespro terrestre, le più calde e ombrose, adatte al dolce riposo. Laggiù, v’era anche la sua camera, ormai da secoli e secoli.

Non appena vi mise piede, un gruppo numeroso di donne candidamente vestite si mise all’opera per spogliarla e lavarla con cura. Fu un sollievo non vedere Selene, perché già ne temeva le domande. Con molta probabilità era nella Sala Navigazione e guidava lei stessa il tramonto della Luna, ordinando di dirigere i quattrocento cavalli argentini in una direzione piuttosto che in un’altra.

Artemide lasciò che la profumassero delle essenze terrestri, che lei donava regolarmente alla regina, insieme a molte altre cose. Sebbene fosse regina anche lei di quella luna, così come Zeus l’aveva nominata insieme ad Apollo ma per il sole, Artemide si sentiva comunque un ospite di quel regno, di cui lei non si dava preoccupazioni. Era alla vera regina che teneva, ma quella notte preferiva non vederla.

Avvolta in panni più morbidi e delicati, venne accompagnata alle sue stanze, dove già ardeva un fuoco dalle fiamme azzurre, ma caldissime: sulla luna faceva freddo per gli dei.

Artemide fu vestita per la notte e un vassoio di dolci vivande le venne lasciato su un tavolino tondo, di marmo rigato. La dea fece un cenno con la mano e le donne, dopo un inchino, lasciarono silenziosamente la stanza.

Sospirò e andò a versarsi del vino in una coppa d’oro, che giaceva sul vassoio. Saggiandolo, un sapore di fragole l’invase, e sorrise al pensiero della notte appena passata.

“Spero almeno che il vino sia di tuo gradimento” disse la voce di Selene.

Artemide trasalì. Poco ci mancò che il vino non le andasse di traverso. Si volse e vide Selene al di là delle tende leggere, che ondeggiavano nella brezza notturna. Con le mani poggiate sul bordo arrotondato del parapetto, guardava dal balcone parte del suo palazzo bianco e poi, lontana, la cittadina che vi sorgeva attorno come un’atmosfera.

“Sai che lo gradisco sempre” rispose Artemide e ne bevve un altro sorso.

Che Selene sospettasse già qualcosa?

“Pensavo che oggi avresti passato qui la notte..”

“Infatti sono a palazzo.”

“Intendevo l’intera notte” precisò Selene e le lanciò un’occhiataccia, per poi tornare a fissare il suo regno.

“La caccia mi ha trattenuta più del previsto” si scusò Artemide. “Se adesso me lo permetti, ho bisogno di riposo.” Così detto si diresse verso il letto.

La regina le comparve di fronte, sbarrandole il passo. Lo sguardo, blu quanto il suo, ma solitamente più morbido, la fissava accigliato.

“Missa, so quando menti. Dimmi che cosa hai fatto stanotte, perché se è quello che temo-“

“Cosa? Cosa farai?” la sfidò Artemide.

Gli occhi della regina s’assottigliarono. “Un’altra donna, non è così?”

“La cosa non ti riguarda” disse Artemide e la sorpassò.

“Un’altra donna, Missa. A cui chiedere la figlia. Non ti pare di esagerare?”

Artemide raggiunse il tavolino accanto al letto e vi pose il calice. “No.”

“Tuo padre stesso ti avvertì” aggiunse l’altra in tono più lieve e le sfiorò la schiena. “Le fanciulle che ti concesse per il seguito e le Amazzoni che ti lasciò devote… Persino mia figlia, Selena. Non sono abbastanza?”

Il tocco leggero di Selene sulla sua veste scura spense un poco la rabbia della dea. Sapeva quanto la regina tenesse a sua figlia e di come avesse concesso la sua partecipazione al seguito soltanto perché lei stessa l’aveva presa sotto la sua protezione, sin da quando era in fasce.

“Abbiamo già fatto questo discorso. Tempo fa. Mi sembrava di essere stata chiara.”

“Ma non vedi come le cose vanno con Selena? Mi ha parlato della tua delusione” disse Selene scotendo il capo.

Artemide si volse a braccia conserte. “A Selena non ho mai comunicato alcuna delusione.”

“Dirle di farsi valere una volta tanto non è segno di delusione?” domandò Selene sollevando un poco le sopracciglia.

Artemide sbuffò, sollevando gli occhi al cielo. “Glielo dico per il suo bene.”

L’altra rimase a fissarla come se avesse detto la più grossa stupidaggine che poteva pronunciare.

Artemide sbuffò di nuovo. “Ad ogni modo, lasciando perdere tua figlia, voglio un regno. Un regno grande almeno quanto quello di mio fratello. Per ottenerlo mi serve un esercito capace, di mia scelta. Non quello che mio padre mi concede.”

Il suo sguardo notturno s’abbassò e il volto si fece imbronciato come quello di una bambina.

“Se fossi nata maschio, nessuno si porrebbe questo problema. Potrei fare quello che mi pare e piace. Sì, vorrei fare quello che mi pare e piace.”

“Ma così non è” sospirò Selene, nella sua veste contornata d’un alone lunare.

“Non ancora” sottolineò la dea. “Ma vedrai, stavolta ci sarà una discendenza che lascerà il segno.”

La regina sospirò e si sedette dolcemente sul bordo del letto. “Ammesso che tuo padre non si opponga: di chi sarebbe la figlia?”

Sul volto di Artemide spuntò un sorriso, cristallino come acqua di fonte. Con le mani intrecciate dietro la schiena si mise a passeggiare su e giù davanti all’altra. “E’ una regina” cominciò. “Dovresti vedere la sua forza d’animo: sa tenere testa al re, quand’egli non diviene troppo violento. E denuncia con forza il suo disamore per lui, che s’ubriaca per un nonnulla e pretende di trattarla come la sua serva”. Il suo sguardo si rabbuiò. “Le ho parlato a lungo. Con serietà. Le ho detto che per la figlia non poteva aspettarsi certo un destino diverso dal suo: mandata in sorte a uno sconosciuto, ma approvato dal padre. Se lei lo desiderava, io avrei potuto darle un fato differente.”

“Non approvo il tuo comportamento, ma sono costretta ad ammettere la tua gentilezza” concesse Selene, carezzandosi il cuore. “Pochissime divinità chiedono di prendere con sé un mortale. Di solito lo rapiscono.”

“Io non rapisco certo i bambini che fai nascere!”

“E’ quello che ho detto, Missa..”

“Hum, sì.” La dea riprese il suo passeggiare. “Le ho parlato con molta dolcezza, davvero” insistette.

L’altra accennò un sorriso. “Lo so. Ti conosco.”

“Sono riuscita a strapparle la promessa che, se il prossimo figlio sarà un maschio, lei mi donerà sua figlia. Ma finché ciò non avverrà, il re non approverebbe, al punto da uccidere la regina.”

Selene balzò in piedi. “Non puoi permetterlo!”

Artemide si grattò sotto l’occhio destro. “No, certo. Infatti rispetterò la promessa.”

L’altra rimase un poco in silenzio. Pensierosa, le stelle le brillavano più intese per il corpo.

“Che cos’altro ti turba?” domandò Artemide, fermandosi.

“Non mi hai ancora detto chi è la regina in questione.”

“Che cosa cambia?”
Selene spalancò gli occhi diamantini. “Che cosa cambia?! Missa, un conto è prendersi le figlie dei comuni membri dell’aristocrazia, quand’anche le portino loro medesimi presso i templi come sacerdotesse. Ben altra cosa sono i figli dei re.”

Artemide si grattò nuovamente sotto l’occhio, infiammando una piccola stella.

Con sguardo basso, ammise: “Clitemnestra.”

“Clitemnestra, la figlia di Leda e di Zeus? Colei che nacque dalle uova del cigno?”
“S-sì. E allora?”

Selene raggiunse Artemide e le strinse le braccia. “Allora non avrai niente da una figlia di Zeus.”

Gli occhi spalancati di Artemide si assottigliarono e il loro contorno si fece cupo come la notte più nera.

“Lo vedremo..”



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