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lavoro pubblicato giovedì 26 settembre 2013
ultima lettura venerdì 22 marzo 2019

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Ifigenia: la nascita di una feroce guerriera. Capitolo 1

di divinewars2013. Letto 466 volte. Dallo scaffale Fantasia

A partire dai racconti del mito, si narrano le vicende di Ifigenia, figlia del re Agamennone e della regina Clitemnestra. Strappata dall’abbraccio materno per le mire di conquista del padre, Ifigenia crescerà presso la corte e poi nelle schiere della terr

CAPITOLO 1 – UNA LUCE ALLA FINESTRA

La dea Artemide raggiunse la grande quercia che si ergeva sulla collina e, con un semplice balzo, si spinse dolcemente sino ai rami più alti. Planò con grazia fra di essi, con la brezza notturna che le carezzava le vesti leggere e corte sino al ginocchio. Le suole dei sandali dorati si posero sul legno resistente, di quella pianta che la dea aveva visto nascere virgulto e crescere negli anni.

Il silenzio regnava sovrano ora, nella foresta che poco prima aveva assistito alla Grande Caccia: alla luce lunare, uno stormo di fanciulle si era mosso agile e felino nel sottobosco, a catturare con ferocia l’animale prescelto. Questa volta era toccato ai Cervi Del Muschio, poiché il loro re aveva troppo favorito il dio Pan nelle dispute divine sulle foreste. Adesso il sangue di quel re sporcava la veste candida di Artemide, ancora le colava sulle braccia eburnee, sino a scivolare tra le decorazioni a sbalzo dei suoi bracciali e poi cadere dalle dita lunghe e affusolate. La sua testa giaceva mozzata su un piatto d’argento, e l’indomani sarebbe stata servita come portata finale al banchetto della selva. A Pan sarebbe andato il vino di traverso.

Artemide sorrise tra sé al pensiero di quella scena.

Non che le importasse poi molto di un dio caprino, ma l’affermazione del proprio potere era cosa che non aveva eguali per lei.

S’aggrappò ai rami, sebbene non ci fosse pericolo di cadere: le piaceva sentire le cose al tatto, quel senso così limitato ma anche così spartano nel comunicare la realtà donato agli uomini: duro come il legno o soffice come la pelle lavata e profumata. Artemide amava quel percepire umano, in ogni suo risvolto.

In quella notte senza nubi, ai piedi della collina si adunavano le sue fanciulle e le sue guardie. Sebbene bisbigliassero appena, e si nascondessero bene tra gli alberi e i cespugli del sottobosco, lei poteva percepirle chiaramente: le risatine, i piccoli rimproveri, i complimenti, frasi aspre o piene di dolcezza.. Le fanciulle sono così.

Dall’altra parte del colle, invece, si delineavano i contorni della città di Micene. La luna piena ne faceva risaltare i grandi pietroni che costituivano le mura possenti della città. Erano antiche, quanto l’ultimo gigante che di lì era passato. Lei se lo ricordava ancora quell’essere nerboruto, dai muscoli gonfi e dai tendini sempre contratti. Parlava a malapena, più che altro per imprecare contro Zeus che l’aveva costretto a quella pena ed era divertente assistere alle scosse che ne riceveva in cambio: alcune delle guardie delle case di Zeus lo tenevano d’occhio e gli lanciavano fulmini brucianti la carne ogni volta che lo ritenevano necessario. Imprigionato da catene divine, il gigante non poteva liberarsi. E dopo le scosse e i lamenti che echeggiavano per la valle, si chiudeva in un rabbioso silenzio, forse pensando al fratello: a cui quella saccente di Atena, per una volta senza tante parole, aveva mozzato la testa.

Poche erano le finestre illuminate ancora da qualche luce. Era piena notte e, si sa, i mortali necessitano di dormire ogni volta. Soltanto le finestre del palazzo erano accese, qua e là: piccoli rettangoli, bianchi, azzurrini o rosati, a seconda del tendaggio, si ritagliavano nel mezzo degli edifici squadrati. Più guardie erano poste sulla terrazza da cui si affacciava il re, altre erano nella sua stanza medesima e altre ancora se ne stavano ritte nel palazzo.

Ma una stanza soltanto interessava alla dea: quella che s’affacciava a Ovest e dunque dritta verso di lei, che osservava. Un piccolo lume ancora rimaneva acceso. La regina, abbracciandosi le ginocchia, sospirava nel letto. Pur con le lacrime agli occhi, e la tristezza che ne segnava il volto, appariva bellissima nel suo timido profilo e le guance ancora rosee di giovinezza. I capelli ondulati che spettinati le scendevano su una spalla le davano quel tocco selvatico che la dea non si lasciava sfuggire e nei suoi occhi ora adirati rimanevano quelle pagliuzze, speso invisibili all’occhio umano, di potenza divina. Una potenza che certo non si traduceva in poteri reali, ma costituiva l’essenza della sua anima. Quella donna avrebbe potuto uccidere il più feroce dei re, se ne avesse avuto ragione.

Questo pensiero fece agitare le galassie insite nella divinità di Artemide e il suo cuore blu e stellato accelerò i battiti. Nelle iridi di un blu elettrico, che mischiavano la notte materna insieme ai fulmini paterni, le stelle sparse si riunirono a formare una corona attorno alle pupille.

“Maestà? Maestà?”

Una guardia la chiamava dal di sotto.

La dea sbuffò e preferì far finta di nulla. La regina attirava troppo la sua attenzione. Se solo avesse potuto farla entrare tra le sue schiere, quale giovamento ne avrebbe tratto! Grandi conquiste, se agile con la spada, o notevoli sotterfugi, se agile di pugnale.

Sentì muoversi i rami più in basso. La guardia si stava arrampicando come un gatto tra i rami della quercia. Presto la raggiunse, senza il minimo fiatone.

“Maestà, perdonate il disturbo. Quando voi volete, le fanciulle sono pronte a partire.”

“Hanno già scuoiato le altre piccole prede? Odio aspettare di fronte alla mensa.”

“Han fatto ogni cosa a dovere” annuì la guardia, col suo elmo di blu metallo. “Soltanto Selena ha avuto qualche difficoltà..”

“Hum” mugghiò la dea, urtata che la figlia adottiva fosse tanto osservata. D’altronde si era spesso mostrata troppo timida sin da ragazzina.

“Dai l’ordine di recarsi alla fonte, dove tutte potranno lavarsi e riposarsi a dovere.”

“Non torniamo dunque alle Case?”

“Non ancora. Ho degli affari che mi attendono nei dintorni” precisò Artemide e lanciò un’occhiata alla regina, che s’alzò e con un soffio spesse la fiammella della lampada. “Dì a Selena che sarà lei a lavarmi. Dobbiamo parlare.”

Detto ciò, fece cenno con la mano di andar via e la guardia prese a scendere, nel leggero fruscio.

La regina si era appena coricata a letto. Poteva vederla benissimo anche nel buio notturno.

“Buonanotte, fanciulla” sussurrò al vento, facendo trasalire Clitemnestra.

La dea fece un sorrisetto e sparì nella notte lunare.



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