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lavoro pubblicato giovedì 26 settembre 2013
ultima lettura venerdì 5 aprile 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Banalità

di g1ordan0. Letto 542 volte. Dallo scaffale Sogni

La vita di Alberto era sempre la stessa ormai da tre anni. La mattina sveglia alle sei e mezza, colazione a casa con merendina, caffè cattivo e sigaretta, venti minuti di tram, lavoro dalle sette e mezza alle cinque. Tornava a casa ...

La vita di Alberto era sempre la stessa ormai da tre anni. La mattina sveglia alle sei e mezza, colazione a casa con merendina, caffè cattivo e sigaretta, venti minuti di tram, lavoro dalle sette e mezza alle cinque. Tornava a casa di fretta per farsi una breve sega, poi doccia e ricerca di amiche in chat che avrebbe comunque abbandonato alla prima implicazione sentimentale, o alla prima richiesta di incontro. Cena alla pessima rosticceria sotto casa, al solito tavolo vicino alla vetrina che dava sul marciapiede, con pollo arrosto oppure cotoletta oppure spezzatino con piselli, caffè al bar, televisione o puntate di vari telefilm su internet, una birra, lettura di fumetti giapponesi, letto. Il fine settimana variava il programma di poco: sveglio alle nove, se ne stava tutto il giorno su internet chattando oppure cercando nuovi lavori interessanti che non avrebbe approfondito, nuove case che non sarebbe andato a vedere, notizie su un mondo che gli interessava sempre di meno.
Lavorava come parcheggiatore in un albergo per ricchi. Il lavoro era buono, la paga ottima: “trattala bene!” “sissignore” oppure “puoi portarla a lavare?” “sissignore”. Tutto qui.
Una volta ogni tre giorni chiamava la madre, una ogni quattro il suo amico Giulio; era quasi un passatempo piacevole, ormai, per Alberto inventarsi sempre storie nuove da raccontare: alla madre narrava di fatti strani al lavoro, come conflitti con ricchi clienti prepotenti in cui si faceva valere senza accettare repliche, oppure inventava pettegolezzi su personaggi noti che passavano per l’albergo, tipo “Ieri sai chi è venuto con la Lamborghini? Una cameriera mi ha detto di averlo visto in camera con due trans e le ha lasciato mille euro di mancia per farla stare zitta”. A Giulio raccontava di avventure al lavoro con hostess e escort annoiate dal sesso con vecchi miliardari e della sua storia d’amore con una fantomatica Elena, che avrebbe conosciuto strafatto di acido a un rave e che, da quel giorno in poi, non l’aveva più lasciato in pace nonostante lui la trattasse male e si scopasse tutte le donne che gli passavano sottomano “d’altronde è così che devi trattarle perché ti si attacchino…”.
Non era mai stato a un rave in vita sua ed erano più di tre anni che l’unico sesso che aveva avuto, l’aveva fatto assiduamente con la sua mano destra. Quando Giulio aveva le ferie e voleva andare da Alberto per vedere come se la passava, lui spariva per qualche giorno in più, poi richiamava il suo amico inventandosi sempre scuse, come viaggi improvvisi con il suo amico barista (e gigolò) per incontrare donne favolose conosciute all’albergo, o di dover andare ad annoiarsi a rave di tre o quattro giorni per far contenta quella palla al piede di Elena.
I primi tempi aveva anche provato ad uscire, cinque o sei sabati, per conoscere qualcuno, così da alleviare i suoi tristi pensieri, ma la timidezza di Alberto era tale da non essere mai riuscito a rivolgere parola ad anima viva, da rispondere svogliatamente a chiunque gli si avvicinasse per chiedergli qualsiasi cosa.
Così Alberto si rassegnò. Parlava solo con il barista sotto casa, e solo e unicamente di avventure con puttane esotiche (e non era mai stato con una prostituta in vita sua). In fondo gli andava bene così, si annoiava, è vero, ma aveva raggiunto una pace interiore che non riusciva a comunicare agli altri, che sicuramente non avrebbero capito. Il passato gli bastava per considerare la sua una vita vissuta, il presente andava annullato per eliminare ogni forma di sofferenza. Ormai lo aveva capito sulla sua pelle.
Ultimamente, però, non riusciva più ad addormentarsi: durante le ore notturne si dibatteva per un tempo imprecisato nella sua mente tra ricordi che pensava di avere sconfitto e fantasie faticose che utilizzava per scacciarli.
Appena spegneva la luce iniziava a pensare a Luisa, l’unico amore, la donna che l’aveva spinto in un burrone di depressione e solitudine. Quella puttana. L’immagine di lei che scopava con Nico aveva ricominciato a ripresentarsi furtiva nella sua mente, dopo mesi in cui non aveva più pensato a lei. Quell’abbraccio poi. Lui che entrava in camera eretto come l’angelo vendicatore e gli occhi neri di Luisa che lo guardavano con freddezza abbattendo il suo piglio guerriero, che si voltavano verso lo spaesato Nico per tranquillizzarlo: lo abbracciò e disse ad Alberto senza smettere di guardare il suo amante “scusa… anche se… non so… forse… forse non sono mai stata tua”. Quella scena maledetta lo invadeva di nuovo nel profondo e si girava e rigirava nel letto. La sua stessa reazione gli era insopportabile da ricordare, soprattutto. Alberto non aveva saputo affrontare quelle parole: mentre correva per vedere se quello che stavano dicendo gli altri era vero, si era immaginato una scena tipo onore e lacrime, in cui lui, freddo e crudele, li avrebbe umiliati segnando la loro vita, condannandoli alla solitudine eterna, all’inferno. Invece, di fronte a loro due così vicini, innamorati, le gambe gli tremarono, la voce gli rimase in gola. Fu solo capace di prendere un libro dalla scrivania e sbatterlo al suolo mentre gli occhi si appannavano e il labbro inferiore tremava. Niente di più ridicolo. Aveva scagliato a terra il libro che le piaceva tanto, quel libro che la sera prima lui aveva preso in giro leggendo la banalità delle frasi sottolineate. Tutto qui.
Cercava di fuggire da tutto ciò immaginandosi mille storie in cui era un eroe, un paladino dei deboli, un guerriero solitario in un mondo fiabesco, plagiando infinite volte quei fumetti che gli piacevano tanto per allontanare le tante consapevolezze da cui aveva provato a fuggire venendo in una città così lontana.
L’insonnia aveva cominciato a disfare quell’equilibrio che si era faticosamente costruito con la rinuncia al presente. Non era più in grado di concentrarsi sulle piccolezze della vita quotidiana, la sua mente annebbiata dal sonno scavava nei campi deserti e aridi della solitudine riportando alla luce reperti pieni di rancore di un passato mai sostituito dal presente.
Gli amici. Aveva speso anni per cacciare la sua timidezza, per sentirsi parte di qualcosa. Loro sapevano tutto sin dall’inizio, tutto. Si erano burlati di lui per mesi, impegnandosi in una finzione surreale che lo fece sentire uno di loro, quando invece lo avevano sempre ritenuto un miserabile indegno di rispetto. Quello che gli faceva male era che dentro di sé lo aveva sempre saputo. Per anni aveva tentato di dimenticare come lo avevano disprezzato ed emarginato quand’era piccolo, con l’alibi che ormai erano cresciuti, che i bambini sono cattivi. Ora si girava e rigirava nel letto rivivendo quei segmenti della memoria in cui lo prendevano in giro perché suo padre era scappato, lo tormentavano sfidandolo ad andare a raccontare tutto a quella puttana della madre. Come quel carnevale nella piazzetta vicino casa in cui lo umiliarono davanti a tutti. Come quella volta che alle medie pagarono una della terza per fargli una sega e poi… Basta, non ne poteva più di loro, non poteva perderci ancora il sonno. Sognava spesso di prenderli uno per uno di notte, spaventarli a morte, torturarli, e poi ucciderli. Dal giorno in cui li scoprì confabulare di Nico e Luisa, il maledetto eco di quelle risate, tutto quello che Alberto aveva condiviso con loro era stato assorbito dall’ombra affamata dell’amore infranto. E veniva nuovamente stuprato dal pensiero di tutte quelle sere in cui Luisa non usciva, oppure andava dalle amiche del paese vicino, a tutte le serate in cui neanche Nico era con loro, in cui tutti facevano finta di prenderlo in giro alle spalle per quello che si perdeva. Soprattutto un evento, in particolare, gli riusciva difficile scacciare dalla mente: erano tutti in montagna a mangiare funghi allucinogeni riportati da un viaggio di uno di loro. Luisa gli aveva detto che non sarebbe venuta tra le sue proteste, si sarebbe persa una serata magica, avevano pure bisticciato. Nico era sparito e tutti gli avevano riso dietro, e la sera venne fuori che era dovuto andare dalla ex per parlare: cosa che aveva scatenato un’onda di risate in cui più d’uno aveva pianto, più esilarante ancora di quando avevano avvistato nel bosco una barca a remi trainata da una lumaca e un serpente.
Un giorno, mentre rimuginava senza possibilità di scampo da questo residuo del passato, prese una colonna con una Lotus, distruggendo la fiancata. Per fortuna c’era l’assicurazione, ma andò comunque dal capo del personale a prendersi due giorni di ferie. Sentiva di non farcela più, stanco e provato com’era.
Alberto giorno dopo giorno si sentiva sempre più pesante. La costante veglia allucinata lo costrinse a cambiare abitudini. Ora non riusciva più ad alzarsi la mattina, si addormentava solo poco prima del suono della sveglia; la giornata ora era focalizzata a ricercare dei momenti in cui entrare in un breve dormiveglia che almeno gli regalavano alcuni minuti di lucidità appena si ridestava. Così aveva cominciato a vestirsi per il lavoro la sera prima di andare a letto, posticipando la sveglia alle sette, cosa che gli garantiva di non doversi svegliare del tutto prima di arrivare al garage, continuando il sonno nel breve tragitto a piedi da casa alla fermata del tram, e di dormire nel viaggio. Al lavoro dormicchiava nell’intervallo tra una macchina e l’altra, riportato spesso all’ordine dalle strombazzate dei clienti impazienti, cosa che gli era costata alcune lavate di capo dal suo superiore. Tanto stava meditando di licenziarsi, e se lo avessero fatto loro tanto meglio...
Passavano le settimane. Nella veglia notturna combatteva i tristi pensieri non più con gesta eroiche, ma con fughe in paesi esotici. Aveva cominciato a pensare seriamente di partire di nuovo, non ne poteva più della compagnia del passato. Quanto tempo era che non chiudeva occhio? Non aveva neanche il coraggio di dirlo a nessuno, avrebbe pure dovuto inventarsi qualche giustificazione, o avrebbero pensato che fosse impazzito.
Le giornate diventavano sempre più difficili. Erano cominciate pure le allucinazioni, o sogni ad occhi aperti, spesso non capiva la differenza. Più di una volta vide Luisa e Nico che si baciavano appassionatamente davanti a lui: la prima volta che gli successe era in tram, si fiondò verso di loro senza sapere precisamente cosa fare e, accecato dall’ira, alzò il pugno per poi ritrovarsi di fronte a due vecchie signore che per poco svennero dalla paura e che lo insultarono fino alla sua discesa. Basta, tutto ciò era troppo per Alberto. Passino le veglie notturne, la depressione, la fatica mentale che faceva per scacciare i suoi pensieri d’amore e odio, le vicende irrisolte, ma la realtà che si faceva incubo era una situazione troppo pesante, non era in grado di combattere quei deliri, e si sentiva peggio dei giorni che aveva passato a piangere, disperato e ferito da tutti.
Un giorno in particolare la situazione gli sfuggì di mano. Era il 13 Febbraio, così aveva detto un signore in tram a un barbone che gli aveva chiesto la data; nel frattempo Alberto ad occhi chiusi guardava inebetito Nico che lo indicava e ridacchiava, voltandosi di continuo a sussurrare cose a Luisa senza smettere di ridere di lui. Il tram arrivò alla sua fermata e Alberto si convinse a correre per evitare di vedere scene simili nel breve tragitto verso il garage. Durante l’orario di lavoro vide o sognò quei due ben nove volte, in otto delle quali si erano apertamente fatti beffe di lui, mentre in una si erano limitati a fare silenziosamente l’amore sul cofano della macchina che aveva appena parcheggiato.
Tornò a casa con gli occhi iniettati di sangue, pianse urlando finché rimase senza voce. Non mangiò niente. Rimase sdraiato tutta la notte a pensare alla follia e alle sue conseguenze inevitabili. Prima di prendere sonno era arrivato alla conclusione che li avrebbe uccisi entrambi, che il giorno dopo sarebbe tornato al paese e li avrebbe massacrati con il coltello della carne che aveva preso con i punti del supermercato. E dormì una mezzora, ormai era giorno.
Suonò la sveglia e Alberto si svegliò di umore diverso. Non fece colazione per gustarsi con più calma il tragitto che faceva ormai da quasi due mesi ad occhi chiusi fino alla fermata. Pensava al sud America, all’India. Aveva deciso in un attimo che, arrivato al lavoro, sarebbe andato subito dal capo e si sarebbe licenziato, avrebbe preso accordi per la liquidazione e il pomeriggio avrebbe fatto i bagagli. Poi sarebbe andato all’aeroporto per partire subito, lasciando tutto, ovvero niente. Era deciso. Arrivò alla fermata che sorrideva ad occhi chiusi.
Fu distolto dai suoi pensieri da un odore acuto, come di latte acido, che lo colpì come un pugno allo stomaco. Non aveva coraggio di aprire gli occhi, fino a quel momento tutto era stato tranquillo, aveva paura di nuove allucinazioni, ma quell’odore irresistibile vinse il timore. Un elegante nanetto sgattaiolò in mezzo alle sue gambe facendolo trasalire e s’infilò in una botola che si trovava sotto la panchina della pensilina alzando un coperchio invisibile, lasciandola aperta e portandosi dietro quel lezzo nauseabondo, che stava però diventando quasi attraente per Alberto. Certo, quella situazione era ben strana, e ancora più strano era il contesto: la città sembrava addormentata, le macchine passavano solo in lontananza e quasi a rallentatore e nessun passante si avvicinava per poter condividere quella stranezza, anche solo con uno sguardo. Alberto decise che stava sognando. Riusciva a tenere gli occhi aperti, non aveva sonno e tutto era surreale e favoloso. Sorrise e decise di continuare quell’avventura, tanto anche se s’era addormentato e faceva tardi al lavoro poco male, ormai non costituiva più un problema. Così si accucciò per esplorare quell’apertura. Non riusciva a vedere niente, solo un’oscurità compatta. Sentiva quell’odore scemare, ormai non voleva perderlo per niente al mondo, così infilò le gambe sedendosi sul bordo del buco: pensò per un attimo alla ridicolaggine della situazione e si allarmò per il fatto che forse quella era la realtà e lui era impazzito, si immaginò che magari adesso stava delirando di fronte a quelli che tutti i giorni prendevano il tram con lui… Poi si sentì afferrare i piedi e fu ingoiato dal buio.
Il buio lo strappa dalla realtà definitivamente e in un attimo, cullandolo per un tempo indefinibile. Alberto ora non sente più niente, esiste solo una sensazione di sazietà e benessere senza la tirannia del tempo, senza la coscienza dell’esistenza. Se avesse mantenuto un barlume di volontà, quella sarebbe di rimanere così per sempre.
Poi si accorge di essere nella nebbia più totale, una nebbia calda, soffice, su un pavimento che si confonde con l’indefinitezza che lo circonda. La quiete è totale, i sensi offuscati, nessun desiderio, nessuna memoria arrivano alla sua mente, sente solo le sensazioni fisiche, il sonno. Si desta che la nebbia si è più rarefatta, meno avvolgente. Resosi conto che ombre giganti la attraversavano, inizia a sentire voci, brusii, risate. Non ha coraggio di muoversi, si sente toccato dolcemente, manipolato con delicatezza.
Ogni tanto la nebbia cambia bruscamente colore e diventa pesante. Il verde, l’arancio, il nero si accavallano bruscamente dandogli angoscia e dolore, tristezza, confusione. Poi tornano quelle figure che lo toccano, che ridono, che cantano dolci melodie, e torna anche la quiete, la nebbia soffice.
Si sveglia nell’oscurità. E’ un buio denso, palpabile. E un odore tremendo che già conosce, che, chissà perché, gli porta alla mente la figura di un nano, un’immagine inquietante sfuggente, sbiadita. La luce che compare ad illuminare il mondo lo distoglie finalmente da quello strano pensiero. Si trova ora in una stanza gigantesca, tanto da non vederne le pareti. C’è un fuoco bianco sospeso in aria, spaventose figure senza volto gli passano accanto silenziosamente veloci. Sente ruggiti, urla, fragore provenienti da vicino, ma non riesce a muoversi un minimo per capire qualcosa della situazione in cui si trova. Un gigante compare dietro di lui. Può vederne solo la testa, piena di un ghigno inquietante: il cuore gli esplode dal terrore. Poi vede il sangue. Il suo sangue che inonda la stanza, offusca pian piano la luce facendo diventare tutto sempre più arancio. Vede omini bianchi schizzare in tutte le direzioni: portano degli oggetti in mano, spariscono e ritornano sempre più numerosi; vorrebbe urlargli contro, piangere, implorarli per sapere cosa gli stiano facendo. Poi smette di sentire il suo cuore e comprende: quello che quegli omini portano via sono pezzi del suo corpo. Un urlo gli cresce dentro con una forza inestinguibile, gli assorda la mente. Un terrore cieco si impossessa di lui, finchè il sangue non gli riempie gli occhi e tutto diventa nero.
Sonnecchia sulla panchina di legno. Il caldo settembre lo culla in un sogno meraviglioso, un sogno che ha già fatto ma che sfuma lentamente nell’oblio. La nonna lo sfiora sulla guancia, odora di rosmarino: ha finito di preparare la pizza, ora possono andare a cogliere le more. Il papà è sulla sdraia del nonno con in bocca un filo d’erba, riposando nell’immobile tramonto. Il cane li segue, zoppicando come la nonna; si avviano per la stradicciola tra i girasoli che li guardano a capo chino, ormai sazi dell’estate. Alberto piange, mai è stato così felice. Si ferma un attimo per godersi quel momento: il muto amore della nonna, la bestia fedele, il sole rosso che gli scaldava la schiena fino all’anima, i fiori tristi, le dolci more che lo aspettano poco lontano, sul limitare del bosco delle sue fantasie della sera…
Alberto è un bambino. Siede nel seggiolino della giostra, mentre la mamma lo spinge. La mamma è felice e nell’ebbrezza della velocità Alberto si sporge ad ogni giro per sfiorarne il vestito a fiori, il suo preferito, assorbendone la gioia. La luce improvvisamente cambia, si fa lattiginosa, fredda. Le risate della mamma si fanno più distanti, come un eco lontano. Alberto ora osserva il bambino sulla girandola, gli occhi diventati seri e vitrei, le mani che stringono il seggiolino così forte da diventare bianche, finte, il sorriso che scopre pian piano i denti inferiori. Il bambino che conteneva il suo essere diventa un pupazzo dal viso terreo, l’odore orribile torna ad investirlo e tutto sfuma. L’ultima immagine che gli appare è la mamma sorridente che spinge distrattamente la giostra colpendola con il piede mentre guarda rapita un uomo all’orizzonte.
Alberto è paralizzato, a malapena riesce a guardarsi intorno. Realizza con stupore che si trova sul divano di casa, ma c’è qualcosa di diverso dal solito. L’ambiente gli sembra sconfinato, enorme: riesce a scorgere solo poco più in là degli immensi cuscini; alza lo sguardo, non arriva a vedere il soffitto, è come se una nuvola lo avesse circondato per impedirgli di vedere oltre il divano. Si rende conto di essere la bambola della madre, quella bambola di quand’era bambina, a cui è tanto affezionata e che occupa da sempre l’angolo del divano, quella bambola che la donna abbraccia quando è triste, quando le manca il passato, quando il presente la tradisce. Inizia a sentire. Riconosce la voce di sua madre, sì, è lei, che discute con un uomo, suo padre! I due si urlano addosso; Alberto non capisce niente di quello che dicono: è come se parlassero un’altra lingua, simile per i suoni, ma con parole completamente differenti, che per lui non significano niente. Vorrebbe intervenire, abbracciarli e piangere. Capisce che stanno litigando come mai prima d’ora, che questa volta sarebbe finita male. Che il papà se ne sarebbe andato e non l’avrebbe mai più rivisto. L’angoscia gli stringe il cuore in una morsa d’acciaio, il pianto muto che si serba dentro e che non riesce ad interrompere la discussione, il senso di colpa di starsene lì così, sul divano… Ma è una bambola… Le bambole non parlano, non piangono, non disturbano le discussioni delle persone.
- el radona somai, raterra? – tuona il papà.
- rudai sine, rudai morfa, mareari, rudai! – replica furibonda la mamma, con la voce rotta dal pianto.
Sente la porta aprirsi e sbattere con gran fragore, i singhiozzi della mamma, una sedia che va a sbattere contro la porta; una mano gli afferra il piede e lo scaglia lontano nella nuvola…
Alberto è un soldatino a guardia della piazzetta del vicolo. Guardando con orgoglio la sua baionetta, scivola sul cemento a testa alta, impavido aspetta il nemico con ansia, si sente pronto. Neanche un suono turba l’attesa: le finestre sono scomparse, le cornacchie non si fanno vedere. Finisce il suo ennesimo giro, si volta di scatto. Forse non si sarebbero presentati neanche oggi, quei codardi. Tre ombre, intanto, si materializzano dal vicolo; Alberto si irrigidisce. Le ombre si avvicinano velocissime, non gli danno tempo di reagire, sono già intorno a lui. La piazzetta si popola di suoni, di risate. Ora Alberto guarda dall’alto con stupore il suo corpo nudo, diventato una fragile statua di pietra senza piedistallo, caduta inevitabilmente al suolo. Le ombre si stringono sempre di più intorno alla sua effigie, le risate si fanno più forti. Alberto da sopra grida con tutte le forze che possiede, ma il clamore della piazzetta deserta è diventato ormai un boato. Le ombre stanno bagnando con un getto sottile la statua riversa, che si sgretola velocemente a contatto con quel liquido tremendo: in pochi secondi la statua si dissolve e pure le ombre scompaiono, nella piazzetta non è rimasto più niente. Solo la baionetta, bagnata, ormai inservibile.
L’autunno alla finestra. Le gocce si depositano sul vetro, si scontrano, si rincorrono. Silenzio in casa, Alberto è uno dei suoi giocattoli preferiti, il guerriero teschio, seduto sul davanzale a guardare la tormenta, mentre si riposa dalle sue battaglie contro i suoi nemici giurati, la banda del cinghiale. E’ stremato: sconfitti dopo una guerra infinita, ora si trovano tutti sparpagliati sul pavimento, li può guardare da sopra, inermi e innocui, almeno per ora. Il termosifone sotto la finestra lo scalda, piacevolmente assopito immagina di tornare dalla nonna insanguinato dopo la battaglia. Lei lo accoglie con il fuoco del camino, la pizza, le sue carezze ruvide in grado di curare tutte le ferite, le castagne già pronte nella pentolaccia, il mosto… ma la nonna non c’è più… e Alberto si scioglie nella pioggia, nelle lacrime.
Alberto è a scuola. Immobile sul banco, non può muoversi, è in punizione. Si sta facendo buio fuori, è ora di tornare a casa, altrimenti la mamma si preoccuperà. Ma il suo corpo è incollato al banco e, nonostante i suoi sforzi, non se ne può staccare in nessun modo. Da sotto compare una mano misteriosa gli slaccia lentamente i pantaloni, si infila in un lampo nelle sue mutande e comincia ad accarezzargli delicatamente le palle, per poi afferrargli con sicurezza l’uccello. Comincia ad andare su e giù, con delicatezza. Rosso in volto e inebetito, aspetta con ansia che quella situazione finisca, in fremente attesa del piacere. Su e giù, sempre più veloce. Improvvisamente realizza che la solitudine di prima era solo un’illusione. Un mormorio pieno di punti esclamativi sale nell’alto soffitto dell’aula: ci sono i suoi professori a semicerchio, in piedi dietro di lui, che borbottano parole sconnesse senza guardarsi, parlano tra loro con i volti in ombra e lo sguardo fisso su Alberto. Su e giù, su e giù, la mano stringe sempre più forte, tanto da mozzargli il fiato. Il panico lo assale, implora urlando sottovoce a quella mano di fermarsi, cerca di scuotersi con tutto lo slancio vitale che possiede, ma rimane incollato al banco mentre sente di stare per venire. Su e giù, ancora, su e giù. Il mormorio dietro di sé si fa un sussurro, agli occhi cattivi si aggiungono i sorrisi spietati. Nell’esplosione di quel terribile piacere, vede sua madre illuminata in un cono di luce davanti a lui, osserva le lacrime scendere dal suo sguardo crudele. Lo sperma fuoriesce in un’esplosione purpurea, invade il banco, schizza i muri, sporca il vestito candido della mamma. Calano le tenebre.
La piscina, l’estate. Giulio gli passa la prima canna della sua vita in un’estasi di calore e corpi nudi. Aspira il fumo soffice. Alberto è sdraiato sul bordo con le gambe immerse fino al ginocchio. Soffia una nuvoletta candida che lo accarezza dolcemente prima di fondersi nel caldo del pomeriggio. Giulio intanto parla, ride, lo culla con i suoi racconti. Un altro tiro. Sbuffa lentamente, e nel mentre compare Luisa dall’acqua calda che lo bacia sulla pancia guardandolo negli occhi. Il denso fumo continua ad uscire dalla sua bocca e lentamente avvolge tutto quello che lo circonda, ammorbidisce le parole, abbraccia Giulio e Luisa, regalandogli la quiete assoluta prima che tutto svanisca.
L’amore con lei, l’unico amore. Sono in montagna, è la prima volta che lo fanno. Niente ansia, le mani vanno da sole, i corpi si fondono nella dolcezza della primavera. E’ la prima volta che un essere umano lo fa sentire l’unico, la prima volta. Sente dentro di sé le sue parole, il suo alito, il suo calore. Alberto esce dal corpo, vola nel cielo, nel sole. In quell’estasi, nella sazietà del bisogno di vita, si immerge nella spirale infinita riempiendosi di luce, trasformandosi in una stella e vivendo appieno il suo ciclo quasi infinito in pochi istanti. Rientra nel suo corpo sudato, ora sono entrambi bambini; asciuga con un bacio il candido ventre di Luisa e si adagia nel suo odore chiudendo gli occhi. Si mette in bocca un filo d’erba e ne assapora la vita fino in fondo, fino a raggiungere Dio.
Si trova seduto sull’asfalto del parcheggio dove lui e gli amici si ritrovano tutti i giorni. E’ da solo, si gode il sole caldo del pomeriggio. Vede arrivare i suoi amici, da lontano sembra che si tengano per mano. Li vede avvicinarsi in un movimento unico, organico, come un’onda che scivola sull’asfalto. Alberto si smarrisce in quella sensazione visiva, prende le distanze dal suo corpo, che ora si accorge essere il suo motorino ormai diventato vecchio, sbiadito. Le figure che aveva avvistato circondano lentamente il motociclo adagiato al suolo. Alberto li guarda dall’alto, una cupa angoscia lo assale quando analizza la scena. Quelle figure che aveva scambiato per i suoi amici sono dei manichini, ognuno collegato all’altro per mani e piedi. Osserva i volti di legno scuro, che a distanza gli erano sembrati netti e riconoscibili: ora li percepisce grossolani e asimmetrici, nonostante ciò, comunque familiari. Ora sono a cerchio intorno al motorino, li sente sussurrare sommessamente, risate soffocate e vocali che sfuggono ogni tanto, mentre i busti si piegano in avanti e sembrano unirsi sempre di più, fino alle spalle, alle orecchie… Sente distintamente pronunciare il nome di Luisa. Vorrebbe ascoltare i loro discorsi: sente che stanno parlando di lui, di Nico, ma più si avvicina per cogliere qualche frase, più i corpi si fanno vicini ed uniti e le parole sussurrate e incomprensibili. La frustrazione è insopportabile, l’ira lo assale: “cosa cazzo dite, eh?” urla spaccando l’atmosfera, con uno strano eco di risate femminili che gli risponde da lontano. Poi il silenzio. In un attimo Alberto si ritrova da solo, con le lacrime agli occhi, a fissare il suo motorino ormai ridotto in pezzi, dopo che gli amici/manichini si sono sciolti sopra di questo, tramutati in segatura e volati via con il vento, senza lasciare altro segno del loro passaggio oltre a rottami e rabbia.
Si trova in camera di Luisa. Una tenda viola copre la visuale del letto, ma non gli nasconde le ombre delle trame dell’amore. Sente la sua voce, le sue risate. Sente Nico, la sua lingua e il suo cazzo che esplorano, rivelano il piacere della donna che ama. Alberto ora è suo padre, sente l’ira crescergli dentro, il cuore impazzito, il desiderio di sangue. Squarcia la tenda con un colpo secco, come una lama. Piomba il silenzio. Il letto è sfatto, umido, profuma di lei, ma invece dei due amanti trova un piccolo Alberto ranicchiato come un feto; piccolo nel senso della dimensione, ma con un volto orribilmente invecchiato e chiazze di capelli che gli mancano dalla testa. Pena infinita: in un attimo non è più suo padre, ma quell’Alberto moribondo nel letto umido. Vorrebbe gridare al padre “portami via… andiamo via insieme!”, ma queste parole rimbombano solo nella sua testa, dalla bocca esce solo un lieve sospiro.
E’ di nuovo sulla giostra, ma la mamma non c’è. Poi è lui stesso, con indosso i vestiti del matrimonio del fratello di Luisa, che spinge il bambino nel seggiolino. Ogni giro una spinta, il bambino ride e gli sfiora la cravatta ad ogni passaggio… Il tempo sembra fermarsi. Ma Alberto si distrae: c’è Luisa che viene verso di lui, anche lei indossa il vestito per il matrimonio, è bellissima. Lei avanza senza toccare terra. Alberto continua a spingere distrattamente la giostra, rapito da quell’apparizione. Man mano che Luisa si avvicina, però, si rende conto che qualcosa non va: la ragazza splendida che lui serberà nel cuore per l’eternità sembra svanire man mano, fino a diventare carne senza sangue, un corpo freddo, senz’anima. Un cadavere. Quando gli arriva davanti, ormai spoglia di ogni ricordo di umanità, Alberto capisce e il cuore gli si ferma nel petto. Il fetore lo assale, lo prende allo stomaco, lo fa cadere in ginocchio. Il bambino nella giostra non c’è più. Al suo posto una bambola cerulea vomita fiotti di liquido bianco.
La giostra si ferma lentamente. Anche la bambola è scomparsa, dal suo seggiolino si alza un nanetto dall’eleganza sfavillante con tuba, bastone, papillon e doppiopetto. Il lezzo sembra aumentare: Alberto ne viene infine sopraffatto, il corpo si irrigidisce, i sensi si spengono rapidamente. Il nano ora volteggia sopra un palco sterminato e con inchini smisurati saluta una folta platea muta e immobile.
Alberto, nell’ultimo istante, vede in uno spettatore della prima fila la sua maglietta preferita… i suoi stessi occhi annoiati e la sua smorfia sarcastica… come… come quando… sì… lei… tutta emozionata… gli leggeva le frasi sottolineate dal libro che le piaceva tanto…
E il nano chiude il sipario.
Dal “Messaggero” del 15 Febbraio 2011. Un tragico incidente, figlio dei tempi che corrono. Un romeno con precedenti penali per violenza e rapina, E. C., ubriaco fradicio, all’altezza della fermata del tram di via dello Scalo a San Lorenzo, perde il controllo della sua Mercedes, supera la banchina che separa la strada dalle rotaie e investe un ragazzo di 23 anni, un onesto lavoratore, Alberto Salvi, schiacciandolo contro la pensilina della fermata del tram e uccidendolo sul colpo. Inutili i soccorsi, che arrivano con prontezza sul posto…


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