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lavoro pubblicato lunedì 9 settembre 2013
ultima lettura lunedì 17 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

X

di Polly. Letto 806 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Le dita laccate di rosso rubino scivolano sulla riga ondulata degli addominali, indugiano appena intorno all'ombelico poi sprofondano nei peli del pube. La mano di lui saetta e arpiona quella della giovane donna. «Chi diavolo sei?» Le ringhia contro.

Le dita laccate di rosso rubino scivolano sulla riga ondulata degli addominali, indugiano appena intorno all'ombelico poi sprofondano nei peli del pube.
La mano di lui saetta e arpiona quella della giovane donna. «Chi diavolo sei?» Le ringhia contro.
Lei ha un sussulto, appare smarrita poi un sorriso ritrova la strada tra il denso strato di rossetto. «Devi andarci piano con la tequila, compadre!»
L'uomo stringe gli occhi, come se faticasse a mettere a fuoco; lei si sposta indietro col corpo, rimanendo sempre seduta accanto a lui. «Que tienes haora?»
«Cosa dici?» Balbetta quasi senza pensarci.
«Che cosa hai?» Il forte accento spagnolo, marcato in ogni sillaba accuratamente scandita.
La donna si passa gli indici sotto gli occhi prima di ispezionarli. Due righe di matita nera le macchiano i polpastrelli, li strofina sul lenzuolo, sopra le proprie cosce. Li lecca e ripete l'operazione, guardando verso l'alto. «Lo avevo detto al Perro che uno yankee non avrebbe retto il suo ritmo.»
Con fare arrogante gli poggia due dita sotto il mento, «Yo quiero tambien mi dinero,» si alza di scatto, le calze a rete arrotolate all'altezza delle ginocchia e i fianchi segnati da un perizoma troppo stretto. «E non dire che non mi hai capita!»
L'uomo scuote la testa, diverse gocce di sudore si dipanano dai lunghi capelli neri. Afferra i jeans buttati a terra poco più in là e fruga nelle tasche.
Con le mani aperte tira fuori diverse banconote, un coltello a serramanico e una pistola semiautomatica. Rimette dentro le armi e conta trenta dollari per la donna.
«Hei grazie, mi amor! Chiamami se hai ancora voglia di me, basta che chiedi di Transìto al portiere.»
Si infila un vestito scollato, getta tra le lenzuola una busta e con le scarpe in mano esce, lasciandolo seduto sul letto con lo sguardo perso nel vuoto.
Si guarda intorno, gira su se stesso almeno tre volte prima di decidere di vestirsi. Raccoglie i pantaloni che aveva gettato sulle coperte, se li appoggia sulla vita per controllarne pressapoco la taglia e li indossa.
Fruga tra le lenzuola disfatte per cavarne un'anonima maglietta a maniche corte, bianca. Un paio di scarponi da trekking sono appoggiati davanti alla porta.
La carta della busta la straccia. Una foto: un uomo sulla quarantina, capelli brizzolati.
Si tira indietro i capelli con le dita, senza guardasi allo specchio ed esce.
Un uomo con la pelle rovinata da un acne devastante gli fa un cenno dal bancone della portineria, è molto magro, emaciato e sorride da sotto un gilè troppo grande, «come è andata con Transíto signore?»
Lui si volta di scatto, come colto da una rivelazione e si precipita verso il portiere. Lo arpiona per il bavero e lo trascina verso di sé. L'altro viene praticamente sollevato di peso e sbatte le gambe contro la cassa. «Dove sono i miei documenti?» gli ringhia a pochi centimetri dal viso.
«Non me ne ha dati, signore. Non facciamo troppe domande qui...»
Lo lascia cadere all'indietro scatenando le risa di un vecchio seduto su una poltroncina all'ingresso.
«Chi è il Perro?»
L'uomo magro si aggiusta il gilè sulle spalle e si massaggia il collo, «io signore, io sono el Perro.»
«Vuoi dire che ho passato la serata con te?»
«Be' no signore, con la puttana. Io vi ho solo servito da bere e fatto compagnia per un paio di giri.»
Lo lascia con un gesto stanco, l'espressione assente. «Torno in camera, non credo di avere le chiavi, dammene una copia.»
Riceve anche una busta, arrotolata e infilata a forza nell'anello delle chiavi. Stessa carta della precedente, stesso giallo ocra.
Aspetta di essere in ascensore per cavarne un foglietto a quadretti con su scritto, null'altro che un numero di telefono.

Si lo so mamma, siamo in ritardo. Adesso arrivo! Intanto voi salite in macchina.

Mette tutto in tasca e spalanca la porta della stanza. Tutto è tornato in ordine, come se lui non ci fosse mai stato.
Si avvicina allo specchio privo di cornice dell'ingresso. Un bell'uomo sui trent'anni, dai lineamenti squadrati lo fissa con imperscrutabili occhi neri, dalla liscia superficie d'argento. «Chi diavolo sono?»
Sussurra, come se la sua immagine potesse rispondergli. Si massaggia il collo, una cicatrice sul lato destro cattura la sua attenzione.
Sposta i capelli con due dita e una bruciatura a forma di X fa capolino dalla pelle abbronzata.
Si sofferma a osservarla meglio, non è accidentale, è un marchio. Gli uncini sui bracci della lettera sono evidenti, ed è perfettamente simmetrica: impossibile pensare a una ferita casuale.

La terra battuta pregna di cristalli di sale balugina, irradiata dal sole morente. Un'occhiata alle costruzioni bianche a un piano, niente che gli faccia suonare un campanello, nulla che accenda un input. Cammina lungo la strada cercando di raccogliere più informazioni possibili, di fotografare mentalmente ogni angolo, nella speranza che questo possa far riaffiorare un ricordo.
Si infila nel primo internet point che incontra e senza degnare di uno sguardo il grasso proprietario, si impossessa di una cabina telefonica.
«Vediamo a chi appartiene questo numero.»
Un voce registrata risponde al primo squillo. «Via Caracol, numero sei.»
«Merda!» Si lascia sfuggire, dando un pugno all'apparecchio.
«Hey hombre! Quidado!» Con un gesto del capo abbozza un inchino verso il proprietario, visibilmente alterato, una busta giallo ocra scivola da sotto l'apparecchio.
"Guarda le empanadas".
«Ma cosa?» Socchiude gli occhi, non ha tempo per pensare, raccoglie cinque monete sopra gli elenchi ed esce.


«Devi andare a studiare da tuo cugino, è già un miracolo che decida di aiutarti, non possiamo fare tardi.»
«Ho detto che sto scendendo!»


Fischia per bloccare un "remis" e fregandosene dei pericoli cui si può incappare scegliendo un taxi non autorizzato, salta nella vecchia volkswagen. «Calle Caracol, rapido por favor.» Si stupisce per meno di un secondo: tra le molte cose ignote della sua vita fino a quel momento, il fatto di conoscere lo spagnolo non è poi così rilevante.
Via Caracol sembra essere una delle strade principali, decine di persone si accalcano davanti agli ingressi dei pub e delle choperias. Una decina di turisti tedeschi dalla pelle color aragosta lo supera ridendo rumorosamente, non appena scende dal remis. Intercetta stralci di discorso, capendo: non solo di conoscere il tedesco, ma anche il nome del paese dove si trova: San Pedro de Atacama.
Il villaggio si rivela essere davvero piccolo, neanche tre minuti per arrivare. Il numero civico sei è dipinto con tinte forti al lato dell'insegna del pub. Il rosso e il nero che hanno usato per decorarlo spiccano sulla parete blu acceso.
Qualche dollaro al tassista ed entra. L'Estaka è gremito, e i tavoli sono tutti occupati. Impossibile capire chi avrebbe dovuto incontrare in un posto come quello. Un uomo non troppo alto gli trotterella intorno, ha baffi piccoli e l'aria bonaria, da sotto la giacca multicolore spunta il calcio di una pistola. Lo avvicina cercando di nascondere una forte agitazione e gli porge una busta chiusa.
"Parla con la donna."
Una ragazza si affaccia dalla tendina di semi e sassi che separa il locale dalla cucina, ha i capelli intrecciati in lunghi dreadlock scuri. Il corpo esile, abbracciato da pantaloni aderenti e la maglietta un paio di misure più grandi. «Era ora!» Si limita a dirgli subito dopo averlo raggiunto.
Lui esita, cosicché la ragazza è costretta ad afferrarlo per un braccio e a trascinarlo in cucina.
Nel piccolo locale male aerato c'è un gran viavai di persone e piatti, lo indirizza verso un angolo apparentemente tranquillo e lo spinge, facendolo appoggiare al muro piastrellato.
«Ti aspettavo ieri sera, ma che cavolo è successo? Guarda che qui salta tutto!»
«Io non so nemmeno chi tu sia.» Gli sussurra all'orecchio cercando di fuggire gli sguardi dei camerieri e dei cuochi.
Lei sgrana gli occhi, per una buona manciata di secondi pare rimanere senza fiato, poi si sposta i capelli dal collo. Una bruciatura a forma di X del tutto simile a quella del ragazzo, e una lineetta verticale troneggiano sulla pelle scura.
Lei fa un cenno del capo invitandolo a guardare. «Andiamo "Dieci" sono "Nove"! Lavoriamo insieme.»
Il ragazzo avrebbe risposto ma lei lo zittisce saltandogli al collo e infilandogli la lingua in bocca, subito dopo che un uomo sulla quarantina li supera smette. «Perdonami ma devo avere una scusa per tenerti qui dentro. Non posso perdere questa copertura.»
«È senza dubbio un ottimo modo, ma davvero io non so chi sono.»
«Perché sei venuto da me, allora?»
«Me l'ha detto un uomo, sembrava italiano. Una specie di mafioso con la giacca strana.»
Lei si fa seria tutto d'un colpo. «Se davvero non sai chi sei né chi sia io, siamo nella merda più nera.»
Un ragazzino moro con le braccia cariche di empanadas quasi non lo travolge, si scusa goffamente e riprende il suo lavoro. Con la busta ancora in tasca, Dieci si volta verso il cameriere e muove due passi nella sua direzione. Sufficienti per far fallire il colpo. Il sibilo del proiettile giunge insieme al grido e il cuoco accanto a lui rovina a terra. Gli occhi sgranati e l'espressione di chi non ha capito.
Un'esplosione spazza via i loro dubbi assieme a una valanga di detriti, stoviglie e corpi. Dieci scatta in avanti per coprire la ragazza ma il suo slancio d'altruismo si perde nel vuoto del pavimento. Lei è già rotolata dietro un mobile d'acciaio.
Le mani pigiate sulle orecchie, «stai giù, eroe!»
Lui non la sente o finge di non farlo, mentre due uomini in tuta nera irrompono in quello che è rimasto dell'Estaka, con una mezza capriola si porta al lato opposto alla ragazza.
Nove ha estratto due pistole, ha tenuto per se la più piccola e ha fatto scivolare l'altra verso di lui.
Sembra un copione provato più volte: lui l'afferra, esplode due colpi e cambia riparo. Lei fa lo stesso dal suo lato e, nel tempo impiegato a contare una decina di proiettili, si ritrovano insieme. Un vecchio frigorifero a pozzetto offre loro una buona copertura. «Io esco e tu li atterri.»
Il ragazzo si accovaccia per prendere il massimo dello slancio possibile, conta mentalmente fino a tre poi salta. Una raffica di pallottole segue, inutilmente, la parabola che descrive in aria. Atterra sulle mani e con un agile capriola è di nuovo al riparo.
La donna è uscita subito dopo il suo balzo e prima che il compagno si rimetta in piedi, fredda i due assalitori.
Si concedono qualche secondo per studiare la situazione, ed escono, quasi contemporaneamente.
Entrambi si dirigono verso i due cadaveri in tuta nera, la devastazione del locale pare non avere alcun effetto su di loro. Nove scavalca il torace del ragazzino delle empanadas, e per meno di un secondo si chiede dove siano finite le gambe. Sul vassoio impiastricciato la busta giallo ocra sembra brillare.
Nella nenia dei lamenti e delle grida si lanciano come avvoltoi sui due corpi. Si muovono in perfetta sincronia: prima cosa i passamontagna, poi le tasche.
Nessun documento, nulla che possa identificare i due assalitori, solo due stelle d'oro, Dieci prende la sua e e aspetta che la ragazza faccia altrettanto.
«Ti sei fatto seguire... Quindi è vero che non ricordi nulla.» Gli da una pacca sulla spalla, «togliamoci di qui prima che arrivi la polizia.»
Nove raccoglie le armi dalle mani ancora calde dei due cadaveri, un'occhiata complice all'altro e gliene passa una. Con due balzi superano i detriti che erano la porta d'ingresso e i primi tavoli, qualcuno si lamenta ancora lì sotto, ma non saranno loro a recuperarlo.

Nove ha appena fatto la doccia e si avvicina con due bicchieri di pisco sour gelati. I capelli cortissimi tirati indietro, svelano due lucenti occhi azzurri, poco visibili dietro quella che ora, Dieci sa essere una parrucca.
«Quindi noi siamo i buoni?»
«Puoi anche metterla così. Fammi vedere quella foto.»
Lui si solleva su un gomito, infila due dita nella tasca posteriore dei jeans e gliela porge. Con un un salto lei lo raggiunge su sofà, tira su i piedi scalzi e osserva l'uomo ai capelli brizzolati della fotografia. «Quindi è questa la faccia di quel figlio di puttana. È anche un bell'uomo non ti pare?»
Lui si limita a fare spallucce, senza staccare le labbra dal long drink gelato. Le sue riserve di energia si stanno esaurendo.
«E pensare che Uno e Sei sono morti per scattarla. Tu dovevi essere con loro, magari sei stato colpito di striscio, o hai battuto la testa, per questo non ricordi nulla. Abbiamo trovato i loro corpi nella "valle della luna" un paio di giorni fa.»
«Ma non ce l'ho un cacchio di nome?»
Nove trangugia il contenuto verde chiaro del suo bicchiere e prende una sigaretta da una scatola di legno di cactus, poggiata su un tavolino basso.
«Certo che ce l'hai un nome, ma io non so quale sia! Tu sei Dieci, o semplicemente X. Almeno da quando lavori con noi. È possibile che Uno conoscesse le identità degli altri, d'altronde è...» si corregge, forzando il tuo della voce, imprimendo enfasi, «-era- lui a occuparsi del reclutamento.»

«non voglio chiamarti di nuovo!»
«Va bene, va bene, solo altri cinque minuti!»

Una vibrazione del terreno fa tremare le pareti del bunker sotterraneo, ma Nove sembra non farci caso, «un fuoristrada ci deve essere passato sopra.» Sentenzia, con aria rilassata, poi sfila da sotto il sofà una scatola di metallo nero. «Il tipo nella foto ha creato molti problemi a diverse persone, ha le zampe infilate un po' dappertutto però, e il nostro governo non può occuparsene regolarmente, ecco perché entriamo in gioco noi.»
Lei alza un sopracciglio mentre apre la scatola, «tu. Veramente. Io dovevo soltanto fornirti queste armi, sapevamo che eri controllato e non avresti potuto portarne con te. Ma a questo punto andremo insieme, tanto la mia copertura è saltata.»
Dieci solleva il fucile di precisione, lo soppesa tra le mani, poi ne calibra a occhio la taratura, prima di riporlo di nuovo, «a che serve questa cazzata del segno sul collo? Perché ho una bruciatura a forma di X?»
«Semplice, perché se schiatti, noi lo sapremo leggendo i giornali, un segno di quel genere non passa inosservato e un giornalista lo citerebbe in un articolo, parlando di una morte violenta. E fidati quelli come noi, non crepano mai di vecchiaia! Ora dormi, stando alle mie formazioni il tizio dovrebbe passare per San Pedro domani.»
Così dicendo si alza e si infila nell'unica porta della stanza. Ne riemerge pochi istanti dopo con una coperta e un vecchio cuscino tra le mani. «Devi accontentarti, questo rifugio è pensato per una persona, e quella persona sono io.»
Gli getta la coperta sopra e si avvicina per dargli un buffetto sulla fronte.
Lui le prende la mano. La trae a sé, Nove sorride mentre gli permette di stringerla. Con un gesto veloce le pone l'altra mano sulla nuca e la strattona, quasi costringendola al contatto col proprio corpo.
Con le labbra le sfiora la pelle del collo, la lingua si insinua fino all'orecchio. Ancora un sorriso che lui non può vedere, poi il rumore inconfondibile dello scatto di un coltello e una punta gelida tra le sue scapole. «Non provarci nemmeno campione, abbiamo già superato questa fase ed è stata disastrosa.»
Lei si alza e si dirige di nuovo verso la porta, un istante prima di sparirvi dietro si affaccia, gli lancia il coltello dopo averlo richiuso, «questo è tuo! Buonanotte.»

Forse sono passate un paio d'ore, forse di più. Difficile dirlo sei metri sotto terra. Dieci scatta a sedere, un rumore quasi impercettibile gli fa voltare la testa a sinistra.
Nel buio più completo armeggia con la mano sotto al sofà alla ricerca del fucile.
«Sono entrati.» la voce di Nove è solo un sussurro, è alle sue spalle ed è in piedi.
Con la punta delle dita sfiora il metallo della custodia, si sporge ancora un po' e riesce ad arpionare la maniglia.
Un sibilo e una bocca di fuoco si spalanca davanti a lui. In pochi attimi il buio è squarciato da lampi ritmati e consecutivi, dietro di lui Nove grida, poi più nulla.
Allora si volta, cerca di capire dove si trova e dove si trovi la donna, intorno a lui una serie di rumori incomprensibili mescolati a un vociare sommesso e schiocchi.
Una serie di passi veloci verso l'uscita e i suo istinto gli impone di rifugiarsi sotto il tavolino.
Un'esplosione, solo pochi attimi di silenzio poi il fragore del mondo che gli rovina intorno.

L'aria è satura di polvere, lo sente nel naso e nella gola. Nel buio si sposta, dal riparo di fortuna, a carponi. Le mani affondano nella terra: dove c'era il pavimento, solo un cumulo di macerie e terra smossa. Prova a chiamare la sua compagna, ma le sue grida si perdono nel vuoto del pertugio in cui si trova.
Non riesce ad alzarsi, il soffitto è in parte crollato, scoprendo la roccia sovrastante. Dove c'era la porta, solo un cumulo di terra umida.
Con le dita inizia a scavare, sa che deve dirigersi verso l'alto, sono solo pochi metri; sei aveva detto Nove.
Scava, mentre le mani iniziano a sanguinare, scava anche se le sue riserve di ossigeno si stanno esaurendo, scava nella speranza di vedere uno spiraglio di luce, un filo d'aria fresca. Qualunque cosa gli infonda nuova forza per continuare a scavare.

«E porca puttana!»
«Marco! Allora?» La voce di sua madre arriva dal piano inferiore, Marco si sfila il casco e lo appoggia al letto. Una X troneggia sul nero lucido del copricapo.
«Scusa mamma.» Lei farfuglia qualcosa di cui il ragazzo capisce solo la parte finale, riguarda il telefono. Quindi alza il ricevitore accanto alla consolle.
«Luca ciao.»
«Allora come è andata?»
«Male, non ho nemmeno superato il bunker.»
«Ma almeno con la ragazza ci sei riuscito?»
«Niente... Secondo me è tutto lì, perché se ci riesco, rimango sveglio e sento arrivare i nemici. E non ho nemmeno aperto l'ultima busta.»
«E allora certo che ti hanno fregato!“
All'altro capo del telefono Luca si prende una pausa, poi sentenzia: «comunque "Visual X" è davvero troppo forte!»
«Guarda che si chiama "Visual Dieci".»
«Ma che dici, l'ho letto nella rivista ufficiale, "Visual X".»
«Nel film lo chiamano "Visual Dieci".»
«Ma che c'entra? Il film e il videogioco sono due cose differenti, non hanno nemmeno la stessa casa di produzione!»
«No Luca, sono sicuro, è "Visual Dieci".»
«Scommettiamo?»
«E va bene dai, scommettiamo.»
«"Visual X..."»
«"Dieci..."»
«"X..."»


Commenti

pubblicato il 10/09/2013 13.31.32
RichardNevereyes96, ha scritto: Ciao! :) Visto che ti sei presa il disturbo di leggere il mio "Vita di un pesce" mi sono sentito in dovere di dare uno scorcio anche ai tuoi lavori. Beh, che dire ... non sono un gran critico nè tanto meno in grado di dare dei veri giudizi su dei lavori che non sono i miei, ma leggendo questa breve storia sono rimasto veramente impressionato, sopratutto per il finale che non mi ero per niente sognato ... e si che i riferimenti ci potevano anche essere, sotto intesi nel testo! ;D Molto bello e fluido nella narrazione a mio parere, forse un po' confuso verso metà dove mi sono un attimo perso nella moltitudine di informazioni che ci vengono date, ma sicuramente molto piacevole! Continua così :) se ti va passa a dare un'occhiata anche alla seconda storiella che mi sono immaginato (sempre ammesso che me la postino)!!!
pubblicato il 10/09/2013 13.51.03
Polly, ha scritto: Grazie! :) contenta che ti sia piaciuto e soprattutto che ti abbia stupito. L'idea era quella.
pubblicato il 10/09/2013 15.28.51
RichardNevereyes96, ha scritto: Sicuramente hai colto nel segno! ;) comunque manco io trovo il mio secondo scritto...o non l'hanno approvato oppure nemmeno lo hanno letto ... staremo a vedere!
pubblicato il 11/09/2013 10.43.25
martollo, ha scritto: delizioso...

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