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lavoro pubblicato domenica 1 settembre 2013
ultima lettura giovedì 20 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nel buio - Parte 1

di Stefano92. Letto 648 volte. Dallo scaffale Fantascienza

BUIO: Mancanza di luce. Essere al buio. Fare un salto nel buio, affrontare qualcosa senza poterne prevedere le conseguenze; SIN. Oscurità.

Andrea Mazzini controllò l'orologio. Mancavano pochi minuti all'oscurità totale ed era ancora nell'edificio da lui chiamato l'Arsenale.
Era una vera e propria armeria, conteneva ogni genere di armi. Dalle pistole ai fucili. Dai mitragliatori ai bazooka, ma a lui non serviva un'arma del genere, perché ci avrebbe messo troppo tempo a caricarla. Bastava un fucile a pompa per tenerli a bada. Per sicurezza, poi, aveva una borsa piena di caricatori e una pistola.
Osservò l'Arsenale. Era un edificio gigantesco, sembrava un grosso capannone. Il tetto era curvo e a lati finiva a circa tre metri da terra. Le pareti erano massicce e spoglie. Si vedevano i mattoni grossi quanto uno scatolone di cinquanta centimetri d'altezza. Non sapeva che l'aveva costruito, non sapeva neanche che cosa ci facesse lì, un'armeria di quelle dimensioni. Fatto sta che, ogni volta che arrivava, sembrava che non mancasse niente e se la sera prima aveva svuotato uno scaffale, i giorno dopo era ancora pieno. Ciò aveva dell'inquietante, ma tutto lo era in quel posto. Già, quel posto. Ormai si trovava lì da un sacco di tempo e non trovava una via d'uscita. Ogni sera, ad una determinata ora, lui e sua sorella (in quel momento doveva trovarsi da qualche parte a cercare un visore notturno), dovevano raggiungere un altro edificio, dove sarebbero stati al sicuro per tutta la notte.
L'edificio non era lontano, ma ogni sera era sempre più difficile raggiungerlo.
Quelli là fuori tenevano duro in maniera impressionante e questo lo sfiancava a forza di sparare con il fucile. Per questo si portava dietro una borsa piena di munizioni.
Finì di riempire la borsa di cartucce e la chiuse con la cerniera, lasciando però uno spiraglio aperto. Prese il fucile e chiamò sua sorella.
- Allora? L'hai trovato?- L'eco rimbombò, nonostante l'Arsenale non fosse vuoto. Rumori di oggetti spostati frettolosamente giunsero, anche loro rimbombando, da qualche parte alla sua destra. Poi sentì la voce di Francesca che rispondeva.
- No. Non riesco a trovarlo. Forse si trova più avanti...- Andrea scosse la testa e riguardò l'orologio. Mancavano solo quattro minuti. Poi ci sarebbe stato il buio.
- Non abbiamo molto tempo. Dobbiamo muoverci.-
Cominciò a incamminarsi per i corridoi di scaffali pieni zeppi di armamenti di ogni tipo. Delle granate occupavano uno scaffale lungo tre metri, ma Andrea non ne aveva bisogno. Continuò a camminare, svoltando a destra o a sinistra, per raggiungere Francesca.
Una scatola attirò la sua attenzione. Si fermò per vedere cosa fosse. Era piena di polvere, ma si intravedeva un disegno stampato sul coperchio. Soffiò per tirare via la polvere e vide che c'erano disegnati un paio di occhiali, simili al visore notturno che stava cercando. Un po' ansioso, temendo che fosse vuota, la aprì e guardò dentro.
Due visori notturni di colore nero sembravano fissarlo.
Andrea mormorò un'approvazione e li prese.
- Lascia stare, li ho trovati. Andiamo.- Francesca spuntò dall'angolo.
- Davvero? Dov'erano?- Poi guardò lo scaffale dove si trovavano gli occhiali e spalancò gli occhi. Indicò la scatola.
- Ma io qua sono già passata... E prima non c'erano. Come possono esserci ora?- Andrea rispose immediatamente, glissando su quel argomento.
- Avrai guardato male. Ora andiamo.- Passò un visore a Francesca e il suo se lo mise al collo. Lo fece anche lei e Andrea notò che aveva cambiato l'arma. In mano aveva una specie di mini-mitragliatore.
- Dov'è la pistola che avevi.- Francesca guardò la mitragliatrice, poi alzò le spalle e tirò fuori dalla tasca tre caricatori. Li mostrò ad Andrea.
- Ho deciso di cambiare. Ultimamente sono diventati difficili.-
Si rimise i caricatori in tasca e guardò suo fratello. Improvvisamente rimasero in silenzio e mille pensieri volarono per le loro teste.
I genitori, la casa, i loro cani e il Burger King. Si trovavano in quella situazione di prigionia da un sacco di tempo e non riuscivano a trovare un modo per tornare a casa.
L'allarme acuto, ma non forte, dell'orologio digitale di Andrea cominciò a suonare.
Bip-bip...
Bip-bip...
Bip-bip...
Mentre i grandi finestroni dell'Arsenale si riempivano rapidamente di nero, i due fratelli indossarono i visori e prepararono le armi.
In lontananza, si udì il suono di una campana, simile a quella della chiesa.
La notte era appena cominciata.


.Caldo.


Il caldo bestiale che svegliò Matteo, in una notte d'estate, era qualcosa di innaturale. La finestra era chiusa e questo era già di per sé strano, perché Matteo non riusciva a ricordarsi se prima di addormentarsi l'avesse lasciata aperta. Era anche andato a letto vestito (una maglietta bianca e dei pantaloni corti fino al ginocchio) e aveva addirittura ancora le scarpe addosso.
Il suo ansare era l'unico rumore che si avvertiva in quella stanza illuminata appena dal lampione lontano sulla strada fuori dalla finestra chiusa. Attendendo che la vista migliorasse, Matteo si guardò intorno, cercando di capire dove si trovasse. Poi riuscì a intravedere la porta a circa quattro metri di fronte a lui e la sua mente materializzò subito l'immagine della stanza. Ora si trovava disteso nel letto dei suoi genitori, un letto matrimoniale, e rimase immobile a fissare la porta. Ansando un po' meno di prima, si chiese cosa diavolo ci facesse lì. Dopo essere rimasto a rimuginare su questo dilemma, decise di alzarsi. Il letto cigolò in modo inquietante mentre si metteva dritto, ma Matteo aveva diciotto anni e ormai era grande per spaventarsi. Il giorno dopo avrebbe oliato le molle, così non avrebbero più cigolato. Con uno sforzo si alzò e per un momento temette di perdere l'equilibrio, ma si stabilizzò subito. Con passo stanco si avviò verso la porta.
Inciampò nelle ciabatte e per poco non cadde per terra. Mormorò un imprecazione e continuò a camminare, guardando per terra per evitare altri ostacoli. Andò a sbattere contro l'armadio con la testa e un dolore lancinante lo attraversò tutto.
- Ahia! Porcalaputtana...- Mollò un pugno all'armadio, come se questo servisse a qualcosa, e si massaggiò la testa. Quando il dolore passò un po', mise la mano avanti e cercò la maniglia della porta. Dovette cercare per qualche secondo prima di trovarla, poi aprì la porta per andare nel corridoio. Si era aspettato un'ondata di aria fresca, ma quello che lo inondò fu solo aria calda, della stessa temperatura della camera. Sconcertato, fece un passo avanti e cercò l'interruttore della luce. Quando lo trovò lo premette. La luce non si accese. Provò un altro paio di volte. Niente. Forse c'era la lampadina bruciata, ma scartò subito l'ipotesi, dato che nel corridoio le lampadine erano due ed era impossibile che si fossero bruciate contemporaneamente. Sbuffò e attese che gli occhi si abituassero all'oscurità, poi si avviò verso la cucina. Questa volta fu fortunato e non inciampò, né andò a sbattere contro qualcosa. Provò un altro paio di interruttori, ma la luce rimase spenta. A quanto pare, la luce era saltata. Si passò una mano sulla fronte per asciugare il sudore. C'era proprio un caldo bestiale...
Arrivato in cucina, aggirò il grande tavolo che stava al centro della stanza, andò verso il frigo e lo aprì. Le lucette non andavano, ma un po' di fresco c'era.
-Ahhh... Finalmente!- Prese la bottiglia dell'acqua e trangugiò tre sorsi in un colpo. Sospirò e rimise la bottiglia al suo posto. Improvvisamente un miagolio lo fece sobbalzare, ma si calmò subito. Si trattava di Grigino, il suo gatto. Si chiamava così proprio per il suo lucido mantello (grigio scuro e tigrato) e ora che Matteo lo cercava nell'oscurità, non lo vide subito. Poi notò un movimento a terra, vicino al suo piede e subito dopo sentì Grigino che strusciava.
- Ciao, Grigino ... Hai sentito che caldo?- Gli giunse un miagolio forte e comprese che aveva fame.
- Hai fame, vero?- Alzando i piedi, in modo da evitare di inciampare, Matteo andò verso un mobiletto, aprì l'anta e tirò fuori il sacchetto delle crocchette per gatti. Lo aprì e prese un mucchietto con una mano. Pose il sacchetto sul tavolo e si avviò a sinistra del frigo, dove c'era la ciotola per il gatto. Si accucciò e con la mano libera tastò alla ricerca della ciotola e quando la trovò versò le crocchette con Grigino che spingeva la mano per farsi spazio e mangiare. Lo accarezzò e si alzò in piedi. Doveva andare in bagno. Guardò l'ora sull'orologio in alto, sopra alla televisione. Era appena l'una di notte. Matteo si rese conto che quel caldo soffocante gli aveva fatto passare il sonno.
Dopo essere riuscito a trovare una pila, Matteo la accese e si avviò in bagno. Continuò a provare gli interruttori, ma non ottenne risultati.
Aprì la porta del bagno ed entrò. Il caldo era più soffocante che mai. Sbuffò e decise di aprire la finestra. Mise la mano libera sulla maniglia della finestra e sentì che era calda. Caspita! La temperatura era più alta di quanto pensasse, se la maniglia era tiepida. Tentò di girare, ma la maniglia non si mosse. Provò con più forza, ma non si mosse di un centimetro.
Appoggiò la pila sulla mensola e usò due mani.
Inutile, per quanti sforzi facesse la maniglia era bloccata. Decise di lasciare perdere e si abbassò la cerniera dei pantaloni per pisciare. Era un po' difficile al buio, ma sentì di non aver sbagliato mira.
Quando finì, tirò l'acqua e si lavò le mani. Prese la pila e ritornò nella cucina. Vide che Grigino era davanti alla porta per uscire. Matteo si avvicinò, illuminando il gatto con la pila.
- Vuoi andare fuori, eh? Mi sa che vengo anch'io.- Notò che anche quella maniglia era tiepida e quando fece forza per abbassarla, non si mosse.
- Ma che cazzo succede...- Provò con due mani, ma ottenne lo stesso risultato della finestra del bagno. Grigino miagolò, forse chiedendosi perché il suo padrone ci metteva tanto. Matteo si rese conto all'improvviso di essere nel panico. Provò a calmarsi e andò di corsa in cucina per controllare anche la porta-finestra per uscire nel poggiolo.
Niente. Era bloccata anche lì. Pure tiepida.
Con il cuore in gola, provò tutte le finestre della casa. Per ultima, la finestra della sua camera. Neppure in una stanza grande, circa un quadrato di sei metri per lato, il caldo bestiale era diminuito. Matteo si chiese mentalmente da dove potesse venire il termine caldo bestiale. Accantonò la domanda e si concentrò sulla maniglia. Provò speranzoso ad aprire la finestra.
Bloccata. E la maniglia, calda.
Matteo rimase così scioccato. Tutto sembrava irreale. Il caldo, le finestre bloccate... magari era tutto un terribile incubo. Strizzò gli occhi, nella speranza di svegliarsi, ma quando li riaprì, era sempre fermo nella sua stanza, con la dannata finestra davanti a lui.
Il suo respiro accelerò e i battiti divennero più veloci e più forti. Piccoli puntini bianchi e rossi apparvero intorno ai suoi occhi. Era sotto shock.
Improvvisamente dietro a lui, una luce bianca si accese.
Si voltò di colpo, attendendosi che la luce del corridoio si fosse accesa, ma si accorse che non era la luce del corridoio. Sembrava quella del bagno. Ma era una luce troppo bianca per essere di quella stanza. La lampada del bagno irradiava una luce gialla, mentre questa invece era di un bianco innaturale. Il suo ansimare accelerò. Era nel panico totale. Improvvisamente il gatto miagolò forte e l'ombra della sua testa comparve sul pavimento del corridoio. Matteo era immobilizzato, la pila puntata a terra. Ormai tremava. Il gatto soffiò.
La strana luce si spense di colpo e Matteo sentì dei colpi, poi il rumore di una porta che si chiudeva. Matteo era spiazzato e si chiese se per caso non avesse avuto una visione. Rimase fermo per qualche secondo, poi si mosse per la prima volta. Non sentiva niente. Schioccò le labbra per chiamare il gatto, ma non ottenne risposta. Si mosse verso la porta, puntando la pila. Lentamente fece dei passi, continuando a schioccare le labbra e quando arrivò alla soglia, esitò nel puntare la pila alla porta del bagno. Ma alla fine si fece coraggio e si avvicinò alla porta. Passò la pila dall'alto verso il basso e ancora intorno per vedere se trovava il gatto. Fece un giro su se stesso lentamente, ma non vide niente.
Tornò alla porta e la studiò attentamente. Passò con attenzione la pila per vedere se c'era qualcosa e quando arrivò in basso, trovò veramente qualcosa.
Graffi. Appena accennati, ma c'erano.
E percorrevano tutta la base della porta, da una parte all'altra. Sembrava che il gatto avesse graffiato in orizzontale. Si accucciò per vedere meglio. Notò con stupore di avvertire un'arietta fresca che filtrava da sotto la porta. Si avvicinò ancora e lì notò un'altra cosa.
C'erano delle tracce di sangue.
Comprese immediatamente quello che era successo al suo gatto. Si alzò di scatto, puntando la pila sulle poche tracce di sangue per terra, vicino alla fessura della porta. Indietreggiò, ansimando per la paura. Si rese conto che ora la ragione era sparita insieme al suo gatto. Quello che era successo era qualcosa di soprannaturale, di mostruoso. Un soffio d'aria fredda si levò dalla fessura, con un rumore sordo. Un rumore strano. Matteo si bloccò di colpo, con il fascio di luce tremolante puntato alla porta.
Una luce bianca si accese da dietro la porta.
Matteo credeva di svenire per la paura. Non riusciva a muoversi.
La porta si apri di colpo e una ventata gelida lo investì. La pila si spense inspiegabilmente e Matteo si ritrovò in mezzo al vento gelido e un rettangolo bianco davanti a lui. Cercò di darsi una mossa, un tentativo per fuggire , ma era come in trance. Il vento si placò e la luce bianca si spense. Matteo ansimava, ma non riusciva ancora a muoversi.
Poi, nel buio, qualcosa si mosse. Per Matteo fu la goccia che fece traboccare il vaso. Si sbloccò di colpo e si voltò per fuggire,ma una forza misteriosa lo afferrò per i piedi e lo tirò verso la porta. Cadde per terra e sbatté la testa lateralmente, ma non sentì nulla. L'adrenalina era al massimo e si riprese quasi subito.
Urlò con quanto fiato aveva in gola, mentre la forza lo tirava velocemente in mezzo all'oscurità totale.
L'unica cosa che sentì, oltre al suo urlo d'orrore, fu la porta che si chiudeva.
E svenne.


.Ghiaccio.


Lentamente, Matteo aprì gli occhi.
Un bagliore di luce bianca lo aveva svegliato. Sbatté gli occhi, poi ricordò. Un gemito rauco gli uscì dalla bocca e avvertì solo in quel momento il pavimento freddo a contatto con la sua faccia. Puntellandosi sulle mani. si alzò con un po' di difficoltà. Era ammaccato in un paio di punti, ma si sentiva bene. Sentì il gusto del sangue in bocca e con la lingua sentì un piccolo taglio all'interno del labbro. Non era niente.
Si guardò intorno e si stupì nel vedere uno spaventoso paesaggio. Si trovava in un gigantesco corridoio con le pareti coperte di ghiaccio e distanti circa quattro metri. Il soffitto era alto e la poca luce non permetteva di vederlo. Ma in fondo al corridoio la luce era intensa e bianca. C'era così freddo che Matteo vedeva il suo fiato condensato molto bene. Si voltò per cercare la porta del bagno, ma si bloccò. In quella direzione, non si vedeva niente. Solo un muro nero, come se finisse lì. Matteo guardò per terra, alla ricerca della pila e la trovò a un paio di metri dal punto in cui prima era sdraiato. La accese e la puntò verso l'oscurità. Non vide niente. "Dove mi trovo?" Si chiese. Si guardò indietro, verso la parte illuminata. Dopo un attimo di riflessione, decise di andare da quella parte. Cominciò a incamminarsi lentamente, guardandosi intorno con fare circospetto. Era ancora spaventato e i suoi passi risuonavano in quel luogo freddo e stranamente candido. Continuò a camminare. Improvvisamente un gorgoglio risuonò da qualche parte davanti a lui, che si bloccò. Ci fu un attimo di silenzio, poi il rumore riprese. A circa tre metri da terra, sulla parete si formò una crepa e un liquido scuro cominciò a scendere. Ormai c'era abbastanza luce e Matteo si avvicinò per vedere meglio. Il liquido continuava a scendere e ogni tanto spruzzava fuori di colpo a causa dell'aria. Quando fu abbastanza vicino e dopo aver allungato la mano per toccare quel liquido misterioso, Matteo si rese conto che era rosso ed emanava un odore metallico.
Si trattava di sangue.
Il ragazzo si portò immediatamente la mano sporca di sangue alla bocca e un conato di vomito lo scosse. Si chinò in avanti, lasciando cadere la pila, che rotolò verso il punto in qui la piccola cascata di sangue si raccoglieva. Un altro conato, poi sembrò stabilizzarsi. Si pulì la bocca le la mano nella maglia. Altri gorgoglii giunsero da vari punti delle due pareti e, qualche secondo dopo, altre piccole cascate di sangue colarono attraverso le pareti. Matteo fissava inorridito lo spettacolo e cominciò ad avviarsi in fretta verso la fine del corridoio, dove la luce era intensa e lasciandosi alle spalle le cascate che ancora gorgogliavano. Guardò verso l'altro e con stupore, scoprì che non c'erano lampadari o simili che diffondessero di luce l'ambiente. Sembrava piuttosto che le pareti si illuminassero da sé. Matteo strizzò immediatamente gli occhi, per vedere se per caso era ancora un incubo e, quando non ottenne risultati, si schiaffeggiò. Non si svegliò. Era la realtà. Rimase immobile, tremando come faceva prima di essere trascinato in quel posto.
Un lamento lungo si sentì dietro di lui. Si girò immediatamente e fissò stravolto una specie di arto simile a quello umano sbucare dalla parte. Aveva tre dita tozze e la pelle era violacea. Sbucava fuori dal ghiaccio in maniera impressionante, perché sembrava che facesse parte di esso. Le tre dita artigliarono l'aria e successivamente uscì fuori una testa.
Quella orribile visione fu troppo per Matteo, che si mise a correre verso il fondo del corridoio. Altri lamenti disumani si aggiunsero al rumore delle sue scarpe che sbattevano sul pavimento uniformemente bianco. Quando arrivò al vicolo cieco, intravide una porta scavata nel ghiaccio alla sua sinistra e si lanciò. I lamenti spaventosi sembravano vicinissimi quando Matteo aprì la porta. Entrò senza nemmeno guardare dove era arrivato e la richiuse subito con un tonfo.
Si appoggiò ad essa, ansimando per la corsa e per la paura. Rimase fermo qualche minuto, per riprendersi, poi passò gli occhi per la stanza.
Si trovava in quella che sembrava una vecchia cucina abbandonata. Un piccolo tavolo rotondo con una gamba spezzata stava ribaltato nell'unico angolo vuoto della stanza e un vecchio frigorifero arrugginito era appoggiato alla parete proprio di fronte a lui. Un piccolo fornello occupava il lato a sinistra, dove si trovava un'altra porta, diversa da quella da dove Matteo era entrato. Il soffitto era basso e al centro si trovava una lampadina accesa, l'unico elemento che illuminava la stanza di una luce dorata. Le pareti erano stavolta normali, solo spoglie e con qualche graffio qua e là. Si avvicinò alla lentamente alla porta e appoggiò l'orecchio per sentire e ci fosse qualcosa di pericoloso.
Subito non sentì niente, ma poi gli parve di sentire delle voci. Voci umane. Si sentì un po' rincuorato, sapendo che tuttavia non era da solo in quel luogo spaventoso, ma decise di non rischiare.
In punta di piedi indietreggiò e raccolse la gamba spezzata del tavolo. Sentì dal suo peso che era solida. Reggendola nella mano come una mazza e pronto a colpire, ritornò alla porta e sentì l'inconfondibile rumore di un'arma che si caricava.
Poi, una voce autoritaria rimbombò da dietro la porta:
- Allora? Che aspetti? Spara!-
Matteo alzò automaticamente le braccia.


.L'Anticamera dell'Inferno.


Andrea spinse il portone con la spalla e si buttò dentro insieme a Francesca che lo seguiva a ruota. Cadde per terra e sentì una fitta alla gamba sinistra.
Francesca si affrettò a chiudere velocemente il portone arrugginito, poi si appoggiò alla porta ansimando per la precedente corsa.
Andrea mise da parte il fucile e si tolse la borsa quasi vuota dalla spalla. Ansimava anche lui, ma in più si era fatto male alla coscia... Forse uno stiramento. Cominciò a massaggiarsi la gamba dolorante, stringendo i denti ogni volta che sentiva dolore, ma non si fermò. Francesca si voltò a guardare suo fratello. Quando vide che si stava massaggiando la gamba, temette che fosse qualcosa di grave.
- Cosa ti sei fatto?- Chiese preoccupata. Andrea scosse la testa e fece un sorriso forzato.
- Niente. Forse mi sono stirato il muscolo. Non potrò più muovermi velocemente... - Si guardò intorno.
Era tutto come lo avevano lasciato. Il quadro appeso raffigurante un paesaggio al tramonto a metà muro era ancora impolverato e pericolante sui chiodi malfermi. Il comò alla sua destra aveva ancora la bottiglia d'acqua rovesciata nella stessa posizione di ieri.
Guardò sua sorella, che stava ancora fissando la sua gamba.
- Dobbiamo andare su. Forse troveremo qualcosa. - Disse, indicando la propria gamba. Francesca annuì e si avvicinò, tendendogli una mano.
- Ce la fai ad alzarti? Ti aiuto...-
- Non serve. Ce la faccio.- La interruppe Andrea. Recuperò il fucile e lo puntellò per terra. Era abbastanza lungo. Si inginocchiò sulla gamba sana e con un ultimo sforzo, si alzò.
- Bene. Andiamo. Prendi anche la borsa.- E si avviò per le scale dietro di lui. Francesca raccolse la borsa, lo seguì e lo aiutò a salire i gradini, dato che la bocca del fucile scivolava sulla superficie marmorea delle scale. La scala era stretta e in cima arrivava ad una porta che portava alla cosiddetta Anticamera dell'Inferno.
Anche questo nome lo aveva dato Andrea, ma era un nome azzeccato, dato che una porta si apriva per un luogo strano, molto diverso dagli altri di quel posto.
Le pareti ghiacciate e luminose davano un aspetto inquietante al corridoio e il sangue che sgorgava ogni sera non migliorava certo lo spettacolo. Per non parlare delle creature che uscivano dalle pareti...
Andrea non sapeva cosa fossero e non voleva saperlo. Avrebbe solo peggiorato la cosa. Come si vuol dire, l'ignoranza è felicità...
Ma si trovavano lì da un sacco di tempo, forse tre settimane, e non avevano ancora trovato un modo per uscire da quel incubo.
Arrivati in cima, accesero la luce ed entrarono nella sala dove dormivano la notte su due brande trovate abbandonate, insieme a quel edificio. La stanza era abbastanza grande e al centro aveva un grande tavolo rettangolare. In un angolo c'erano un paio di materassi, oltre a quelli sulle brande, e qualche coperta.
Su ogni parete c'era una porta.
Quella a destra era del bagno, quella a sinistra era una specie di dispensa che conteneva cibo per giorni, che ora era quasi vuota e quella in fondo portava in una stanza mai usata, dove c'era un'altra porta che dava al corridoio. Un grande lampadario illuminava a giorno gli angoli della stanza misteriosa, poiché non c'erano finestre.
Andrea mise per terra il fucile, si lasciò andare con un sospiro su una branda e distese la gamba. Ricominciò a massaggiarla, cercando di far passare il dolore. Francesca appoggiò la borsa sul tavolo e si mise anche lei sulla sua branda. Rimasero in silenzio, ognuno assorto nei propri pensieri, poi Andrea chiese a Francesca:
- Dov'è la tua mitragliatrice?-
Lei si passò una mano fra i capelli per metterli a posto, poi rispose, con voce mesta:
- Mi è caduta mentre stavamo correndo. Sono inciampata su qualcosa, ma non ho fatto in tempo a vedere cosa perché c'erano loro che facevano dei rumori strani. Ero spaventata e sono andata avanti, piuttosto che fermarmi.-
Si fermò, con lo sguardo pensieroso.
Tump!
Un tonfo arrivò dalla stanza dietro alla porta in fondo alla sala.
Sembrava il rumore di una porta che sbatteva.
Quella dello strano corridoio.
Andrea afferrò il fucile e lo passò a Francesca. Lei controllò che fosse carico.
Era scarico. Allora prese una pallottola e la infilò nel caricatore del fucile. Poi un'altra e un'altra ancora. Lo caricò e lo puntò verso la porta da dove era giunto il rumore. Esitò. Andrea se ne accorse e disse:
- Allora? Che aspetti? Spara!- Francesca alzò di più il fucile. Il dito tremava sul grilletto. Poi qualcuno urlò da dietro alla porta.
- FERMI! Non sono quello che credete!- Francesca rimase di stucco.
Non era possibile... Allora c'era qualcun altro in quel posto. Comunque non si fidò e disse con voce tremante:
- Apri lentamente la porta e fatti vedere!- La porta si aprì e dietro vide un ragazzo con una maglietta sporca di sangue. Teneva le braccia alzate come se fosse in arresto e avanzò di qualche passo, fissando il fucile con aria spaventata.
Francesca abbassò un po' il fucile e chiese:
- Chi sei?- Il ragazzo attese un momento prima di rispondere, poi disse con aria spaventata:
- Mi chiamo Matteo Selmo e ho diciotto anni. Abito a Zelo e sono stato trascinato qui da qualcosa che si nascondeva nel buio.-
- Puoi abbassare le braccia.- Disse Andrea.
Il ragazzo abbassò le braccia. Francesca lo guardò, stupita. Era sicura che diceva la verità, perché era stato catturato proprio come loro.
Andrea si alzò sui gomiti.
- Come sei stato catturato?-
- Come?- Balbettò Matteo, sempre con lo sguardo fisso sul fucile.
- Puoi abbassare le braccia. Ho chiesto come sei stato catturato.-
Matteo abbassò le braccia e si passò una mano tra i folti capelli.
- Mi trovavo in casa, da solo. C'era caldo, ma la porta e le finestre non si aprivano. Poi una strana luce bianca proveniente dal bagno ha preso il mio gatto e quando mi sono avvicinato ha preso anche me. Solo senza la luce. Sono svenuto e mi sono ritrovato nel corridoio di là.-
Matteo indicò la porta alle sue spalle. - Del sangue ha cominciato a scendere dalle pareti di ghiaccio e poi mi sono rifugiato qui.-
- Da quanto tempo ti trovi qui?- Domandò Francesca.
- Da poco. Neanche cinque minuti.- Rimasero tutti in silenzio, poi Matteo, che era ancora in piedi, chiese:
- E voi chi siete?- Francesca fece un sorriso forzato e appoggiò il fucile sul tavolo. Indicò una sedia a Matteo e disse:
- Siediti pure.- Lui si sedette e Andrea prese la parola.
- Mi chiamo Andrea Mazzini. Lei è mia sorella Francesca. Noi abitiamo, o per lo meno abitavamo ad Arzignano. Siamo stati presi proprio come te. Il caldo, le porte e finestre chiuse, tutto uguale.- Fece una pausa, assorto nei propri pensieri. Poi riprese.
- Siamo qui da circa tre settimane e non abbiamo ancora trovato un modo per andarcene.- Matteo aveva gli occhi spalancati.
- Siete qui da tre settimane? E come fate per mangiare?-
Gli rispose Francesca.
- Abbiamo trovato un supermercato ancora pieno di roba da mangiare e ne abbiamo preso un po', ma domani faremo un altro giro.- Matteo guardò per terra, poi chiese:
- Ma siete solo voi, qui? Cioè, non avete visto nessun altro?- Andrea scosse la testa.
- Non c'è nessuno. E' solo di notte che il paese si popola di gente. Ma sembrano zombie. Girano senza meta e si attaccano fra loro, mangiandosi a vicenda. Ogni notte dobbiamo venire qui per ripararci da loro e non è facile. Ti scoprono subito. Sembra che hanno una specie di sesto senso...- Fece una pausa e guardò Matteo.
- Da qui non abbiamo ancora trovato un modo per andarcene, quindi mi sa che tu dovrai unirti a noi.-
Matteo ricambiò lo sguardo, sconcertato, ma non disse niente. Andrea si disse che doveva per forza stare con loro, altrimenti era sicuro che le probabilità di sopravvivenza sarebbero state minime, se non nulle.
- Ora sarebbe meglio dormire. Tu Matteo, puoi prendere un materasso e una coperta dall'angolo là.- Indicò a Matteo il punto in cui si trovavano. Poi regolò l'orologio e contemporaneamente disse:
- Domani potremo chiacchierare con più calma.-
Detto questo si girò e, stanco com'era, si addormentò all'istante.

*

Dopo aver sistemato la propria branda, Matteo si sedette e chiese a Francesca, parlando piano, nel timore di svegliare Andrea:
- Fa sempre così?-
Francesca si tirò su col gomito e guardò Matteo.
- Ogni sera dobbiamo affrontare quelli che compaiono di notte. Sembrano zombie, solo che non si muovono come loro. A prima vista si direbbe che sono persone normali, ma non è così.-
Si avvicinò a Matteo.
- Loro sentono gli intrusi. Non so come, ma ci riescono. E' per questo che ogni volta dobbiamo andare all'Arsenale. Là le munizioni non mancano mai.- Matteo annuì, poi chiese di nuovo:
- Che cos'è l'Arsenale?-
- E' un edificio circa al centro di questo paese, che contiene armi e munizioni di ogni genere. Ci sono anche carri armati, ma non servono a molto, visto che non sappiamo usarli.-
- Carri armati?- Matteo era sconcertato. Francesca lo guardò, sorridendo.
- Sì, ce ne sono almeno un paio. Ma senti questa. Anche se tu finisci un reparto di munizioni, il giorno dopo è ancora pieno, come se non avessi preso niente. E' una cosa incredibile. Lo stesso vale per il supermercato.- Matteo era sconvolto.
- Ora scusami, ma io adesso dormo. Sono molto stanca.- Gli sorrise. Poi aggiunse:
- Domani avremo più tempo per conoscerci.-
Si voltò e allungò la mano sul muro per spegnere la luce.
- Buonanotte.- E si addormentò.
Matteo, invece, non riuscì a dormire.


.A&O.


Mille e passa esseri umani ridotti similmente agli zombie avanzavano nell'oscurità.
Ma non a caso. Con passo strisciante, ma veloce, si avvicinavano ad Andrea.
Lui si trovava davanti al rifugio, da solo, e in mano aveva un potente mitragliatore. Si chiese dove fosse finita Francesca. Concentrò lo sguardo sull'orda di zombie che si avvicinava e la vide.
Era in mezzo a loro, uguale a loro. La pelle della fronte era sbrindellata e mostrava il cranio sanguinante.
Terrorizzato, alzò il fucile e sparò a sua sorella, che ormai non lo era più.

*

Si svegliò appena prima di premere il grilletto, ansante per lo spavento e subito non si ricordò dove fosse. Si guardò intorno con aria persa, poi tutto gli venne in mente. Lasciò ricadere la testa sul materasso e sospirò. Grazie alla debole luce che filtrava dalla porta socchiusa, gli occhi si abituarono presto all'oscurità. Guardò sua sorella, ripensando al sogno.
Sperava che non fosse una specie di premonizione. Non poteva sopportarlo.
Quel posto lo stava facendo letteralmente impazzire.
Ricordò i pochi momenti passati insieme a sua sorella nell'altro mondo. Un giorno erano andati a Gardaland con i loro genitori.
Uno dei giorni più belli della sua vita. Sospirò ancora, poi guardò il nuovo arrivato. Aveva detto di chiamarsi Matteo.
Ora dormiva, ma Andrea l'aveva sentito rigirarsi per quasi tutta la notte. Poi il silenzio totale. Non poteva biasimarlo. Essere arrivati in quel posto all'improvviso e ritrovarsi in un corridoio di ghiaccio dove scendeva sangue... sfidava chiunque a non spaventarsi. L'allarme dell'orologio cominciò a suonare. Era ora di svegliarsi. Con un ennesimo sospiro, tirò via la coperta dalle gambe e si alzò. La gamba non faceva più male.

*

Fuori il sole era sorto solo da qualche ora e già cominciava a spaccare le pietre.
Matteo si guardò intorno, osservando la via del Rifugio. Se non era per il fatto che era completamente deserta e abbandonata a se stessa si direbbe che fosse una via normale. Ma non lo era. L'asfalto era tutto rovinato e dalle numerose crepe spuntavano diversi ciuffi d'erba.
Una macchina ribaltata giaceva a una decina di metri da lui e le facciate delle case intorno a lui, compreso il Rifugio, erano coperte da piante rampicanti.
Si voltò verso Andrea che stava uscendo in quel momento insieme a Francesca dal Rifugio.
- Da quanto tempo è così?- Domandò, indicando il paesaggio abbandonato intorno a lui.
- Da quando siamo arrivati.- Rispose Andrea, con un'alzata di spalle.
- Non un filo d'erba è cambiato. Siamo qui da circa un mese e ogni mattina è sempre la stessa scena.-
- In che senso è sempre la stessa scena?- Chiese Matteo, aggrottando la fronte.
- Ho una teoria, anche se non so certo dirti se sia vera, ma in questo posto tutto potrebbe essere possibile. Diciamo che è come che ogni mattina, il tempo si azzera e tutto ritorna come prima. Ma il problema è che se fosse veramente così, allora dovremmo essere coinvolti anche noi. Ma forse no.- Fece una pausa, poi aggiunse.
- Come ho detto prima, qui forse tutto è possibile.-
Si passò il fucile nella mano sinistra e con la destra chiuse il pesante portone. Matteo si accigliò.
- Non lo chiudi a chiave?-
- Non ce l'ho la chiave di questo portone e poi non servirebbe. Questo posto, a parte noi tre, è totalmente deserto. E di notte, quando spuntano fuori tutti quegli esseri, non osano avvicinarsi a questo posto. Non chiedermi perché, non lo so!- Aggiunse, facendo un gesto con la mano, come per liquidare le prossime domande. Guardò Francesca, poi Matteo.
- Ora andiamo. Abbiamo molto da fare, oggi.- E si incamminò per la via deserta, marciando con il fucile in mano.
Francesca gli passò accanto sorridendogli e seguendo il fratello.
- Andiamo.- Matteo si mise ad osservarla. Aveva i capelli castani sciolti sulle spalle e indossava una maglia bianca e dei pantaloncini dello stesso colore. Aveva un bel viso, con il naso dritto e il mento regolare. Era abbastanza alta, anche se non superava Matteo, alto un metro e ottantasei e Andrea, che a occhio si direbbe alto uno e novanta. Il fratello aveva un fisico atletico, molto probabilmente giocava anche a calcio. Aveva i capelli corti e un orecchino argentato nel lobo dell'orecchio sinistro. A differenza di sua sorella, il viso era rettangolare e gli occhi erano di un grigio intenso che incutevano timore. Matteo invece era un tipo normale, occhi marroni e capelli castano scuro che sulla fronte stavano un po' dritti. Anche lui aveva un fisico niente male, anche se non certo all'altezza del fratello di Francesca.
Quella ragazza gli faceva uno strano effetto...
Si affrettò a seguirli e si fermò accanto a Francesca.
- Dov'è che andiamo?- Le chiese.
- Ora dobbiamo passare per il supermercato a prendere qualcosa da mangiare. La dispensa è vuota.- Spiegò.
- Poi faremo dei giri perlustrativi per le due chiese. Hanno qualcosa di strano...- Matteo distolse lo sguardo dall'albero rinsecchito e in procinto di crollare davanti a loro.
- Come, qualcosa di strano?- Domandò. Lei scrollò le spalle.
- E' solo una nostra sensazione, ma vogliamo controllare. Così è più sicuro.- Matteo non seppe cosa aggiungere.
Camminarono per cinque minuti, fino ad arrivare ad un vecchio cancello arrugginito, dove dall'altra parte c'era un piccolo supermercato con un parcheggio. Al centro di esso stava un palo con in cima una "A" e un "&". Matteo capì che si trattava di un supermercato dell' "A&O". Si chiese dove fosse finita la lettera "O".
- Come facciamo ad entrare? Il cancello è troppo alto... -
Andrea afferrò l'estremità del cancello e tirò con fatica. Il cancello si aprì con un forte cigolio quanto bastava per far passare una persona. Andrea guardò Matteo con un sorriso.
- Qui non c'è niente che sia chiuso con una serratura. Con l'unica eccezione dell'Arsenale, tutto è aperto. -
Matteo volse uno sguardo stupito verso Andrea, poi verso Francesca.
- Davvero? Cioè, ogni porta di ogni casa è aperta?-
- Beh, non siamo entrati in tutte le case, ma in quelle in cui siamo entrati, le porte non erano chiuse per niente.- E oltrepassò il cancello per entrare nel supermercato, seguito da Francesca. Matteo rimase fuori qualche secondo, prima di riprendersi e di entrare anche lui. Attraversò con passo frettoloso il parcheggio e aprì la porta del supermercato.
Entrò e notò con stupore che era tutto in ordine, a parte qualche scaffale ribaltato.
Andrea era già in mezzo agli scaffali della pasta, poco davanti a lui, con un carrello. Pescò qualche sacchetto di pasta e lo appoggiò nel carrello, poi passò avanti, verso i sughi. Francesca intanto era in cerca di qualcosa di fresco da bere. Matteo la raggiunse.
- Com'è possibile che i refrigeratori funzionino ancora?-
Francesca prese una bibita dal frigorifero e guardò la marca, poi lo appoggiò al suo posto.
- Stranamente qui funzionano tutte le cose elettriche e che abbiano bisogno di alimentazione. Non so spiegartelo, ma è così.-
Prese un altra bottiglia e guardò ancora la marca. Annuì, ne prese un'altra e le passò a Matteo.
- Tieni, per favore. Ti faccio vedere una cosa.- Si guardò intorno e fece un cenno con la mano a Matteo di seguirla. Si avviò verso una porta metallica in fondo alla corsia.
Matteo la seguì, curioso di sapere che cosa aveva da far vedere. Francesca aprì la porta ed entrò, seguita da Matteo con le due bottigliette nelle due mani. Lei premette un pulsante di fianco alla porta e tre lampade al neon sul soffitto si accesero, inondando la piccola stanza di una luce intensa e pallida.
Francesca andò verso un armadietto a muro, dove su uno sportello c'era il segnale di "chi tocca, muore". Lo aprì e indicò l'interno a Matteo. Lui si avvicinò e osservò il quadro elettrico del supermercato perfettamente funzionante. Gli sfuggì un'esclamazione di stupore. Si voltò verso Francesca.
- Incredibile. Funziona dappertutto l'elettricità?-
Lei annuì.
- Sì, non c'è posto senza luce.-

*

Andrea Mazzini era allo scaffale dei surgelati, il braccio bloccato nell'atto di afferrare un sacchetto di fagioli.
Stava accadendo di nuovo.
Per qualche secondo, a intervalli di giorni, ma ultimamente più frequente, gli veniva un forte mal di testa e la vista gli si annebbiava. Non capiva più niente, solo che doveva far diminuire il dolore improvviso altrimenti sapeva che sarebbe stato molto peggio. Sentiva che l'unico modo per alleviare il dolore era quello di imbracciare il fucile e di sparare a chiunque gli capitasse a tiro.
Per fortuna passò quasi subito. Gli era capitato ancora, ma non voleva dire niente a Francesca. Aveva paura che l'avrebbe abbandonato da solo in quel posto. Scosse la testa e afferrò il sacchetto che doveva prendere. Il contatto con la plastica ghiacciata lo fece tornare completamente in sé. Mise il sacchetto di fagioli surgelati dentro al sacco più grande, insieme alla pasta, qualche yogurt, bottiglie d'acqua, sale e pepe e altre cose da mangiare. Si disse che aveva finito. Si passò una mano fra i capelli e scoprì di essere un po' sudato, nonostante non facesse molto caldo. Mentre si avviava verso l'uscita, vide Matteo e Francesca dirigersi verso di lui. Francesca guardò il sacco nel carrello.
- Abbiamo finito? Lo porti tu?-
- Sì, vado io. Voi intanto andate verso la chiesa. Vi raggiungo.-
Andrea prese il sacco della spesa nella destra, il fucile nella sinistra e lasciò il carrello vicino alla cassa, dove lo metteva sempre.
Uscì fischiettando dal supermercato e si incamminò verso il rifugio con il sacco in spalla e il fucile sempre nella mano sinistra.
Camminò riflettendo su quello che gli era accaduto nel supermercato. Cosa cazzo gli stava succedendo? Sperava che fosse solo qualcosa di normale, qualcosa che magari succedeva anche a sua sorella. Decise di non pensarci più. Doveva pensare a cosa fare nelle chiese. Sentiva che c'era qualcosa che non andava. La chiesa più piccola l'avevano già esplorata e non aveva niente di particolare. Solo un campanile con l'interno visibile da sotto. La solitaria campana che stava in cima era l'unica cosa che non quadrava. Era quella la campana che suonava quando calava il buio. La cosa strana era che non c'era un cavo per farla dondolare. Non c'era niente. Probabilmente era solo un congegno meccanico.
Andrea lo sperava. Non voleva sapere chi o cosa fosse a far partire la campana. Come si vuol dire, l'ignoranza è felicità...
Era partito dal supermercato fischiettando e fischiettando arrivò al Rifugio. Smise subito quando trovò il portone socchiuso.
Rimase bloccato in mezzo alla strada, lo sguardo fisso sul portone.
Era sicuro di averlo chiuso. Ma forse non l'aveva chiuso bene e un colpo di vento l'aveva aperto. Andrea però era prudente per natura. Si avvicinò lentamente al portone, con il dito pronto sul grilletto del fucile. Sbirciò all'interno ed entrò con un salto. Si guardò intorno. Come sempre era tutto a posto. Il quadro sempre al suo posto. La bottiglia l'aveva buttata via lui quella mattina. Salì con circospezione le scale, stando attento a qualsiasi movimento sospetto.
Quando arrivò alla porta, accese la luce e sbirciò ancora. Non c'era nessuno. Oltrepassò la soglia e appoggiò il sacco a terra. Imbracciò il fucile con tutte e due le mani. Controllò se era carico. Lo era.
Avanzò lentamente verso la porta più vicina a lui, quella del bagno. Aggirò lentamente il tavolo alla sinistra e quando arrivò sulla soglia guardò attentamente all'interno. Sembrava tutto a posto e non c'erano nascondigli in grado di nascondere qualcuno. Il bagno era una stanza stretta e rettangolare. Un uomo avrebbe difficoltà a nascondersi. Decise di passare alla dispensa. Tornò indietro e si diresse verso la porta alla destra del tavolo. Nel silenzio, sentì dei rumori provenire dalla stanza.
Il cuore gli batteva nel petto per l'ansia e la paura. Soprattutto la paura. Si appoggiò al muro, si strinse il fucile nel petto e si avvicinò alla porta. Sospirò prima di sbirciare all'interno.
Subito non vide niente, ma poi cominciò a intravedere un movimento. Sembrava una coda. Aspettò che gli occhi si abituassero all'oscurità. Intravide un paio di zampe e un corpo peloso.
Sembrava un...
Improvvisamente la bestia si accorse in qualche maniera di lui e si lanciò verso la porta. Andrea urlò e un colpo di fucile gli partì. La pallottola si conficcò nel soffitto, facendo cadere sulla tavola un po' di polvere. Fissò l'animale che si gettava fuori di corsa dalla porta e lo sentì scendere le scale.
Era un cane. Andrea soffiò tutta la tensione che si era intrappolata dentro di lui. Gli tremavano le mani dallo spavento.
Era incredulo. Non aveva mai visto nessun altro essere vivente fino ad ora. Non c'erano nemmeno gli uccelli. Lasciò cadere il fucile e si accasciò a terra, cercando di calmarsi. Rimase immobile in quella posizione per qualche minuto, poi si alzò e andò a prendere il sacco della spesa.
In poco tempo mise tutto a posto e controllò la stanza. Il cane, per fortuna, non aveva fatto danni di nessun tipo. Ormai non era più spaventato. Raccolse il fucile, uscì fuori e stavolta controllò meglio la porta. Per smaltire gli ultimi resti della tensione si incamminò fischiettando, con il fucile stavolta nella mano destra.


.Le due chiese.


-Ecco l'Arsenale.- Disse Francesca, indicando a Matteo un tozzo edificio grigio alla loro destra. Sembrava un enorme capannone. Il tetto era curvo e quasi toccava a terra ai lati. Sulla facciata c'era un grosso portone metallico.
- Quello è l'Arsenale?- Chiese Matteo con un espressione stupita. S voltò verso Francesca.
- Me lo aspettavo diverso...- Francesca rise.
- E come? Più grande? Più piccolo?-
- A dire la verità... Non lo so.-
Stavano camminando per la via centrale del paese in direzione della chiesa più piccola, che avrebbero esplorato fino all'arrivo di Andrea. Poi sarebbero passati alla chiesa più grande.
Quando arrivarono ad un incrocio di due vie, Matteo notò la chiesa più grande.
Era circondata da un recinto metallico alto forse tre metri e sul marciapiede, ogni quattro metri, c'era un albero pieno di foglie.
La chiesa aveva una muratura di mattoni rossi ed era molto alta.
Francesca indicò a Matteo un edificio davanti alla chiesa grande:
- Siamo arrivati. La chiesa più piccola è lì.-
- Non sembra neanche una chiesa... Piuttosto sembra un appartamento.- Disse Matteo con aria dubbiosa.
- Hai ragione.- Confermò Francesca. - Ma aspetta a vedere l'interno. C'è una cosa che ha dell'incredibile.-
Entrarono insieme e Matteo vide subito che dentro sembrava proprio una chiesa. Bassa e spoglia, c'erano due file di banchi e in fondo stava un altare di pietra con un crocifisso scolpito nella roccia.
Il pavimento misurava una decina di metri di lunghezza e circa la metà in larghezza. Il soffitto era alto quattro metri ed era piatto. Alle pareti, ogni due metri circa, c'erano delle vetrate colorate che raffiguravano uomini in vesti candide e la luce che filtrava colorava l'ambiente.
Era proprio una piccola chiesa. Francesca lo chiamò da un angolo in fondo alla chiesetta.
- Ehi! Vieni qui a vedere questo.- Matteo avanzò a passo veloce e la raggiunse. Lei gli indicò un oggetto attaccato al muro.
- Guarda qui. - Disse, indicando quello che sembrava un antico orologio.
- Non è strano?-
- Altrochè.- Ammise Matteo. L'orologio aveva numeri romani ed era molto grande. Un diametro di cinquanta centimetri. Subito sotto ce n'era un altro, solo scolpito nel muro.
Quello sopra indicava le dieci e dodici e la lancetta dei secondi funzionava, mentre quello scolpito indicava le nove e ventitre ed era fermo.
Matteo passò una mano sull'orologio scolpito, come per sentire se fosse vero.
- C'è un'altra cosa. Ascolta.- Disse Francesca appoggiando l'orecchio al muro. Matteo la imitò. Subito non sentì niente, ma poi un debole ticchettio gli giunse da dietro il muro. Era chiaro che il meccanismo che regolava l'orologio si trovava dietro di esso. Si staccarono dalla parete.
- Hai sentito?- Chiese Francesca. Matteo annuì.
- Sì. Anche qui funziona tutto.- Lei lo guardò con un'espressione enigmatica.
- Che dite, vediamo l'altra?- Chiese una voce.
Matteo e Francesca si voltarono e videro Andrea sulla soglia della chiesa, appoggiato al fucile. In mano aveva anche qualcos'altro. A Matteo sembrava una grossa trancia, di quelle che si usano per tagliare le catene.
- Sì, andiamo.- Disse Francesca e andò verso il fratello. Matteo la seguì.
Usciti fuori, attraversarono la strada per andare verso il cancello della chiesa più grande. Matteo istintivamente guardò a destra e a sinistra, prima di rammentare che si trovava in un luogo deserto. Il gesto non sfuggì a Francesca, che chiese ridendo:
- Che fai? Qui non c'è nessuno!- Andrea si voltò, con un aria interrogativa.
- Che c'è? Mi sono perso qualcosa?-
- Matteo ha guardato la strada prima di attraversarla. A destra e a sinistra.- Le disse Francesca.
Andrea sorrise e lo guardò.
- Sì, è capitato anche a noi i primi giorni. Io per quasi due giorni guardavo sempre a destra e a sinistra prima di attraversare la strada.- Matteo guardò Francesca ridendo.
- Visto? E' capitato anche a te!-
-Sì, ma di meno!- Replicò sulla difensiva.
-Ah sì, certo... -
Ormai erano arrivati al cancello e Matteo notò che era chiuso con una catena. Non se ne era accorto prima, ma Andrea ci aveva già pensato. Da qualche parte aveva trovato una trancia e la usò per tagliare la catena.
Poi spinse il cancello, che si aprì senza difficoltà.
- Okay, andiamo.- Insieme si avviarono verso la porta principale della chiesa. Salirono i gradini della scalinata e quando arrivarono alla porta di legno videro che era chiusa. Andrea provò a spingere e a tirare, ma non si muoveva. Così fece due passi indietro e tirò un calcio alla porta.
Ce ne volle un altro perché la serratura saltasse. Entrarono.
L'interno della chiesa era immenso. Ai lati c'erano delle colonne che sorreggevano la navata centrale.
Ma c'erano alcune cose che non quadravano. Uno, la chiesa era totalmente spoglia, non c'erano banchi né sedie. Due, circa al centro del soffitto c'era un grosso buco. Matteo si chiese come si fosse formato, ma non riuscì a darsi una risposta convincente.
- Accidenti... - Mormorò Francesca, con lo sguardo fisso sul tetto bucato.
Dal buco filtrava la luce del sole, che sembrava formare un cilindro di luce visibile grazie alla polvere che aleggiava nell'aria. Però Matteo intravide qualcosa sul pavimento in corrispondenza del buco. Con un'espressione stupita si avvicinò al centro della chiesa e fece una scoperta inquietante.
In corrispondenza del buco, al centro della chiesa c'era una voragine. Matteo tentò di vedere il fondo, ma non lo vide. Doveva essere molto profonda. Sparsi attorno al buco, c'erano dei frammenti di soffitto.
Accanto a lui comparve Francesca. Quando comprese la profondità della voragine, si portò una mano alla bocca.
- E' incredibile... - Disse con voce tremante.
- Come può essersi formato?- Matteo scrollò le spalle.
- Non lo so. E forse preferirei non saperlo.-

*

A distanza di pochi metri, Andrea era immobile.
Si stava chiedendo come mai quei due lo ignorassero.
Lui aveva un mal di testa improvviso e loro lo ignoravano come se niente fosse? NOSSIGNORE!
Come un fiume in piena, la rabbia si riversò dentro di lui.
Imbracciò il fucile e mirò alla testa di Matteo, deciso a fargliela saltare.
Stava per premere il grilletto, quando dal fondo della chiesa un cane abbaiò.

*

Matteo alzò subito lo sguardo e vide un cane comparire all'improvviso e correre scodinzolante verso di loro. Lo accarezzò sconcertato, chiedendosi da dove venisse.
- Scusate, non volevo spaventarvi.- Un ragazzo comparve allo stesso modo in cui era comparso il cane.
Era un po' basso e indossava vestiti pesanti. Doveva avere forse tredici anni.
Si avvicinò a loro e aggiunse:
- Rex mi è sfuggito appena vi ha sentito e non sono riuscito a prenderlo.-
Matteo cercò di calmare il cane accarezzandolo e contemporaneamente tenendolo per evitare di cadere a terra dalla sua foga; era un cane di grossa taglia, simile ad un Labrador Retriever.
- Come ti chiami?- Chiese Francesca al ragazzo.
- Oh, mi chiamo Alberto.-
- Da quanto tempo sei qui?- Continuò Francesca.
Alberto aggrottò la fronte, cercando di ricordare.
- Forse qualche mese, ma non tantissimo tempo.- Rispose alzando le spalle.
Matteo si girò indietro, per vedere dov'era finito Andrea e se lo trovò con il fucile spianato nella sua direzione.
- Ehi, che cavolo fai? Non puntarmi il fucile, cazzo!- Urlò abbassandosi di colpo per togliersi dalla sua traiettoria. Anche Francesca si girò e quando vide il fratello con il fucile puntato, sussultò. Alberto sgranò gli occhi, accorgendosi solo adesso della presenza di Andrea. Per ultimo, il cane abbaiò festoso.
Dopo un secondo, Andrea sbatté gli occhi e abbassò il fucile. Guardò il gruppo davanti a lui e fece un sorriso forzato.
- Scusate, ho sentito un cane abbaiare e... credevo che magari avesse la rabbia... - Sussultò quando vide il cane. Spalancò gli occhi e mormorò:
- Oh, lui... - Matteo si raddrizzò e gli chiese con un'aria sospettosa.
- L'hai già visto? -
Andrea lo guardò e sbatté ancora gli occhi. Poi si massaggiò la fronte, con un'espressione dolorosa, come se avesse mal di testa. Francesca si avvicinò al fratello.
- Ti senti bene?-
Andrea rispose dopo qualche secondo.
- Sì, sto bene. Solo un po' di mal di testa. -Disse, continuando a massaggiarsi la fronte.
Matteo lasciò cadere la domanda di prima e si voltò verso Alberto.
- Scusa, ma... Tu da dove vieni?-
- Da Lugo.-
- No, da dove sei spuntato fuori?- Precisò Matteo.
- Oh, c'è un porta, là dietro.- Rispose, indicando il buio dietro di lui.
- Io vengo da un posto diverso dal vostro.- Aggiunse.
- E' pressoché uguale a questo, solo che è perennemente notte.-
Matteo, Francesca e Andrea si voltarono insieme verso di lui, con un' espressione incredula e interrogativa sui loro volti.



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