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lavoro pubblicato mercoledì 28 agosto 2013
ultima lettura venerdì 19 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

...of darkness - Cap. I

di flama87. Letto 799 volte. Dallo scaffale Fantasia

...di padroni e cavalieriPortavi sulle spalle un caro amico gravemente malato e con lui ti affannavi per le vie buie, dove solo qualche lampione e le ...

...di padroni e cavalieri

Portavi sulle spalle un caro amico gravemente malato e con lui ti affannavi per le vie buie, dove solo qualche lampione e le frettolose auto di passaggio illuminavano il tuo passo incerto. Ti pesava ma non ci facevi caso. Sentivi le gambe stanche, però non ti importava. Nulla pesava di più di quella vita che dipendeva soltanto da te, ma niente tremava come il tuo cuore appeso alle sorti di chi avevi più caro. Dovevi arrivare dal medico, dovevi far sì che lo visitasse, perché, ne eri certo, soltanto così si sarebbe salvato! Frattanto, ti inseguiva il ricordo dei giorni passati assieme, dei momenti -pur pochi- che avevate condiviso. Ed era come il vivere un preciso momento della propria vita, con la certezza che esso fosse tanto reale quanto altrettanto evanescente; come la sabbia, rapidamente ti sfuggiva dalle dita quanto più tentavi di trattenerlo. Perso in questi pensieri, eccoti finalmente alla soglia dello studio. Le calde lacrime a rigarti il viso acerbo e la voce sottile che ripeteva in affanno:
"La prego lo aiuti! La prego, sta molto male! Faccia qualcosa!"
Non appena la porta fu spalancata, ti fiondasti all'interno senza nemmeno sincerarti di cosa ti aspettasse -solo il buio ti inghiottì, tutto d'un fiato.

*

Ti svegliò un'aria fredda e viziata, potevi quasi sentirla vantarsi di tante e più cose. Anche se avevi dormito, non ti sentivi riposato e, certamente, quel sogno aveva contribuito alla pesantezza che sentivi gravarti sulle spalle. Così lo sguardo affaticato si volse all'insù, rimirando le crepe lungo la finestra che lasciavano filtrare giusto un fil di luce. Eri certo che fosse notte, senza neanche aver visto la Luna arcigna su nel cielo. Chissà che stesse ridendo di te, così tonda e sorridente, sovrastando quella tua sciocca avventura: perso chissà dove per aiutare chissà chi, in nome di qualcuno che nemmeno conoscevi. Ad ogni modo, ti rialzasti frustato dal dolore e seccato nel sentirti un idiota. Ti ci volle comunque un po' per realizzare che eri in una sala operatoria, o almeno così pensavi: la prima cosa contro cui eri sbattuto doveva essere un lettino, mentre strascichi di luce illuminavano strani marchingegni e poster con sopra i muscoli del corpo umano.
Eri ad ogni modo sorpreso. Come ci eri finito in uno studio medico? In qualche modo spaventato, ti fiondasti nella stanza accanto virando poi verso la porta, come una furia. Tuttavia, l'uso della forza si rivelò inefficace e ben presto ti fu chiaro che l'uscita era probabilmente sprangata dall'altra parte. Stanco e senza altre opzioni, ti accasciasti su una sedia per riprendere fiato. Svogliatamente rigiravi con lo sguardo lungo le pareti, immaginando quante persone avessero aspettato il proprio turno, lì dov'eri tu. Ogni qual volta eri andato dal medico eri stato costretto ad anticiparti di qualche ora, giusto perché eri certo che avresti trovato almeno il secondo o il terzo posto nella fila... e con una certa cattiverai ti chiedevi perché gli anziani facessero a gara per farsi visitare, visto che non avrebbero vissuto chissà quanto tempo ancora.
Eri immerso nella tua riflessione quando un suono ti fece sobbalzare. Cos'era stato? Sembrava un colpo di tosse... ora due!
Ti alzasti di scatto. Non eri solo, al terzo colpo di tosse ne eri ormai certo. Dentro di te ruggiva feroce il desiderio di urlare un "Chi va là?", ma fortunatamente ripiegasti per una indagine più silenziosa. Quindi, un passo alla volta, ti avvicinasti alla fonte del rumore: due occhi luminosi, brevemente rivelati dalla luce, ti fissarono nella semioscurità. Ma prima che tu potessi fare o dire alcunché, la figura si rigirò nel suo giaciglio.
"Padrone, sei tornato! Come sono felice! Sei tornato!" faceva, visibilmente contento.
Ti ci volle coraggio per farti avanti e riconoscere la sagoma di un cane nero, parzialmente disteso su una brandina, per metà coperto da lenzuola sporche di sangue. Sorvolasti per un istante sul fatto che parlasse!
"Mi spiace, io non sono il tuo padrone" dire la verità non ti era mai costata così poca fatica. Lui però non smise di smuovere la sua coda, seppur stancamente.
"Certo che sei tu! Non potrei mai sbagliare!"
"Ti dico che non sono io!" replicasti, convinto.
Lui rigirò il capo. Respirava a fatica e non riusciva a sollevarsi, per cui era costretto a girare il muso per fissarti bene. Eppur dopo averti guardato a lungo, non si convinse.
"Certo che lo sei. Perché dovrei scambiarti con un altro, padrone?"
"Diamine, smettila di chiamarmi padrone!"
"E come dovrei chiamarti, padrone?"
"Raffaele. Chiamami Raffaele, va bene?"
"Certo, padrone!" Gli lanciasti un'occhiataccia. "Volevo dire: certo, Raffaele!"
"Bene, ora dimmi... ce l'hai un nome?"
"Oh certo. Siete sei stato tu a darmelo. Caln, così mi chiamo".
"Bene, Caln. Cosa ci fai qui, tutto solo?"
Lui scodinzolò, contento. "Ti aspettavo!"
La cosa cominciava a diventare seccante. "Mi aspettavi?"
"Tu mi hai portato qui tanto tempo fa. Mi hai detto che dovevo aspettarti, che saresti tornato presto a prendermi".
Ti inginocchiasti. "Da quanto mi aspetti?"
"Più di dieci anni".
"E non sono mai tornato?"
"No, mai. Fino ad ora.".
"Neanche a vedere come stavi?"
"No".
Ti afferrò un nodo al cuore. "Hai mai pensato che... potevo non tornare più?"
Lui ti guardò con gli occhi più sinceri e nobili che tu potessi ricordare. "E perché dovevo? Sei il mio padrone, mi vuoi bene e hai detto che saresti tornato. Quindi io ti ho aspettato, perché ti voglio bene!".
Lo afferrasti in un abbraccio, stringendolo forte. Calde lacrime scorrevano lungo il tuo viso, anche se non eri sicuro del perché tu stessi piangendo.
"Hai finito di aspettare, mio buon amico. Sono tornato a prenderti!" dicesti. Anche se era una bugia.
"Ma certo, sapevo che sareste tornato".
Ti si strinse ancora di più il petto, con un dolore più forte di una pugnalata. Era giusto che aspettasse, forse per sempre? O era più giusto mentirgli, solo per liberarlo da una persona che, magari, l'aveva semplicemente abbandonato? Nel dubbio, facesti la cosa più stupida.
"Ora che siete tornato, io riposerò un po'. Solo un po', promesso".
"Va bene, riposa pure. Hai atteso così tanto".
"Ma prima di andare... volevo dirti che mi spiace, che non volevo pesarti così tanto".
Lo vedesti scivolare in un lungo sonno. Il suo respiro, già da prima lento e incostante, calò fino a fermarsi del tutto. E mentre lo guardavi, piangendo le più amare delle tue lacrime, alzasti la coperta fin sopra.
"Riposa in pace, adesso sei libero".
Qualcuno una volta aveva detto: "Una vita di sacrifici e devozione non è forse una vita di schiavitù?". Tu guardavi quella povera anima e in un certo senso una risposta te l'eri già data. E certo non immaginavi a chi potesse mai aver arrecato peso, così tanto da abbandonarlo tanto a lungo... Certo era che, almeno, avevi fatto qualcosa di buono: fosse pure con una menzogna, ma almeno ti rassicurava il pensiero che Caln fosse felice.

Asciugate le lacrime con il dorso della manica, ti facesti coraggio nuovamente e provasti a sfondare la porta. Vedendo l'impossibilità dell'impresa, passasti ad una finestra: l'avresti rotta per passarvi attraverso. Fu però allora che, spiando oltre i vetri sporchi e divelti, ti parve di scorgere una figura all'orizzonte. Per quando fosti di nuovo al centro della sala d'attesa, una voce tuonò dall'esterno:
"Stai indietro!"
"Ma..."
"Fa come ti dico!"
Facesti un ulteriore scatto, avvicinandoti ad un armadietto in ferro, di quelli per i medicinali. Sentisti chiaro il suono di ferraglia -forse un'armatura- e infine quello della spada mossa contro l'ostacolo. Tre colpi ben piazzati sgomberarono l'uscio, permettendo ad una figura bardata d'argento d'entrare.
"In nome di sua Maestà, ho l'ordine di arrestarti e di scortarti al Castello".
Avanzasti, non senza una certa paura. "Ma di cosa sono accusato?".
"Sua Altezza ti accusa di tradimento della corona e intende interrogarti!"
Traditore? Corona? Essere accusato di cose che non avevi fatto o che ancora dovevi fare, in un posto dov'eri appena arrivato... la rabbia ti colse con una sensazione non proprio nuova ma potente.
"Ti consiglio di arrenderti: la mia spada non è solo un ornamento" aggiunse lui, con fare intimidatorio. Dal momento che non eri intenzionato a farti infilzare, accettasti la resa -tuo malgrado, dato che avresti preferito ribellarti.
"Va bene mi arrendo! Non c'è bisogno di puntarmi la spada contro!"
"Prevenire è meglio che curare" ribatté lui.
Era più che evidente che non si fidasse di te, nonostante non percepivi nessuna vera ostilità? nel suo sguardo o dalle sue parole. Sembrava quasi che recitasse!
Non appena usciti in strada, un tanfo di pizzicò il naso.
"Cammina avanti e non fare scherzi" fece il cavaliere.
"Va bene! Va bene!" rispondesti tu frettolosamente.
Dandoti una forte spinta, ti costrinse a camminare verso il nulla e sotto ad una Luna che si faceva beffe di te.

*******

Continua...



Commenti

pubblicato il 13/11/2013 14.49.51
flama87, ha scritto: https://www.facebook.com/flama87

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