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lavoro pubblicato martedì 27 agosto 2013
ultima lettura venerdì 22 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il buio nel cuore - Prologo

di flama87. Letto 659 volte. Dallo scaffale Fantasia

"A fare la differenza non è l'oscurità che è in noi, è come decidiamo di rapportarci con essa" (cit. anonimo).............

Facesti attenzione a chiudere bene la porta. La chiave girò due volte, bloccandosi per metà alla seconda. La facesti lentamente scivolare dalla serratura, avendo attenzione di lasciarla sul lavandino alla tua sinistra. Già che c'eri ti suggeristi di controllare il tuo aspetto, dandoti una rapida occhiata allo specchio. Il viso paffuto, gli occhi castani, la ciste sulla guancia, i capelli rasati da non molto; sembrava tutto in regola. Ti infilasti lentamente nella vasca. L'acqua non c'era ma sentivi comunque il bisogno di calarti con calma, dato che nessuno ti avrebbe comunque interrotto. Una volta disteso all'interno ti irritò il dover piegare le ginocchia, essendo tu più grande del fondo in cui ti eri adagiato. Non che fosse una novità: era una vita che combattevi quella piccola battaglia. Semplicemente, la tua pigrizia trovava noioso dover cambiare posizione di continuo quando, invece, avresti voluto solo stenderti e distrarti dal mondo. Così, quando fosti sicuro di aver trovato una posizione giusta, ti lasciasti scivolare chiudendo gli occhi.
Non durò molto il tuo sonno ma fu come destarsi da un incubo. Uno di quelli agghiaccianti e orrendi, che ti si stringono al collo e che non lasciano la presa se non quando ti svegli. E benché quella sensazione fredda e maligna fu tanto atroce quando rapida nell'estinguersi, apristi gli occhi di schianto sulla realtà, laddove la tua retina catturò l'ambiente accompagnata da un respiro irregolare.
Non avresti mai giurato che alzarsi potesse costare tanta fatica, né che l'impegno profuso in quel gesto fosse più complesso del gesto stesso, specie quando la facilità dello stesso avrebbe dovuto, almeno in teoria, essere ben lontana dall'impresa eroica ch'eri stato invece costretto a eseguire. Ma prima ancora di afferrare che non ti eri affatto mosso dal bagno di casa tua, ti colpì più l'assoluto stato di abbandono in cui quel piccolo rettangolo di mura versava. Sembrava abbandonato da anni, forse da secoli.
Facesti forza sui bordi per uscire. Qualcosa mancò al tuo comando facendoti rovinare in terra. Il freddo del pavimento incontrò l'irregolarità della tua guancia destra, mentre una sensazione di capogiro ti indisponeva nei confronti di una rapida ripresa. Dal basso però vedevi svirgolare allegre due gambette, in giocoso ritmo. Un drappo bianco copriva gentilmente il corpo minuto e grazioso di una bambina, dal volto descritto una chioma bionda.
Solo allora riuscisti a rialzarti, benché solo sulle ginocchia. Ti specchiasti nei suoi occhi verdi prima di riuscire a formulare una domanda: «Tu chi sei?». La guardavi abbastanza da rimanerne rapito: potevi giurare che mai nessuna macchia avesse toccato il suo spirito, lasciandola bianca e immacolata come gli abiti che indossava. Potevi giurare che da ella provenisse una qualche luce, capace di rasserenarti più di quanto tu non meritassi.
«Una tua amica» cinguettò. «Dove stavi andando?»
Ti bloccasti, chiedendoti come lei facesse a sapere delle tue intenzioni. Quel dubbio ti sorprese ancor più del fatto che lei fosse lì, proclamandosi tua amica.
«Volevo scappare via, lontano». Lei continuava a sgambettare tranquilla.
«E non sei contento di essere ancora qui?»
I suoi occhi azzurri ti interrogavano. «No, non lo sono».
«Proverai di nuovo a scappare, allora?»
«Sì, lontano da qui. Verso un posto che non so se potrò raggiungere».
«Perché?» domandò, incuriosita.
«Si dice che non tutti possano andarci».
«E tu pensi di essere uno degli sfortunati?»
«Forse ma non lo saprò finché non ci andrò».
Lei rise brevemente. «Mi sembra stupido. Perché vai in un posto che sai di non poter raggiungere comunque?»
«Se non ci arrivo non saprò mai se posso arrivarci o meno!», replicasti spazientito. Le dita piccole e graziose di lei iniziarono a giocherellare con la chioma d'oro. Non eri sicuro che ti stesse prendendo sul serio.
«Il tuo ragionamento non ha senso. Scappi da questo posto per arrivare chissà dove e ti ritrovi di nuovo qui, da dov'eri partito. E' chiaro che se potevi arrivare a destinazione, ci saresti già arrivato al primo tentativo. Non pensi?»
Un tuffo al cuore ti colse impreparato. Non eri più sicuro di chi avevi difronte, se una bambina sconosciuta o qualcosa che di fanciullesco aveva solo le sembianze. «Parli come se io non avessi vie di fuga!»
«Infatti non ne hai» aggiunse lei, guardando in alto. «Come vorresti presentarti in un luogo di gioia eterna se hai i polsi sporchi di sangue?» e subito indicò le tue braccia. Non ti meravigliasti nel abbassare lo sguardo e trovare due tagli profondi proprio dove le vene erano più visibili. Eri consapevole di essere morto, di esserti ucciso.
«Non è concesso a tutti il perdono?»
Lei sorrise. «Per questo sono qui. Ti ho aspettato di proposito».
«Se sapevi che sarei arrivato qui, perché farmi tutte quelle domande?» facevi, un po' confuso.
Lei cambiò improvvisamente espressione. Spaventandoti. «Io non ti ho chiesto nulla. Ti ho solo messo davanti alla tua situazione, prima che tu iniziassi a rifiutarla. Non ti ho domandato niente che tu non ti fossi già chiesto da solo. Con la differenza che io ti ho dato una risposta».
«Non hai comunque risposto alla mia prima domanda».
Non capivi bene la situazione, almeno non del tutto. Capivi di essere però dispiaciuto, dal momento che il suo sguardo trafiggeva la tua anima come una spada. Il senso di colpa sanguinava da quella ferita, copiosamente. «Il perdono è concesso a chi lo desidera».
«Allora perdonami e lasciami andare...» lei sbuffò, interrompendoti.
«Tu non ascolti mai, vero? Ho detto che il perdono è concesso a chi lo desidera. Non basta chiederlo, bisogna meritarlo!»
«Sarebbe questo il tuo aiuto? Uno scambio di favori?» la guardasti dandoti dello stupido: era pur sempre una bambina, perché ti sorprendevi che ragionasse come tale? Ma lei sorrise, contenta di qualcosa di cui tu eri però ignaro. La vedesti balzare dal bordo del bidet su cui era rimasta seduta fino a poco fa, fermandosi davanti a te che, già da prima, ti eri a tua volta poggiato sul bordo della vasca.
Ti fu sufficientemente vicina da poterla guardare meglio nei suoi occhi limpidi, come un cielo che mai aveva conosciuto nuvole, né la tristezza della pioggia invernale.
«Tempo fa ho fatto un dono a un caro amico ma ho paura che stia per buttarlo via. E non voglio che accada!»
«Se è un dono, non può farne ciò che meglio crede?» non era d'altronde così?
«No!» e per un attimo ogni cosa tremò. Brevemente ma lo fece. «Mi aveva promesso che lo avrebbe custodito gelosamente! Ma ora non vuole più ascoltarmi! Perciò ti prego, prova a farlo ragionare».
Ti era abbastanza chiaro che era vitale che tu aiutassi lei, affinché lei aiutasse te. Non capivi però in che modo avresti potuto riuscire nel tuo compito dal momento che «non lo conosco!». Lei parve temporeggiare. «Come aiuto qualcuno che mi è estraneo? Non ascolta te e gli sei amica, che speranze ho io?»
Da qualche parte lei trovò la forza per convincerti: «A volte si dà più peso alla parole di un estraneo che a quelle di chi ti è vicino!»
Perché ostinarsi? «Io...»
«Ti prego!» e sembrava quasi che, improvvisamente, fosse più importante l'aiuto che tu potevi dare a lei di quello che lei poteva dare a te.
Tutto sommato, convenivi che una buona azione non poteva che cancellarne una cattiva. Così, riordinando un po' le idee e preso un bel respiro concludesti: «Va bene, ti aiuterò. Non ti do garanzie ma ci proverò».
Lei fu un tripudio di gioia. Saltellò nel poco spazio concessole e ti prese una mano, guardandoti come se tu fossi stato un raggio di luce in una notte buia e tempestosa. Quindi si girò di scatto e aprì la porta del bagno, pilotandoti verso l'esterno. Restavi molto dubbioso sul da farsi, ma mentre camminavi in quella che avrebbe dovuto essere casa tua, non riuscivi a non chiederti che cosa le fosse successo: le mura erano marce, i vetri delle finestre erano così sporchi da impedirti di scorgere la strada e il fiume oltre la scogliera, e le porte alla tua sinistra erano chiuse sottraendoti allo scempio al loro interno. Quando foste finalmente nella tua camera, notasti che i lavori di rinnovo non erano mai nemmeno iniziati e che, alla fine, la muffa aveva vinto la sua battaglia, dominando d'umido ogni angolo. Il grosso tavolo del salotto era divelto in pezzi, l'armadio era completamente sfondato e gli strumenti da sarta di tua madre erano sparsi ovunque.
«Cosa è successo alla mia famiglia?»
Ti voltasti giusto in tempo per vederla svanire in un bagno di luce. Non che la sua voce echeggiasse un «fai attenzione. Questo è un posto oscuro e freddo, dove le tenebre regnano sovrane. Ma qualsiasi cosa accada, credi in te stesso e non aver paura».
Non appena scomparve fu come se si fosse spento un fuoco in una sera gelida. Sentivi i brividi risalire famelici lungo la tua pelle, intirizzendo ogni parte di te. Iniziasti a esplorare quella grande stanza, che un tempo aveva racchiuso il tuo letto e i tuoi mobili. Quante ore avevi passato davanti al computer, prima che fosse spostato nel salone? Quante ore ancora avevi trascorso a giocare con la play station nella solitudine del tuo mondo, dimentico della vita che gli altri bruciavano correndo e giocando a pallone.
Lo scempio però era iniziato da molto prima: da quando avevate spostato tutto da un'altra parte, nell'attesa che il bel tempo vi permettesse di ritinteggiare le pareti e di liberarvi dalla muffa di pareti impregnate d'acqua. Eri sempre stato sicuro che tutti i problemi di quella stanza fossero dovuto all'aver rifatto il nuovo tetto durante l'inverno, il più piovoso che tu potessi ricordare.
Poggiata su un lato del muro, leggermente nascosta dall'armadio e dalla porta quando aperta, la tua vecchia chitarra se ne stava dritta come se nessuno avesse avuto il coraggio di spostarla da lì. Ti venne il desiderio di prenderla e provare a strimpellarne le corde, ma vinse su di te il desiderio di riposare per qualche attimo.
Presa così l'unica sedia della stanza, ti poggiasti con le braccia sul tavolo e ti lasciasti andare per qualche istante. Quanti ne bastavano per riprenderti da quanto ti era già successo e per meglio affrontare quanto ancora ti aspettava.

*********

Continua...



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pubblicato il 12/11/2013 20.40.35
flama87, ha scritto: https://www.facebook.com/flama87

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