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lavoro pubblicato martedì 27 agosto 2013
ultima lettura domenica 11 agosto 2019

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La Vittima

di GetD. Letto 472 volte. Dallo scaffale Generico

È successo. Non fu per mia scelta. Una notte. La notte. Cambiò di colpo. Lo facevo spesso, in quel periodo, mi ero trasferito da poco. Amavo molto il sapore naturale di quell’aria. Il paese era gremito di gente ma io, per loro, ero ...

È successo. Non fu per mia scelta. Una notte. La notte. Cambiò di colpo. Lo facevo spesso, in quel periodo, mi ero trasferito da poco. Amavo molto il sapore naturale di quell’aria. Il paese era gremito di gente ma io, per loro, ero come un fantasma. Scivolavo lento nella notte come fossi munito di pattini, ma era solamente il mio passo. Lento. Fortemente lento. Non ho mai avuto paura della notte. Non ci avevo mai pensato. Pensavo sempre che fossero gli altri ad aver paura di me. E forse, successivamente, sarebbe stato così. Non avevo idea di quello che sarebbe successo. Del cambiamento della mia vita. Il destino non lo scegli e non è neppure lui a scegliere te. Fa parte di te. Sei tu stesso. Quell’anno era passato in fretta. Il mondo tremava e la crisi era alle porte. Il lavoro non c’era e chi voleva dartelo non si faceva mancare di fartelo pesare. Questo mondo dovrebbe essere giusto o per lo meno meritocratico, ma purtroppo, è solo fame. Vi chiederete se sono sempre così ottimista. Lo sono. Non lo sarei se mi incontraste per strada. La luna allungava il suo sguardo innanzi a me. Non me ne curavo. Cercavo solo di perdermi nella mia mente. Per non pensare, che domani, non mi sarei alzato per andare a lavorare. Arrivai al porto. Sì. Era li che ero diretto. Non lo sapevo. Ma lo capì. Il mare sbatteva ansimante lungo la banchina che si apriva, immensa, sul mio cammino. Il vento c’era. Ma si nascondeva bene. Il profumo salmastro dell’acqua mi riecheggiava nel cuore. Decisi di sedermi sulla panchina che dava verso il mare. Mi sedetti e aspettai. Ora. Solo adesso posso dire con certezza che ero in attesa. Sono sensazioni che puoi confermare a priori quando ragioni con il poi dei tasti del tuo computer. Cosa sono cinque minuti di fronte all’eternità? Nulla, se sei tu l’eternità. Tutto se ti trovi nei tuoi cinque minuti. Lo sentii. Il profumo della carogna ha un sapore tutto suo. Difficile da descrivere. Mi puntò la lama alla gola. “I soldi” disse. La paura balenò, forte, pompando di sangue i miei occhi. Agitando il cuore. Violentando la mente. Ero un povero, una guerra tra poveri. Uccidere o essere uccisi per pochi spiccioli. Sembrava poco ma era il riassunto, conciso e aspro, del nostro mondo, della nostra realtà. Gli sarebbe bastato sedersi a fianco a me. A scrutare il mare, tanto, sapevamo entrambi che non guardavamo il mare, ma solo la schiena di questo folle mondo. Sarebbe bastato sedersi e non dire niente per far capire tutto. Ma questa è la paura o l’arroganza di credere di essere il solo a sentirsi escluso. Non dipende da dove vengo, come mi vesto o cosa dico. Siamo entrambi nella stessa merda amico. Sarebbe bastato poco per non avere un morto. Ma questa è la vita. La selezione. Vince il più forte. O il più furbo. Non risposi. “Allora!” insistette. La mia nuca, violenta sul suo naso, ruppe l’odore salmastro dell’aria. La lama scivolò giù, sul mio grembo. L’afferrai. “Stronzo” urlò scagliandosi verso di me. Ma non gli bastò. Sentì la lama conficcarsi nel suo sterno. Dura. Decisa. Non ci furono grida. Solo sangue. Il suo sguardo era pieno di dispiacere. Appoggiai il suo corpo sull’asfalto. Estrassi la lama. Mi guardò. Le viscere emanavano calore. Non ho la forza per descrivere le mie sensazioni. Voglio essere ancora degno di essere chiamato uomo. Gettai il corpo infondo al mare. Mi sedetti sulla banchina. Pensando. Da vittima ad assassino. Il passo è breve. Cambiano le giustificazioni.




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