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lavoro pubblicato lunedì 26 agosto 2013
ultima lettura mercoledì 28 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Inferno

di Stefano92. Letto 1094 volte. Dallo scaffale Horror

Le due pistole lancia-freccette che avevo appena comprato erano portentose. Costavano un euro, così le avevo prese per regalarle al figlio di u...

Le due pistole lancia-freccette che avevo appena comprato erano portentose.
Costavano un euro, così le avevo prese per regalarle al figlio di un mio amico. Avevo già aperto la confezione, perché volevo provarle. Non mi sembrava sbagliato e poi, che male avrebbero potuto fare?
Seduto sullo sdraio del mio ombrellone, in mano avevo una delle due pistole comprate quella mattina e la stavo guardando per vedere se poteva fare anche qualcos'altro oltre che a sparare.
Inavvertitamente tirai il grilletto e, siccome era carica, la pistola fece partire la freccetta.
Inorridito, seguii con lo sguardo il proiettile compiere un arco nell'aria e cadere sulla schiena di una ragazza che stava prendendo il sole sdraiata sulla sabbia dietro di me.
Fissai la freccia immobile sulla schiena della ragazza, sperando che non se ne fosse accorta.
Trattenei a stento una bestemmia.
Notai che aveva il reggiseno del costume sganciato.
Contrariamente alle mie tacite preghiere, lei si alzò sui gomiti, stando attenta a non far scivolare il reggiseno, e con una mano prese la freccetta e la guardò.
Poi guardò me.
Mai nella mia vita mi sono vergognato come in quel momento.
Inoltre quella ragazza era attraente. Mi alzai e mi diressi verso di lei.
- Scusa... Mi è partito... - Non seppi dire altro e allungai la mano per prendere la freccetta che lei mi tendeva.
Inoltre, mi fulminò con lo sguardo e dopo che ebbi preso l'oggetto dalle sue mani, girò la testa dall'altra parte e ritornò a prendere il sole. Sconsolato, ritornai al mio sdraio.
Per il resto della giornata non osai più guardarla e nemmeno il pomeriggio, quando lei si distese nello stesso punto della mattina con un costume nero provocante, osai distogliere lo sguardo da qualsiasi altra cosa che non fosse quella ragazza.
Accidenti, mi stavo comportando come un bambino. Avevo ventuno anni e non ero mai stato fidanzato, a parte qualche storia di qualche giorno, nessuna basata sull'amore vero.
Forse neanche lei lo era.
Decisi di attendere una buona occasione per rompere il ghiaccio, usando come scusa l'incidente della freccetta.


1


L'occasione sperata si presentò il pomeriggio dopo.
Stavo chiudendo il cancelletto del mio appartamento quando vidi sulla strada la ragazza a cui avevo inavvertitamente sparato la freccetta. Mi affrettai a girare la chiave nella serratura e corsi verso di lei, deciso a scusarmi per l'incidente.
I suoi capelli neri, lunghi fino a oltre il collo, erano raccolti in una coda arrotolata sulla testa e dondolavano piacevolmente mentre camminava.
Quando la raggiunsi al suo fianco, lei si voltò e mi guardò prima sorpresa, poi con uno sguardo un po' così, così... Come se le avessi fatto qualcosa di male.
- Senti, mi dispiace per quello che è successo ieri... Non l'ho certo fatto apposta a lanciarti quella freccetta, stavo guardando la pistola che purtroppo era carica e inavvertitamente ho tirato il grilletto e allora... Ecco, spero di non averti in qualche modo fatto un torto, ma mi hai lanciato uno sguardo come se... - Lei si fermò e alzò una mano per fermarmi.
- Ho capito, va bene, accetto le scuse. Cerca di stare più attento la prossima volta.- E continuò a camminare. Io rimasi fermo come un idiota a guardarla andarsene verso la spiaggia. Il mio sguardo scese per la schiena, fino a rimirare i sodi glutei. Scossi la testa per liberarmi da quei pensieri e la raggiunsi di nuovo.
- D'accordo, ma mi sento comunque in colpa per quello che ho fatto... Ehm, posso offrirti qualcosa da bere, per sdebitarmi... - Non seppi continuare, così la guardai, attendendo una sua risposta. Lei parve riflettere, anche se lo dava poco a vedere, con quell'espressione imperturbabile. Poi finalmente rispose, continuando a camminare:
- Va bene. D'accordo.- Si fermò ancora e mi tese la mano.
- Io mi chiamo Alessia. Vengo da Vicenza.- Io rimasi fermo come un idiota ancora a fissare la sua mano. Mi ripresi velocemente e le sorrisi.
- Sergio. Da Verona.- Lei ricambiò il sorriso.
Ormai eravamo arrivati alla spiaggia.

***

Dieci minuti dopo eravamo seduti ad un tavolo in un bar sulla spiaggia. Mentre aspettavamo il cameriere per le ordinazioni, le chiesi quanti anni aveva.
- Oh, ho diciannove anni, ma ne compio venti proprio fra una settimana.-
- Allora auguri in anticipo, - Lei rispose "Grazie!",- Io invece ho ventuno anni e li ho compiuti circa tre mesi fa.-
- Allora auguri in ritardo!- Disse lei con un tono ironico.
Scoppiammo a ridere tutti e due e in quel momento arrivò il cameriere per le ordinazioni. Lei ordinò una birra.
La ordinai anch'io, sebbene non mi piacesse tanto, dato il suo sapore amarognolo. Avrei preferito una Coca Cola, ma volevo fare colpo, quindi dovetti ordinare anch'io una birra. Quando il cameriere se ne andò, le chiesi se stava ancora studiando, magari all'università. Lei rispose con un tono leggermente imbarazzato.
- A dire la verità, ho appena finito la quinta superiore in un istituto di Ragioneria... Sono stata bocciata in prima superiore. - Abbassò lo sguardo. Mi sporsi verso di lei.
- Non preoccuparti, sono tanti che vengono bocciati in prima. Quando l'ho fatta io, c'è stata la metà della classe, sedici alunni, che è stata bocciata.- Lei alzò lo sguardo.
- Tu?-
- No, io sono sempre passato. Sono un perito informatico, ma non ho nessuna intenzione di andare all'università. Volevo finire la scuola al più presto, quindi mi sono sempre impegnato, anche se non ho mai avuto voti alti, a parte informatica. Il sei basta e avanza... -
Lei sorrise e si raddrizzò sulla sedia. Per un certo numero di minuti, nessuno dei due disse niente. Io mi limitai a osservare i lineamenti del viso di Alessia. Aveva il mento un po' appuntito e il naso dritto. Poi scesi sul suo collo, un collo perfetto, né troppo lungo, né troppo corto e infine fissai la curvatura del seno. Lei non se ne accorse, dato che era intenta a guardare il cameriere che stava arrivando con le nostre ordinazioni. Mi affrettai a distogliere lo sguardo, prima che lei si accorgesse che le stavo guardando il seno. Sarebbe stato imbarazzante e inoltre non volevo sembrare uno di quelli che stanno con le ragazze solo perché vogliono fare sesso con loro. Alessia mi piaceva e non volevo venire piantato in asso perché le guardavo il seno. Non sono sicuro che anche io piaccia a lei, ma non si sa mai, no?
Anche se ero un tipo magro, grazie agli ultimi cinque mesi di palestra, i muscoli si facevano vedere e avevo anche cominciato a mettere su qualche chilo di massa muscolare. Inoltre, avevo un volto assolutamente normale, anche se con qualche traccia di brufoli del periodo adolescenziale.
Il cameriere arrivò con due bicchieri di birra e li appoggiò sul tavolo. Pagai il conto, poi se ne andò. Mi guardai intorno. A parte una coppia dall'altra parte del locale, c'eravamo solo noi.
Ritornai con lo sguardo su Alessia e i nostri occhi si incontrarono. Afferrai frettolosamente il bicchiere di birra e mandai giù un sorso.
Cercai di trattenermi dal fare una faccia schifata, senza riuscirci. Questa era la birra più amara che io avessi mai bevuto! Lei se ne accorse e sorrise, appoggiando il bicchiere sul tavolo. Io la imitai, poi dissi:
- Allora, sono perdonato per l'incidente di ieri?- Lei fece una faccia pensierosa, poi disse con un tono scherzoso e cercando di stare seria.
- Sei perdonato solo se mi offri anche il locale.- Poi non riuscì a trattenersi e rise.
Risi anch'io. Mi piaceva quando rideva. Lei si riprese e, sempre con un sorriso, rispose alla mia domanda.
-Sì, sei perdonato. In fondo, non mi hai fatto nessun torto e una cosa così può capitare a chiunque.- Fece una pausa. Poi mi guardò con aria interrogativa.
- Ma cosa hai fatto per farla partire? E se l'hai fatto apposta? Come faccio a saperlo io? E se invece... - Io alzai una mano, per interrompere la sua serie di domande.
- Ti assicuro che non l'ho fatto apposta. Poteva darsi che tu sei fidanzata e io non ho alcun interesse nel rovinare le coppie fidanzate o sposate. Stavo guardando la pistola e per sbaglio ho premuto il grilletto. Sfortunatamente mia sorella l'aveva lasciata carica, quindi, mi è partito.- Lei fece una faccia strana, come uno che volesse dire qualcosa, ma poi scosse la testa e mi sorrise ancora, con un'aria lievemente imbarazzata. Mi chiesi che cosa avesse da dirmi, ma poi lasciai perdere. Seguì un altro minuto in cui nessuno dei due fece parola.
Presi di nuovo il bicchiere e ne mandai giù un altro sorso, con conseguente faccia schifata. Lei se ne accorse ancora e mi chiese:
- Che hai? Stai male?-
- No, è che... questa birra è piuttosto amara... - Lei alzò il bicchiere e bevette un sorso anche lei. Poi mi guardò e confermò.
- Sì, in effetti è più amara di altre.-
Agitai il dito verso di lei.
- Tu sei qui da sola? O sei con qualche parente, amici... -
- Oh, sono qui con mio fratello e la sua fidanzata, solo che abitiamo in due appartamenti diversi. Sai, amano molto l'intimità... Così io mi trovo in un piccolo appartamento praticamente sotto di loro.-
Poi si chinò verso di me, facendomi cenno di abbassarmi anch'io verso di lei e sussurrò:
- E di notte si fanno sentire. Forse anche troppo... Sembra che si divertono... - Io sorrisi e risposi.
- Non ne dubito! -
- Tu? - Mi chiese Alessia.
- Io sono qui da solo. Sarei dovuto venire con la mia fidanzata, ma abbiamo rotto circa due settimane fa e quindi sono qui da solo. Un po' mi lamento, ma non volevo sprecare un'esperienza come questa. - Lei annuì e bevve il resto della sua birra.
- Ora sono a fare un giro per il paese...- Disse, riferendosi al fratello e alla sua fidanzata. -Torneranno forse questa sera...-
Io presi il bicchiere e in un sorso solo, scolai anch'io il resto della birra. Poi mi alzai.
- Ti va di fare il bagno?- Dissi, indicando il mare.

***

Riemersi velocemente e inspirai una grossa boccata d'aria. Ero stato sott'acqua circa un minuto. Mi passai una mano fra i capelli per togliere l'acqua che scendeva sul viso e mi guardai intorno. Alessia non si vedeva. Guardai sott'acqua, ma non vidi niente. Passai velocemente lo sguardo tra i bagnanti, in cerca di Alessia. Mi voltai verso la riva e, inspiegabilmente, il mio sguardo venne attratto da un uomo. Stranamente, l'uomo sembrava fissarmi dalla riva. I suoi piedi erano a pochi centimetri dall'acqua mentre io ero abbastanza distante, ma la sua immagine era nitida. Sembrava un bagnante qualsiasi, con un costume di colore verde scuro. Era alto e doveva essere sui quarant'anni. Io rimasi fermo, nonostante le onde che mi colpivano la schiena e che mi facevano dondolare. Forse mi sbagliai, ma mi sembrò che l'uomo ammiccasse verso di me. Poi alzò un braccio, come per richiamare l'attenzione di qualcuno. Improvvisamente qualcuno mi assalì alle spalle e mi spinse sott'acqua. Riemersi un'altra volta, con il cuore che batteva per lo spavento e mentre mi toglievo di nuovo l'acqua salata dalla faccia udii una ragazza che diceva:
- Che ci facevi lì impalato? Non mi hai visto arrivare?- Quando riuscii ad aprire gli occhi vidi che era Alessia.
A quanto pare, doveva essere stata lei a spingermi. Per tutta risposta, le schizzai l'acqua in faccia, poi mi voltai di nuovo per vedere se l'uomo c'era ancora.
Eccolo là, proprio davanti a me, nella stessa posizione di prima. Ora sembrava avere uno sguardo malinconico. Si voltò e camminò tra gli ombrelloni, strisciando i piedi. Un brivido mi passò tra le vertebre, facendomi rabbrividire. Alessia si avvicinò e mi chiese:
- Che c'è? Hai visto qualcosa di strano?- Io annuii.
- Sì, più o meno. C'era un uomo, là sulla riva e mi fissava. Poi mi è sembrato che mi salutasse. - Mi voltai, trovandomi di fronte ad Alessia. Scrollai le spalle.
- Bah. Probabilmente stava salutando qualcun altro che era dietro di me.-
Lei si avvicinò di più e disse, maliziosa:
- Sembri turbato... -
- Lo sono. - Ribattei, con finto risentimento.
- ...forse possiamo fare quattro passi questa sera, per schiarire le idee. Che ne dici?-
Rimasi interdetto per qualche secondo. Poi risposi, in tono accusatorio.
- Un momento! Dovrei essere io a invitare le ragazze a fare un giro alla sera. Non il contrario!-
- Allora invitami adesso.-
- Che ne dici se stasera ci facciamo un giro per il paese?-
Lei rise e mi schizzò ancora l'acqua.
- Non mi hai ancora chiesto il numero!-


2


Verso le dieci della sera stessa, uscii di casa per passare a prendere Alessia nel suo appartamento, a qualche casa dal mio.
Continuai a camminare con passo lento. Ero nervoso all'idea di uscire con una ragazza. Non era la prima volta che uscivo la sera con una ragazza, ma ogni volta era come se fosse la prima. Proprio mentre mi avvicinavo la suo appartamento, Alessia uscì e chiuse a chiave la porta. Quando fui abbastanza vicino, la salutai.
- Che tempismo!- Dissi, agitando il braccio in segno di saluto.
Lei mi sorrise e si avvicinò. Indossava una minigonna di jeans e una camicia blu scuro. La trovai bellissima.
- Già... Allora, dove vuoi andare?-
- Decidi tu. Per me fa lo stesso.-
- Beh, allora intanto camminiamo, poi vediamo quel che capita. -
Procedemmo fianco a fianco, parlando di un po' di tutto, anche della scuola. Io le raccontai di una insegnante che avevo avuto in seconda superiore.
- Mi ricordo il primo giorno che era venuta.- Dissi, con gli occhi che luccicavano dal bel ricordo.
- Sembrava che avesse il pigiama ed aveva gli scarponi da montagna! Accidenti, ci ha lasciati usare un martello grosso così per appendere la cartina dell'Europa politica. Pensaci... Nessun prof sano di mente ci avrebbe lasciato usare un aggeggio del genere. Sapessi quanto abbiamo riso!- Scoppiai a ridere e anche Alessia venne contagiata dal mio buonumore. Ridemmo tutti e due per qualche minuto, continuando a camminare, seppur con qualche minima difficoltà, dato lo scoppio di ilarità. Quando ci calmammo eravamo arrivati alla via principale che a quell'ora era piena di gente e di negozi di vestiti e sale giochi pieni di bambini.
C'erano molti negozi di vestiti e noi ci fermammo per la maggior parte di essi. Nonostante questo, nessuno dei due comprò niente. Avevamo percorso circa tre quarti della via (che era lunga forse settecento metri in totale) quando Alessia mi tirò per il braccio.
- Senti, non c'è troppo casino qui?- Io annuii.
- Sì, ma a quest'ora è normale. Se volevi il deserto, dovevamo venire qui alle quattro della mattina.- Lei parve riflettere.
- Oppure... - Continuai, cercando di dare una buona idea e fare colpo.
- Io invece lo conosco un posto dove a quest'ora non c'è nessuno, o quasi.- Mi interruppe lei.
- Davvero? E quale sarebbe?- Dissi, con una faccia interrogativa.
- Vieni.- Mi tirò di nuovo per il braccio e mi trascinò per una via perpendicolare alla principale, in direzione della spiaggia.
- Dove stiamo andando?- Domandai con un tono visibilmente preoccupato.
- Che ne dici di un bagno?- Mi chiese lei, sempre trascinandomi.
- Cosa... Che hai detto?- Balbettai.
- Un bagno. Ti va?-
- Un... A quest'ora? Ma... - Ammutolii. Non sapevo che dire. Quasi mi chiedevo se non fosse uno scherzo. Rimasi in silenzio per tutto il tragitto, fino alla spiaggia. Lei continuò a trascinarmi fino ad arrivare alla riva, a circa qualche metro dal mare. Mi guardai intorno. Non c'era nessuno.
- Un momento... Io non ho il costume!- Feci quando vidi che la ragazza faceva sul serio, cominciando a spogliarsi davanti a me.
Lei alzò lo sguardo, cominciando a sbottonarsi la camicia dopo essersi tolta la gonna.
- Nemmeno io. Dai, spogliati anche tu. Mica c'è freddo... - In effetti doveva esserci la bellezza di trenta gradi.
Mi arresi e mi levai lentamente la maglia. Vidi che Alessia mi stava aspettando in mutande e reggiseno. Per un attimo rimasi immobile a guardarla. Sembrava più bella che con il costume. Mi ripresi con un sospiro emozionato.
- L'acqua però sì che è fredda!- Cercai di obiettare.
Per tutta risposta, lei rise forte e si lanciò in acqua, sprizzandola dappertutto.
Accidenti,pensai. Si tuffò sott'acqua, riemerse e si passò una mano tra i capelli. Poi agitò le braccia verso di me.
- Forza, sottospecie di bradipo! Che aspetti?- Urlò.
Decisi di fare sul serio anch'io. Mi affrettai a togliermi i pantaloncini e mi lanciai anch'io in acqua. Con un urlo, mi tuffai sull'acqua ancora bassa. Presi una spanciata dolorosa, ma non ci feci caso.
Quando riemersi, venni colpito da numerosi schizzi d'acqua dritto in faccia.
Allungai una mano per proteggermi e avanzai, intento a fermare Alessia, ma quando stavo per afferrarle un braccio, lei rise e si lanciò indietro, cominciando a nuotare verso un cartello immerso nell'acqua.
- Ah, sì? Adesso... - Grugnii e cominciai a nuotare veloce verso Alessia.
Lei si fermò e ricominciò a schizzarmi l'acqua, ma stavolta ero preparato.
Avanzai impietrito con le mani davanti a me, ignorando gli schizzi.
Afferrai Alessia, circondandola con le braccia e la alzai. Lei lottò per liberarsi, continuando a ridere, senza riuscirci, poi mi avvinghiò le gambe alla vita.
Continuò a lottare e, siccome io sono un gentiluomo, mollai un po' la presa, e lei non perse l'occasione per liberare le braccia.
E, in una mossa che non mi aspettavo, mi abbracciò per il collo e premette con forza le sue labbra contro le mie in un inequivocabile bacio.
Rimasi scioccato. Non avevo previsto che la prima mossa la facesse lei. Improvvisamente, mi parve che le gambe stessero per cedere. Feci due passi avanti, barcollando con Alessia avvinghiata a me che premeva ancora le labbra contro le mie e afferrai con una mano il palo del cartello per sostenermi. Lei si staccò da me e mi guardò. Sussurrò:
- Ho sempre desiderato baciarti, dal momento che ti ho visto... -
Di colpo, mi resi conto del suo respiro affannato che mi colpiva la faccia e del reggiseno che ormai era trasparente e lasciava intravedere quello che c'era dietro.
Lei mi stava ancora guardando, con occhi colmi di desiderio. La guardai anch'io, poi la baciai di nuovo.
Stavolta lei aprì la bocca e la sua lingua si insinuò a cercare la mia.
Ci baciammo con intensità crescente. Lei staccò le gambe e scese lentamente senza rompere il bacio.
In un impeto maschile, la spinsi contro il palo. Sul cartello sovrastante c'era scritto:
"Limite di sicurezza" in italiano, in tedesco ed in inglese.
Alessia mugolò di piacere quando colpì con la schiena il palo e mi strinse di più.
Si staccò ansante e mi prese la mano, poggiandola sul suo petto, sopra il seno.
Poi mi sussurrò in un orecchio, con voce languida:
- Fai piano... - Mi lasciò la mano e alzò la sua per afferrare il palo dietro di lei.
La guardai. Stava ansimando per l'eccitazione e mi guardava anche lei. Spostai lo sguardo sulla mia mano e cominciai a scendere. Alessia chiuse gli occhi.
Con la mano, seguii il laccio del reggiseno dalla spalla fino ad arrivare alla curva laterale del seno sinistro. Constatai che portava forse la terza o la quarta. Appoggiai la mano sul seno. Lei inclinò la testa indietro, respirando affannosamente con la bocca. Teneva gli occhi chiusi. Potevo sentire i suoi battiti del cuore, tanto erano forti. Cominciai a stringere e un gemito di piacere sfuggì dalla bocca di Alessia.
Inaspettatamente, abbassò la mano e afferrò la mia, impedendomi di andare avanti. Poi disse a voce bassa.
- Sono fidanzata.-
Questa rivelazione ribaltò le carte nella mia mente. Rimasi fermo, con gli occhi spalancati. Anche lei aprì gli occhi e mi guardò.
Ritirai la mano dal suo seno e indietreggiai di un passo. Lei rimase ferma, con la schiena ancora attaccata al palo. Abbassò il braccio.
- Io... Mi dispiace... - Arrossii.
Lei venne avanti e si fermò a pochi centimetri da me.
- Non ti preoccupare. Proprio oggi ho deciso di lasciarlo. Tu non hai colpe, mi sei solo piaciuto di più. Ora lui si trova a casa e scommetto che sta passando il tempo con un'altra ragazza. L'aveva già fatto una volta e sono sicura che non ha mai smesso di tradirmi. Sai, il lupo perde il pelo, ma non il vizio. - Disse, con un debole sorriso.
Io rimasi silenzioso. Ci fu qualche secondo di silenzio imbarazzato.
- Il lupo perde il pelo, ma non il vizio... - Ripetei.
Capii che non dovevo preoccuparmi. Non aveva senso. Era stata lei a fare il primo passo. E poi, stando a quello che diceva, il suo ragazzo l'aveva già tradita.
- Sì... - Disse lei, poi si sporse e mi baciò ancora. Ricambiai il bacio.
Lei mi abbracciò di nuovo al collo e mi strinse forte.
Improvvisamente ebbi una strana sensazione. La sensazione di essere osservato. Mi staccai da Alessia e guardai verso la spiaggia.
Il mio cuore ebbe un balzo. Alessia prima mi guardò interrogativa, poi seguì il mio sguardo e sussultò.
L'uomo con il costume verde scuro era ancora là e ci stava guardando. O meglio, fissando. Alzò un braccio e mi salutò, come aveva fatto quel pomeriggio. Decisi di vederci chiaro. Cominciai a camminare velocemente verso lo sconosciuto. Non avevo fatto nemmeno due passi che Alessia mi afferrò il braccio.
- No! Poi se la prenderà con te... - Sussurrò preoccupata.
- Non ti preoccupare. Non voglio picchiarlo.- Detto questo, continuai a camminare, con l'acqua che rallentava ogni mio passo. Sentii Alessia seguirmi, senza mollare il mio braccio. L'uomo rimase fermo dov'era. Lo vidi sorridere mentre stavo uscendo completamente dall'acqua, con Alessia dietro di me.
Quando mi fermai davanti a lui, ci fu silenzio per qualche secondo. Poi l'uomo parlò per la prima volta.
- Buona idea, quella di fare il bagno a quest'ora, con i malviventi che ci sono in giro. - Disse con tono sarcastico.
- So difendermi.- Ribattei io, duramente.
Lo sconosciuto rise. Indicò Alessia, che stava dietro di me, cercando di nascondere la sua parziale nudità.
- Posso voltarmi, se volete, in modo che la signorina possa indossare i suoi indumenti.- Lo ignorai.
- Chi sei? Perché sei qui?-
Lui rise ancora, scuotendo la testa. Ma non sembrava una risata divertita. Era piuttosto malinconica, fatta senza allegria.
- Domande da milioni di euro... Mi chiamo Gianfranco e sono qui per avvertirti.-
- Avvertirmi di cosa?- Chiesi io, con voce sospettosa.
- Avrai certamente sentito parlare delle sparizioni che accadono nelle spiagge più famose d'estate. Le più recenti riguardano proprio questa spiaggia.- Indicò al sabbia ai suoi piedi.
- Ne hai sentito parlare?- Mi chiese.
- Certo... - Risposi. Non riuscivo a capire dove voleva andare a parare.
- Bene.- L'uomo di nome Gianfranco cominciò a camminare avanti e indietro.
- Sono qui per avvertirvi. Per mettervi in guardia. Vedete quell'uomo laggiù? Quello seduto dietro al muretto?- Indicò un punto dietro di lui. Seduto dietro al muretto che divideva la strada dalla spiaggia c'era un uomo.
- Oh, ma può andarsi a prendere i suoi vestiti.- Disse ad Alessia che sporgeva da dietro di me per vedere.
- Ecco, mi giro. - Gianfranco si voltò, dandoci le spalle.
- Stammi dietro.- Dissi ad Alessia. Camminai fino ad arrivare ai nostri vestiti e li raccolsi. Diedi alla ragazza i suoi, che cominciò subito a metterli. Io, invece, mi misi solo i pantaloncini. Gianfranco era ancora girato e fischiettava. Quando ci fummo vestiti, gli dissi:
- Okay. Abbiamo fatto.- Gianfranco si girò e ci sorrise.
- Bene. Ora, l'avete visto quell'uomo?- Io e Alessia annuimmo.
- E' lui che ha rapito quella gente. E' lui che le ha uccise.-
Per poco non scoppiai a ridere.
- E' uno scherzo? Divertente. Tu e il tuo complice là sopra avete fallito. Addio. - Mi voltai, deciso ad andarmene.
- Andiamo. - Dissi ad Alessia.
- Ti chiami Sergio.- Disse Gianfranco.
Mi bloccai immediatamente. Non gli avevo mai detto il mio nome. Come faceva a saperlo? L'uomo continuò.
- Hai ventuno anni e una sorella di sedici. Abiti a Belfiore, in provincia di Verona. Sei un perito informatico, passato per settantadue su cento, poco per la verità. Sei nato a Soave. Sei stato battezzato... -
- Basta così!- Lo interruppi con tono perentorio.
- Dicci cosa vuoi.- Fece Alessia.
Lui diventò improvvisamente serio.
- Mi devi ascoltare. Ne va della vita di lei e anche della tua!- Disse, indicando Alessia. Io rimasi stupito. Non sembrava il tipo da dire minacce. Era alto e un po' muscoloso sì, ma aveva lo sguardo bonario (Se non capite a cosa mi riferisco, vedete Lionel Messi, giocatore del Barcellona) e non sembrava abituato a fare a pugni con chicchessia.
Mi preoccupai comunque.
- In che senso?- Chiese Alessia.
- Ho già detto che quell'uomo è quello che compie i rapimenti. Io lo so, perché l'ho visto. E ha già scelto la sua prossima vittima.- Fece una pausa.
- Mia cara...- Disse rivolto ad Alessia.
- La sua prossima vittima sei tu. - Lei fece un sussulto e si aggrappò a me.
- Non minacciarla.- Ringhiai, tendendo il braccio in un gesto protettivo verso Alessia.
- Non la sto minacciando. Ti sto avvertendo che è lei la prossima vittima. Quell'uomo ha intenzione di rapirla e poi fare cose inimmaginabili.-
- In che senso?- Ripeté Alessia, con un tono visibilmente spaventato.
Gianfranco si voltò e disse:
- Per favore, seguitemi.-
Io e Alessia ci scambiammo uno sguardo. Decisi di seguirlo.
Si fermò davanti alla cabina del gabinetto e si voltò verso di noi, che lo stavamo raggiungendo. Indicò davanti alla prima porta.
- Lì sotto c'è una pala per scavare. Guardate.- Io mi avvicinai al punto indicato da Gianfranco e cominciai a scavare la sabbia con le mani. Sorprendentemente, il manico di legno di una piccola pala spuntò fuori.
- Lasciala lì, non tirarla fuori tutta. Ormai l'hai vista. Sappiate che proprio sotto questa cabina c'è un sacco dell'immondizia pieno di parti di cadaveri di uomini e donne assassinati da quell'uomo. - Fece una pausa.
- Mi dovete fare un piacere... Dovete fermare quell'uomo. Dovete farlo smettere di compiere questi efferati omicidi. Io non posso farlo, non da solo. E la polizia non mi crederebbe, non ho un alibi. Vi prego... lì dentro c'è... c'è mia moglie. - Vidi che i suoi occhi si erano fatti più lucidi. Ma dubitavo ancora di lui.
- Perché dovremmo aiutarti? Noi non ti dobbiamo niente... -
Mi interruppe furioso, indicando Alessia.
- L'ho già detto! Ne va della sua vita!-
- Mi dovete credere! Altrimenti ve ne pentirete! Ve ne pentirete amaramente, se non mi ascoltate!- Si fermò, ansante per lo scoppio di rabbia. Per un minuto, nessuno disse niente. Stavo riflettendo su quello che Gianfranco aveva detto. Secondo lui, sotto quella cabina c'era un sacco pieno di pezzi umani. Non sapevo se credergli.
Afferrai la pala sepolta e la tirai fuori. Poi cominciai a scavare.
Gianfranco non disse niente e rimase immobile a fissarmi, mentre Alessia fece un passo avanti e mi chiese, con voce tremante:
- Che fai? - Io non risposi e continuai a scavare freneticamente, lanciando palate di sabbia a destra.
- Manca poco.- Disse Gianfranco con voce stanca. Io continuai a scavare, senza prestare attenzione a quello che succedeva intorno a me. Dopo qualche minuto il buco era abbastanza largo e fondo. Mi fermai tutto sudato per lo sforzo.
- Non c'è niente.- Dissi rivolgendo a Gianfranco uno sguardo di sfida.
- E' più avanti. Sotto la cabina. - Indicò con la mano che dovevo scavare orizzontalmente.
Sospirai e ripresi a scavare, muovendomi come mi aveva detto Gianfranco. In quel momento, notai uno spago di colore giallo spuntare fuori. Scavai intorno, non osando credere ai miei occhi. Ero spaventato.
Non può essere vero! Afferrai il bordo di un sacco nero e tirai. Non riuscii a tirarlo fuori tutto, dato che era pesante e che c'era ancora molta sabbia da rimuovere. Era aperto. Sentii Alessia gemere di paura.
Senza pensare, infilai una mano dentro al sacco.
Di colpo, fui invaso dall'odore penetrante della decomposizione. Cercando di ignorare quello che l'olfatto mi trasmetteva, afferrai un qualcosa di freddo e molliccio e lo tirai fuori.
Subito non capii che cosa fosse. Poi compresi. Era una mano. Ormai la pelle si era staccata tutta e il colore della carne era marrone scuro, con qualche chiazza violacea. Alessia si allontanò da quel macabro spettacolo con un urlo soffocato e si voltò per non vedere.
- Cazzo... - Gettai la mano per terra e mi gettai indietro sui gomiti, in preda ai conati di vomito. Mentre tenevo una mano sulla bocca, cercando di bloccare i continui conati, sentii Gianfranco avvicinarsi a me. Riuscii a riprendermi e rimasi fermo per terra, mentre l'uomo dal costume verde si chinava su di me e sussurrava:
- Devi ucciderlo... Ti prego, io non posso, devi farlo tu. Se non vuoi farlo per me, fallo per lei.- Fece una pausa. Sembrava che stesse riflettendo su quello che doveva ancora dire. Si alzò e lo guardai andare verso la cabina, poi ritornare. Si chinò di nuovo su di me.
- L'uomo che devi uccidere è ancora là e non dovrebbe essersi accorto di noi. Di me,più che altro,- Si corresse. - vi sta seguendo, quindi di voi sa. Ora devo andare, ma ci vedremo ancora. Preferirei che veniate qui di notte, quando non c'è nessuno. In altri posti non posso. Non chiedetemi perché.-
Detto questo, Gianfranco si girò e se ne andò camminando tra gli ombrelloni. Dopo qualche secondo, sparì dalla mia vista.
Lanciai uno sguardo ad Alessia.
Mi dava la schiena e si teneva la pancia con la mano. Era ancora scossa. Quello che avevo appena visto nel sacco mi convinse.
Quell'uomo diceva la verità e io dovevo proteggere Alessia.
Mi alzai e, afferrata la pala, buttai la sabbia sul buco che avevo fatto prima, ricoprendo tutto. Mi accertai che tutto fosse nascosto, poi ricoprii la pala per bene.
Quando ebbi finito, mi voltai e vidi che Alessia si era seduta su uno sdraio.
La raggiunsi e mi sedetti di fianco a lei. Le cinsi le spalle con un braccio, ma lei non mostrò alcuna reazione. Le guardai il volto.
Era pallida. Forse lo ero anch'io.
- Stai bene?- Lei non rispose.
- Sei pallida... -Aggiunsi. Lei si voltò e mi studiò il volto.
- Lo sei anche tu. - Disse con voce flebile. - Ma sembra che stai bene comunque.-
- Sì, sto bene.- Ammisi. - Sono solo... - Non riuscii a continuare.
Per qualche minuto, ci fu silenzio, rotto solo dallo scrosciare delle onde a circa dieci metri da noi. Mi parve rilassante.
- Sarebbe meglio tornarcene a casa. - Dissi.
Lei annuì. Ci alzammo e tenendole un braccio sulle spalle, la guidai fino al marciapiede dove era seduto l ‘uomo indicato da Gianfranco come il killer. Passandogli accanto, gli rivolsi un'occhiata. Stava leggendo un giornale e quando gli passammo vicino, alzò lo sguardo e incontrò il mio.
Mi sorrise. A vederlo così, non sembrava un killer. Aveva il volto squadrato e il naso un po' grosso, ma i grandi occhi verdi sembravano dargli un'aria di innocenza. Non riuscivo a vederlo nei panni di un feroce assassino che faceva a pezzi le sue vittime solo per puro piacere.
Naturalmente potevo sbagliarmi. Distolsi lo sguardo senza ricambiare il sorriso.
Strano che per tutto il tragitto fino alla casa di Alessia mi sentii addosso il suo sguardo come se fossi una preda. Forse anche Alessia lo aveva avvertito. Stavo per chiederglielo quando lei mi disse a voce bassa:
- E' lui. Sento che mi sta fissando. Vuole farmi qualcosa... - Pausa. - Quello là sulla spiaggia ha detto la verità. Lo sento... - Io non dissi niente. Stavo riflettendo sulla sensazione di essere pedinati dallo sguardo di qualcuno. Sembrava una sorta di sesto senso e a me diceva che bisognava stare all'erta da quell'uomo.
Fino all'appartamento di Alessia, nessuno parlò. Ognuno era assorto nei propri pensieri e sembrava esserci un tacito accordo di non interromperli a vicenda.
Quando arrivammo al cancelletto, lei si fermò di fronte a me e mi chiese:
- Vuoi venire dentro?- Guardai i suoi occhi. Aveva uno sguardo supplichevole.
Capii che non voleva rimanere da sola. Non dopo aver avuto un' esperienza del genere.
- Con te non c'è nessuno? Tuo fratello?- Lei scosse la testa.
- Mio fratello sta al piano di sopra e a quest'ora sarà ancora in giro con la sua fidanzata.- Erano solo le undici e mezza.
Accettai l'offerta.

***

Mi chiese se ero mai stato fidanzato. Risposi che non lo ero mai stato davvero.
Eravamo nel letto matrimoniale della camera di Alessia. Lei teneva la testa sul mio petto, come per ascoltare i battiti del cuore. Io la abbracciavo e stavo guardando il soffitto.
- Non sei ti sei ancora calmato.- Mi disse.
- Come lo sai?- Chiesi, sapendo già la risposta.
- Il tuo cuore sta ancora battendo forte. Anche il mio... - Mi prese la mano e la mise sopra il suo cuore. In effetti, stava battendo come il mio.
- No, il tuo va meno del mio.- Dissi con un tono professionale, come se fossi un medico. Lei sorrise e sorrisi anch'io. La piccola bugia aveva fatto bene. Un sorriso è difficile dopo aver visto pezzi umani in un sacco sotto la sabbia.
- Pensi che dovremmo credergli?- Mi chiese Alessia, ridiventando seria.
- Non so cosa dire. Per quel che ne so, potrebbero essere tutti e due assassini. Domani vedremo cosa succede.- Ci fu un attimo di silenzio, poi Alessia mi chiese con un sussurro:
- Hai paura?- Io riflettei.
- Sì, un po' ho paura. Ma... Ma cerco di pensare positivo. Domani vedremo cosa succede.- Ripetei.
Lei si mosse fra le mie braccia.
- Già... Vedremo.- Ci fu un altro minuto di silenzio.
- Sergio... - Fece lei. Io la guardai.
- Sì?-
- Sei sicuro che dica la verità? Io no. -
- Non sono sicuro nemmeno io, ma se in realtà fosse stato Gianfranco a fare a pezzi la gente non credo che ce l'avrebbe detto, rischiando che noi andiamo dagli sbirri a denunciare il fatto.-
- E se lo facessimo davvero?-
- Meglio di no. Non abbiamo prove concrete. Gli sbirri crederebbero che siamo stati noi.-
Lei alzò la testa.
- Come mai li chiami così?-
- Chi chiamo così?-
- Come mai li chiami sbirri e non polizia?-
- Beh... Sai... Ti racconto una cosa: quelli inventerebbero qualsiasi scusa per fare soldi. E' un dato di fatto. L'ultima trovata è quella di abbassare il limite di velocità in autostrada. Da 130 a 120!- Feci la vocina, scimmiottando gli sbirri.
- Perché così ci sono meno incidenti, dicono. Invece dovrebbero dire: Perché così prendiamo più soldi! Inventano solo puttanate.- Feci una pausa teatrale. Mi piace essere teatrale. Da più effetto a quello che dico. Agitai la mano.
- Circa cinque anni fa ho fatto un viaggio in Svizzera. A trovare dei parenti. A mio papà piace correre, così, facendo un percorso in cui c'era il limite degli ottanta, lui andava ai centoventi. Non c'era nessuno, viaggiavamo di notte e quindi la strada era deserta, non c'era proprio nessuno, manco Babbo Natale. Ed ecco un flash accecante. Per poco non andavamo fuori strada, il flash aveva reso cieco papà per qualche secondo. Due mesi dopo ci arriva la multa in Italia e sono settecento euro per neanche trentacinque chilometri sopra il limite. Ecco perché li chiamo così. -
- Ma quella era la polizia svizzera, è diverso...- Disse Alessia.
- Non è diverso niente. Gli sbirri sono tutti uguali. Quindi, andare dagli sbirri è escluso.-
- Beh, forse qualcuno può... -
- Dubito fortemente che qualcuno sia disposto ad aiutarci. Sono tutti egoisti e pensano solo alle loro vite. -
- Forse lo dovremmo fare anche noi, pensare alle nostre vite. -
Feci un'altra pausa, ma stavolta non era per fare scena. Stavo riflettendo intensamente su quello che Alessia aveva appena detto.
Poi risposi:
- Già, ma... io voglio saperne di più su questa storia. Voglio... Fare luce, ecco. Quello che ho visto prima mi ha intrigato e quindi... - Lasciai la frase in sospeso. Alessia avrebbe capito quello che avrei voluto dire dopo. Dal fatto che non rispose, capii che aveva capito. Cominciò ad accarezzarmi i capelli, poi mi disse:
- Io invece sono divisa tra due parti... Una parte di me dice che non dovrei immischiarmi, che mi metto in pericolo da sola. Un'altra parte di me, invece, è attratta dal senso del mistero e voglio anch'io fare luce su questa storia.-
- Tu sei già in pericolo... - Sussurrai.
- Come?-
- Gianfranco ha detto che il killer ti ha già scelto come prossima vittima. Quindi sei già in pericolo.-
- Ah, sì... Non ci avevo pensato. - Fece lei sconsolata e spaventata.
- Non ti preoccupare. Ci sono io. - Lei mi guardò e mi baciò teneramente sulla bocca. Sorrisi e le accarezzai il volto.
- Ora però dovrei andare a casa, è già la mezzanotte passata. - Dissi guardando l'orologio sul muro di fronte a me. Mi alzai dal letto. Lei mi afferrò il braccio e disse con un'espressione spaventata.
- Mi lasci qui da sola? Non andartene, ti prego... - Aggiunse assumendo un tono supplichevole.
- Mica ti aspetterai che quello venga qui stanotte, vero?-
- E se venisse?- Mi sporsi verso di lei.
- Non verrà. Non ti preoccupare. Lui non ha le chiavi di questa porta, quindi come potrebbe entrare? E se tieni le finestre chiuse, non potrà entrare.- Lei non pareva convinta. Fece per aggiungere qualcosa, ma io la anticipai, prendendole il volto con le mani.
- Fidati di me. - I nostri sguardi si incontrarono. Si fidava. La lasciai e scesi le scale seguito da Alessia. Ci baciammo ancora sulla soglia, poi me ne andai.
Quando arrivai in strada diedi un'occhiata verso il mare, dove c'era la panchina con il presunto killer.
Lui non c'era più.


3


-Cazzo, mi ha invitata a bere qualcosa con lui!- Squittì Alessia dopo che l'ebbi raggiunta in spiaggia alle dieci del mattino.
- Cosa? Chi?- Dissi, un po' confuso.
- L'uomo di ieri, quello che era seduto sulla panchina... -
- E tu cosa hai risposto?-
- Ho detto di no, che non potevo, che dovevo aspettare una persona e lui ha detto che non importava e se né andato, lasciando intendere che sarebbe tornato a chiedermelo. Oh, Dio... - Si sedette sullo sdraio, un po' pallida in volto.
Rimasi un attimo in silenzio, con lo sguardo fisso su Alessia. Questo confermava quello che aveva detto Gianfranco quella notte. Quell'uomo, chiunque fosse, aveva davvero messo gli occhi su Alessia.
Lei sospirò e si passò una mano fra i capelli. Io mi sedetti accanto a lei e le misi un braccio sulla spalla.
- Tranquilla, troveremo il modo di liberarci di lui, se ti fa paura.- Cercai di consolarla. Lei alzò lo sguardo.
- E come pensi di liberarti di lui. Gianfranco ha detto che dovevamo ucciderlo, ma io non so se ci riesco... -
- Se quello che ha detto Gianfranco è vero, cioè che quest'uomo ha rapito e assassinato quelle persone, credo di sentirmi in dovere di farlo. Per vendicare la morte di quelle persone. - Ci fu qualche secondo di silenzio. Poi proseguii.
- Oggi starò insieme a te, in questo modo quello forse eviterà di parlarti ancora. Questa sera andremo a parlare con Gianfranco, forse lui ha qualche idea... - Lei annuì e mi poggiò la testa sulla mia spalla.
- Chissà perché ci chiede di andarlo a trovare di notte... Non sembra un po' inquietante la cosa?- Scrollai le spalle.
- Forse ha paura di essere visto da quello, il killer.- Suggerii.
- Già, forse... -

***

Arrivammo in spiaggia alle undici e mezza per parlare con Gianfranco.
La spiaggia era deserta, come sempre, e la luna piena diffondeva luce sufficiente per una buona visibilità. Nonostante questo, non riuscii a vedere anima viva. Aspettammo per circa cinque minuti, seduti sullo sdraio con lo sguardo rivolto verso il mare.
- Mi sa che non c'è... - Mormorai ad Alessia.
- Gente di poca fede!- Tuonò all'improvviso una voce alle nostre spalle. Sobbalzammo come due molle e io mi voltai di scatto. Gianfranco era lì, in piedi, e aveva sempre lo stesso costume della notte prima.
Mi accorsi di aver trattenuto il fiato. Lo espirai rumorosamente e mi portai una mano sul cuore che batteva forte.
- Cazzo... Ci ha spaventati!- Sibilai con uno sguardo truce.
Gianfranco sorrise e si avvicinò.
- Mi dispiace avervi spaventato. Non era mia intenzione. Vi assicuro che non farò più una cosa del genere. Allora? Siete qui per trovare una soluzione,vero?- Guardò Alessia.
- Sì. Speravamo che tu potessi aiutarci su... su come uccidere quell'uomo. - Rispose lei esitante.
Gianfranco scoppiò improvvisamente a ridere. Quella situazione mi parve un po' grottesca. In fondo stavamo parlando di uccidere un uomo, non di pettegolezzi vari.
- Scusa, che c'è da ridere?- Chiesi quindi. Lui si calmò un po', prima di rispondere.
- Scusate, ragazzi,- Disse, tergendosi con il dito una lacrima che scendeva dall'occhio.
- Ma è molto tempo che non ridevo così. Voi due siete molto simpatici.- Ricominciò a ridacchiare. Io mi stancai di quella sceneggiata.
- Cosa vuoi da noi?- Dissi a voce alta.
Gianfranco smise di ridere immediatamente.
- Cosa voglio? Che uccidiate quell'uomo. Lui mi ha ucciso la moglie e io mi devo vendicare per mezzo di voi.- Pensai che era un bugiardo, oppure un tipo molto codardo.
- Arrangiati, non siamo obbligati a uccidere per te. E poi credo che questo sia solo uno scherzo di pessimo gusto.-
Mi voltai e afferrai per un gomito Alessia.
- Andiamocene e non pensiamoci più.- E cominciammo a camminare verso la strada.
- Fermo!- Sentii Gianfranco urlare.
Mi arrabbiai come mai avevo fatto prima.
La pressione del sangue salì a mille. Avevo voglia di dare il fatto suo a Gianfranco. Con un'espressione omicida in volto corsi verso Gianfranco, con l'intenzione di mollargli un pugno sul naso. Non mi fermai per nessun motivo, nemmeno al "NO!" di Alessia. Gianfranco era fermo davanti a me e sorrideva.
Questo mi fece arrabbiare ancora di più.
La distanza diminuì velocemente, finché io non alzai il braccio destro con la mano stretta a pugno e la mandai dritta al naso di Gianfranco, che non stava facendo niente per difendersi.
Il mio braccio sferzò l'aria e a causa dell'energia cinetica, il mio corpo fu sbalzato in avanti a seguire il pugno che aveva impossibilmente trapassato il volto sorridente di Gianfranco.
Mi ritrovai disteso sulla sabbia.
Subito pensai che lo avevo mancato, ma avevo visto bene il pugno attraversare il volto.
Mi voltai lentamente sulla schiena. La prima cosa che vidi fu Alessia in ginocchio a cinque metri da me, che mi fissava pallidissima.
Di fianco a me c'era Gianfranco che mi fissava intensamente. Il suo sguardo era inespressivo. Per qualche minuto ci fu silenzio, poi dissi a Gianfranco:
- Ti ho mancato.- Sussurrai.
Lui scosse la testa.
- Non mi hai mancato. Dio, vorrei che tu non lo avessi mai saputo...- Chiuse gli occhi e si portò le mani alla testa, come se fosse disperato. Mi alzai lentamente, in parte sotto shock e mi pulii dalla sabbia sui pantaloni e sulla maglietta. Non osavo credere a quello che credevo di aver visto.
Il mio pugno che trapassava indenne il suo volto...
Mi guardai la mano destra, quella con cui avevo dato il pugno, come alla ricerca di qualcosa di strano, ma non vidi niente. Praticamente ora avevo la gola secca e non riuscivo a parlare.
Gianfranco mi dava ancora le spalle. Improvvisamente si voltò e mi guardò uno sguardo determinato e sconsolato. Sospirò.
- Io... Non faccio più parte di questo mondo.- Mormorò.
- Vi assicuro che non siete pazzi, ve lo posso dimostrare. E' per questo che io non ho toccato niente, se guardi, non lascio neanche impronte quando cammino.- Indicò i suoi piedi e fece un passo avanti. Io guardai quel gesto a occhi spalancati ed effettivamente vidi che non aveva lasciato nessun tipo di impronta. Il cuore, che già batteva forte, aumentò vertiginosamente i battiti. Passai velocemente lo sguardo dai piedi al volto di Gianfranco, che mi guardava con un sorriso tirato, speranzoso.
- Tu... Che cosa sei?-
- Sono una traccia del passato.-
- Traccia?- Ripetei sconcertato.
- Un'anima.-
- Anima... -
Non capivo cosa intendesse dire con anima.
O forse, non volevo capire.
In fondo però, sapevo di aver capito.
Gianfranco scrollò le spalle.
- Un fantasma.- Specificò finalmente.
Come in risposta ad uno strano impulso, spalancai gli occhi e fissai Gianfranco terrorizzato.
Lui se ne accorse immediatamente e alzò subito le braccia in un atteggiamento pacifico.
- Calma! Non dovete spaventarvi. Io non voglio fare del male a nessuno. E anche se volessi non potrei.- Abbassò le braccia e sorrise ancora.
- Sono immateriale, quindi non posso interagire con niente. Voi mi vedete perché sono io che lo voglio.-
Guardai Alessia che era ancora inginocchiata sulla sabbia, sempre pallida in volto. I nostri sguardi si incontrarono e lei si alzò.
Fece qualche passo verso Gianfranco, poi disse:
- Dimostralo!- Gianfranco la guardò, poi improvvisamente, sparì in un batter d'occhio.
Sbattei gli occhi, fissando il punto dove era scomparso.
- D... Dov'è andato?- Balbettò Alessia in tono visibilmente terrorizzato.
- Sono qui.-
Mi voltai alla mia sinistra e vidi Gianfranco in piedi a qualche metro da noi. Il suo volto ora era diverso; non era più inespressivo, ma piuttosto attraversato da una vena malinconica.
Si avvicinò.
- Io sono morto tre anni fa, proprio su questa spiaggia.- Indicò con un braccio l'ambiente circostante.- Forse non ricordate, ma i notiziari ne hanno parlato. Sono morto e ora io sono fermo qui, nel luogo della mia morte. Non lo so il perché, ma non riesco in alcun modo ad andarmene completamente da questo mondo. Ma di una cosa sono certo: questo non è il paradiso, ragazzi... Questo è l'inferno!-
I suoi occhi cominciarono a farsi lucidi. Io non sapevo che dire... Ero ancora spaventato da quella rivelazione.
- Io ho chiesto ad altri prima di voi di uccidere quel killer, ma hanno fallito. Tutti e tre! Ma voi... Io sento che voi non fallirete. Sento che avete la potenzialità per farlo. Vi serve solo un piano e io ce l'ho. Dovete fidarvi di me.- Aggiunse in tono supplichevole, poi smise di parlare e ci guardò. Ci misi un po' prima di dire qualcosa.
- Gli altri tre?- Chiesi.
Gianfranco annuì.
- Sì.-
- Come sono morti?-
- Sono stati uccisi dal killer. Due uomini e una donna, mia moglie. Tutti e tre fatti a pezzi e due ritrovati solo molto tempo dopo. Mia moglie invece, l'avete trovata voi.- E il suo sguardo indugiò sulla cabina dove la notte prima avevo scavato il sacco.
- Come mai hai chiesto a tua moglie di uccidere il killer?- Domandò Alessia. Gli occhi di Gianfranco ritornarono lucidi mentre guardava Alessia.
- Credevo che avesse le potenzialità necessarie. Ma mi sbagliavo... Dio quanto mi sbagliavo... - Si portò una mano sugli occhi e se li massaggiò. Un debole singhiozzo gli sfuggì dalle labbra.
Mi faceva un po' pena. Ma non avevo dimenticato che era un fantasma.
Tuttavia, non potevo lasciare che un uomo libero uccidesse indisturbato.
- Potremmo andare dalla polizia, così potremo tendergli una trappola...- Gianfranco alzò subito gli occhi.
- Non avete capito quello che vi ho detto ieri?- Ringhiò.
- La polizia non vi crederà mai e quando tirerete fuori il sacco con il cadavere i mia moglie, incrimineranno voi. Non avete prove per dimostrare la vostra innocenza e quindi sarete anche accusati degli altri omicidi e mandati in galera per il resto della vostra vita. No, la polizia deve starsene fuori.-
Io spalancai le braccia, spazientito.
- E allora qual è il tuo piano?-
Gianfranco lo spiegò e quando finì, io e Alessia ci guardammo e dicemmo che poteva funzionare.


4


La notte dopo, io e Gianfranco eravamo nascosti dietro la cabina dove stava sepolta sua moglie. Anche se Gianfranco non aveva bisogno di nascondersi, io preferii così e lui acconsentì lo stesso. Mancava poco all'ora prestabilita.
Tra poco sarebbero arrivati Ilaria in compagnia del killer, che si chiamava Beppe Sambugaro e aveva trentatre anni.
Nato a Verona, lavorava in un piccolo supermercato come assistenza nel reparto "Cellulari". Ma la cosa più sorprendente era che ogni anno veniva in quella spiaggia per uccidere qualcuno, una persona a caso.
Questo era quello che sapeva Gianfranco di lui. Quando gli chiesi come faceva a sapere praticamente tutto delle persone, lui rispose:
- E' come una specie di sensazione, un qualcosa che posso sentire solo al contatto visivo. Praticamente, quando fisso una persona, è come se vederla mi raccontasse la sua storia. Ora taci, che stanno arrivando.-
Con il cuore in gola per la tensione, sbirciai oltre la parete ed effettivamente, vidi Alessia che camminava in compagnia del killer.
Ora stavano scendendo la rampa.
Avevamo concordato che avrebbe fatto in modo di mettere il killer alle spalle della cabina, così che io potessi sopraggiungere di soppiatto da dietro e attaccarlo con un coltello.
Avrei cercato di ucciderlo all'istante, ma non sapevo se ce l'avrei fatta.
Ma mi sarei comunque impegnato. Vidi che ridevano, lei un po' nervosamente.
Speriamo che il killer non si accorga di niente!
Mi chiedevo di cosa stessero ridendo. Me l'avrebbe raccontato dopo Alessia, ora dovevo pensare alla missione.
Vidi che si fermarono ad una trentina di metri da noi. Mi chiesi che cosa avesse escogitato Alessia per fermarlo.
La mia curiosità venne ripagata subito.
Con sommo orrore, vidi Alessia gettare le braccia al collo di Beppe Sambugaro e cominciare a baciarlo con trasporto.
Rimasi completamente di stucco. Ero geloso e desiderai ucciderlo all'istante.
Gianfranco mi sventolò la mano sugli occhi, distogliendomi dai miei pensieri omicidi.
- E' il momento. Andiamo. - Disse, poi vedendo la mia espressione tra lo stupore e la rabbia, aggiunse:
- Questo a quanto pare è il metodo migliore per distrarlo. Forza, non arrabbiarti per un nonnulla e muoviamo il culo!- Annuii senza entusiasmo e seguii Gianfranco, cercando di andare a passi leggerissimi.
Per l'occasione, mi ero tolto le scarpe per evitare qualsiasi rumore.
Andammo avanti piano per una decina di metri, poi vedemmo che avevano smesso di baciarsi; a quanto pare, forse il killer si era stancato. Lo vidi agitare la testa, come per dire: Basta!
Ma Alessia lo prese di nuovo e ricominciò a baciarlo.
Le mie budella si contorcevano per la gelosia. Vidi Alessia che agitava il dito indice sulla schiena del killer, come per dire Muovetevi!
Così, io e Gianfranco affrettammo il passo. Controllai la spiaggia. Non c'era nessuno. Ormai era la mezzanotte passata e la maggior parte stava girando per i negozi.
Percorremmo altri dieci metri senza difficoltà e per i successivi cinque rallentammo il passo.
Quei due si stavano ancora baciando e il killer aveva cominciato a mettere le mani sul sedere o sul seno di Alessia.
I cominciai a fumare dalla rabbia. Gianfranco se ne accorse ancora e mi fece un gesto eloquente con le mani, indicando poi il coltello e la schiena del killer.
Di colpo, accadde una cosa che non ci aspettavamo:
l'assassino aveva infilato una mano in tasca e aveva tirato fuori un piccolo coltellino dall'aspetto taglientissimo.
Era una mossa davvero inaspettata, perchè pensavamo che avrebbe tentato di fare sesso con Alessia prima di ucciderla.
Quindi questo ci colse impreparati.
E io agii senza pensare.
- NO!-
L'assassino Beppe Sambugaro voltò la testa e mi fissò con gli occhi sbarrati. Alessia si accorse del coltellino e si tirò subito indietro.
Per qualche secondo, rimanemmo a fissarci negli occhi.
Aveva un volto assolutamente normale: niente cicatrici o occhi penetranti, come mi ero immaginato.
Aveva un volto rotondo e i capelli di un castano chiaro. Gli occhi marroni e una bocca larga completavano il quadro di una persona civile.
Solo che non lo era.
L'assassino sorrise e in un movimento velocissimo scagliò il piccolo coltellino verso di me.
Cercai di scansarmi di lato, ma non fui abbastanza veloce.
Il coltellino mi ferì alla gamba destra apparentemente di striscio, in realtà facendo un taglio profondo appena sopra il ginocchio.
Il coltellino finì sulla sabbia dietro di me. Subito non sentii dolore, ma poi una fitta acutissima mi attraversò a partire dalla gamba e non riuscii più a tenermi in piedi.
Caddi in ginocchio urlando per il dolore, premendo la mano libera sulla ferita per fermare il sangue, ma senza molti risultati.
Il sangue scorreva copioso attraversando le dita e sporcando la sabbia.
Alzai lo sguardo e vidi che Beppe si era dato alla fuga. Alessia era a terra e si massaggiava la mascella. Capii che doveva averle dato un pugno.
Furente, alzai il braccio con il coltello e lo lanciai in direzione dell'assassino, nel tentativo di prenderlo.
Il coltello cadde a pochi metri da lui e la distanza aumentò velocemente mentre si allontanava.
Cercai con lo sguardo Gianfranco, ma non lo vidi.
Mi guardai le spalle.
Niente... Ma dove cazzo è andato?
Un altro urlo squarciò la notte: era il killer.
Si era fermato e stava fissando un punto davanti a sé ansimando per la corsa e per lo spavento.
Subito non capii perché avesse urlato, poi compresi.
Doveva essergli apparso Gianfranco.
La vista di un uomo che in precedenza avevi ucciso e fatto a pezzi, e che ora ricompare davanti ai tuoi occhi era sicuramente sconvolgente.
- T... Tu... Come fai a... a essere qui?- Sentii che diceva con voce strozzata.
Non sentii la risposta di Gianfranco. A me non era apparso, quindi non lo sentivo.
Mi alzai dolorosamente.
Trattenei con forza un grido quando spostai il peso sulla gamba ferita rischiando di perdere ancora l'equilibrio.
Alessia venne verso di me e mi aiutò a tenermi in piedi.
- Mi ha dato un pugno... Quel figlio di puttana mi ha dato un pugno... - Sussurrò rabbiosamente. Io scossi la testa, stringendo i denti per le fitte di dolore che ogni tanto mi attraversavano.
- Lo dobbiamo ancora prendere. Devo ucciderlo... - Ansimai.
Guardamm0o tutti e due il killer che se ne stava sempre fermo nella stessa posizione, urlando all'aria una sfilza di domande.
Chi sei?
Cosa vuoi?
Come fai a essere qui?
Poi, tutto d'un colpo, tacque.
Sembrò ascoltare qualcosa, era sicuramente Gianfranco che gli rivelava di essere un fantasma o qualcosa di simile.
Improvvisamente, Beppe voltò la testa di scatto alla sua destra e vidi che strabuzzava gli occhi. In volto aveva l'espressione più spaventata che avessi mai visto. Non capii cosa stesse succedendo, quando vidi che si voltava verso di noi, ma non guardava noi...
Fissava un punto vuoto prima di noi.
Stava ansimando per la paura e successivamente si voltò a sinistra e ritornò a darci la schiena.
In quel momento continuò a guardarsi a destra, a sinistra, indietro...
Sembrava circondato.
Forse capii...
Gli erano praticamente apparsi, uno dopo l'altro, tutti gli altri fantasmi di persone che aveva ucciso su questa spiaggia.
Lo dissi ad Alessia.
Lei aggrottò la fronte, fissando Beppe che continuava a voltarsi da ogni parte e urlava le solite domande.
- Sì, credo anch'io. Ne sono sicura.-
Improvvisamente, il killer cominciò a correre verso di noi. A metà strada si chinò e raccolse qualcosa di luccicante dalla sabbia.
Il coltello!
Lo fissai stravolto arrivare di gran corriera con il coltello in mano ed un espressione completamente sformata dalla paura.
Non riuscii a muovermi a causa della gamba ferita e spinsi Alessia per terra di lato, temendo che Beppe stesse arrivando per ucciderci.
Ma ad appena tre metri si buttò in ginocchio e mi guardò con gli occhi che luccicavano.
- T... Ti prego... Dimmi che li vedi anche tu. Li vedi, vero? Ti prego... - Implorò, quasi in posizione di preghiera.
- Vedere cosa?- Gli chiesi come se fossi un semplice passante.
Lui indicò dietro le sue spalle. Stava tremando.
- Loro... I fantasmi... Li vedi?-
- Fantasmi?- Replicai con un tono quasi sarcastico. Mi abbassai verso di lui. - Tutti sanno che i fantasmi non esistono.-
Beppe rimase in ginocchio davanti a me. Gli tremava il labbro inferiore.
Stringeva nervosamente il coltello tra le sue mani e continuava a passarselo.
Dopo qualche gemito, cominciò a piangere sommessamente.
Ecco cosa faceva: era in ginocchio e piangeva per la paura dei fantasmi delle persone che aveva lui stesso ucciso.
Per una frazione di secondo mi fece anche pena, ma poi pensai a cosa avrebbe fatto ad Alessia e questo sentimento passò in un secondo.
- Dovevi pensarci prima.- Gli dissi freddamente.
Lui non diede segno di aver sentito e continuò a piangere.
Singhiozzando, si guardò indietro e sbarrò gli occhi.
- NO! NO! LASCIATEMI STARE!- Urlò con quanto fiato aveva in gola e si buttò in avanti, cominciando a strisciare verso di me.
Con una mano mi afferrò il piede e lo strinse forte. Alzò lo sguardo.
- Aiutami... - Supplicò, con un ultimo sussurro disperato.
Io mi limitai a guardarlo e scostai il piede dalla sua presa.
Singhiozzò più forte di prima e si rimise in ginocchio.
Io indietreggiai tenendo Alessia per il braccio, temendo un attacco dal killer.
Alessia si strinse a me, con gli occhi colmi d'orrore.
Con un solo gesto, il killer urlò di disperazione, alzò il coltello e lo sferzò verso la propria gola.
Un violento spruzzo di sangue fuoriuscì dallo squarcio e ci colpì le gambe, sporcandole di liquido rosso.
Indietreggiammo subito disgustati e spaventati da quel gesto estremo, dovuto alla visione delle persone che aveva ucciso.
Questo doveva averlo portato alla follia totale, facendolo decidere di suicidarsi.
Beppe era ancora in ginocchio con le braccia conserte sui fianchi e ci guardava con gli cocchi socchiusi. Il perfetto silenzio era rotto solo dal debole scrosciare del sangue sul suo petto e che cadeva come un torrente sulla sabbia, formando quella che sembrava una pozza di petrolio alle ginocchia dell'assassino. Solo che non era petrolio, erano litri di sangue.
Con un ultimo gorgoglio, il killer lasciò andare il coltello e si accasciò, rimanendo però sempre in ginocchio.
Il sangue continuò a scorrere copioso.
Rimanemmo a fissare il cadavere di Beppe sconvolti, fino a che una voce dietro di noi ci scosse dai nostri pensieri.
- Brutta fine, ma se l'è meritata.-
Ci voltammo e vedemmo Gianfranco in piedi con le mani dietro alla schiena che ci sorrideva.
Questa era nuova: Il sorriso di Gianfranco stavolta era dovuto alla gioia e non alla tristezza o alla malinconia di prima.
Questo era un Gianfranco diverso.
- Che cos'è successo?- Chiesi.
- Oh, lo abbiamo tormentato un po'.- Rispose, avvicinandosi e guardando il cadavere dei Beppe.
- In fondo, è questo che fanno i fantasmi, no? Tormentano la gente.-
- Già.- Replicai io con un debole sorriso.
Per qualche minuto nessuno disse niente. Poi Gianfranco ruppe di nuovo il silenzio.
- Ora sono contento. Sono stato vendicato. E tu...- Disse, indicandomi con un sorriso.
- Tu non hai neppure il peso sulla coscienza. Quindi direi che in un modo o nell'altro siamo tutti contenti. Non è vero, signorina?- Chiese rivolgendosi ad Alessia, che sorrise ed annuì.
- Sì.- Rispose. Gianfranco rise.
Una risata paradossalmente piena di vita.
Cosa strana per un morto...
- Credo che sia ora di andare. - Disse Gianfranco. - Sinceramente, non so se ci rivedremo ancora. Un po' mi dispiace... Mi siete molto simpatici. Ma potremo ancora vederci, se passate di qui. Magari vi presento anche mia moglie, ora non vuole essere vista da nessuno!- Rise ancora. Sembrava che volesse ridere per ogni cosa che diceva.
In fondo, un po' lo capivo. Aveva passato tre anni senza un sorriso...
Sorrisi anch'io.
- Contaci!-
Il fantasma di Gianfranco alzò la mano in segno di saluto e noi facemmo lo stesso.
- Arrivederci!- Salutò.
- Arrivederci!- Replicammo in coro.
Gianfranco abbassò la mano.
- Arrivederci.- Sussurrò. Poi scomparve.
Rimanemmo così davanti al punto dove era scomparso Gianfranco per qualche minuto, ripercorrendo mentalmente la nostra pericolosa avventura, con il cadavere del killer giustiziato dietro di noi.
- Stai bene?- Mi chiese Alessia con un tono visibilmente preoccupato, ma leggero.
Io attesi un attimo prima di rispondere. Guardai il cadavere.
- Sì, sto bene.- Risposi in un sussurro. - Ora sto bene.-
Ci guardammo e sorridemmo.
Poi ci avviammo silenziosamente abbracciati verso i nostri appartamenti, volgendo tutto alle spalle.


EPILOGO


Mi ritrovavo ancora sulla spiaggia, allo stesso punto in cui tre giorni prima avevano trovato Beppe Sambugaro morto suicidato.
La polizia ha portato via il corpo e archiviato quasi subito il caso, dato che l'arma con cui si era suicidato portava chiare le sue impronte.
Ma non mi trovavo lì per ricordare il brutto incontro avuto tre notti prima, bensì per parlare con Gianfranco. Dovevo chiedergli una cosa.
Ormai era mezzanotte ed ero lì seduto su uno sdraio da circa un quarto d'ora.
- Ciao. - Fece una voce alle mie spalle. Mi voltai subito e mi ritrovai davanti a Gianfranco che mi sorrideva.
Non risposi subito al saluto. Lo guardai, cercando di capire esattamente quali emozioni gli passavano per la testa. Deglutii, prima di parlare.
- Tu... Tu mi devi spiegare una cosa... - Gianfranco fece un passo avanti, in ascolto.
- Dimmi.- Disse.
Attesi ancora un po' prima di parlare.
- Come mai non ci hai pensato subito a quel sistema?- Chiesi, lasciando che il cuore si sfogasse.
- Perché non ti sei rivelato subito a lui?- Aggiunsi.- Perché hai dovuto mettere in pericolo le nostre vite?-
Gianfranco smise di sorridere subito. Era ritornato malinconico come prima. Parve riflettere per secondi lunghissimi, poi finalmente rispose, con voce chiaramente pentita.
- Mi dispiace.- Esordì. - Non ci avevo pensato subito. E se lo avevo fatto, avevo pensato che avrebbe potuto prendermi per uno scherzo della sua immaginazione. Siccome non posso interagire con gli oggetti, non avrei potuto in nessuna maniera provare che ero lì. Forse invece avrei potuto farlo, ma non l'ho fatto. Non so esattamente perché, ma ti prego di perdonarmi se ti ho usato... - Si fermò, quasi in lacrime e non parlò più.
Io non dissi niente. Mi voltai verso il mare e rimasi a fissare le onde che si infrangevano dieci metri più avanti.
Capivo il suo stato d'animo e lo avevo già perdonato. Ma volevo vedere se era veramente pentito.
Lo era.
-Puoi andare. - Dissi.
Non sentii niente, non sapevo se se ne era andato.
Lentamente, mi voltai. Non vidi nessuno.
Sospirai e mi diressi verso la strada. Non avevo fatto tre passi che qualcuno mi aggredì e mi buttò per terra. Sentii che si metteva sopra di me per bloccarmi. Subito pensai che il killer fosse tornato in vita per vendicarsi. Cominciai a lottare contro la fantomatica entità per liberarmi, ma mi bloccai subito quando vidi che l'aggressore mi aveva piazzato una minacciosa mannaia davanti ai miei occhi.
- Ti piace stuprare?- Chiese una voce gutturale, che sembrava provenire dal profondo della terra, ma non era altro che la voce dell'aggressore. Guardai il suo volto e vidi che era coperto da una mascherina tipo quella che usano i chirurghi quando operano.
Non riuscivo a capire che cosa volesse da me, quindi non risposi.
L'uomo mi avvicinò di più la mannaia contro il mio volto e si chinò di più su di me.
- Ti piace stuprare?- Chiese di nuovo, ora quasi in un sussurro.
- No... - Biascicai.
L'aggressore rimase fermo a guardarmi, poi si tolse di dosso e si allontanò di due passi.
- Con chi stavi parlando?- Chiese. Strabuzzai gli occhi. A quanto pare mi aveva visto parlare con il vuoto, quando in realtà parlavo con Gianfranco.
Non potevo certo rivelare che parlavo con un fantasma, quindi risposi:
- Con nessuno... Parlavo tra me... dei miei progetti per il futuro, sai...-
L'uomo in piedi davanti a me mi fissò per una manciata di secondi, poi, a sorpresa, si tolse la mascherina.
Mi ritrovai davanti un volto normale. Gli occhi erano grigi e sembravano emanare bagliori di ghiaccio. Aveva una leggera barba e non dimostrava più di vent'anni.
L'unica cosa che mi turbò fu una brutta e larga cicatrice vicino all'orecchio destro. Mi chiesi da cosa fosse stato causato.
Si avvicinò e mi puntò la mannaia contro facendomi ritrarre un po', spaventato.
- Stavi parlando con un fantasma?- Chiese, quasi con una voce disperata.
Non seppi rispondere subito.
Come cavolo fa a sapere dei fantasmi?
- Allora?- Incalzò il ragazzo, agitando la mannaia davanti alla mia faccia.
- Sì, stavo parlando con un fantasma.- Risposi, impotente.
Sul volto del giovane comparve un sorriso.
- Forza.- Mi disse tutto d'un tratto quasi eccitato, come se stessimo parlando normalmente tra amici. - Come si chiamava?-
- Gianfranco. Il cognome non lo so.-
- Sei sicuro?-
- Sì.-
Il ragazzo rimase a riflettere, poi abbassò il braccio che teneva la mannaia e si voltò per andarsene.
Io mi alzai. Volevo saperne di più.
- Chi sei?- Gli chiesi. L'altro si fermò e si voltò.
- Voi due avete ucciso uno stupratore che dovevo uccidere io. Mi avete, per così dire, tolto il pane di bocca.- Rispose, con un vago sorriso melanconico.
Rimasi di stucco. Subito pensai che quel ragazzo era impazzito, ma poi ritirai il pensiero: anche lui vedeva i fantasmi.
- Chi sei?- Gli chiesi.
- Sono un assassino buono. O meglio, una specie di giustiziere.- Rispose lui senza esitazioni.
Si voltò ancora e incominciò a camminare verso la strada.
- Aspetta!- Lo richiamai di nuovo. - Perché volevi sapere che fantasma avevo visto?-
Lui si fermò e si voltò. La sua espressione non era cambiata.
- Perché, - Rispose. - Circa un anno fa un fantasma cercò di aiutarmi a catturare Piggsy, ma non ci riuscimmo. Lo sto cercando per avere altre informazioni. -
- Chi è Piggsy?-
- Il mio avversario.- Sbottò senza nemmeno voltarsi.- Ma questa è un'altra storia e io non starò qui a raccontartela.-
Si incamminò a passo veloce per la strada e io non lo fermai e poco dopo sparì.
Alla fine, scrollai le spalle, diedi un ultima occhiata alla spiaggia e me ne andai anch'io.


FINE



Commenti

pubblicato il 30/08/2013 10.53.04
AGC93, ha scritto: molto bravo! risulta un pò lento in certi momenti, però questo è solo il mio parere. appena inizio a pubblicare mi piacerebbe se commentassi.

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