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lavoro pubblicato lunedì 26 agosto 2013
ultima lettura sabato 16 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il segnale - Parte 2

di Stefano92. Letto 524 volte. Dallo scaffale Fantascienza

PROLOGOUn forte miagolio mi sveglia e mi alzo subito a sedere dal mio letto. Il cuore mi sta battendo forte. Sto pensando al Nero. Che sia tornato? Im...

PROLOGO


Un forte miagolio mi sveglia e mi alzo subito a sedere dal mio letto. Il cuore mi sta battendo forte. Sto pensando al Nero. Che sia tornato? Impossibile. Non si vede da circa sei anni. Molto probabilmente è morto.
Aguzzo le orecchie e pian piano, un suono ripetente e continuo che sento dal 13 aprile 2009 aumenta d'intensità.
E' il segnale.
Bip. Bip. Bip...
Non so perché, ma sto ansimando rumorosamente e questo sveglia mia moglie, Ilaria, conosciuta sei anni fa e sposata appena un anno fa.
Guardo l'orologio che ho sul comodino, provvisto anche di calendario.
Sono la una e dodici di notte del 18 giugno 2015. Aggrotto la fronte, stupito.
Ilaria accende la lampadina e si alza sui gomiti. Poi mi guarda.
- Che c'è?- Mi chiede con voce assonnata. Io invece non sono più assonnato.
- Lo senti?- Le domando. Lei annuisce.
- Sì, lo sento. Proprio in questo momento, sta aumentando l'intensità.-
Sopraggiunge un minuto di silenzio. Io sono ancora seduto sul letto, intento a riflettere.
Mi sto chiedendo:
Possibile che sia un caso che abbia sentito miagolare proprio il 18 di giugno?
Guardo ancora l'orologio: la una e tredici...
No, quattordici. Ha cambiato proprio ora.
Anche Ilaria è avvolta nei suoi pensieri. Mi piacerebbe sapere a cosa sta pensando. Ma non lo farei neppure se potessi. Mi piace che la gente abbia dei segreti. Basta che siano segreti benevoli.
Guardo la culla, dove c'è nostro figlio, Giacomo. Ha appena un anno, ma è già capace di dire mamma. Sorrisi tra me. Ilaria se ne accorse.
- Che c'è da ridere?- Mi domanda, sospettosa. Io scuoto la testa.
- Niente. Torno a dormire. Buonanotte.- E le do un bacio sulle labbra, prima di coricarmi.
- Buonanotte. - Mi saluta lei dolcemente.
Mi riaddormento quasi subito, il miagolio già dimenticato.

*

Di nuovo un miagolio mi sveglia.
E di nuovo mi alzo a sedere di colpo.
Guardo l'orologio:
Le cinque e cinquantasette della mattina del 18 giugno 2015.
Stavolta decido di alzarmi. Faccio piano per non svegliare Ilaria e Giacomo e mi dirigo verso la cucina. Con un sospiro assonnato, apro il frigorifero e bevo direttamente dalla bottiglia un po' d'acqua fresca.
Poi la rimetto nel frigo e lo chiudo. In quel momento sento, oltre al segnale (a cui non faccio più caso, ormai mi ci sono abituato), di nuovo miagolare. Socchiudo gli occhi, cercando di capire da dove venga il verso e vado verso la finestra della cucina. Tiro su la tapparella e guardo fuori. Il sole sta salendo e in controluce fatico un po' a tenere gli occhi aperti.
Ma riuscii comunque a vedere chi miagolava.
Era un gatto nero, proprio sotto alla finestra e, quando sporsi la testa e lo vidi, miagolò ancora.
Solo che non era un gatto nero qualunque.
Era il Nero, il gatto scomparso il 18 giugno 2009!


1


Dopo aver salutato Ilaria, averle spiegato la situazione, dopo averla rassicurata sulla nulla pericolosità del mio atto, esco alla svelta.
Il Nero mi stava aspettando alla strada per andare dritti nei campi. Non erano campi miei, ma non esitai comunque a correre verso la proprietà privata. In fondo, avevo passato molto tempo in mezzo ai campi.
Appena mi vede, il gatto parte di corsa. Esclamai un po' irritato e mi metto all'inseguimento. Tiro fuori una vecchia bicicletta dal magazzino lì accanto e monto in sella. La sella cigola sotto il mio peso e ad ogni buca sulla strada di campagna, le molle si lamentano sempre.
Indossavo una canottiera beige con le lettere "UF" cucite nell'area del petto sinistro e un paio di pantaloni corti mimetici di colore bianco e grigio.
Ricordando la mia precedente esperienza mi ero munito di una grossa chiave inglese regolabile, tutta arrugginita, però pesante. Ora sta sbatacchiando sul cestello della bicicletta.
Inseguo il Nero sulla strada dritta, ignorando le buche e i salti e, finalmente, dopo un centinaio di metri il gatto si ferma ad un incrocio di tre viottoli e si volta a guardarmi.
Quando lo raggiungo, però, lui riparte e prende la via a destra. Guardo quella direzione e vedo con stupore che porta ad una casa abbandonata.
Era una vecchia fattoria lasciata a sé stessa da chissà quanti anni, ma io non ci ero mai stato. Ricomincio a pedalare e in pochi minuti arrivo alla casa. Non c'è solo la casa. Più indietro, c'è una specie di grande magazzino dove di fronte, c'era una carcassa di un trattore vecchio di chissà quanto.
Alla mia destra, invece, c'è una costruzione più nuova.
Era un piccolo edificio, costruito probabilmente in legno ed era tutto bianco.
All'angolo c'è un ammasso di ferraglia arrugginita e vari tronchetti di legno.
Il tutto in totale stato di abbandono.
Forse.
Scendo dalla bicicletta, la appoggio a terra e afferro la chiave inglese.
Mi guardo intorno, alla ricerca del gatto, ma non lo vedo più.
Con incredulità, noto che il segnale è più forte del solito.
Grazie a questa considerazione, il mio cuore comincia a battere forte.
Forse, Mi dico. Sono vicino alla fonte del segnale.
Forse posso farlo smettere.
Dopo più di sei anni, finalmente posso mettere fine a questo disturbo!
Sono già eccitato.
Ma mi dico che è meglio essere prudenti e controllare se qualcuno abitava in quella casa.
Quindi, lentamente, mi avvicino alla casa. Vedo che le finestre sono murate.
Lancio sguardi veloci anche intorno a me, per controllare che non ci sia nessuno in agguato, pronto ad attaccarmi.
Non vedendo niente, continuo a camminare e arrivo sotto un portico tutto polveroso. Vicino all'angolo c'è una vecchia porta chiusa con un lucchetto. Sembra nuovo. Più avanti c'è un'altra porta di legno colore chiaro, solo che sembra più nuova.
Con circospezione afferro la maniglia e cerco di aprirla.
La maniglia si abbassa ma la porta non si apre. Ma non è chiusa a chiave. Deve essere incastrata. Ci penserò dopo ad aprirla, ora devo controllare.
Lascio perdere la porta e vado più avanti. Qui ci sono finestre con il vetro semi trasparente a causa della polvere.
Cerco di guardare dentro, ma non riesco a vedere niente: c'è troppo buio.
Alla mia destra c'è un rimorchio blu.
Sembra nuovo anche quello.
Guardo per terra e vicino alla porta che prima non ero riuscito ad aprire, vedo che c'è una scritta sul cemento. O meglio, è fatta con il cemento.
C'è scritto: "Polska" e successivamente l'anno "2006".
Sotto c'è lo stampo di due mani.
Subito guardo quelle scritte come se fossero un simbolo alieno, ma poi capisco.
La casa doveva essere stata usata da quelli che venivano dall'estero a lavorare nei campi. Come sistemazione. Doveva essere così.
Ma allora perché il Nero mi ha portato qui? Mi chiedo con sgomento.
Comunque sia, ormai ero lì.
Avrei dato un'occhiata dappertutto per controllare.
Intanto, il segnare era sempre più forte.
Alzo lo sguardo e vedo che c'è una specie di fienile, pieno di oggetti, tra una serie di cassette di legno e delle sbarre di ferro che sporgono dal bordo.
Non c'è neanche il recinto di sicurezza.
All'angolo opposto c'è un altro passaggio, ma senza porta. Guardo dentro e vedo subito un materasso buttato sulla parete alla mia sinistra.
Entro e scopro anche una piccola televisione davanti al materasso e un comodino dietro con sopra delle riviste.
Entro per vedere meglio.
La stanza è piccola e doveva essere stata usata come magazzino di legna.
Infatti, alla parete destra c'è una pila di legna da ardere. Appoggio la chiave inglese sul comodino e guardo le riviste, nel tentativo di scoprire qualcosa. Ce n'erano sei di vario tipo e le sfogliai tutte.
Scopro che l'ultima rivista era una rivista porno tedesca. Questo mi ricorda qualcuno, ma non riesco subito a rammentare chi.
Solo quando sfoglio anche quella rivista (non per guardare le immagini delle donne esposte, sia chiaro!) e circa in mezzo trovo una foto di Ilaria (Era una foto di quando aveva diciassette anni circa), allora mi ricordo.
Lì c'era stato Vincenzo, il tedesco grasso ucciso da me sei anni fa.
Rimango immobile, sconvolto dalla scoperta.
Ero sicuro che c'era stato lui. Me lo immagino, spaparanzato sul materasso a leggersi la rivista che tengo in mano, oppure a guardarsi la televisione.
Lascio la rivista insieme alle altre e mi metto la foto in tasca. Quando ritornerò, gliela voglio restituire.
Passo al materasso. Sopra c'è una coperta leggera tutta spiegazzata e impolverata. Niente di interessante, comunque.
Il televisore, invece, merita un po' di interesse in più.
Era un vecchio modello e provo ad accenderlo da un grosso bottone sulla parte in basso a destra.
Dopo qualche secondo, lo schermo si illumina e visualizza un canale tedesco in bianco e nero. Spengo subito il televisore. Non mi interessa.
Afferro la chiave inglese da comodino e, dopo un ultima occhiata alla stanza, esco.


2


Mentre mi avvicino sempre di più al grande capannone vicino alla casa, avverto che il segnale si sta intensificando sempre di più.
Sto sudando dall'eccitazione e la chiave che tengo in mano rischia di scivolarmi a causa del sudore.
Questo grande edificio è alto e non ha finestre, a parte un cornicione sulla facciata.
La porta per entrare è proprio al centro e sembra nuova pure quella, solo che è metallica.
Non ho difficoltà ad aprirla e non cigola mentre la spalanco lentamente.
Il segnale sembra martellarmi la testa in modo impressionante. Dentro c'è buio, a parte una luce intermittente verde a qualche metro da me. La luce del sole che passa dalla porta aperta non mi è sufficiente per vedere l'intero magazzino, ma guardandomi ai lati, trovo un interruttore e lo premo.
Subito, un sacco di luci al neon sfarfallano, rivelandomi a tratti l'ambiente circostante, ma poi si stabilizzano e allora rimango di sasso.
Mi sembra di trovarmi in una stazione tecnologicamente molto avanzata. Le pareti sono completamente metalliche e al centro si trova un macchinario gigantesco. Sembra una specie di silo e in cima ha una sfera grande così. Chissà quanto pesa!
Dei grossi cavi che dovrebbero portare la corrente avvolgono la base del macchinario. I cavi sono collegati ad una specie di cabina.
Sgomento, faccio dei passi avanti e mi avvicino alla cabina, in cui sembra esserci una piccola stazione di controllo con vari monitor posti su dei sostegni uno sopra l'altro. Ce ne sono nove e l'unico in funzione è quello al centro. Sopra una scrivania c'è una tastiera e di fianco c'è un mouse.
Guardo il monitor con gli occhi sbarrati. Lo schermo è nero a eccezione di una sottile linea verde che ogni tanto fa un salto. Come quelli che si usano agli ospedali per misurare le pulsazioni del cuore.
Ad ogni salto, seguiva un "Bip" fortissimo. Strano... Aggrotto la fronte.
Ci metto un po' a capire che i "Bip"che sento sono quelli del segnale!
Il mio cuore comincia a battere come non mai. Finalmente ho trovato la fonte del segnale! Sono contentissimo!
Ora si tratta di trovare il pulsante per spegnerlo. Giro intorno alla cabina e trovo un altro interruttore più grande. Era premuto su "ON".
Sospiro e prego, poi premo il pulsante su "OFF" trattenendo il fiato.
Segue un rumore strano, come quello di un frullatore che si spegne e il "Bip" sparisce.
Sto fermo immobile, incredulo. Mi aspetto che ricominci, ma il momento non viene. L'unica cosa inaspettata che succede è che la luce aumenta l'intensità.
Ma il segnale non ricomincia.
L'ho spento!
- SSSSSììììììììììììì - Esulto lanciando il pugno in aria.
Prendo grandi boccate d'aria per la felicità e tiro fuori il cellulare per chiamare Ilaria e per dirle che ho fatto smettere il segnale.
Lei risponde al primo squillo.
- Ciao, ti stavo chiamando io... -
- Lo senti ancora? Il segnale?- Domando con esultanza.
- No!- Risponde lei felice. - E' proprio per questo che ti stavo chiamando! Non lo sento più!-
Faccio un salto. Sembro uno stupido, però...
Mi sto comportando come un bambino, ma non importa!
- Cara, aspettami, che io sto... - Di colpo, un potente allarme mi fa fare un salto dallo spavento.
Il mio primo pensiero è che il segnale è ricominciato, ma poi vedo che si accendono dei lampeggianti giallo per tutto l'edificio.
- Ehi, che sta succedendo?- Mi chiede Ilaria preoccupata.
Fatico a sentirla, ma ho capito cosa mi sta dicendo. Comincio a correre verso la porta ed esco alla luce del sole, lasciandomi tutto alle spalle.
- Non lo so, ma adesso arrivo!- Chiudo il cellulare e me lo rimetto in tasca.
Continuo a correre verso la mia bici, con l'intenzione di andarmene.
Ma in lontananza sento una macchina correre sulla ghiaia e un polverone si alza dietro i vigneti, proprio nella strada dove io devo passare per tornare a casa. Mi blocco immediatamente e faccio dietrofront.
Non vado verso la casa, ma giro al piccolo edificio che non ho esplorato.
Sembra un edificio di quelli che si usano per il cantiere.
Spalanco la porta di fretta e mi butto dentro proprio mentre una Audi bianca irrompe nel paesaggio a cento all'ora e slitta sulla ghiaia fino a fermarsi davanti alla casa. Chiudo la porta e mi inginocchio in modo che non mi veda, con la chiave inglese nella mano alzata, pronta per essere usata.
Un uomo esce fuori dall'auto di corsa.
E' vestito come un uomo d'affari, con giacca e cravatta, tutto di colore nero.
L'uomo non chiude neanche la porta e si precipita nel magazzino dove c'è l'allarme. Vedo che tira fuori una pistola e scompare dietro alla porta.
Dopo qualche minuto, l'allarme cessa e l'uomo esce dall'edificio.
Si rimette la pistola nella fondina e tira fuori un cellulare. Si dirige verso la casa, tira fuori una chiave e apre la porta, per poi entrare.
Mi alzo con il cuore in gola.
Sento che non sono veramente nei guai ( Mi basta prendere la bici e correre a casa mentre l'uomo è dentro), ma non voglio scappare come un cane.
Devo sapere cos'è quel macchinario, chi l'ha costruito e perché.
Mi guardo intorno e vedo che mi trovo in uno stretto corridoio. Alla mia destra c'è una stanza e alla mia sinistra c'è il bagno, con una targhetta sulla porta con le due lettere "WC".
Non ho bisogno di andare in bagno, quindi mi dirigo verso la stanza.
C'è molto caldo lì dentro, nonostante sia mattina. Si soffoca addirittura.
Trovo un tavolo vicino alla parete in fondo con due sedie davanti e una dietro.
Dalla parte opposta ci sono delle cianfrusaglie per terra, tipo piccoli e grandi tubi di metallo e attrezzi per la costruzione.
Vado alla scrivania e apro il primo cassetto.
Trovo una specie di borsa in pelle, di quelle per custodire i documenti. La tiro fuori e la apro.
All'interno ci sono delle foto, attaccate a delle schede.
Prendo la prima, che raffigura un uomo di mezza età con il volto scarno e la pelle scura.
Sulla scheda vedo che ci sono scritte le caratteristiche principali del soggetto, come nome, cognome, data di nascita, la residenza, ecc.
Quel uomo si chiamava Elio de Beni ed era residente a Palù. Scorro la lista e in fondo alla scheda vedo con orrore che c'è la scritta "ELIMINATO" timbrato in rosso.
Cosa significa? Mi chiedo spaventato.
Scorro velocemente le altre liste. In tutto erano quattordici.
La penultima è di Ilaria. "Ilaria Furlani".
E l'ultima è la mia.
Torno a quella di Ilaria e noto che alla fine c'è timbrata la scritta "ELIMINATO".
Aggrotto la fronte... Lei non è morta. E' mia moglie.
Dovevano aver fatto un errore.
Sul mio, invece, non c'è il timbro.
Altre domande si aggiungono alla lista:
Chi ha fatto queste schede?
Perché?
Le altre persone sono effettivamente morte?
L'uomo là fuori forse conosce le risposte. Ma era armato. E poi, dubitavo molto che mi avrebbe lasciato parlare se mi fossi presentato davanti all'improvviso, dato che ero anche nel mirino di quella gente.
Mi volto e cerco un' arma che potrei usare per convincere l'uomo a parlare. Ma non vedo niente di molto pericoloso.
I miei occhi si posano sui tubetti metallici e un idea mi ballonzola in testa.
"Potrei sorprenderlo alle spalle e puntargli uno di quei tubi alla schiena fingendo che sia una pistola e farmi consegnare la vera pistola, con la quale poi lo interrogherò".
Afferro quindi un pezzo di tubo lungo circa quindici centimetri e lo esamino. E' un po' pesante, si tratta di acciaio spesso, ma dovrebbe andare bene. Decido di mettermi la chiave in tasca, anche se questo farà scendere i pantaloni più facilmente, dato che non hanno cintura e l'elastico è debole. Ma non ci farò caso.
Ritorno quindi alla porta e controllo fuori.
La macchina c'è ancora.
Sto per aprire la porta, quando l'uomo spunta fuori con il cellulare all'orecchio e io mi acquatto subito.
Sento che sta parlando animatamente. Sembra arrabbiato.
Do una sbirciatina. L'uomo sta cercando qualcosa in macchina.
Ci mette qualche secondo, poi tira fuori una valigetta nera e sempre urlando al telefono parole che io non capisco, ritorna nella casa.
Io aspetto qualche secondo, poi spalanco la porta e correndo con passo più possibilmente leggero, tenendomi però basso, raggiungo la porta della casa.
Guardo dentro e vedo l'uomo che si infila in una stanza di fronte a me.
Riesco a capire alcune parole:
- ... Devo andare in bagno! Chiamerò dopo!- Chiude il cellulare e sbatte la porta. Dunque è andato in bagno.
Osservo la stanza: è una stanza più lunga che larga, con le pareti e il pavimento completamente bianchi.
A circa metà, la stanza è divisa dal muro del bagno. A destra e a sinistra ci sono due porte, bianche anche loro. Solo quella a sinistra è aperta. Mi alzo e decido di entrare. Mentre sono a metà stanza, sento la voce dell'uomo urlare qualcosa dalla porta e mi blocco, con il tubo in mano.
Sento l'acqua scrosciare e faccio appena in tempo a ripararmi dietro il muro, prima che l'uomo spalanchi la porta.
- Fai quel cazzo che ti pare!- Sento urlare. - Ma non tentare di mettermi in mezzo! Mi avevi assicurato che tutto fosse sotto controllo! Ma io mi chiedo, dov'è quel grassone di Vincenzo, eh? Sono anni che non lo sento ne io, ne tu e nemmeno sappiamo se la missione l'ha portata a termine!-
Ah, dunque erano loro i mandanti di Vincenzo! Mi dico con un tono arrabbiato. Ma per le vendette, c'è tempo dopo. Ora dovevo scoprire qualcosa di più.
Vedo che l'uomo si dirige verso la stanza adiacente.
Mi sporgo di più per vedere meglio. L'uomo sta tirando fuori un oggetto dalla valigetta posata su un tavolo di legno. Sembrava un parallelepipedo metallico.
L'uomo ascolta quello che l'altra persona gli dice, poi annuisce vigorosamente.
- Sì, sì, certo! Ora che ci penso, tu non ti sei mai sporcato le mani, vero? Ma bravo! E il lavoro tocca tutto a me adesso, vero? Sai, è scattato l'allarme e qualcuno ha disattivato Geseel! - Mi chiedo che cavolo di nome era quello per il macchinario che avevo visto prima.
- SI', CAZZO! Certo che deve venire subito! Quante volte te lo devo ripetere? QUALCUNO HA DISATTIVATO GESEEL! Qualcuno che non è tra noi conosce il segreto! Ora lasciami lavorare e non rompermi più i coglioni!- L'uomo chiude rabbiosamente il cellulare e lo sbatte sul tavolo. Poi appoggia i palmi sul tavolo e si asciuga il sudore dalla fronte.
- Venti milioni di euro, è costato, venti milioni di euro... E guarda con chi mi tocca lavorare.- Si lamenta scuotendo la testa.
Ormai gli sono alle spalle e decido rientrare in scena.
Punto il tubo come la canna di una pistola sulla sua nuca e intimo:
- Stai fermo!- L'uomo si irrigidisce all'istante.
- Dammi il cellulare e la pistola.- Ordino e con sollievo vedo che mi obbedisce in silenzio. Alza le braccia con la pistola in una mano e il cellulare nell'altra. Con la mano libera prendo il cellulare e lo infilo in tasca. Poi afferro la pistola e getto il tubo, che cade a terra tintinnando. L'uomo sussulta al tintinnio, ma non tenta di fuggire. Il piano ha funzionato!
Ora sono più sicuro. Ho una pistola vera. La guardo per riconoscere la marca e credo che sia una Colt Model 1911A1. So tutto sulle armi. A casa ho un paio di libri che descrivono tutte le armi esistenti e li so quasi a memoria. Non mi è quindi difficile indovinare le marche.
Tenendo puntata la Colt alla nuca, chiedo all'uomo:
- Chi altri c'è in casa?-
- Nessuno. Ci sono solo io.-
- Come ti chiami?-
- Mi chiamo Manjarres Parada Mario.- Risponde con un tono leggermente teso. Dovrebbe avere origini spagnole.
Infatti i suoi lineamenti non sono italiani.
- Io sono Edoardo Corsi, - Dico, presentandomi. - E dovrei essere il vostro prossimo obbiettivo.- Lui sussulta di nuovo a sentire il mio nome. Faccio una pausa.
- E' vero?-
- Sì. Ma Vincenzo non si è più fatto vedere e il progetto si è bloccato. Non riuscivamo a trovare un'altra persona disposta ad uccidere. -
- L'ho ucciso io sei anni fa, Vincenzo. Stava per uccidere una ragazza e io l'ho impedito. - Le spalle dell'uomo sembrano crollare.
- L'hai ucciso?- Chiede con sgomento.
- Mi hai sentito.- E' la mia secca risposta. Non ho avuto nessun rimpianto. Ora sta marcendo nel freezer nascosto dietro casa mia.
Lui non replica. Deve essere spaventato davvero. Decido di andare al sodo.
- Che cos'è Geseel?-
- Un Generatore di Segnali Elettronico.-
- Che cosa vuol dire? Qual è la sua funzione?-
- E' difficile da spiegare... - Tentenna Mario.
- Provaci comunque.-
- Mi posso sedere?-
Rifletto un attimo alla sua richiesta. Poi acconsento.
- D'accordo. Siediti lì.- Dico, indicandogli la sedia più vicina.
Lui si siede e alza lo sguardo verso di me. Guarda la pistola puntata alla sua testa. Poi comincia a raccontare.
- Geseel è un progetto creato nel 2004 ed è stato portato a compimento ad inizio Aprile dell'anno 2008.- Dice la verità. Le date coincidono.
Agito la pistola per dirgli di continuare.
- E' un macchinario per individuare le persone che hanno intenzioni omicide. Non so spiegarti il funzionamento!- Aggiunge stizzito prima che potessi domandargli come.
- Ad un uomo veniva dato l'incarico di trovare quelle persone. In questo caso, Vincenzo. Gli abbiamo inserito un sensore nell'organo uditivo collegato ala cervello. In questo modo, appena si avvicinava ad una di quelle persone, il sensore produceva lo stesso segnale e gli indicava in qualche maniera la persona giusta. - Fa una pausa e si schiarisce la gola. Io gli sto sempre puntando la pistola alla testa.
- Vincenzo lavorava in questa regione. Abbiamo inviato altri uomini in varie regioni, alla ricerca di altri presunti assassini... -
- Hai detto bene. - Lo interrompo. - Presunti assassini. -
Lui mi guarda, sconsolato. Scuote la testa.
- Senti, io sono solo un dipendente, sono stato messo in guardia di Geseel. Non so i particolari della situazione, so solo in linea generale in cosa consisteva il progetto. - Fa un'altra pausa. Poi aggiunge, agitando le braccia nel tentativo di farmi capire.
- Se questo avesse funzionato, avremmo potuto usarlo per rintracciare tutti gli assassini del mondo, ed eliminare la criminalità!-
- Io non sono un criminale.- Dico rabbioso. Non permetto a chicchessia di definirmi così.
- L'unica persona che ho ucciso era Vincenzo e perché stava per uccidere una ragazza. - Lui alza la testa.
- Quella ragazza per caso, ora è tua moglie?- Mi chiede con un sorriso tirato.
- Sì.-
- Auguri.- Dice lui e abbassa di nuovo la testa per guardarsi i piedi.
Rimango fermo a guardarlo. Afferro una sedia e mi siedo di fronte a lui. Ma non lo tengo più sotto tiro, non sembra intenzionato ad attaccarmi.
- Chi è il capo di questo progetto?- Gli chiedo.
- Non lo so. Sono stato reclutato da poco.-
- Con chi stavi parlando prima?-
- Ho parlato con una persona che è molto vicina al capo di Geseel. Ormai dovrebbe essere stato avvertito. - Alza la testa.
- Sta arrivando. - Aggiunge con espressione indecifrabile.
- Chi?-
- Il capo.-
Afferro Mario per la collottola e lo trascino a terra.
Puntandogli la pistola nell'occhio, gli ordino di dirmi con quanti altri arriverà il capo.
- Il segretario ha detto che arrivava fra circa un quarto d'ora, ma non mi ha detto se qualcuno lo accompagnerà!- Squittisce spaventato.
- Hai altre armi qui?- Ruggisco.
- Sì... -
- Dimmi dove sono! -
Mario non risponde subito. Sta respirando a fatica, a causa della forza con cui gli stringo la gola. Allento la stretta e lui fa un grande sospiro, prima di parlare.
- Sono al piano di sopra. - Dice senza fiato. Io lo mollo subito e faccio per avviarmi alle scale.
- Un momento! - Urla Mario. Io mi volto a guardarlo.
- C'è un controllo. Bisogna avere la tessera.- Dice. Rifletto un attimo.
- Allora vieni anche tu. - Intimo, puntandogli ancora la pistola. Lui si alza in fretta e mi supera, salendo le scale.
Io lo seguo. Qui c'è una piccola stanza completamente buia. Mi avvicino alla scala e alzo un piede, dove credo che ci sia lo scalino. Ma il piede cade senza preavviso e mi sbilancio in avanti.
- Fai attenzione!- Mi avvisa Mario, a qualche scalino sopra di me.
- I primi due scalini mancano.-
- Grazie... - Ringhio. Comincio a salire le scale, tenendo sempre sottotiro Mario. Le scale sono di legno e sono vecchie. Temo che qualche scalino possa rompersi sotto il mio peso, ma questo, fortunatamente, non succede.
Quando arrivo al piano di sopra, Mario mi sta aspettando in una stanza spaziosa, davanti ad una specie di cassaforte. Di fronte ad essa, c'è un vecchio divano e un piccolo televisore sopra ad un comodino. Mi avvicino alla cassaforte.
- Aprila.- Ordino a Mario e lui ,obbediente, tira fuori dal taschino una tessera e lo passa davanti ad un laser. Immediatamente, si sente uno scatto e la cassaforte si apre.
- Allontanati da quella parte. - Dico a Mario, indicandogli la parete dove è appoggiata la cassaforte. Non vorrei che mi giocasse brutti scherzi.
Mi obbedisce ancora e di appoggia al muro con lo sguardo fisso sulla mia pistola. Apro gli sportelli della cassaforte con il piede.
All'interno è pieno di armi di vario tipo: qualche Beretta, due mitragliatrici Uzi, un fucile d'assalto M62, un M16 e un assortimento di munizioni per ogni arma.
Sono rimasto bloccato dallo stupore: non avevo mai visto così tante armi insieme. Sembrava che avessero paura di venire attaccati in qualsiasi momento. Afferro il fucile d'assalto M16 e appoggio la Colt dove ci sono le Berette. Lancio uno sguardo a Mario: non si è mosso. Ma sta sorridendo. Alzo la testa e gli sto per chiedere per quale motivo sta sorridendo, ma un clic che viene dalle mie spalle mi blocca. E' il suono che fa il cane di una pistola quando scatta.
- Ho fatto bene a svegliarmi adesso.- La voce dell'uomo che mi sta tenendo sotto tiro è strana, baritonale o nasale. Non saprei dire con certezza.
- Tu come hai fatto a farti cogliere con le mani nel sacco, eh? -Dice poi a Mario. Mentre Mario si dà da fare con le scuse, il mio cervello sta già elaborando un piano di fuga per uscire da quella situazione. L'uomo dietro di me sta puntando la pistola alla mia testa. Proprio davanti a me c'è Mario. Stanno ancora parlando, convinti di avermi in pugno. Ma ho ancora in mano il fucile e saldo la presa, per evitare che mi sfugga. In quel momento decido di agire.
Di colpo mi abbasso e mio giro contemporaneamente. L'uomo dietro di me se ne accorge quasi subito e spara, ma mi manca. Non manca invece la fronte di Mario. La pallottola, lanciata fuori alla velocità di mille e cinquecento chilometri orari, colpisce il cranio e lo trapassa come se fosse burro, uscendo dall'altra parte e andando infine a conficcarsi nel muro, portandosi indietro uno schizzo di sangue scuro e pezzi di cervello di Mario.
L'uomo grugnisce e tenta di afferrarmi, ma io sono più veloce di lui. Lo colpisco violentemente al ginocchio sinistro con il calcio del mitragliatore. Si sente un "crack".
Lui urla di dolore e si porta la mano libera al ginocchio, tenendomi però sempre sotto tiro. Ma io non ho finito. Mi alzo velocemente, con il calcio del mitragliatore pronto a colpirgli la mascella.
Sfortunaccia, però, lui spara prima che io lo colpisca e centra la mia gamba. Subito dopo viene sbalzato in aria dal mio colpo, che però non è abbastanza forte da farlo svenire.
La mia gamba cede e cado di fronte a lui. L'altro, grosso com'è, si è già ripreso dal colpo e tenta di prendermi il mitragliatore, ma io, per fortuna, sono più veloce di lui e glielo punto in faccia.
Incurante del pericolo, il bestione afferra la canna. Terrorizzato, premo il grilletto e il fucile scarica il caricatore in faccia all'uomo. Quasi non mi sparo anch'io: i ripetuti rinculi per poco non mi fanno sfuggire il mitragliatore.
Finalmente, tolgo il dito dal grilletto e il mitragliatore smette subito. Dalla canna usciva del fumo.
Ora non c'è più pericolo: la faccia del bestione è ridotta in una poltiglia sanguinolenta e fumante ed è sicuramente morto subito.
Guardo la mia gamba. Poco sopra il ginocchio c'è un buco, da cui sta uscendo molto sangue. Non fa molto male, a causa dell'adrenalina scaturita dal mio corpo durante la lotta.
Con un grugnito, mi alzo appoggiandomi al fucile e in due balzi mi butto sul divano. Devo fermare il sangue e quindi mi tolgo la maglietta, rimanendo a torso nudo, e la arrotolo sopra la ferita, stringendo forte il nodo. Una fitta di dolore mi attraversa mentre stringo, ma non mi fermo.
Ora devo penare a cosa fare. Mario aveva detto che stava per arrivare il capo. Ma non sapeva se da solo o con qualche guardia. Guardo sconfortato i due uomini morti, uno con un buco in testa e l'altro senza faccia, riversi in un lago di sangue. Guardo la finestra.
Mi viene un idea.


3


Appoggio il cadavere di Mario sul muro di fronte alla casa. Servirà da esca, se funzionerà.
La gamba pulsa in maniera insopportabile e mi fa un male cane.
Dietro di me si leva lo scrosciare della ghiaia. Mi volto e vedo la macchina con Ilaria arrivare di corsa.
L'ho chiamata io un minuto fa, dicendole di venire subito qui, che mi serviva aiuto e che mi portasse da bere che avevo sete. Alzo un braccio per segnalare la mia presenza, poi le indico il retro della casa. Lei capisce al volo e parcheggia la macchina dietro, al riparo.
Mi raggiunge subito dopo, preoccupata, con una bottiglietta d'acqua in mano.
- Oh, mio Dio, cosa ti sei fatto?- Grida, appena vede che zoppico e che ho la maglietta insanguinata stretta alla gamba.
Io afferro la bottiglietta e ne bevo un lungo sorso.
- Mi hanno sparato alla gamba, ma non è niente di grave, ha smesso di sanguinare. - Mi metto la bottiglietta in tasca e faccio cenno a Ilaria di seguirmi.
- Tra poco arriverà il capo di tutto questo e voglio fargli alcune domande. - Dico in fretta, zoppicando verso l'entrata. Ilaria mi segue, senza sapere cosa dire o fare.
- Ora, vai su per le scale, sono di là,- Indico con un braccio la stanzetta dove ci sono le scale.
- Alla stanza di sopra c'è una cassaforte con dentro varie armi. Prendi la mitragliatrice che c'è li dentro, è l'arma più grossa, più quella che c'è per terra. Prendo anche una pistola e delle munizioni. Ignora il morto.-
Lei mi guarda.
- Il morto?-
- Sì, c'è un uomo morto, l'ho ucciso io. C'è molto sangue, spero che tu non sia impressionabile... -
Lei scuote subito la testa.
- Non sono impressionabile. Vado.- E corre su per le scale. La sento sussultare alla vista dell'uomo, ma in pochi minuti è già giù con due mitragliatori, una pistola e le tasche piene di munizioni delle varie armi.
Mi porge l' M16 che ho usato prima. Lo prendo e levo il caricatore vuoto. Ilaria mi passa un caricatore nuovo, controllo che sia quello giusto e lo inserisco.
Poi dico a Ilaria:
- Entra in quella macchina,- Le indico la Audi bianca di Mario.
- e mettila in diagonale su questo muro. Mi servirà per nascondermi.- Lei annuisce.
- Fai in fretta, non abbiamo molto tempo.- Incito sbrigativamente.
Lei core alla macchina, la mette in moto (Mario ha lasciato le chiavi attaccate.) e la posiziona come ho detto io.
Esce e mi raggiunge di nuovo.
- Bene.- Dico, afferrando l'M62 da terra e l'Uzi, porgendoglieli in mano a Ilaria.
- Nasconditi dietro alla macchina. In corrispondenza della ruota,che così non ti vedono se si abbassano. Io mi metterò là dietro, ci terremo in contatto visivo.-
Lei improvvisamente mi afferra e mi abbraccia forte.
- Ho paura... - Singhiozza.
- Non devi averne. Usciremo insieme da questa storia. -
Lei annuisce e si scosta. Stavolta sono io ad afferrarla e la bacio con trasporto.
Sento il rumore di una machina che sta arrivando. Lo sente anche lei.
- Và. - Le dico. Lei corre alla macchina, con l'M62 in mano e l'Uzi agganciato alla spalla con la cintura. La guardo ripararsi, per essere sicuro che vada bene, poi zoppico più velocemente possibile, ignorando il dolore, verso una carcassa di un vecchio trattore.
Mi appoggio alla grande ruota, stringendo l'M16, e mi riposo un po'. Colpa della gamba ferita: non mi permette di correre molto.
Mi sposto a destra e scorgo Ilaria accucciata dietro alla ruota della Audi. Come in risposta ad un richiamo silenzioso, lei si volta e i nostri sguardi si incontrano.
In quel momento, la macchina del capo parcheggia davanti al cadavere di Mario.
Annuisco ad Ilaria per farle coraggio, poi torno a ripararmi dietro al trattore. Sento una sportello sbattere, uno solo. Poi passi concitati.
Raccogliendo il coraggio, mi alzo un po' per guardare.
C'è un uomo solo vicino al cadavere di Mario e mi volta le spalle. Deve essere il capo. Indossa qualcosa i simile a Mario. Senza aspettare che si volti e mi veda mentre non sono ancora preparato, salto fuori con il mitragliatore puntato al presunto capo e faccio un paio di passi.
L'uomo mi sente e si volta. Un espressione di stupore dipinge la sua faccia, poi si trasforma in rabbia.
Si alza di scatto e mi punta una pistola.
- Tu!- Ringhia.
- Vieni fuori!- Grido io. Ilaria spunta immediatamente dietro le spalle del capo, con l'M62 spianato e il dito pronto sul grilletto. L'uomo si guarda indietro per vedere chi avessi chiamato, poi ritorna a fissarmi con odio. Rimane fermo con la pistola puntata verso di me.
- Dannato figlio di puttana, hai vinto.- Dice rabbioso e abbassa la pistola.
- Gettala verso di me!- L'uomo mi getta la pistola ai piedi e alza le braccia.
- Sei tu il capo di questo progetto?- Chiedo all'uomo.
Lui annuisce.
- Sì, sono io.-
- Perché?-
-Perché cosa?-
- Perché tutto questo?- Specifico con un tono strozzato. Indico la casa e poi il luogo dove si trova la fonte del segnale.
- Perché tanti omicidi inutili? Perché piuttosto non avete catturato i sospetti e consegnati alla polizia?-
Il capo allarga le braccia, come per dire "Non c'era altra scelta".
- Non si può arrestare una persona senza la prova di un omicidio. Preferivi aspettare che la gente sospettata da noi cominciasse ad uccidere, per poterla consegnare alla polizia?-
- Quelli sospettati da voi non erano assassini.-
- Oh, sì, invece. Il nostro macchinario no sbaglia mai.- Fa una pausa.
- Vuoi sapere come si chiama?- Mi chiede con un sorriso.
- Lo so già come si chiama.- Rispondo duro. - Geseel.-
- Esatto.- Conferma. Poi aggiunge con un volto sognante.
- Generatore Segnale Elettronico. E' costato una cifra, ma ne valeva la pena. Ci ha fatto individuare potenziali assassini del futuro. Tra cui voi due.- Ci indica con il dito.
- Stronzate. Io non ho mai desiderato uccidere.-
- Ne sei sicuro? Che mi dici di questo?- Indica il cadavere di Mario.
- Non ti senti in colpa per averlo ucciso?- Aggiunge ironico.
- Non sono stato io.-
- Santo cielo!- Ridacchia.- E chi è stato?-
- Non starò certo qui a raccontartelo!- Esplodo. - Voglio risposte!- Alzo ancora di più il fucile e mi avvicino minaccioso.
Lui ride di gusto. Una risata senza senso.
- E che risposte vorresti? Cosa ti posso dire? Abbiamo agito per il bene comune. Per la sicurezza di tutta la gente. Questo progetto è stato segretamente finanziato dal governo ad inizio 2004. Non capisci che non avrebbe fatto altro che bene?-
- Il bene comune... - Dico disgustato.
- Sì.- Annuì il capo. Si volta verso Ilaria.
- Tu sei Ilaria Furlani?- Chiede educatamente.
- Sì. -
- Mia cara, sei riuscita a sfuggire anche tu a Vincenzo?-
- Mi ha salvata lui. Lo ha ucciso.-
- Che peccato, Vincenzo era un brav'uomo.- Mormora il capo.
- Per niente.- Dice Ilaria.
- Prego?-
- Lui ha tentato di violentarmi.-
Il capo annuisce con un sorriso stampato sulla faccia.
- Sì, aveva questa mania, praticamente voleva fare sesso con ogni donna che gli capitava a tiro. Beh, nessuno è perfetto...-
- Che cos'è quella specie di freezer nascosto dietro casa mia?- Chiedo.
- Come scusa?-
- Il freezer nascosto dietro casa mia. L'avete messo voi?-
- Freezer? Quale freezer?- Domanda con un espressione interrogativa.
- Il freezer dove ci sono appesi dei corpi umani. - Lui sgrana gli occhi.
- Non so di cosa tu stia parlando. - Osservo bene la sua espressione, per capire se mente o no.
Non sta mentendo. Il capo non sa cosa sia il freezer.
Allora chi l'ha messo su? A che cosa serve? Mi chiedo con sgomento. Speravo di riuscire a trovare una risposta anche per quello. Ma non è andata bene.
Comunque, ho capito il motivo per cui hanno costruito Geseel e a che cosa serviva.
Il mistero è risolto. E il segnale non si sentirà più. Ma sono molto scrupoloso.
- Hai altro da dirci?- Chiedo al capo. Lui scuote la testa.
- Niente. Ho detto tutto quello che sapevo. E' la verità!-
- Su questo non dubito.- Dico con fare rassicurante.
- Ora posso andarmene?- Chiede improvvisamente tutto sudato. Capisco che ha avuto paura tutto il tempo, ma è riuscito a nasconderla molto bene.
Sorrido. Lancio un'occhiata a Ilaria. Lei capisce e si sposta, abbassando il mitragliatore.
- Ma certo. Solo che non avresti dovuto fare tutto questo. Geseel e tutto il resto. Non avresti dovuto mandare Vincenzo a caccia di tutte quelle persone. Mi hai fatto davvero incazzare. - E premo il grilletto.


EPILOGO


Il giorno dopo io e Ilaria abbiamo fatto saltare in aria Geseel con della dinamite trovata nella casa.
Abbiamo festeggiato con degli amici, senza ovviamente rivelare niente a proposito di Geseel. I corpi di Mario, dell'uomo senza volto e del capo sono stati fatti saltare in aria anche loro insieme a Geseel.
Guardando nel capanno, dove avevo trovato i dossier, ho trovato anche un diario, scritto dal precedente guardiano, quello prima di Mario. L'ho letto e non solo ho trovato la storia della sua vita e del compimento del progetto di Geseel. Ho anche scoperto che lui era molto amico delle persone che abitavano sotto il mio appartamento, nella casa dove c'era il freezer nel retro.
Leggendo, ho scoperto che queste persone avevano pagato l'organizzazione per poter avere i corpi dei sospetti uccisi. Con questo, capii perché Vincenzo aveva portato lì Ilaria. Sicuramente aveva portato in quello stanzone sporco anche i precedenti sospetti.
Il mio primo pensiero fu che le persone che avevano pagato erano un branco di cannibali.
Cercai di trovare qualche altra motivazione, ma inutilmente, Infatti, poco più avanti, nel diario c'era scritto che queste persone gli avevano confidato di essere dei cannibali...
Adoravano la carne umana!
Smisi di leggerlo subito e lo bruciai.
Il giorno dell'esplosione il Nero tornò a casa. Gatto strano...
Sembrava che fosse molto felice che tutto questo era finito e che ora era libero. Dava l'impressione di essere stato via per lavoro. Chissà dov'era stato quei sei anni...
Purtroppo i gatti non parlano e forse è meglio così. Come si suol dire:
L'ignoranza è felicità!


FINE



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