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lavoro pubblicato lunedì 26 agosto 2013
ultima lettura lunedì 26 ottobre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Colusa: una storia di sesso, violenza e rock'n'roll

di Stefano92. Letto 1061 volte. Dallo scaffale Horror

PrologoNon sono mai stato un tipo violento. Per lo meno, non ancora. Ma sento che questa notte è la mia notte. Sento che farò qualcosa d...

Prologo

Non sono mai stato un tipo violento. Per lo meno, non ancora.
Ma sento che questa notte è la mia notte. Sento che farò qualcosa di grande, qualcosa che mi ricorderò per tutta la vita.
Un qualcosa di cui andrò fiero e che racconterò ai miei futuri figli. Futuri e probabili, dato che devo ancora trovarmi una fidanzata con cui passare il resto della mia vita. Ma devo ammettere che non mi sono mai dato veramente da fare. Un po' perché sono pigro, un altro perché non voglio regole molto fisse, che mi tengono in una qualche maniera prigioniero.
Mi chiamo Jack Bourne, ho diciassette anni e stanotte, anzi, domani mattina alle due, ne compirò diciotto.
Abito a Colusa, un paese nello stato di California, negli Stati Uniti. Non è un paese grande, ma neanche molto piccolo, pieno di vitalità e di gente che ogni giorno passeggia sui marciapiedi delle vie principali, oppure al parco Colusa County Fairgrounds. E la notte è molto calma, dato che l'unica discoteca si trova alla periferia della città e questo rende il paesaggio silenzioso e illuminato soffusamente dai lampioni che illuminano con una luce arancione le strade.
Tutto ciò è molto affascinante, ma stanotte lo sarà ancora di più.
Non vedo l'ora di gustarmi il piacere dei diciotto anni, la gioia di poter fare quello che prima non si poteva, come, per esempio, giustificarsi da soli le assenze da scuola.
Bando alle ciance, sono le undici e trenta di sera, è meglio uscire subito prima che sia troppo tardi!


PARTE PRIMA:
MISTER CARRIOLA

Uscii da casa alle undici e mezza e percorsi velocemente il vialetto, inoltrandomi subito in 1St Street, la via in cui abito.
Per la strada illuminata dai lampioni e vagamente nebbiosa non c'era nessuno. Misi le mani nelle tasche del giubbotto e mi strinsi di più, cercando di farmi caldo; nonostante fossimo solo a metà ottobre, la sera faceva già freddo come una notte invernale.
Avvertii nella tasca il mio MP3, ma non volevo ascoltarlo adesso.
Con passo spedito, svoltai subito a sinistra, per dirigermi subito per la via principale, anche se solitamente tiravo dritto e proseguivo fino alla fine della strada, per poi svoltare in quella principale e andare verso la discoteca.
Continuai a camminare. Una macchina passò con gli abbaglianti e dovetti distogliere lo sguardo per non rimanere momentaneamente accecato.
Stavo attraversando la strada, quando una voce femminile mi chiamò:
-Jack! Ehi, Jack!- Mi voltai, per vedere chi mi aveva chiamato e vidi Ashley Rose, detta Pink per la sua ossessione al rosa, correre verso di me agitando un braccio. Mi fermai, con un sorriso in faccia. Quella ragazza mi piaceva, ma non avevo ancora trovato il coraggio di dirglielo. Pensai di farlo in quel momento.
La salutai:
- Ciao! - Lei mi raggiunse, con il fiatone.
- Senti... - Ansimò. - Per caso hai visto Mark? Gli devo dire una cosa importante.-
Feci una smorfia dietro alla sciarpa che portavo al collo.
Dovevo aspettarmelo. Mark Gracett era stato giudicato il ragazzo più carino della scuola.
- Non, non l'ho visto.- Mugugnai, visibilmente risentito. Lei non se ne accorse neppure. Borbottò un "okay" e si dileguò nella nebbia.
Attraversai la strada ripesando a quell'incontro. Mi chiesi che cosa avesse da dire a Mark.
Un aiuto con i compiti? Poco probabile, era stato bocciato due volte.
Una domanda di un quiz, o un sondaggio per il giornale della scuola? Forse, ma ancora non ne ero convinto. Per quello avrebbe potuto chiederglielo a scuola.
Dirgli che lo ama? Speriamo di no! Ma non avrei comunque potuto fare niente. Se io non le piacevo, non c'era niente da fare.
Storia chiusa.
Ma non volevo storia chiusa, volevo avere qualche possibilità. In fondo, che ha lui che non ho io? Lui è stato bocciato, io no!
Ero già un po' furioso...
Quando, passando per un incrocio, guardai a sinistra e vidi lui, il mio cuore accelerò i battiti.
Là c'era Andy Cavez, detto Mister Carriola.
Era un ragazzo della mia stessa classe ed era in carrozzina. Impossibilitato a camminare fin dalla nascita, si reggeva in piedi a stento grazie ad un sostegno, ma non lo vedevo quasi mai con quell'aggeggio.
Ora era là, intento ad attraversare la strada. Molto probabilmente veniva dall'ospedale di Colusa. Non mi aveva visto, quindi mi nascosi dietro alla siepe di una casa, attendendo che Mr. Carriola arrivasse.
In principio non lo chiamavo affatto così, anzi, a scuola lo aiutavo quando aveva bisogno di aiuto e insieme ai miei altro compagni ci mettevo sempre buona volontà, per farlo sentire uno di noi, nonostante il suo evidente handicap.
Ma dopo divenne una specie di maledizione. Per me e per tutti i miei compagni.
Dato il suo stato, non potemmo fare la gita che avevamo sempre sognato: andare a New York per una settimana. E non è tutto...
Lui, personalmente, cominciò praticamente a torturare la classe, inserendosi in mezzo alle conversazioni con frasi inutili tipo: "Guardati, hai un brufolo!", "Come ti sei vestito?","Adesso quella professoressa me la scopo!", diceva anche, indicando il culo di una insegnante di età avanzata.
Subito queste frasi, specialmente l'ultima, ci facevano sorridere, ma poi cominciò ad essere pesante. Non ne potevamo più.
Così, verso la fine dello scorso anno, cominciammo noi a torturarlo, pizzicandogli forte le braccia e i capezzoli e sbattendo la penna sulla nuca del povero malcapitato.
E lui apriva la bocca, strizzava gli occhi in un espressione di sofferenza e, se eravamo fortunati, sbavava.
Quindi tutti giù a ridere...
Ecco perché mi sono nascosto. Non perché ho paura, ma perchè voglio fargli uno scherzo.
Uno scherzo che si ricorderà per tutta la vita.
***
Dovetti attendere cinque minuti prima di sentire il rollare delle ruote sulle pietre del marciapiede. Mi misi pronto e aspettati che passasse.
Finalmente, la sua ombra si stagliò per terra e subito dopo, Andy mi passò davanti.
Non si accorse della mia presenza. Gli andai subito dietro e afferrai le maniglie, senza però spingere.
-Ciao, Andy.- Salutai.
Lui saltò sulla carrozzina per lo spavento e si girò per vedere chi avesse parlato, facendolo spaventare. Quando mi vide, sbuffò:
- Ah sei tu, Jack.- Si voltò e borbottò: - Brutto stronzo...-
Sorrisi, per nulla offeso, pensando a quello che gli avrei fatto, una volta giunti a destinazione. Cominciai a spingere la carrozzina.
- Che fai?- Chiese Andy, sospettoso.
- Ti accompagno. -
- La so la strada.-
- Ti accompagno solo, poi ti lascio andare.-
- Lasciami andare ora. Faccio da solo.-
- Perché, ti da' fastidio un po' di aiuto? Non posso aiutarti?-
Lui non rispose e io continuai a spingere.
-Non mi va la tua compagnia. - Si lagnò lui.
- Neanche a me. Credi che sia divertente spingere una carriola per centinaia di metri?- Lui non rispose e io capii che si era offeso.
Provai un senso di soddisfazione. Gli stava bene. Anche lui offendeva la gente.
Chi la fa, l'aspetti. Mi dissi.
Continuai a spingerlo per un paio di isolati, poi lui chiese di nuovo:
- Dove mi stai portando?-
Io risi a quella domanda. Non poteva immaginare dove.
- In un posto bellissimo.- Risposi, facendo il misterioso.
-Cioè?- Chiede lui, con un tono un po' interessato.
- Ti piacerà. E' simile ad un bordello. Con tante donne che ti leccano. -
Andy si illuminò.
- Davvero? Non ho mai saputo che qui a Colusa ce ne fosse uno!- Disse concitato.
- Ma sì, ce ne sono dappertutto, in ogni parte del mondo. Ognuno, prima o poi, ci deve entrare. - Esclamai, con fare filosofico.
- Già... - Mormorò Andy, tutto d'un tratto calmo.
Mi fermai.
- Che ti prende? Non ci vuoi più andare?-
- Beh, questa storia mi sa di balla... - Disse.
- Ti assicuro che è vero!- Ma vedendo che Andy non si convinceva, tirai fuori dal portafoglio una banconota da cinquanta dollari. Gliela mostrai.
- Guarda.- Dissi sventolando la banconota. - Adesso andiamo là. Se hai ragione tu, ti do questa banconota, se ho ragione io, mi devi un centesimo.-
Andy accettò subito, dondolando la testa su e giù per dire sì.
- Bene. Andiamo- Dissi soddisfatto e ricominciai a spingerlo.
***
Una ventina di minuti dopo arrivammo a destinazione.
Ci trovavamo in un incrocio dove passava una ferrovia.
La ferrovia, da tempo abbandonata, è stata ristrutturata per i treni ad alta velocità ed ora ne passavano in continuazione. Superai il passaggio a livello e svoltai improvvisamente per andare di fianco alla ferrovia.
- Che sta facendo?- Chiese subito Andy, sempre sospettoso.
- Ti sto portando nel posto che ti dicevo prima. Non dirmi che non ci vuoi più andare.- Risposi.
- Ma qui non c'è niente! Solo la ferrovia!- Mi fece notare, con una nota di panico nella voce.
In quel momento, dietro di noi le sbarre del passaggio si abbassarono contemporaneamente e i lampeggianti si accesero.
Poi cominciò il suono della campana, quella che indicava che stava arrivando un treno. Il mio momento era giunto. E anche il suo.
- Ti sbagli.- Dissi, voltandomi indietro per vedere la luce del treno in arrivo. Andy non rispose.
- Si trova solo sottoterra.- Aggiunsi sussurrando. A quel punto, Andy si ribellò. Cominciò a saltare sulla sedia, cercando di darsi una spinta per scendere, ma io gli bloccai le braccia, impedendogli di muoversi.
Continuò a cercare di liberarsi, senza riuscirci.
Mi sentivo bene. Sentivo che sarei riuscito a sostenere qualsiasi situazione, anche le più difficili. Mi inchinai in avanti. Appena Andy mi sentì vicinissimo, un volto di fianco all'altro smise di lottare.
Il treno si stava avvicinando.
- Hai mai pensato di uccidere? - Gli chiesi.
- Cosa vuoi farmi?- Riuscì a dire Andy, tutto tremante. Probabilmente lo sapeva già, cosa volevo fargli.
Il treno era sempre più vicino.
- Cosa voglio farti?- Domandai sprezzante, rialzandomi. - Solo darti una mano a scendere, Carriola!- E, mentre dicevo l'ultima parola, spinsi Andy per terra. Sui binari.
- NO!- Singhiozzò lui, e cercò di trascinare per togliersi dai binari. Ma il treno fu più veloce.
In pochi secondi gli fu sopra e lo schiacciò sotto le ruote di ferro, sprizzando sangue da tutte le parti. Uno schizzo mi colpì il giubbotto, nonostante mi fossi tirato indietro all'ultimo momento.
Feci una smorfia di disgusto. Per fortuna almeno che era un giubbotto impermeabile.
Il treno passò e vidi che di Andy, detto Mr. Carriola, non c'erano che pezzi sparsi intorno.
Grazie al chiarore della luna e della poca luce che giungeva da un lampione ad una ventina di metri da lì, riuscii a vedere il tronco. Si trovava in mezzo ai binari e mancavano la testa e le gambe.
La testa non riuscii a trovarla, ma le gambe le vidi a qualche metro da me, in mezzo ad un piccolo cespuglio.
Sorridendo, tirai fuori un fazzoletto dalla tasca e cancellai le mie impronte dai manubri della carrozzina. Così penseranno che si è suicidato.
Poi passai il fazzoletto sul mio giubbotto insanguinato e mi appuntai di bruciarlo più tardi. Rifilai il fazzoletto nella tasca e, fischiettando, feci dietrofront.


PARTE SECONDA:
UN INCONTRO SPECIALE E
GRATIFICANTE


Stavo per entrare in Wilson Avenue dalla ferrovia, quando vidi una macchina di colore giallo passarmi davanti.
Quella macchina mi ricordò qualcuno, ma subito non riuscii a ricordarmi chi. Poi ci arrivai: era la macchina della mia insegnante di Arte.
Si chiamava Mary Locke e in tutta la scuola è considerata l'insegnate più figa in circolazione. Un po' perché era molto giovane (aveva forse ventitre o ventiquattro anni), ma era anche bella. Capelli corvini e mento pronunciato ne avevano fatto l'oggetto sessuale più amato dagli studenti della scuola. Lei lo sapeva, ma non si scomponeva e continuava ad insegnare in assoluta serenità, senza badare agli sguardi degli studenti.
Mi chiesi che cosa ci facesse in quel posto a quell'ora. Vidi che andava dritta, poi svoltò per il cimitero, a circa duecento metri da dove mi trovavo. Guardai l'ora: era la mezzanotte passata da qualche minuto.
Mancavano altre due ore al mio compleanno.
Incuriosito, mi incamminai velocemente verso il cimitero e in cinque minuti arrivai a destinazione.
Il cimitero aveva una forma rettangolare molto allungata e si trovava tra due campi agricoli. Vidi la macchina parcheggiata in un posto del parcheggio e notai che era stata parcheggiata male. Sembrava che la prof avesse molta fretta di andare a trovare chissà chi. Il grande cancello nero e arrugginito era aperto ed entrai. Cercai con lo sguardo la prof, ma non la vidi. Cominciai a camminare tra le lapidi, guardando con la luce che proveniva dai lampioni gli epitaffi. Uno di essi mi colpì particolarmente. Diceva:
"Il tempo è giunto."
Mi inginocchiai per vedere meglio. Sopra la scritta c'era la foto di un giovane. La data della morte si riferiva a sei anni fa. Il ragazzo sembrava fissarmi dalla foto. Sbuffai, mi rialzai e in quel momento vidi la prof. Si trovava inginocchiata davanti ad una grossa lapide raffigurante un angelo e prima non l'avevo vista perché era nascosta dietro un pino. Mi avvicinai, cercando di non farmi scoprire, ma lei invece se ne accorse.
- Ti ho sentito.- Esordì.
Vedendomi scoperto come un bambino che cerca di trafugare le caramelle, mi morsi la lingua, reprimendo un'imprecazione.
-Sì...- Risposi.
- Chi sei?- Domandò, come se non potesse voltarsi per scoprirlo da sola.
- Sono Jack Bourne, suo studente alla scuola. Classe... -
- Quarta, lo so.- Continuò lei. - Non sei uno studente molto brillante. Nemmeno fuori dalla scuola, a dir la verità.-
Finalmente si alzò e si voltò. Indossava un paio di jeans chiari e un giubbotto nero in pelle con una sciarpa attorno al collo. Di solito a scuola teneva i capelli raccolti in una coda, ma ora li portava sciolti e io la trovai molto più attraente. Alla luce del lampione vidi la stanchezza negli occhi, ma anche qualcos'altro.
Non replicai alla sua affermazione, anche se non la condividevo del tutto. Ma non sapevo come ribattere dopo essermi fatto scoprire, nonostante avessi camminato molto piano. Lei alzò il volto e si avvicinò di più, strizzando gli occhi, come se ci fosse molto buio e mi vedesse appena.
- Ti ho visto, prima. Vicino alla ferrovia.- Disse, lentamente.
All'improvviso il mio cuore cominciò a battere forte. Se mi aveva visto avrebbe potuto testimoniare quando avrebbero trovato i resti del Carriola. Subito non seppi cosa pensare, se non alla prospettiva di dover uccidere anche lei. Lei doveva essersi accorta della mia preoccupazione, perché mi fissò ancora più di prima. Ma non mi sembrava uno sguardo "normale".
- Che ti prende? Sembra che hai visto un fantasma!- Ridacchiò lei.
- Niente.- Boccheggiai, per nulla contagiato dai risolini della prof.
Lei continuò a ridacchiare - sembrava una bambina - e io mi sentii ancora più a disagio quando si avvicinò a me con uno strano sguardo famelico.
- Scusami... - Mormorò, con il volto a pochi centimetri dal mio. - Sono un po' ubriaca. Mi accompagneresti fino a casa?-
Rimasi spiazzato. Ma non per il fatto di portarla a casa, ma piuttosto per la rivelazione che lei era ubriaca. Ecco perché mi sentivo così a disagio.
Oltre al timore di venire indicato da lei come l'assassino del Carriola, non l'avevo mai vista a scuola in atteggiamenti, per così dire, diretti con i suoi studenti. Mi tranquillizzai un attimo e l'aria che finora avevo trattenuto uscì fuori con un soffio di sollievo.
- Sì, va bene. La posso accompagnare. - Risposi, accennando un sorriso.
Sorrise anche lei e un secondo dopo mi ritrovai la sua lingua nella mia bocca. Le sue mani mi afferrarono la testa e mi baciò con più accanimento. Stupito, quasi mi dimenticai di baciarla anch'io, ma alla fine eravamo avvinti tra le lapidi come due sposini. Sentii il sapore dell'alcool nella sua bocca, ma non ci feci molto caso.
Smettemmo solo dopo qualche minuto che mi sembrò un'eternità.
- Ti voglio. - Ansimò lei, con uno sguardo affamato.
- Prima andiamo a casa sua. -
- Dammi del tu.-
- D'accordo. Ma sarà meglio che guido io.-
Lei non rispose e si lasciò guidare da me fino alla macchina.
Mi diede le chiavi e salimmo insieme, poi fu lei a guidarmi per le vie, fino ad arrivare a casa sua.
Era una casa a prima vista confortevole, con un piccolo giardino delimitato da un basso recinto, tra la Jay e la 12th Street.
Lei fu la prima a scendere.
- Presto!- Incitò. -Non vedo l'ora!- Non mi aspettò neanche e si incamminò a passo svelto vero il cancelletto, tirando fuori dalla tasca un mazzo di chiavi.
Scesi anch'io e mi diedi un'occhiata intorno. Come sempre, non c'era anima viva. Anzi, no... Ora che guardavo bene c'era un gatto dall'altra parte della strada che ci stava guardando. Quindi un'anima viva c'era.
- Entra!- Urlò quasi Mary dalla soglia di casa, e mi affrettai anch'io a soddisfare gli strani voleri dell'insegnante.
Come varcai la soglia (mi trovavo in una specie di soggiorno), venni di nuovo sopraffatto dagli eventi. Mary chiuse frettolosamente la chiave, rischiando di spezzarla e si avventò su di me, cominciando a tirare la zip del mio giubbotto, che però non si apriva. Lei cominciò a tirare più forte, ma la chiusura rimaneva chiusa. Allora le scostai le mani e in un attimo la aprii io. Nel frattempo, lei si era già tolta il suo e ora si stava sfilando il maglione. Mi vide che ero ancora al punto di togliermi la felpa e mi disse:
- Ti muovi? Io non resisto. Sono di là!- Detto questo si avviò a grandi falcate verso una stanza in fondo al soggiorno. Dedussi che fosse il bagno, oppure la camera da letto.
Mi chiesi anch'io come mai fossi così calmo, sebbene in procinto di scoparmi Mary Locke, la prof più desiderata della scuola. Scrollai le spalle e buttai il giubbotto sul tavolo che stava in mezzo alla stanza. Mi diressi anch'io verso la stanza dove un attimo prima era scomparsa Mary, togliendomi la felpa e la maglia e rimanendo con una maglietta nera a maniche corte.
Varcai la soglia e mi trovai in una graziosa cameretta con un letto matrimoniale al centro. Un lampadario settecentesco e sfarzoso pendeva perpendicolare alla fine del letto e un comodino di legno era appoggiato al fianco destro. Le pareti erano totalmente bianche e spoglie, senza neanche una foto appesa. Non feci neanche in tempo a guardarmi bene attorno che venni investito alle spalle e lanciato sul letto.
Presi un colpo di spavento, ma mi tranquillizzai subito, dato che chi mi aveva spinto era la prof. Disteso sul letto a pancia in giù, vidi una vaga ombra dalle forme sinuose sul muro davanti a me. Mi girai e vidi Mary come non l'avevo mai vista, ma sempre immaginata. Era completamente nuda. Fissai meravigliato il seno con piccoli capezzoli esattamente al centro. Poi il mio sguardo scese per il ventre piatto, fino ad arrivare all'inguine e successivamente all'obbiettivo di tutti gli uomini.
Non aveva nessun pelo a coprire quella meraviglia e mi eccitai all'istante.
Lei era sempre ferma e mi guardava con un sorriso malizioso.
- Spogliati anche tu. - Miagolò con voce languida e gli occhi desiderosi.
Senza replicare, mi alzai e mi tolsi quello che mi era rimasto, la canottiera e le mutande, rimanendo a mia volta nudo davanti a lei, con l'erezione completa.
Ora toccò a lei ammirare il mio corpo. Il suo sguardo passò dal torace villoso, fino al ventre scolpito, anche se non tanto. Il suo volto si colorì di rosso quando passò al membro dritto come un palo.
Non disse più niente, si avvicinò e mi infilò la lingua in bocca.
Io alzai le braccia e la strinsi a me alla vita, dandoci dentro con la lingua, poi la alzai e la posi sul letto, andando sopra di lei. Ci staccammo un attimo e i nostri sguardi si incontrarono. Il suo esprimeva un grande desiderio. Pensai che forse era la prima volta che lo faceva.
Le presi i seni tra le mani e strinsi. Lei emise un debole grido di piacere. Abbassai la testa e le presi il seno in bocca e cominciai a succhiare il capezzolo, facendola godere come un'invasata. Il suo respiro accelerava ogni secondo di più e anche il mio. Feci passare la lingua attorno ai due capezzoli, poi li pizzicai con le dita. Mi piaceva moltissimo quel gioco, ma decisi di andare oltre. Scesi ancora, passando con la lingua tutto il suo ventre, disegnando curve lente e precise, fino ad arrivare al suo sesso.
E lì cominciai a leccarla.
La reazione fu immediata: Mary inarcò la schiena gemendo e il suo respiro accelerò in un batter d'occhio. Rimasi lì ancora qualche istante, poi mi alzai su di lei, con un intento preciso in mente. Mary aveva gli occhi chiusi e li aprì quando mi avvertì sopra. Ci guardammo due secondi, poi lei sussurrò con voce roca:
- Vienimi dentro.- Io annuii ed entrai in lei con un colpo preciso del bacino.
La sensazione che provai, quella del caldo avvolto al mio membro, era una cosa mai avvertita prima. Lentamente cominciai a spingere, fino a metterlo tutto dentro di lei. Mary mi guardava, i suoi occhi ormai mi fissavano con una tale intensità che sembravano volermi bruciare e io andai avanti.
Cominciammo insieme un ritmo lento, avanti e indietro, fino ad aumentare piano la velocità delle penetrazioni.
Io ormai ansimavo su di lei, che faceva lo stesso, e tenevo gli occhi chiusi. Mary proruppe in un grido soffocato quando diedi l'ennesima spinta e mi afferrò la schiena, graffiandomi un poco. Mi fece un po' male, ma non ci badai. Il piacere superava il dolore.
- Più forte, più forte!- Ansimava Mary e io la accontentai. Il letto cigolava ad ogni spinta. Poi un qualcosa annebbiò il mio cervello, facendomi dimenticare i pezzi del Carriola sparsi attorno alla ferrovia e sentii un calore incandescente dove ero dentro. Mary soffocava un grido di piacere ad ogni mia spinta e accelerai ancora il ritmo. Stavo venendo e anche lei.
Poi, un piacere immenso.
E un portacenere rettangolare di vetro sul comodino da infilare in quella sua testa da zoccola.


PARTE TERZA:
ROCK'n'ROLL


Uscii fuori dalla porta di casa sistemandomi i capelli. Mi guardai le mani e vidi un po' di sangue. Con noncuranza presi un fazzoletto dalla tasca e mi pulii le mani e un po' la faccia. In effetti avevo tracce di sangue anche li.
Mamma mia che godimento! Mi rimisi il fazzoletto in tasca e tirai fuori il mio mp3. Mi misi le cuffie e attaccai la prima canzone che c'era: Paradise city dei Guns'n Roses.
Stupenda. Mi accesi anche una sigaretta. Era un momento bellissimo, assaporare la serata e la sigaretta con un dolce vento che mi sferzava la faccia. Guardai l'ora: erano da poco passate le due di mattina. Era il mio compleanno! Cominciai a ridere tutto contento e scesi il vialetto saltellando. Mi allontanai continuando a ridere. Ero proprio felice.



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